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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2016

Renzi corre a salvare MortePaschi

Il problema per il governo è serio: come si fa a salvare con soldi pubblici la terza banca privata italiana, senza far incazzare contemporaneamente l’Unione Europea e i contribuenti italiani?

MontePaschi è da anni sotto il tiro della speculazione finanziaria, con bilanci disastrati, manager volati via dalla finestra, altri esposti al pubblico ludibrio dopo esser stati per anni l’icona dell’Abi (l’associazione dei banchieri). Da giorni il titolo crolla in borsa, con inimmaginabili risalite ogni volta che si alza il rumor dell’intervento pubblico. Un’azione che vale 0.26 centesimi in realtà vale meno della carta – molto pregiata, in genere – su cui è stampata. L’intera banca, oggi, capitalizza meno di 780 milioni. E la Bce, pochi giorni fa, le ha inviato una lettera in cui impone di eliminare dai bilanci 10 miliardi di “sofferenze”, ossia di prestiti che non torneranno mai indietro. Una sproporzione che getterebbe nella disperazione anche il più navigato dei manipolatori di bilanci...

La Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto (si possono vendere azioni avute “in prestito”, neanche materialmente possedute) per cercare di limitare la volatilità e la velocità di caduta, che spesso costringe la Borsa a sospendere il titolo per eccesso di ribasso.

In linguaggio semplice la storica banca senese è tecnicamente fallita. MortePaschi.

Ma non è solo la terza banca italiana, è anche la prima toscana. E dopo lo scherzetto combinato ad azionisti e obbligazionisti – la maggior parte inconsapevoli – dell’aretina Banca Etruria, un premier toscano in difficoltà tutto può fare meno che lasciarla morire nelle spire di un gigantesco bail in. Che svuoterebbe la Toscana di buona parte della sua ricchezza (comprese le imprese che finirebbero nella lista dei “cattivi pagatori”, all’origine delle “sofferenze”) e Renzi di tutto il bacino di popolarità residua.

Perciò la domanda iniziale (come si fa a salvare con soldi pubblici la terza banca privata italiana, senza far incazzare contemporaneamente l’Unione Europea e i contribuenti italiani) deve trovare assolutamente una risposta.

Intanto placando le possibili critiche o ire della Commissione di Bruxelles. Su questo fronte la trattativa è aperta, a partire dall’uso delle possibili deroghe che persino la direttiva sul bail in prevede. Spazio stretto, cartellini rossi ad ogni angolo. Anche perché le “sofferenze” totali di MontePaschi assommano a 47 miliardi, pari al 3% del Pil italiano.

Secondo i media mainstream, che annusano ogni fil di fumo in uscita dagli uffici centrali in questa vicenda (il ministero dell’economia), una soluzione potrebbe essere nell’ampliamento del fondo Atlante, creato per assorbire contemporaneamente Veneto Banca e la Popolare di Vicenza e già intervenuto pesantemente su questo fronte (di fatto è ora proprietario di entrambi gli istituti). Dal punto di vista europeo nulla osta, perché Atlante è un fondo privato, finanziato da banche private (più la Cassa Depositi e Prestiti, però, che è decisamente pubblica). Dal punto di vista concreto, però, il fondo ha già finito i soldi nel salvataggio delle due banche venete.

Morto un fondo se ne fa un altro, sempre privato e sempre ricorrendo alla mitologia greca. Quello nuovo dovrebbe chiamarsi Giasone, e andrebbe riempito con soldi provenienti da Atlante, dalla Sga (una bad bank usata a suo tempo per il Banco di Napoli), ancora dalla Cdp (che contiene i risparmi dei correntisti postali...) e da qualche fondo pensione, ma su base volontaria. In questo modo si salvaguarda il carattere “privato” del salvataggio e si tacita Bruxelles.

Ma come avviene un salvataggio in cui bisogna trasferire “sofferenze” da una banca a un fondo privato? Perché mai un altro soggetto dovrebbe “comprare” debiti che un altro soggetto non riesce a riscuotere? Perché esiste un mercato su cui questi debiti – ovviamente svalutati, quindi con perdite da iscrivere a bilancio per chi li deteneva, in questo caso MontePaschi – possono essere scambiati: oggi e domani.

Tutto il segreto sta nel prezzo. Quanto vale una sofferenza? A prezzi di mercato, difficilmente supera i 20 centesimi per ogni euro di debito nominale. Un prezzo troppo basso perché la banca MontePaschi possa venderli effettivamente, visto che – per antica convenzione – li tiene iscritti a bilancio per 40 centesimi. Alla metà di quel prezzo non resterebbe che alzare bandiera bianca e chiudere baracca. Anche vendendo a 40 centesimi la banca senese dovrebbe iscrivere quelle perdite a bilancio (una svalutazione secca del 60% delle sofferenze), costringendola a ricapitalizzarsi. Ossia ad emettere nuove azioni sul mercato. In effetti c’è qualche dubbio che qualcuno possa assumersi il rischio di metter soldi – per la terza volta in pochi anni – in una banca che si è rivelata un pozzo nero di dimensioni incalcolabili. È qui che arriva lo Stato, o meglio il governo, che ha varato una “garanzia” nominale di 150 miliardi per operazioni del genere. Non dovrebbe – nelle speranze di Pier Carlo Padoan – scucire fisicamente neanche un euro, ma semplicemente “garantire” l’emissione di obbligazioni col meccanismo del “convertendo” (ossia con obbligo di conversione a tre anni). In questo caso la Ue non alzerebbe il cartellino rosso...

Semplice. Ma perché mai il privato Giasone dovrebbe acquistare merda – è linguaggio tecnico, abbiate pazienza – a un prezzo doppio di quello di mercato? È sicuro che non potrebbe mai rivenderla allo stesso prezzo o superiore, quindi si tratterebbe di un’operazione assolutamente insensata.

Qui arriva nuovamente lo Stato, ossia il governo. Giasone comprerebbe a quel prezzo avendo la “garanzia” che il Tesoro li ricomprerebbe a 40 centesimi (o almeno 41 per ricompensare il disturbo). Dal punto di vista dell’operazione “di mercato”, con qualche difficoltà, potrebbe persino passare. In pratica, però, è una presa per i fondelli, perché Giasone si limiterebbe a fare il prestanome retribuito del ministero. Il quale sa bene che non riuscirebbe mai a rivendere quel che compra, se non con perdite clamorose.

Probabilmente l’Unione Europea chiuderebbe entrambi gli occhi e anche qualche altro organo di senso, ma è chiaro che l’operazione servirebbe soprattutto al governo Renzi per occultare – ai contribuenti, ossia a tutti noi – che sta regalando soldi nostri a una banca pur di farla sopravvivere.

Ci potreste dire: ma siete buoni solo a criticare, voi che fareste? Useremmo soldi pubblici per ristrutturare MontePaschi e farla funzionare come una banca pubblica, per azioni mirate di politica economica, magari anche guadagnandoci qualcosa.

“Ma l’Unione Europea sarebbe contraria”. Lo sappiamo. Per questo c’è Renzi, a Palazzo Chigi...

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13/05/2016

Evans-Pritchard: l’Italia deve scegliere tra l’Euro e la propria sopravvivenza economica

di Ambrose Evans-Pritchard, 11 maggio 2016

L’Italia sta esaurendo il tempo a disposizione, dal punto di vista economico. Dopo sette anni di espansione globale, che si sta esaurendo, il paese è ancora bloccato nella deflazione del debito e in una crisi bancaria che non è in grado di affrontare dentro i vincoli paralizzanti dell’Unione Monetaria.

Abbiamo perso il nove percento del PIL dall’inizio della crisi, nonché un quarto della nostra produzione industriale“, ha detto Ignazio Visco, il triste governatore della Banca d’Italia.

Ogni anno Roma prevede speranzosamente una discesa del rapporto tra debito pubblico e PIL, e ogni anno puntualmente questo aumenta. Il motivo è sempre lo stesso. Le condizioni deflattive impediscono al PIL nominale di crescere abbastanza da superare il debito.

Gli ipotetici risparmi provenienti da una drastica austerità fiscale – i tagli negli investimenti pubblici – vengono schiacciati dalla inesorabile aritmetica dell’effetto denominatore. Il rapporto debito/pil era 121 percento nel 2011, 123 nel 2012, 129 nel 2013.

Quest’anno l’incremento si è quasi appiattito, restando sul 132,7 percento, aiutato da un euro debole, petrolio ai minimi, e dalla polverina magica del quantitative easing di Mario Draghi. Questo triplo stimolo si sta però esaurendo prima ancora che il paese esca dalla trappola della stagnazione. Il Fondo Monetario Internazionale si aspetta una crescita di appena l’1 percento per quest’anno.

La finestra globale, in ogni caso, si sta chiudendo. L’aumento dei salari americani porterà probabilmente la Federal Reserve ad aumentare il tasso d’interesse, e la speculazione selvaggia spingerà certamente la Cina a limitare il suo boom di credito. L’Italia a quel punto cadrà di nuovo in recessione – forse all’inizio del prossimo anno – con tutti gli indicatori macroeconomici ad un livello peggiore di quanto fossero nel 2008, e con metà del paese pronto a una rivolta politica.

L’Italia è enormemente vulnerabile. Ha attraversato un’intera fase di ripresa globale senza vedere alcuna crescita“, ha detto Simon Tilford del Centre for European Reform. “L’inflazione ‘core’ è ad un livello pericolosamente basso. Il governo non ha praticamente alcuno strumento operativo per combattere la recessione“.

L’Italia ha bisogno di riforme profonde, ma queste sono per loro natura recessive nel breve termine. Si possono fare solo accompagnandole a forti investimenti per compensare lo shock, ha detto Tilford. Ma non si vede alcun New Deal all’orizzonte.

Da un punto di vista legale il Fiscal Compact concordato con l’UE obbliga l’Italia a fare l’esatto opposto: accumulare surplus primari abbastanza grandi da tagliare il 3,6 percento del rapporto debito/PIL ogni anno per vent’anni. Vi viene da ridere o da piangere?

C’è il rischio concreto che Matteo Renzi decida che l’unico modo di restare al potere sia quello di arrivare alle prossime elezioni guidando una piattaforma politica anti-euro. La gente sta diventando sempre più favorevole al rischio politico“, ha detto Tilford.


In effetti l’ultimo sondaggio Ipsos MORI mostra che il 48 percento degli italiani voterebbe per uscire sia dall’euro che dall’Unione Europea, se ne avesse la possibilità.

Il Movimento Cinque Stelle del comico Beppe Grillo non è scomparso, e Grillo stesso sta ancora parlando di default sul debito e di recupero della lira per rompere la stretta del mercantilismo tedesco (per come la vede lui). Il suo partito è in testa nei sondaggi nazionali con il 28 percento, ed è in posizione favorevole per vincere le elezioni municipali a Roma il prossimo mese.

A destra, la stella nascente è la Lega Nord di Matteo Salvini, il quale al forum di Pescara dello scorso anno [al convegno “Euro, Mercati, Democrazia 2015: Ripensare l’unione dell’Europa”, organizzato dall’associazione A/Simmetrie, NdT] mi disse che l’euro è “un crimine contro l’umanità” – nientemeno – il che vi dà l’idea del punto a cui si trova il dibattito politico.

Il tasso di disoccupazione ufficiale è all’11,4 percento. È ingannevolmente basso. La Commissione Europea dice che un altro 12 percento c’è ma non risulta nei dati, trattandosi dei lavoratori scoraggiati, che non cercano più lavoro, a un tasso triplo rispetto alla media UE.

La disoccupazione giovanile è al 65 percento in Calabria, al 56 percento in Sicilia, al 53 percento in Campania, e questo nonostante un esodo di 100.000 persone ogni anno dal Mezzogiorno – che spesso si dirigono verso Londra.


L’istituto di ricerca SVIMEZ dice che il tasso di natalità nei territori ex-borbonici è al minimo dal 1862, da quando si iniziarono a raccogliere i dati. L’impoverimento è comparabile a quello della Grecia. La produzione industriale è diminuita del 35 percento dal 2008, gli investimenti del 59 percento.

SVIMEZ avverte che la spirale discendente sta trasformando una crisi ciclica in “uno stato permanente di sottosviluppo“. In breve, il Sud Italia è vicino al collasso sociale, e c’è ben poco che il Primo Ministro, Matteo Renzi, possa fare realmente, a meno di recuperare la sovranità economica dell’Italia.

La storia del catastrofico calvario dell’Italia nell’euro è lunga e complessa. Il paese aveva un ampio surplus commerciale con la Germania a metà degli anni ’90, prima che i tassi di cambio fossero fissati definitivamente. Erano i tempi in cui si poteva ancora recuperare competitività e reddito con la svalutazione della moneta, per la grande irritazione delle camere di Commercio tedesche.

Basti dire che l’Italia ha perso il 30 percento di competitività in termini di costo del lavoro per unità di prodotto rispetto alla Germania nel corso degli ultimi quindici anni, in parte perché la Germania ha compresso essa stessa i salari per guadagnare una marcia rispetto agli altri, ma anche perché la globalizzazione ha colpito i due paesi in modo differente. L’Italia è inciampata su un “cattivo equilibrio”. La sua produttività è scesa del 5,9 percento dal 2000, un crollo spaventoso.

Parlare di colpe non serve a nulla. La critica antropologica all’Unione Monetaria Europea è sempre stata che non sarebbe riuscita a mettere assieme paesi europei così diversi e spesso contrastanti, con culture eterogenee, entro un unico recinto – e infatti non ci è riuscita.

Puoi dare la colpa a questo o quel governo italiano, ma l’unica questione rilevante oggi è che l’Italia non riesce a uscire dalla trappola. Gli sforzi per riguadagnare competitività tramite svalutazione interna non fanno altro che peggiorare la dinamica del debito e prolungare la depressione. Il risultato, che abbiamo davanti ai nostri occhi, è l’implosione industriale.

In questa miscela altamente infiammabile dovete poi aggiungere la crisi bancaria, che espone ulteriormente il carattere disfunzionale dell’unione monetaria, e che sta peggiorando di giorno in giorno. Il prezzo delle azioni della maggiore banca italiana, Unicredit, oggi è caduto del 4,5 percento. Nel corso degli ultimi sei mesi ha perso metà del suo valore, a dimostrare la situazione di un settore gravato da 360 miliardi di euro di crediti deteriorati – il 19 percento dei bilanci delle banche italiane.


Si tratta del valore più alto nel G20, sebbene alcuni dicano che il dato per la Cina sia molto vicino. Le banche devono ancora depennare 83,6 miliardi di euro di crediti in sofferenza. Non lo hanno ancora fatto per un motivo. Il loro coefficiente patrimoniale è troppo basso, di qui i timori per una ricapitalizzazione forzata e del bail-in secondo le nuove normative europee.

Tutto ciò è politicamente esplosivo. Decine di migliaia di risparmiatori italiani in piccole banche hanno già visto calare l’ascia, scoprendo con orrore che i loro risparmi sono stati spazzati via. La Banca d’Italia ha detto che la nuova normativa sul bail-in è diventata “una fonte di grave rischio per la liquidità e di instabilità finanziaria“, e dovrebbe essere riconsiderata e rivista prima di scatenare una corsa agli sportelli.

Il governo voleva cercare di seguire il modello anglo-sassone e creare una “bad bank” con fondi pubblici su cui depositare i crediti in sofferenza, ma ciò è stato reso impossibile dalle regole dell’eurozona. “In pratica stanno tentando tutte le vie possibili“, ha detto Lorenzo Codogno, ex capo economista del Tesoro italiano, che ora lavora presso la London School of Economics.

La politica di sorveglianza bancaria della BCE ha peggiorato le cose. “Continuano a chiedere alle banche di mettere altro denaro. È ovvio avere molti crediti in sofferenza dopo una lunga e profonda recessione, la BCE non dovrebbe comportarsi così. Sta in effetti creando instabilità“, ha detto.

Alla fine il governo italiano ha lanciato il fondo “Atlante”, fondo ibrido di 4,25 miliardi di euro, costringendo banche e assicuratori a partecipare. L’obiettivo è di riassorbire una parte del credito deteriorato, di impedire la svendita degli asset ai fondi avvoltoio stranieri ad un livello che spazzerebbe via il capitale, e di impedire che Unicredit sia costretta a ricapitalizzarsi in condizioni di mercato ostile.

Atlante è pieno di rischi. Silvia Merler, di Bruegel, dice che questa iniziativa mette nel pantano anche le banche sane, aumentando di conseguenza il rischio sistemico. Non è riuscita comunque a guadagnare ulteriore tempo.

L’Italia è ora nella peggiore delle condizioni possibili. Non può intraprendere azioni normali da paese sovrano per stabilizzare il sistema bancario a causa delle interferenze e delle regole europee, e d’altra parte non c’è alcun sistema bancario europeo degno di questo nome, o sistema di assicurazione dei depositi condiviso, su cui scaricare i pesi. “Saremo seriamente nei guai se ci sarà un’altra recessione“, ha detto Codogno.

Il modo in cui l’unione bancaria sta funzionando, nel suo insieme, è sintomatico delle pratiche usate in UE. I paesi devono rispettare una sfilza di regole e leggi, ma quando arriva una crisi non c’è alcuna solidarietà: nessuno dei benefici di un’unione bancaria è destinato ad arrivare“, ha detto Tilford.

Matteo Renzi è di fronte a una scelta molto spiacevole. O decide di mandare al diavolo le autorità UE o se ne resta impotente a guardare l’implosione del sistema bancario italiano e l’avvitamento del paese nel default sul debito.

L’Italia non è la Grecia. Non può essere soggiogato con la forza. Oltretutto i “poteri forti” dell’industria italiana stanno iniziando a bisbigliare che un’espulsione dall’eurozona non sarebbe poi così male.

Potrebbe essere in realtà l’unico modo di evitare una deindustrializzazione catastrofica del paese, prima che sia troppo tardi.

Fonte 

15/04/2016

Atlante, il gigante che non sorreggerà il sistema bancario italiano

Quando l’inverno scorso era ormai evidente la crisi del sistema bancario italiano, e si poteva notare che le quattro banche “salvate” erano solo il primo gruppo di un esercito in rotta, un ragionamento balzava davanti agli occhi: questa crisi era permanente, era il riflesso di una più vasta crisi del sistema bancario europeo, che le banche non sarebbero mai più state quello che erano prima della crisi, e che le notizie che le riguardavano sarebbero scomparse dai radar dell’informazione politica prima possibile.

La questione bancaria, nell’informazione politica, fa infatti notizia o subito dopo qualche crollo azionario o quando, all’improvviso, i titoli bancari risalgono. Nel primo caso, dopo il panico, la comunicazione mediale deve rassicurare. Nel secondo deve iniettare scariche di euforia nel cervello sociale, dando l’impressione che la crisi è passata. In nessuno dei due casi si annida una risposta politica al problema, che comunque è sistemico, ma solo una gran mobilitazione, sopratutto sotterranea, di chi ha le leve del settore: investitori (quando ci sono), management e legislatori. Quando, tra convegni e riunioni, questo mondo si mobilita, ovvero quando accadono le cose importanti, l’informazione si ritrae. E’ il solito timore, proveniente da antichi processi di assoggettamento, che la sfera pubblica ha nei confronti di ciò che accade alla moneta. In un gran bel libro, Idols of the Marketplace, David Hawkes ci spiega l’origine di questo timore: nella permanenza, nel momento storico in cui il capitalismo si impone con forza, di tratti tribali, teologici nei processi di manipolazione della moneta. Processi che hanno bisogno, per compiersi, di rispetto, discrezione e mistero. Tutti elementi che l’informazione contemporanea si bada bene dal decostruire: si sta parlando di banchieri e di moneta, mica del delitto di Chiara Gambirasio. Del resto Hawkes ci parla di come l’economia politica nasca avendo come balia l’idolatria, nonostante si presenti con un volto rassicurante e razionale. Anche il fondo Atlante si presenta con questo volto ma, a parte l’idolatria dei media nazionali per un certo potere politico italiano che oggi è roba di secondo ordine, questa volta ha come balia un equivoco. Atlante sa infatti di poter essere scambiato per il fondo che regola crisi e futuro del sistema bancario. Ma sa anche che la sua vera natura, a parte le speculazioni di borsa e chi crede alla propaganda, è transitoria ed effimera. Ma cosa è Atlante? Stiamo parlando del veicolo finanziario scelto, dal governo in trattativa con i principali istituti bancari, per capitalizzare le banche che, invece, sono vicine a livelli di criticità strutturale.

Stiamo parlando di una criticità che ha due ragioni:
a) la banca in sé, non certo solo quella italiana, è un istituto che sta attraversando ristrutturazioni – tecnologiche, logistiche, economiche – pari a quelle che ha attraversato la fabbrica nel periodo del superamento del fordismo;

b) le banche scontano tutta la crisi dal 2008 ad oggi portando il fardello di tutti i crediti non più esigibili da imprese e cittadini, italiani, dall’inizio dello scoppio della grande bolla degli immobiliari americani.

In questo senso il sistema bancario, mai letto a sinistra nella sua profondità, porta con sé il sovrapporsi di crisi finanziarie, economiche e anche politiche visto che la moneta è uno strumento di governo. Crisi magari difficile anche da leggere, se si guardano i dati di Nomisma sui bilanci più redditizi dei titoli quotati a Milano nel 2015 (anno in cui la borsa ha guadagnato il 13 % rispetto all’anno precedente): MPS, che ha rating di rischio altissimi, l’anno scorso ha messo ricavi a bilancio superiori al 25%, mentre UBI Banca e Unicredit – la prima accreditata come salvatrice di MPS, la seconda come salvatrice del sistema bancario – hanno visto una contrazione significativa del volume d’affari. Non è quindi attraverso i bilanci di annata che si capiscono le crisi ma sulla struttura di business, sul peso dei crediti non performanti, sulle strategie rivolte al futuro. E il futuro, altra questione nodale, fa i conti con un immediato passato che ha visto un forte aumento del settore bancario in termini di capitalizzazione in borsa. Questo significa, in altre parole, che la borsa di Milano è sempre meno legata all’economia, per cui dovrebbe raccogliere i fondi, e sempre più alla sofisticazione della moneta e dei suoi derivati. Niente di che, nella modernità le condizioni che questo accada ci sono dalla fondazione delle borse tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Il punto è capire cosa oggi accade.Un marxista sterile direbbe che si sta tifando per il capitalismo produttivo (il settarismo scambia sempre l’analisi per tradimento), un marxista estetico direbbe che siamo al punto in cui tra capitale finanziario e produttivo non c’è differenza (è dai tempi di Marx che entrambi esprimono logiche e poteri diversi), un marxista sveglio sa che stiamo osservando, in Italia, il punto in cui il capitale si riproduce per bolle, facendo soldi con i soldi, e fa grossa fatica a riprodursi come rapporto sociale (quale è la produzione in Marx). L’altro punto è che in un paese a declino industriale, produttivo (la produzione è sempre sotto il meno 20 per cento rispetto al 2007), il presidente del consiglio può andare a inaugurare tutte le fabbriche che vuole, con i media a fare da cerimoniere, ma se la borsa capitalizza sopratutto finanziari, bancari e assicurativi siamo in fermo immagine alla fase del denaro che riproduce sé stesso. Quindi la crisi del settore bancario, quella esposta precedentemente per le due ragioni (ristrutturazione e crisi del credito), diviene non solo sistemica in sé, per le banche, ma anche sistemica rispetto al paese visto anche che le banche tengono in alto la borsa e possiedono i bond del debito pubblico nazionale. Di fronte a questa situazione, e alle nuove regole continentali che cercano di venire a capo della grande crisi delle banche europee, dopo aver “salvato” le quattro banche (filo PD) in autunno, dopo essersi fatta una legge su misura per il settore delle banche cooperative e popolari, il governo ha provato a mettere in piedi Atlante. Uno strumento di capitalizzazione delle banche in crisi, finanziato da altre banche (quindi privato) per non incorrere nel rigido regolamento della commissione europea che proibisce quelli che sprezzantemente vengono definiti “aiuti di stato” (senza i quali nessuna borsa starebbe in piedi mezza giornata, ma è un’altra storia).

Atlante che, si consenta il gioco di parole, ha avuto un andamento altalenante in borsa, è quindi frutto di equivoci costruiti a tavolino: fondo privato ma costruito dal governo (col l’aiuto della cassa depositi e prestiti); chiamato a salvare il sistema bancario ma in realtà in grado di favorire solo ricapitalizzazioni delle banche senza toccare il mare enorme dei crediti non performanti (Atlante ha consistenza di 5 miliardi, i crediti non performanti, vera spina nel fianco della banche, hanno una stima di 360 miliardi). Insomma Atlante, se va bene, serve per l’oggi, domani si vedrà. La speranza, nemmeno troppo velata, è che le misure di Draghi a sostegno del nesso banche-economia, specie quelle a partire da giugno, siano benefiche anche per il sistema bancario italiano. Il punto è che lo stesso Draghi, semplificando un po' gli esercizi di previsione del futuro prossimo, ha parlato di una nuova, possibile stagione di instabilità. Ma insomma, chi potrebbe davvero salvare tutti, almeno nel breve periodo? Lo stesso attore che ha aiutato la borsa di Milano a crescere nel 2015 ovvero le banche centrali – quella americana in primis ma anche quella giapponese – che prestano soldi a tasso zero, o addirittura negativo come nel caso del Giappone. Soldi che si depositano anche su Milano e, guarda caso, in un settore di punta della borsa nazionale come i bancari. Nonostante le chiacchiere, che a Renzi non mancano, la tattica è quindi quella di sempre: strumenti per la gestione del presente, propaganda e speranza nella buona stella dello sceriffo americano. Con una differenza: Atlante è costruito per far rimanere, quanto possibile, il controllo delle banche in mano italiana. Perché gli operai si possono dare, una volta venduto un sito produttivo, a qualche fondo cinese, malese, algerino –che poi provvederà a smaltirli magari ispirato dalla filosofia del lavoro dei paesi di provenienza – ma il potere vero deve rimanere, nei limiti del praticabile in un mondo globalizzato, in mano nazionale. Certo in due mesi, dalla crisi catastrofica dei bancari italiani a gennaio, lo stellone americano ha aiutato. La Fed ha allentato la politica dei tassi, Wall Strett è risalita dando, in sinergia, una forte mano anche a Milano, quindi ai bancari italiani. Bisognerà vedere quanto durerà questo fenomeno. Nel frattempo, tra un tentativo di Atlante di reggere per un po’ i bancari italiani e il problema del credito, non sarebbe male dare un’occhiata al futuro. Dimensione temporale che ha due certezze: la prima è che le banche, quelle che riguardano le esigenze della popolazione, sono sempre più destinate ad essere un’altra cosa rispetto ad oggi. Sia a causa dell’evoluzione tecnologica, che fa emergere altri soggetti del credito, sia a causa del fatto che nel mondo del tasso di interesse zero non hanno sicurezze quale modello di business possa farle sopravvivere (su questo in Germania, nelle riviste specializzate il dibattito è quantomeno interessante). Il secondo è che il credito alle infrastrutture, alle grandi opere, nell’Europa che va verso l’unione dei capitali, proclamato come obiettivo Ue lo scorso anno, rischia di subire una egemonia Usa che può annichilire tanti interessi nazionali, compresi quelli bancari.

Sono temi sui quali le varie sinistre, di ogni sfumatura, proprio non ci sono. Nell’accezione più radicale della parola sinistra è chiaro che se non conosci il credito, difficile prefigurare una società che esca dalla dimensione tecnologica, complessa e microfisica del credito di oggi. In quella più, diciamo, pragmatica è evidente che senza una governance, che sappia staccarsi dalla globalizzazione finanziaria, del credito il trionfo del neoliberismo è permanente. Ma capita solo di leggere proposte bizzarre, residui delle stagioni di Porto Alegre, mentre la crisi greca avrebbe anche portato sinistre lezioni dal mondo reale.

Per Senza Soste, nique la police

15 aprile 2016


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14/04/2016

Fondo Atlante, l'ultima spiaggia delle banche

Il sistema bancario italiano è tanto in forma che il Governo ha deciso che è giunto il momento di intervenire. #Banchestateserene. A dirlo è Renzi, che insieme al Ministro dell’Economia Padoan ha dato il via al fondo “Atlante”.

Tuttavia non si dica che il governo sta aiutando le banche in crisi di mercato, guai dovesse anche solo sospettarlo Bruxelles. In parole povere, il fondo Atlante darà credito alle Banche in difficoltà, vedi Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banco Popolare. Ma come precisa Renzi “non saranno soldi pubblici”. Del resto ce lo chiede la BCE, e prontamente il Governo risponde. Al fondo parteciperanno banche, fondazioni e altri soggetti istituzionali; il maggior apporto di ossigeno sarà dato dalle banche Unicredit e Intesa San Paolo che parteciperanno con un miliardo a testa, mentre le fondazioni dovrebbero arrivare a 500 milioni grazie anche all’impegno del presidente Acri (l’organizzazione che rappresenta le Casse di Risparmio e le Fondazioni di Origine Bancaria) e della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti.

Tuttavia le dichiarazioni del governo sulla non partecipazione con soldi pubblici all’affare Salva Banche non vanno molto d’accordo con quello che emerge dai nomi che forniscono il capitale, uno in particolare quello della Cassa depositi e prestiti. Laddove si vuole i soldi pubblici vengono usati senza troppi fronzoli, 500 sono i milioni che l’ente pubblico immetterà nel fondo, non certo bruscolini se si pensa a quante cose si potrebbero fare con quei soldi a favore della collettività. Intanto il fondo sarà gestito da Quaestio srl, società presieduta da Alessandro Penati e controllata dalla lussemburghese Quaestio Holding SA, tra i cui azionisti figurano la Fondazione Cariplo (37,65%), Locke srl (22%, è la società di Penati), Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza dei Geometri Liberi Professionisti (18%), Direzione Generale Opere Don Bosco (15.60%) e Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì (6.75%).

Se è vero che la parte dei leoni la faranno i privati, è pur vero che la regia del fondo pare essere sulle spalle anche della Cassa depositi e prestiti, vista la sua partecipazione. Gli aumenti di capitale e quindi il salvataggio degli istituti di credito ex popolari come Veneto Banca e Popolare di Vicenza è servito, senza dimenticare Monte dei Paschi di Siena. L’ancora di salvataggio coinvolgerà anche altri istituti di credito, segno che la stabilità delle banche italiane non è poi così buona come dicono.

Risolvere il problema degli aumenti dei capitali e quello delle sofferenze è l’impegno del fondo, “contribuendo a deconsolidarle dai bilanci bancari e a eliminare l’elevato sconto al quale il mercato valuta le istituzioni finanziarie italiane per via dello stock di sofferenze quadruplicato dal 2007 a causa della severità della recessione; dei tempi lunghi di recupero dei crediti, molto al di sopra della media europea; dell’incertezza circa la capacità di alcuni istituti di completare con successo gli aumenti richiesti dall’Autorità di Vigilanza”.

In questa partita il pubblico non rimane fuori, poiché è lo stesso comunicato della Questio srl che sostiene di voler "generare benefici non solo per gli investitori del Fondo, offrendo rendimenti interessanti alla luce dell’attuale scenario dei tassi, e la possibilità di avvantaggiarsi del possibile incremento di valore dei titoli bancari e della ripresa in atto del mercato immobiliare; ma, indirettamente, anche per tutti i risparmiatori, contribuendo a ridurre il premio per il rischio che attualmente penalizza gli strumenti finanziari degli emittenti italiani”. Il comunicato termina ponendo l’accento sul fatto che il fondo Atlante permetterà alle banche “di deconsolidare uno stock importante di sofferenze, in tempi significativamente più brevi rispetto a quelli attualmente previsti dal mercato, contribuendo a liberare risorse per nuovi impieghi alle famiglie e alle imprese”.

Le parole del ministro dell’economia Padoan e la sua soddisfazione danno il senso di come la cosa sia stata studiata notte tempo dal governo e dalla Banca d’Italia: “Fin dal 2014 il governo è intervenuto per rimuovere gli ostacoli a un buon funzionamento del settore bancario che sono andati accumulandosi negli anni. A cominciare dagli interventi che promuovono il consolidamento del settore e una più moderna governance (riforma delle banche popolari, protocollo d’intesa con le fondazioni di origine bancaria, riforma delle banche di credito cooperativo), poi con interventi sulle procedure giudiziarie e recentemente introducendo una garanzia per la cartolarizzazione di crediti in sofferenza”.

Senza dubbio il fondo Salva Banche “Atlante” s’inserisce in un disegno sempre più vasto e chiaro. Un sempre più ampio potere ai maggiori istituti di credito, solidi o meno nella liquidità di questa economia non fa la differenza. Banche e fondazioni che, con la benedizione del governo Renzi, prima di tutto consolideranno il proprio panorama di potere all’interno del proprio campo, per poi riversare sul singolo cittadino oneri e costi di un sistema sempre più insostenibile che continua a produrre povertà verso questi ultimi. Un castello di sabbia che non tarderà a crollare alla prossima ondata di crisi bancarie che sembra sempre più essere all’orizzonte, in quanto il sistema bancario italiano è in sofferenza per almeno 350 miliardi di euro. Un debito che per quanto ci riguarda non vogliamo contribuire a saldare.

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