di Ambrose Evans-Pritchard, 11 maggio 2016
L’Italia sta esaurendo il tempo a disposizione, dal punto di vista
economico. Dopo sette anni di espansione globale, che si sta esaurendo,
il paese è ancora bloccato nella deflazione del debito e in una crisi
bancaria che non è in grado di affrontare dentro i vincoli paralizzanti
dell’Unione Monetaria.
“Abbiamo perso il nove percento del PIL dall’inizio della crisi, nonché un quarto della nostra produzione industriale“, ha detto Ignazio Visco, il triste governatore della Banca d’Italia.
Ogni anno Roma prevede speranzosamente una discesa del rapporto tra
debito pubblico e PIL, e ogni anno puntualmente questo aumenta. Il
motivo è sempre lo stesso. Le condizioni deflattive impediscono al PIL
nominale di crescere abbastanza da superare il debito.
Gli ipotetici risparmi provenienti da una drastica austerità fiscale –
i tagli negli investimenti pubblici – vengono schiacciati dalla
inesorabile aritmetica dell’effetto denominatore. Il rapporto debito/pil
era 121 percento nel 2011, 123 nel 2012, 129 nel 2013.
Quest’anno l’incremento si è quasi appiattito, restando sul 132,7
percento, aiutato da un euro debole, petrolio ai minimi, e dalla
polverina magica del quantitative easing di Mario Draghi. Questo triplo
stimolo si sta però esaurendo prima ancora che il paese esca dalla
trappola della stagnazione. Il Fondo Monetario Internazionale si aspetta
una crescita di appena l’1 percento per quest’anno.
La finestra globale, in ogni caso, si sta chiudendo. L’aumento dei
salari americani porterà probabilmente la Federal Reserve ad aumentare
il tasso d’interesse, e la speculazione selvaggia spingerà certamente la
Cina a limitare il suo boom di credito. L’Italia a quel punto cadrà di
nuovo in recessione – forse all’inizio del prossimo anno – con tutti gli
indicatori macroeconomici ad un livello peggiore di quanto fossero nel
2008, e con metà del paese pronto a una rivolta politica.
“L’Italia è enormemente vulnerabile. Ha attraversato un’intera fase di ripresa globale senza vedere alcuna crescita“, ha detto Simon Tilford del Centre for European Reform. “L’inflazione ‘core’ è ad un livello pericolosamente basso. Il governo non ha praticamente alcuno strumento operativo per combattere la recessione“.
L’Italia ha bisogno di riforme profonde, ma queste sono per loro
natura recessive nel breve termine. Si possono fare solo accompagnandole
a forti investimenti per compensare lo shock, ha detto Tilford. Ma non
si vede alcun New Deal all’orizzonte.
Da un punto di vista legale il Fiscal Compact concordato con l’UE
obbliga l’Italia a fare l’esatto opposto: accumulare surplus primari
abbastanza grandi da tagliare il 3,6 percento del rapporto debito/PIL
ogni anno per vent’anni. Vi viene da ridere o da piangere?
“C’è il rischio concreto che Matteo Renzi decida che l’unico modo
di restare al potere sia quello di arrivare alle prossime elezioni
guidando una piattaforma politica anti-euro. La gente sta diventando
sempre più favorevole al rischio politico“, ha detto Tilford.
In effetti l’ultimo sondaggio Ipsos MORI mostra che il 48 percento
degli italiani voterebbe per uscire sia dall’euro che dall’Unione
Europea, se ne avesse la possibilità.
Il Movimento Cinque Stelle del comico Beppe Grillo non è scomparso, e Grillo stesso sta ancora parlando
di default sul debito e di recupero della lira per rompere la stretta
del mercantilismo tedesco (per come la vede lui). Il suo partito è in
testa nei sondaggi nazionali con il 28 percento, ed è in posizione
favorevole per vincere le elezioni municipali a Roma il prossimo mese.
A destra, la stella nascente è la Lega Nord di Matteo Salvini, il quale al forum di Pescara dello scorso anno [al convegno “Euro, Mercati, Democrazia 2015: Ripensare l’unione dell’Europa”, organizzato dall’associazione A/Simmetrie, NdT] mi disse che l’euro è “un crimine contro l’umanità” – nientemeno – il che vi dà l’idea del punto a cui si trova il dibattito politico.
Il tasso di disoccupazione ufficiale è all’11,4 percento. È
ingannevolmente basso. La Commissione Europea dice che un altro 12
percento c’è ma non risulta nei dati, trattandosi dei lavoratori
scoraggiati, che non cercano più lavoro, a un tasso triplo rispetto alla
media UE.
La disoccupazione giovanile
è al 65 percento in Calabria, al 56 percento in Sicilia, al 53 percento
in Campania, e questo nonostante un esodo di 100.000 persone ogni anno
dal Mezzogiorno – che spesso si dirigono verso Londra.
L’istituto di ricerca SVIMEZ dice che il tasso di natalità nei
territori ex-borbonici è al minimo dal 1862, da quando si iniziarono a
raccogliere i dati. L’impoverimento è comparabile a quello della Grecia.
La produzione industriale è diminuita del 35 percento dal 2008, gli
investimenti del 59 percento.
SVIMEZ avverte che la spirale discendente sta trasformando una crisi ciclica in “uno stato permanente di sottosviluppo“.
In breve, il Sud Italia è vicino al collasso sociale, e c’è ben poco
che il Primo Ministro, Matteo Renzi, possa fare realmente, a meno di
recuperare la sovranità economica dell’Italia.
La storia del catastrofico calvario dell’Italia nell’euro è lunga e
complessa. Il paese aveva un ampio surplus commerciale con la Germania a
metà degli anni ’90, prima che i tassi di cambio fossero fissati
definitivamente. Erano i tempi in cui si poteva ancora recuperare
competitività e reddito con la svalutazione della moneta, per la grande
irritazione delle camere di Commercio tedesche.
Basti dire che l’Italia ha perso il 30 percento di competitività in
termini di costo del lavoro per unità di prodotto rispetto alla Germania
nel corso degli ultimi quindici anni, in parte perché la Germania ha
compresso essa stessa i salari per guadagnare una marcia rispetto agli
altri, ma anche perché la globalizzazione ha colpito i due paesi in modo
differente. L’Italia è inciampata su un “cattivo equilibrio”. La sua
produttività è scesa del 5,9 percento dal 2000, un crollo spaventoso.
Parlare di colpe non serve a nulla. La critica antropologica
all’Unione Monetaria Europea è sempre stata che non sarebbe riuscita a
mettere assieme paesi europei così diversi e spesso contrastanti, con
culture eterogenee, entro un unico recinto – e infatti non ci è
riuscita.
Puoi dare la colpa a questo o quel governo italiano, ma l’unica
questione rilevante oggi è che l’Italia non riesce a uscire dalla
trappola. Gli sforzi per riguadagnare competitività tramite svalutazione
interna non fanno altro che peggiorare la dinamica del debito e
prolungare la depressione. Il risultato, che abbiamo davanti ai nostri
occhi, è l’implosione industriale.
In questa miscela altamente infiammabile dovete poi aggiungere la
crisi bancaria, che espone ulteriormente il carattere disfunzionale
dell’unione monetaria, e che sta peggiorando di giorno in giorno. Il
prezzo delle azioni della maggiore banca italiana, Unicredit,
oggi è caduto del 4,5 percento. Nel corso degli ultimi sei mesi ha perso
metà del suo valore, a dimostrare la situazione di un settore gravato
da 360 miliardi di euro di crediti deteriorati – il 19 percento dei
bilanci delle banche italiane.
Si tratta del valore più alto nel G20, sebbene alcuni dicano che il
dato per la Cina sia molto vicino. Le banche devono ancora depennare 83,6
miliardi di euro di crediti in sofferenza. Non lo hanno ancora fatto
per un motivo. Il loro coefficiente patrimoniale è troppo basso, di qui i
timori per una ricapitalizzazione forzata e del bail-in secondo le
nuove normative europee.
Tutto ciò è politicamente esplosivo. Decine di migliaia di
risparmiatori italiani in piccole banche hanno già visto calare l’ascia,
scoprendo con orrore che i loro risparmi sono stati spazzati via. La
Banca d’Italia ha detto che la nuova normativa sul bail-in è diventata “una fonte di grave rischio per la liquidità e di instabilità finanziaria“, e dovrebbe essere riconsiderata e rivista prima di scatenare una corsa agli sportelli.
Il governo voleva cercare di seguire il modello anglo-sassone e
creare una “bad bank” con fondi pubblici su cui depositare i crediti in
sofferenza, ma ciò è stato reso impossibile dalle regole dell’eurozona. “In pratica stanno tentando tutte le vie possibili“, ha detto Lorenzo Codogno, ex capo economista del Tesoro italiano, che ora lavora presso la London School of Economics.
La politica di sorveglianza bancaria della BCE ha peggiorato le cose. “Continuano
a chiedere alle banche di mettere altro denaro. È ovvio avere molti
crediti in sofferenza dopo una lunga e profonda recessione, la BCE non
dovrebbe comportarsi così. Sta in effetti creando instabilità“, ha detto.
Alla fine il governo italiano ha lanciato il fondo “Atlante”, fondo
ibrido di 4,25 miliardi di euro, costringendo banche e assicuratori a
partecipare. L’obiettivo è di riassorbire una parte del credito
deteriorato, di impedire la svendita degli asset ai fondi avvoltoio
stranieri ad un livello che spazzerebbe via il capitale, e di impedire
che Unicredit sia costretta a ricapitalizzarsi in condizioni di mercato
ostile.
Atlante è pieno di rischi. Silvia Merler, di Bruegel,
dice che questa iniziativa mette nel pantano anche le banche sane,
aumentando di conseguenza il rischio sistemico. Non è riuscita comunque a
guadagnare ulteriore tempo.
L’Italia è ora nella peggiore delle condizioni possibili. Non può
intraprendere azioni normali da paese sovrano per stabilizzare il
sistema bancario a causa delle interferenze e delle regole europee, e
d’altra parte non c’è alcun sistema bancario europeo degno di questo
nome, o sistema di assicurazione dei depositi condiviso, su cui
scaricare i pesi. “Saremo seriamente nei guai se ci sarà un’altra recessione“, ha detto Codogno.
“Il modo in cui l’unione bancaria sta funzionando, nel suo
insieme, è sintomatico delle pratiche usate in UE. I paesi devono
rispettare una sfilza di regole e leggi, ma quando arriva una crisi non
c’è alcuna solidarietà: nessuno dei benefici di un’unione bancaria è
destinato ad arrivare“, ha detto Tilford.
Matteo Renzi è di fronte a una scelta molto spiacevole. O decide di
mandare al diavolo le autorità UE o se ne resta impotente a guardare
l’implosione del sistema bancario italiano e l’avvitamento del paese nel
default sul debito.
L’Italia non è la Grecia. Non può essere soggiogato con la forza.
Oltretutto i “poteri forti” dell’industria italiana stanno iniziando a
bisbigliare che un’espulsione dall’eurozona non sarebbe poi così male.
Potrebbe essere in realtà l’unico modo di evitare una deindustrializzazione catastrofica del paese, prima che sia troppo tardi.
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