Intervista a Murat Cinar. Murat Cinar vive in Italia da oltre vent’anni. È un giornalista esperto di Turchia, suo Paese natale, e di Medio Oriente. Collabora con diverse testate giornalistiche, sia in Italia che in Turchia, tra le quali Il Manifesto. Con un occhio fisso sulla politica di Erdoğan, ha tracciato la situazione attuale dei curdi in Turchia e il ruolo che Ankara intende giocare nella regione mediorientale.
Quali sono i rapporti apparenti tra Israele e Turchia e quali invece quelli sotterranei?
Apparentemente il governo centrale turco, sostenendo direttamente e concretamente Hamas, inclusi i dirigenti, e non definendola organizzazione terroristica, sembra schierato in modo chiaro contro Israele, contro Netanyahu e i suoi ministri. Dichiara che Israele è uno stato terrorista, che sta commettendo un genocidio. La Turchia si è affiancata all’accusa mossa dal Sudafrica nel processo presso la ICJ (Corte Internazionale di Giustizia) contro Israele. Ci sono dunque elementi per sostenere che appoggia non solo la Palestina ma addirittura Hamas. Il governo ha anche ammesso che sta curando più di mille militanti di Hamas negli ospedali turchi.
Però ci sono altri elementi che dimostrano che tra Turchia e Israele ci sono forti relazioni commerciali, come il commercio di acciaio, di filo spinato, di energia, di alimenti per i militari israeliani al fronte e molto altro. Nonostante in apparenza i rapporti tra Israele e Turchia siano tesi, Netanyahu non blocca l’ingresso delle navi turche nei porti israeliani e il commercio tra i due Stati non è mai cessato, nemmeno ridotto. Quindi la Turchia in qualche modo sostiene de facto le operazioni militari, l’isolamento dei palestinesi e la loro espulsione. Fino a qualche anno fa c’erano persino accordi militari.
Non c’è dubbio sul fatto che la Turchia abbia portato alcuni aiuti umanitari in sostegno al popolo palestinese e ad Hamas. L’ha fatto attraverso le organizzazioni religiose, effettuando un pagamento allo Stato di Israele, come fanno anche le ONG statunitensi e italiane. Questo avveniva anche prima di Erdoğan. Con la sua presidenza però Hamas ha trovato più spazio e più visibilità pubblica. I leader di Hamas partecipano a feste di politici turchi, intervengono nel parlamento turco e altro ancora. In Turchia sono cresciute le associazioni fondamentaliste che raccolgono soldi per le organizzazioni fondamentaliste e armate in Palestina. Questi finanziamenti vengono fatti in modo non tracciato. Forse questo fenomeno esisteva anche prima di Erdoğan, ma non in modo così consistente.
Con Erdoğan la Turchia ha poi intensificato i rapporti con il Qatar ed entrambi i Paesi hanno abbracciato Hamas. Il Qatar lo arma e ospita i suoi leader e la Turchia invece li ospita per darne risalto politico. Militarmente, ideologicamente ed economicamente la Turchia e il Qatar hanno sempre sostenuto Hamas nel corso del tempo.
Come vive Hamas questa contraddizione che vede la Turchia usare toni molto accesi contro Israele e poi però proseguire nelle relazioni commerciali che facilitano la guerra di Israele su Gaza?
Hamas non mette in discussione la solidarietà della Turchia al popolo palestinese e non trasforma in un problema i rapporti tra Turchia e Israele. Nei suoi comunicati denuncia quei Paesi che continuano ad avere rapporti commerciali con Israele ma non cita mai la Turchia. Hamas tiene la bocca chiusa perché ha bisogno di un alleato grande e importante come la Turchia, che potrebbe aiutarlo a trattare e a trovare delle soluzioni alla guerra in corso. Oggi si parla della possibilità dei dirigenti di Hamas di trovare rifugio in Turchia. Hamas, come ho già detto, è di casa in Turchia. C’è un atteggiamento molto pragmatico.
Hamas sta vincendo per certi versi ma perdendo sul lungo periodo. Lo stesso vale per Israele.
Come interpreti il comportamento dei Paesi arabi in questo tragico contesto che vede Gaza ormai da più di sette mesi sotto un incessante fuoco israeliano che ha raso al suolo la Striscia?
I paesi arabi che manifestano la solidarietà ai palestinesi in realtà non si occupano troppo della questione e questo comportamento ha portato alla situazione attuale.
Gli accordi di Abramo tra i Paesi arabi e Israele avevano come fine, in primo luogo, il ripristino delle relazioni militari e commerciali tra i firmatari; mentre si è scelto di rinviare la questione palestinese, seppure se n’è discusso, a un secondo momento. Il Marocco e gli Emirati Arabi hanno firmato gli accordi dicendo che avrebbero condotto a un cambiamento. Tutti hanno portato a casa il risultato più utile per loro ma non per i palestinesi.
L’operazione di Hamas del 7 ottobre scorso era latente, ma non riesco ad avere una posizione netta e chiara su quegli eventi. Potevamo aspettarcelo nel 2020 e nel 2023. In altri momenti magari meno, però non è nato tutto il 7 ottobre. Anche se è vero che è avvenuto dopo un anno da questi accordi, è difficile dire se sia stata un’azione di sabotaggio degli accordi di Abramo. Per il momento non ho ancora ben chiaro lo scenario che sta dietro al 7 ottobre. Occorre aspettare che emergano più informazioni.
Posso dire però che tanto il nazionalismo quanto il fondamentalismo non vogliono la fine della guerra perché questi esistono grazie al conflitto armato e al disagio sociale. La fine di un conflitto armato colpisce anche le formazioni militari che vivono di queste contrapposizioni.
Qual è il ruolo che Erdoğan vuole giocare sullo scacchiere mediorientale e come pensa di poterlo realizzare?
Erdoğan è stato bravo in questi ultimi vent’anni a collegare la politica interna a quella estera. Su ogni fronte ha provato a costruire un percorso di successo, colto da pochi. Nel momento in cui subisce una sconfitta a livello locale fa un’inversione a U in quella estera per portare a casa l’immagine di un governo che ha ottimi rapporti con il resto del mondo. Si assicura di attrarre nel Paese soldi, investimenti e rispetto a livello internazionale. La risposta al calo di consensi interni la risolve spingendo sulle relazioni internazionali.
Di esempi ce ne sono tanti, come quando ha fatto la voce grossa contro l’Unione Europea per la questione dei migranti, minacciando di spedire i rifugiati in Europa se questa non avesse pagato quello che la Turchia chiedeva. Si rivolgeva soprattutto al suo interno, ossia diceva al popolo turco che i rifugiati sarebbero restati in Turchia ma a spese e con i soldi degli europei. Il tema migratorio per lui è un problema perché gli porta poco consenso. I turchi non vogliono i rifugiati e i partiti xenofobi si fanno avanti, hanno iniziato a parlare anche di deportazioni. Erdoğan ha giocato benissimo la carta a livello internazionale con l’Europa, grazie anche all’insuccesso della dirigenza europea che ha costruito un rapporto di dipendenza con il presidente turco. Germania, Francia e Italia si sono fatte tutte ricattare da lui.
È significativa l’inversione di marcia che il presidente turco ha fatto con Salih Muslim, leader del PYD (Partito dell’Unione Democratica), attivo nella Federazione del Nord della Siria, che nel 2013 veniva accolto con il tappeto rosso ad Ankara e a Istanbul, e dopo solo due anni si è ritrovato nella posizione di nemico. Contro di lui è stato avviato un processo in Turchia e spiccato un mandato di cattura dell’Interpol nel 2016 per attività terroristica. Era finita quella fase. Non era più necessario tentare la normalizzazione dei rapporti e mostrare una parvenza di democrazia nella Repubblica di Turchia, perché Erdoğan ha visto che le YPG e le YPJ, le formazioni armate dei curdi nel Rojava, nel nord della Siria, acquistavano consenso internazionale grazie alla loro lotta contro l’ISIS. A quel punto ha deciso di indietreggiare perché quell’apertura non gli rendeva più e gli creava problemi interni.
Per spiegare con un altro esempio le sue inversioni di marcia è sufficiente vedere cosa è capitato nel 2016 con il tentativo di golpe contro di lui. I giornali e il governo hanno iniziato ad accusare gli Emirati Arabi di essere dietro alla manovra, seppure non sia stata fornita una sola prova a sostegno della tesi del loro coinvolgimento. Due anni fa i rapporti con gli Emirati sono stati ripristinati, hanno addirittura conosciuto una stagione luminosa con esercitazioni militari congiunte.
Anche con Barzani, che è presidente del Kurdistan iracheno e leader del PDK (Partito Democratico del Kurdistan), la base è l’affarismo. Barzani ha rinunciato all’indipendenza del Kurdistan iracheno, cavallo di battaglia del padre, che è stato una delle figure importanti del PDK. Ha capito che così può avere un buon rapporto con la Turchia e fare affari e a Erdoğan va molto bene, nonostante i problemi che ci sono nell’area.
Egitto (1), Barzani, Emirati Arabi sono tutte inversioni di marcia. Adesso forse ce ne sarà un’altra con Bashar al-Assad. Da un paio d’anni si parla di inizio dei rapporti di normalizzazione tra la Siria e la Turchia e Erdoğan si è reso disponibile all’apertura, facendo intrattenere relazioni tra i servizi segreti turchi e quelli siriani. È passato dal denunciare al-Assad di essere un macellaio alla trattativa sul ripristino delle relazioni, senza che nulla sia cambiato nei fatti, ossia al-Assad è sempre lo stesso.
La gestione delle relazioni internazionali, oltre a puntare a un successo in patria, è volta anche a favorire la famiglia di Erdoğan che ha interessi economici e commerciali di cui si avvantaggia quando vengono stretti rapporti con gli altri Paesi, come gli Emirati Arabi. Ci guadagna la sua famiglia e le persone a lui vicine che così lo sostengono.
Qual è la situazione attuale per i curdi in Turchia e come prevedi che possa cambiare lo scenario politico da qui fino alle prossime elezioni presidenziali, dopo le recenti elezioni presidenziali e amministrative che hanno visto l’AKP, il partito di Erdoğan, fortemente in difficoltà?
La Turchia è uno stato nazionalista, imperialista e sciovinista. Erdoğan porta avanti questa cultura. Le scelte di Ankara in merito ai curdi hanno due approcci: uno è molto pragmatico, opportunista, affarista e che trova attori, complici e protagonisti sia all’interno che all’esterno del Paese. Il partito più votato dai curdi è quello di Erdoğan. Il territorio a sud-est è molto militarizzato ma anche vittima di una urbanizzazione e industrializzazione enormi grazie a Erdoğan ma anche al mondo della cultura, dell’arte e dell’impresa curda che collabora con lui. Il presidente turco, a differenza dei governi degli anni ‘60, ‘70 e ‘80 non ha un approccio palesemente razzista, non vuole negare l’esistenza dei curdi, sicuramente ha dei limiti in merito al riconoscimento di diritti autonomi in senso lato a favore dei curdi ma è felice di camminare con quei curdi che gli tornano utili. Ci sono moltissimi sindaci, parlamentari, ministri e consiglieri comunali curdi che fanno capo a Erdoğan. Questi politici curdi non rivendicano il diritto a parlare la lingua madre né che si possa fare la registrazione dei nomi in lingua curda nei registri anagrafici.
Questa relazione la mantiene con alcuni curdi anche all’esterno, tanto in Siria quanto in Iraq. Anche qui si avvale di “curdi utili”, dialoga con taluni partiti curdi e chiude le porte ad altri. Ovviamente la scelta di tenere un comportamento positivo dipende dagli interessi che condivide con certe culture imprenditoriali e amministrative, mentre porta avanti delle vere e proprie crociate, usando la sua forza militare e economica, contro i curdi che gli sono contro, in particolare all’estero contro quei partiti che hanno il braccio armato oppure esprimono simpatia nei confronti di queste formazioni ribelli.
Lo stesso atteggiamento lo tiene in Turchia. Dopo aver quasi cancellato la presenza delle formazioni militari curde nel Paese, adesso è passato alla cancellazione di quelle formazioni parlamentari e politiche che chiedono il riconoscimento e la garanzia dei diritti dei curdi a livello legislativo e costituzionale. Purtroppo non è solo Erdoğan a farlo ma anche i suoi alleati come Huda-par, partito curdo fondamentalista, e gli altri partiti estremisti e nazionalisti.
Attualmente porta avanti la sua crociata contro il DEM (Partito per l’Uguaglianza e la Democrazia dei Popoli), prima HDP (Partito Democratico dei Popoli). Proprio sabato scorso il co-presidente dell’HDP, Selahattin Demirtas, e la co-presidente, Figen Yüksekdag, sono stati condannati rispettivamente a 42 e 30 anni di prigione. Altri sono stati scarcerati per gravi problemi di salute e altri ancora hanno abbandonato la barca e si sono schierati con Erdoğan e quindi sono stati assolti. Il “curdo utile” viene premiato perché il presidente turco sa che deve aumentare la sua simpatia tra l’elettorato curdo, che è generalmente molto conservatore, con una cultura feudale ed è figlio di una tradizione anticomunista storica che è alle basi fondatrici della Repubblica di Turchia. Erdoğan lavora alacremente su questo.
Certo non capitano le cose che avvenivano negli anni ‘90, ossia un sindaco curdo che gli sia contro non viene ammazzato ma in compenso viene condannato a tanti anni di galera, subisce la censura, viene rimosso dal suo incarico e sostituito da un commissario straordinario, finisce in esilio, viene privato del diritto di circolazione, il passaporto viene requisito e i beni confiscati. In questo modo obbliga le persone a lasciare la Turchia.
Dopo il tentativo di dialogo con i curdi del 2015, che era parzialmente un gesto positivo, Erdoğan ha realizzato che con la nascita dell’HDP ci sarebbe stato spazio per la trasformazione democratica della repubblica, sia per i curdi che per i turchi perché questo partito è stato un eccellente esempio di unione tra la componente socialista e quella comunista turca e curda. Hanno dimostrato di essere capaci di trovare un accordo per collaborare e per dare vita a un partito che è arrivato quasi al 16%. A quel punto Erdoğan ha realizzato che non era la soluzione che voleva lui.
Nel 2015 Erdoğan ha preso uno schiaffo elettorale ed è andato in difficoltà con gli alleati proprio quando era all’apice della trasformazione della giustizia per piegarla ai suoi interessi. Ha avuto una grande paura, dovuta anche a quanto aveva assistito l’anno prima, quando ha visto i figli di alleati e persone vicine a lui finire sotto indagine. Ha temuto che se avesse perso il potere o addirittura non fosse stato rieletto avrebbe potuto subire anche lui un’inchiesta e andare in prigione. Così ha lanciato la crociata contro l’HDP, che era cresciuto molto, e poi nei confronti di quegli alleati che lo stavano abbandonando. Da quel momento governa la Turchia con questi due principi: la trasformazione dittatoriale di tutti i sistemi burocratici (istruzione, polizia, servizi segreti, esercito, giustizia, etc.) e l’eliminazione totale di tutte le voci dell’opposizione, in primis l’HDP, naturalmente.
Cosa ci possiamo aspettare?
Non credo ci saranno cambiamenti né a livello nazionale né sul piano internazionale. Penso che la repressione delle anime socialiste e comuniste curde proseguirà mentre continueranno le collaborazioni con i “curdi utili”, che anzi si consolideranno sia all’interno che all’esterno della Turchia.
Note
(1) A febbraio 2024 sono riprese le relazioni tra Turchia e Egitto, interrotte nel 2013 a seguito del colpo di stato in Egitto e l’arresto dell’ex-presidente Mohammed Morsi, vicino a Erdoğan.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Murat Cinar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Murat Cinar. Mostra tutti i post
03/01/2020
La Turchia nella guerra in Libia
di Murat Cinar
Un paese in guerra
In Libia non c’è un momento di tregua dal 2011, ossia dopo l’uccisione dello storico dittatore Muammar Gheddafi. Le elezioni del 2014, realizzate dopo quarantadue anni di regime, hanno letteralmente spaccato il Paese in due parti.
Oggi, nella capitale esiste, in teoria, un governo legittimo, guidato da Fayez al-Sarraj, nominato Presidente grazie all’accordo con le Nazioni Unite. Nel resto del territorio esiste un’altra forza attiva; una formazione militare guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar. Si tratta di uno degli ex comandanti dell’esercito di Gheddafi rientrato nel Paese nel 2014 dopo più di venti anni di permanenza negli Stati Uniti d’America. Le elezioni del 2014 sono state, per Haftar, un momento di svolta con l’obiettivo di prendere il controllo della Libia. Tuttora ci troviamo di fronte a una vera guerra tra queste due fazioni.
Chi sostiene chi?
Quello che succede in Libia è ormai una guerra per procura. Diversi paesi sostengono o uno o l’altro dei due attori sul campo. C’è chi fa una scelta per motivi economici, il Paese è ricco di fonti energetiche non rinnovabili, ha una lunga costa sul Mediterraneo e il principale punto di partenza per i flussi migratori verso l’Europa. C’è chi si muove per motivi puramente ideologici, uno degli attori più fluidi e radicali del territorio sono i famosi “Fratelli Musulmani” che per una parte del mondo “islamico” (e non solo) rappresentano una “soluzione” oppure sono “l’unico motore di cambiamento” nel Nord dell’Africa, da parecchi anni. Invece c’è chi sostiene di fare una scelta in nome della “lotta contro il terrorismo” anche perché è sempre più palese la presenza delle bande di jihadisti legate all’ISIS e/o Al Qaida.
Tornando agli attori presenti sul territorio vediamo che il governo di Sarraj, riconosciuto dall’Onu e dall’UE riceve anche l’appoggio esterno della Turchia e del Qatar. Dunque Sarraj è accusato di essere l’espressione dei “Fratelli Musulmani” finanziati e sostenuti da questi due Paesi.
Il movimento del generale Haftar, invece, riceve l’appoggio ufficiale di Russia, Egitto, Arabia Saudita, Francia ed Emirati Arabi. L’ex generale di Gheddafi viene sostenuto per “impedire l’entrata e l’avanzamento dei fondamentalisti in Libia” ed è anche definito come un “collaboratore della Cia” e accusato di “tentato golpe”.
L’accordo del 27 novembre
In quest’ottica, l’avvicinamento ufficiale tra il governo di Tripoli e quello di Ankara ovviamente tende a cambiare le carte sul tavolo. L’accordo firmato prevede una forte collaborazione tra questi due esecutivi sopratutto nel campo militare; formazione, donazione delle armi, costruzione delle basi e presenza dei soldati. Inoltre ci sono alcuni punti che aprono la strada per le future eventuali collaborazioni nel campo energetico e commerciale. Infine grazie a questo accordo i confini marittimi sono stati ridisegnati e i due paesi sono diventati fortemente “vicini”.
Secondo il Presidente della Repubblica di Turchia, principale promotore dell’accordo, questo avvicinamento era inevitabile. Durante un intervento pubblico, nella città d’Istanbul, il 7 dicembre difese così la sua posizione: “Si giocavano diverse partite su questo Paese e noi le abbiamo scombussolate. Questo dà fastidio a qualcuno. Continueremo con la nostra posizione in Libia. Abbiamo una relazione storica con il popolo libico vorremmo difendere i loro diritti fino alla fine. Inoltre porteremo avanti la nostra ricerca di fonti energetiche e sorvegliare i confini con le navi di sondaggio e quelle militari già presenti nelle acque libiche. Tutto questo è il nostro diritto grazie alla giurisdizione internazionale. Ormai abbiamo una notevole credibilità e validità a livello internazionale e dobbiamo preservare questo”.
Le reazioni locali
Le posizioni del Presidente della Repubblica ovviamente sono state sposate dalla maggior parte della coalizione di governo e da una fetta del suo elettorato. Invece le opposizioni sono contrarie o scettiche.
In merito alla posizione dei cittadini sulla questione, i canali televisivi non danno molto spazio. Ci sono soltanto alcuni canali attivi esclusivamente su YouTube che raccolgono il parere dei cittadini che sembra per la maggior parte contraria, tranne quella conservatrice e nazionalista che costituisce la base dell’elettorato del governo.
Invece, i media main stream che sostengono sistematicamente le politiche di Ankara stanno portando avanti una campagna a favore dell’invio delle truppe in Libia dando spazio esclusivamente alla posizione del governo centrale.
La principale forza dell’opposizione, il Partito Popolare della Repubblica, CHP, ha espresso la sua contrarietà a questo accordo e all’idea d’inviare truppe in Libia. La stessa linea è stata condivisa anche dalla seconda formazione dell’opposizione, Partito Democratico dei Popoli, HDP. Invece il terzo partito dell’opposizione, Partito Buono, Iyi Parti, non si è ancora pronunciato ufficialmente, mentre alcuni parlamentari di questa formazione si sono espressi contrari la segretaria generale, Meral Aksener ha detto che il suo gruppo parlamentare avrebbe bisogno del tempo per valutare l’invio delle truppe a Tripoli.
Cosa vuole veramente Ankara?
Esattamente come ci ricorda Dogan Ozguden, del portale di notizie Arti Gercek, dopo 69 anni la Turchia si trova con la possibilità d’inviare truppe in una guerra civile con cui non confina. Nel 1950 il governo dell’epoca decise di partecipare nella guerra delle Coree e poco dopo il Paese diventò membro della Nato. Secondo Ozguden, anche stavolta si tratta di una guerra di deleghe e si chiede al governo della Repubblica di Turchia, di nuovo, di sacrificare i suoi figli per qualcun altro.
Secondo il giornalista Fehmi Tastekin, del portale di notizie Gazete Duvar, è già in atto lo spiegamento dei militanti jihadisti dalla Siria alla Libia che lavorerebbero per difendere il governo di Tripoli. Tastekin fa basare questa sua tesi sulle dichiarazioni rilasciate da diversi gruppi armati presenti sul territorio siriano, alcuni giornali locali e la crescita sproporzionata dei voli da Istanbul verso Tripoli e Misurata. Tastekin continua così: “Credo che l’intento sia quello di fare in modo che il governo libico non cada e regga fino alla conferenza internazionale che si svolgerà a Berlino nel mese di gennaio. Facendo così prima di tutto si tiene in piedi l’unico governo nord africano vicino all’ideologia dei Fratelli Musulmani e si risolve anche il problema dei jihadisti presenti nel nord della Siria”. Secondo Tastekin questa manovra scombussolerebbe le acque in Libia e potrebbe essere utile, nel breve periodo, per la Russia.
Quest’informazione è stata confermata anche dall’emittente televisiva Euro News che pochi giorni fa ha realizzato un servizio basandosi sulle dichiarazioni dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo Euro News, si tratterebbe di un lavoro già in atto che prevede l’addestramento di circa 1600 militanti nei campi di Afrin in Siria, pronti per andare verso la Libia.
Senz’altro le motivazioni economiche legate al commercio delle armi, fonti energetiche ed edilizia sono state rese evidenti e pubbliche grazie alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Repubblica in questi giorni. Particolarmente per l’aspetto economico che riguarda l’industria della guerra può essere presa in considerazione la dichiarazione di Adnan Tanriverdi, capo consulente del Presidente della Repubblica e fondatore dell’azienda di consulenza e formazione militare Sadat: “Sarebbe ideale formare una sorta di esercito privato in Turchia con l’obiettivo d’intervenire in altri Paesi senza impiegare le forze armate di quello ufficiale. In Libia può essere valutata quest’opzione”.
Un altro motivo per far parte della guerra civile in Libia è ovviamente distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
La Turchia sta vivendo le conseguenze di una forte crisi economica che coinvolge sempre di più le diverse parti della società. Le tasse aumentano, la disoccupazione cresce, diversi prodotti di largo consumo hanno subito numerosi aumenti e l’inflazione corre in modo sfrenata. Mentre il numero delle aziende che falliscono sale, la fiducia nei confronti del governo è sempre più debole. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative della scorsa estate, per il governo di Ankara la partita è sempre più difficile. In Turchia ormai la possibilità di anticipare le elezioni politiche che erano previste per il 2023 è l’ordine del giorno. Questo discorso è diventato ancora più caldo sopratutto da quando due attori importanti del partito al governo hanno deciso di fondare due nuovi partiti creando così la scissione più forte nella storia dell'AKP; l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu e l’ex Ministro dell’economia Ali Babacan.
Il paragone con la Siria
L’eventuale coinvolgimento della Turchia nella guerra civile libica ci ricorda fortemente quella siriana. Le dinamiche economiche, politiche e ideologiche sono molto simili. Ma ci sono due altri aspetti altrettanto interessanti.
Il primo è il ruolo fondamentale della Libia nella “gestione” dei flussi migratori. Da questo punto di vista vediamo somiglianze tra questi due casi se teniamo in considerazione che in Turchia ci siano circa 4 milioni di siriani e per questo fatto sia stato firmato il famoso e molto discusso accordo tra il governo di Ankara e l’Unione Europea. Un accordo che ha arricchito le mani del Presidente della Repubblica che in ogni occasione buona cerca di lanciare dei messaggi di minacce e ricatta l’Europa. Dunque anche la Libia potrebbe essere “un’occasione” per attivare nuove politiche analoghe, pericolose e dannose.
Il secondo punto che accomuna questi due casi è il fatto che si tratti di guerre per procura in cui sono coinvolti numerosi paesi che sostengono diversi attori presenti sul territorio. Oltre questo, esattamente come succede in Siria, gli attori locali costruiscono e fanno fallire alleanze con diversi paesi stranieri in varie zone della Libia. Quindi questa forte confusione causata da una cultura politica ed economica ipocrita e opportunista, ovviamente permette al governo di Ankara di agire di testa propria in modo altrettanto opportunista.
Fonte
Un paese in guerra
In Libia non c’è un momento di tregua dal 2011, ossia dopo l’uccisione dello storico dittatore Muammar Gheddafi. Le elezioni del 2014, realizzate dopo quarantadue anni di regime, hanno letteralmente spaccato il Paese in due parti.
Oggi, nella capitale esiste, in teoria, un governo legittimo, guidato da Fayez al-Sarraj, nominato Presidente grazie all’accordo con le Nazioni Unite. Nel resto del territorio esiste un’altra forza attiva; una formazione militare guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar. Si tratta di uno degli ex comandanti dell’esercito di Gheddafi rientrato nel Paese nel 2014 dopo più di venti anni di permanenza negli Stati Uniti d’America. Le elezioni del 2014 sono state, per Haftar, un momento di svolta con l’obiettivo di prendere il controllo della Libia. Tuttora ci troviamo di fronte a una vera guerra tra queste due fazioni.
Chi sostiene chi?
Quello che succede in Libia è ormai una guerra per procura. Diversi paesi sostengono o uno o l’altro dei due attori sul campo. C’è chi fa una scelta per motivi economici, il Paese è ricco di fonti energetiche non rinnovabili, ha una lunga costa sul Mediterraneo e il principale punto di partenza per i flussi migratori verso l’Europa. C’è chi si muove per motivi puramente ideologici, uno degli attori più fluidi e radicali del territorio sono i famosi “Fratelli Musulmani” che per una parte del mondo “islamico” (e non solo) rappresentano una “soluzione” oppure sono “l’unico motore di cambiamento” nel Nord dell’Africa, da parecchi anni. Invece c’è chi sostiene di fare una scelta in nome della “lotta contro il terrorismo” anche perché è sempre più palese la presenza delle bande di jihadisti legate all’ISIS e/o Al Qaida.
Tornando agli attori presenti sul territorio vediamo che il governo di Sarraj, riconosciuto dall’Onu e dall’UE riceve anche l’appoggio esterno della Turchia e del Qatar. Dunque Sarraj è accusato di essere l’espressione dei “Fratelli Musulmani” finanziati e sostenuti da questi due Paesi.
Il movimento del generale Haftar, invece, riceve l’appoggio ufficiale di Russia, Egitto, Arabia Saudita, Francia ed Emirati Arabi. L’ex generale di Gheddafi viene sostenuto per “impedire l’entrata e l’avanzamento dei fondamentalisti in Libia” ed è anche definito come un “collaboratore della Cia” e accusato di “tentato golpe”.
L’accordo del 27 novembre
In quest’ottica, l’avvicinamento ufficiale tra il governo di Tripoli e quello di Ankara ovviamente tende a cambiare le carte sul tavolo. L’accordo firmato prevede una forte collaborazione tra questi due esecutivi sopratutto nel campo militare; formazione, donazione delle armi, costruzione delle basi e presenza dei soldati. Inoltre ci sono alcuni punti che aprono la strada per le future eventuali collaborazioni nel campo energetico e commerciale. Infine grazie a questo accordo i confini marittimi sono stati ridisegnati e i due paesi sono diventati fortemente “vicini”.
Secondo il Presidente della Repubblica di Turchia, principale promotore dell’accordo, questo avvicinamento era inevitabile. Durante un intervento pubblico, nella città d’Istanbul, il 7 dicembre difese così la sua posizione: “Si giocavano diverse partite su questo Paese e noi le abbiamo scombussolate. Questo dà fastidio a qualcuno. Continueremo con la nostra posizione in Libia. Abbiamo una relazione storica con il popolo libico vorremmo difendere i loro diritti fino alla fine. Inoltre porteremo avanti la nostra ricerca di fonti energetiche e sorvegliare i confini con le navi di sondaggio e quelle militari già presenti nelle acque libiche. Tutto questo è il nostro diritto grazie alla giurisdizione internazionale. Ormai abbiamo una notevole credibilità e validità a livello internazionale e dobbiamo preservare questo”.
Le reazioni locali
Le posizioni del Presidente della Repubblica ovviamente sono state sposate dalla maggior parte della coalizione di governo e da una fetta del suo elettorato. Invece le opposizioni sono contrarie o scettiche.
In merito alla posizione dei cittadini sulla questione, i canali televisivi non danno molto spazio. Ci sono soltanto alcuni canali attivi esclusivamente su YouTube che raccolgono il parere dei cittadini che sembra per la maggior parte contraria, tranne quella conservatrice e nazionalista che costituisce la base dell’elettorato del governo.
Invece, i media main stream che sostengono sistematicamente le politiche di Ankara stanno portando avanti una campagna a favore dell’invio delle truppe in Libia dando spazio esclusivamente alla posizione del governo centrale.
La principale forza dell’opposizione, il Partito Popolare della Repubblica, CHP, ha espresso la sua contrarietà a questo accordo e all’idea d’inviare truppe in Libia. La stessa linea è stata condivisa anche dalla seconda formazione dell’opposizione, Partito Democratico dei Popoli, HDP. Invece il terzo partito dell’opposizione, Partito Buono, Iyi Parti, non si è ancora pronunciato ufficialmente, mentre alcuni parlamentari di questa formazione si sono espressi contrari la segretaria generale, Meral Aksener ha detto che il suo gruppo parlamentare avrebbe bisogno del tempo per valutare l’invio delle truppe a Tripoli.
Cosa vuole veramente Ankara?
Esattamente come ci ricorda Dogan Ozguden, del portale di notizie Arti Gercek, dopo 69 anni la Turchia si trova con la possibilità d’inviare truppe in una guerra civile con cui non confina. Nel 1950 il governo dell’epoca decise di partecipare nella guerra delle Coree e poco dopo il Paese diventò membro della Nato. Secondo Ozguden, anche stavolta si tratta di una guerra di deleghe e si chiede al governo della Repubblica di Turchia, di nuovo, di sacrificare i suoi figli per qualcun altro.
Secondo il giornalista Fehmi Tastekin, del portale di notizie Gazete Duvar, è già in atto lo spiegamento dei militanti jihadisti dalla Siria alla Libia che lavorerebbero per difendere il governo di Tripoli. Tastekin fa basare questa sua tesi sulle dichiarazioni rilasciate da diversi gruppi armati presenti sul territorio siriano, alcuni giornali locali e la crescita sproporzionata dei voli da Istanbul verso Tripoli e Misurata. Tastekin continua così: “Credo che l’intento sia quello di fare in modo che il governo libico non cada e regga fino alla conferenza internazionale che si svolgerà a Berlino nel mese di gennaio. Facendo così prima di tutto si tiene in piedi l’unico governo nord africano vicino all’ideologia dei Fratelli Musulmani e si risolve anche il problema dei jihadisti presenti nel nord della Siria”. Secondo Tastekin questa manovra scombussolerebbe le acque in Libia e potrebbe essere utile, nel breve periodo, per la Russia.
Quest’informazione è stata confermata anche dall’emittente televisiva Euro News che pochi giorni fa ha realizzato un servizio basandosi sulle dichiarazioni dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo Euro News, si tratterebbe di un lavoro già in atto che prevede l’addestramento di circa 1600 militanti nei campi di Afrin in Siria, pronti per andare verso la Libia.
Senz’altro le motivazioni economiche legate al commercio delle armi, fonti energetiche ed edilizia sono state rese evidenti e pubbliche grazie alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Repubblica in questi giorni. Particolarmente per l’aspetto economico che riguarda l’industria della guerra può essere presa in considerazione la dichiarazione di Adnan Tanriverdi, capo consulente del Presidente della Repubblica e fondatore dell’azienda di consulenza e formazione militare Sadat: “Sarebbe ideale formare una sorta di esercito privato in Turchia con l’obiettivo d’intervenire in altri Paesi senza impiegare le forze armate di quello ufficiale. In Libia può essere valutata quest’opzione”.
Un altro motivo per far parte della guerra civile in Libia è ovviamente distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica.
La Turchia sta vivendo le conseguenze di una forte crisi economica che coinvolge sempre di più le diverse parti della società. Le tasse aumentano, la disoccupazione cresce, diversi prodotti di largo consumo hanno subito numerosi aumenti e l’inflazione corre in modo sfrenata. Mentre il numero delle aziende che falliscono sale, la fiducia nei confronti del governo è sempre più debole. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative della scorsa estate, per il governo di Ankara la partita è sempre più difficile. In Turchia ormai la possibilità di anticipare le elezioni politiche che erano previste per il 2023 è l’ordine del giorno. Questo discorso è diventato ancora più caldo sopratutto da quando due attori importanti del partito al governo hanno deciso di fondare due nuovi partiti creando così la scissione più forte nella storia dell'AKP; l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu e l’ex Ministro dell’economia Ali Babacan.
Il paragone con la Siria
L’eventuale coinvolgimento della Turchia nella guerra civile libica ci ricorda fortemente quella siriana. Le dinamiche economiche, politiche e ideologiche sono molto simili. Ma ci sono due altri aspetti altrettanto interessanti.
Il primo è il ruolo fondamentale della Libia nella “gestione” dei flussi migratori. Da questo punto di vista vediamo somiglianze tra questi due casi se teniamo in considerazione che in Turchia ci siano circa 4 milioni di siriani e per questo fatto sia stato firmato il famoso e molto discusso accordo tra il governo di Ankara e l’Unione Europea. Un accordo che ha arricchito le mani del Presidente della Repubblica che in ogni occasione buona cerca di lanciare dei messaggi di minacce e ricatta l’Europa. Dunque anche la Libia potrebbe essere “un’occasione” per attivare nuove politiche analoghe, pericolose e dannose.
Il secondo punto che accomuna questi due casi è il fatto che si tratti di guerre per procura in cui sono coinvolti numerosi paesi che sostengono diversi attori presenti sul territorio. Oltre questo, esattamente come succede in Siria, gli attori locali costruiscono e fanno fallire alleanze con diversi paesi stranieri in varie zone della Libia. Quindi questa forte confusione causata da una cultura politica ed economica ipocrita e opportunista, ovviamente permette al governo di Ankara di agire di testa propria in modo altrettanto opportunista.
Fonte
Etichette:
AKP,
CHP,
Competizione globale,
Contraddizioni,
Escalation,
Fayez al Sarraj,
Geopolitica,
Guerra,
HDP,
Internazionale,
Libia,
Mediterraneo,
Murat Cinar,
Recep Tayyip Erdogan,
Turchia
26/06/2019
Turchia - A Istanbul ora è a rischio il modello AKP
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
La centralità di Istanbul non è solo politica, ma anche economica. Murat Cinar, giornalista che da anni si occupa della politica delle grandi opere lanciata da Erdogan, qual è la posta in gioco sul Bosforo?
È ancora grande. Le grandi opere sono state solo parzialmente realizzate perché vedono la partecipazione del ministero delle infrastrutture: non sono al 100% comunali ma hanno anche un budget nazionale. Il ponte sul Bosforo, il passaggio sotto il Bosforo, il terzo aeroporto, il palazzo di giustizia più grande del Medio Oriente. E poi strade, ponti, grandi raccordi. Alcuni degli appalti sono stati già affidati, ma per altri progetti non si è ancora arrivati a gara. I problemi che ruotano intorno a questa politica sono vari: innanzitutto sono sempre le stesse cinque aziende (Limak Holding, Cengiz Holding, Kolin, Kalyon e MNG Holding, ndr) a mangiare la torta e, in secondo luogo, il valore dei lavori stimato è più alto di quello effettivo. Terzo punto, la qualità: tanti lavori realizzati non servivano o sono stati fatti male, come il passaggio sull’autostrada crollato che ha ucciso cinque persone, o il treno ad alta velocità costruito su binari tedeschi della seconda guerra mondiale che dopo cinque ore dall’inaugurazione ha avuto un incidente e ha ucciso 30 persone.
Imamoglu, dopo 25 anni di controllo di Erdogan su Istanbul, potrebbe svelare le irregolarità?
È stato un tasto importante premuto da Imamoglu e che ha generato grande paura nella famiglia la cricca di Erdogan. Pensate a Turgev (il presidente è il figlio di Erdogan) e Ensar, tra le più grandi fondazioni della Turchia, super religiose: hanno appalti in ogni comune per scuole estive e corsi per i ragazzi. Nei 18 giorni in cui Imamoglu è stato sindaco dopo il 31 marzo ha scoperto che il comune aveva comprato a Turgev 28mila archi per i giochi nazionali di tiro con l’arco in stile ottomano. Imamoglu ha parlato sempre di trasparenza e di contrarietà a questa cultura degli appalti. Un approccio senza precedenti per Istanbul, dove il governo uscente ha sempre fatto tutto dietro le quinte senza coinvolgere la popolazione. In quei 18 giorni Imamoglu ha trasmesso in diretta web il consiglio comunale, la prima volta in Turchia, riuscendo così a strappare all’ex maggioranza l’appoggio per l’abbassamento dell’abbonamento ai trasporti per gli studenti. Le questioni economiche contano molto, soprattutto in una città come Istanbul, enorme, ricca e costosa ma che è abitata da un esercito di poveri e lavoratori sottopagati.
A definire il budget comunale è però il governo centrale. Erdogan potrebbe boicottare i progetti del Chp?
A differenza dell’Italia, gli enti locali in Turchia non hanno autonomia forte e dipendono dal governo per il budget di istruzione, sanità, trasporti. Ad Ankara il neosindaco, Mansur Yavas del Chp, è già di fronte questo problema: dopo aver avviato un lavoro di denuncia e trasparenza, si sta accorgendo che dal governo c’è un rigetto o un rinvio sulle varie proposte mosse. Erdogan però potrebbe non resistere a lungo di fronte a due personaggi forti che lavorano sulla trasparenza: se chiederanno un certo budget per dei progetti e il governo li negherà, sveleranno il ricatto.
Ci sono progetti che Imamoglu potrebbe bloccare?
Per quelli già appaltati, può fare poco, dovrebbe farlo la magistratura. Può procurarsi prove di irregolarità. Per il futuro ha già detto che non farà vincere bandi sempre alle stesse aziende o fondazione. Nel dibattito tv con Yildirim, ha detto che non c’è bisogno di esternalizzare a fondazioni come Turgev e Ensar servizi che dovrebbe fornire il comune, dai nidi alle scuole, perché l’ovvio rischio è che quel servizio sia affidato a soggetti vicini al potere, che iniettano denaro sulla campagna elettorale o che sostengono un certo partito nei loro spazi, a partire dalle moschee. L’Akp ha sempre lavorato così, con comunità religiose che distribuiscono lavoro, borse di studio, istruzione.
Il Chp è stato votato anche da sostenitori dell’Akp?
Imamoglu ha fin da subito detto di rivolgersi a tutti, di voler scardinare l’idea dello Stato come partito. Ha detto di voler governare insieme, senza distinzioni di religione, etnia, ideologia: per me, ha detto, curdi, armeni, turchi, siriaci, ebrei sono uguali. E si è preso un rischio perché quella turca è una società molto polarizzata, cresciuta in questi due decenni nell’odio. Ma ha avuto ragione, strappando voti a un Akp che ha sempre parlato di un noi e un loro, che attacca armeni e curdi, che cerca di sunnizzare gli aleviti, che marginalizza certe comunità. Ha influito anche la crisi economica. E infine, l’ingiustizia del 31 marzo, in tanti non hanno accettato l’annullamento del voto, compresi elettori dell'Akp.
Fonte
La centralità di Istanbul non è solo politica, ma anche economica. Murat Cinar, giornalista che da anni si occupa della politica delle grandi opere lanciata da Erdogan, qual è la posta in gioco sul Bosforo?
È ancora grande. Le grandi opere sono state solo parzialmente realizzate perché vedono la partecipazione del ministero delle infrastrutture: non sono al 100% comunali ma hanno anche un budget nazionale. Il ponte sul Bosforo, il passaggio sotto il Bosforo, il terzo aeroporto, il palazzo di giustizia più grande del Medio Oriente. E poi strade, ponti, grandi raccordi. Alcuni degli appalti sono stati già affidati, ma per altri progetti non si è ancora arrivati a gara. I problemi che ruotano intorno a questa politica sono vari: innanzitutto sono sempre le stesse cinque aziende (Limak Holding, Cengiz Holding, Kolin, Kalyon e MNG Holding, ndr) a mangiare la torta e, in secondo luogo, il valore dei lavori stimato è più alto di quello effettivo. Terzo punto, la qualità: tanti lavori realizzati non servivano o sono stati fatti male, come il passaggio sull’autostrada crollato che ha ucciso cinque persone, o il treno ad alta velocità costruito su binari tedeschi della seconda guerra mondiale che dopo cinque ore dall’inaugurazione ha avuto un incidente e ha ucciso 30 persone.
Imamoglu, dopo 25 anni di controllo di Erdogan su Istanbul, potrebbe svelare le irregolarità?
È stato un tasto importante premuto da Imamoglu e che ha generato grande paura nella famiglia la cricca di Erdogan. Pensate a Turgev (il presidente è il figlio di Erdogan) e Ensar, tra le più grandi fondazioni della Turchia, super religiose: hanno appalti in ogni comune per scuole estive e corsi per i ragazzi. Nei 18 giorni in cui Imamoglu è stato sindaco dopo il 31 marzo ha scoperto che il comune aveva comprato a Turgev 28mila archi per i giochi nazionali di tiro con l’arco in stile ottomano. Imamoglu ha parlato sempre di trasparenza e di contrarietà a questa cultura degli appalti. Un approccio senza precedenti per Istanbul, dove il governo uscente ha sempre fatto tutto dietro le quinte senza coinvolgere la popolazione. In quei 18 giorni Imamoglu ha trasmesso in diretta web il consiglio comunale, la prima volta in Turchia, riuscendo così a strappare all’ex maggioranza l’appoggio per l’abbassamento dell’abbonamento ai trasporti per gli studenti. Le questioni economiche contano molto, soprattutto in una città come Istanbul, enorme, ricca e costosa ma che è abitata da un esercito di poveri e lavoratori sottopagati.
A definire il budget comunale è però il governo centrale. Erdogan potrebbe boicottare i progetti del Chp?
A differenza dell’Italia, gli enti locali in Turchia non hanno autonomia forte e dipendono dal governo per il budget di istruzione, sanità, trasporti. Ad Ankara il neosindaco, Mansur Yavas del Chp, è già di fronte questo problema: dopo aver avviato un lavoro di denuncia e trasparenza, si sta accorgendo che dal governo c’è un rigetto o un rinvio sulle varie proposte mosse. Erdogan però potrebbe non resistere a lungo di fronte a due personaggi forti che lavorano sulla trasparenza: se chiederanno un certo budget per dei progetti e il governo li negherà, sveleranno il ricatto.
Ci sono progetti che Imamoglu potrebbe bloccare?
Per quelli già appaltati, può fare poco, dovrebbe farlo la magistratura. Può procurarsi prove di irregolarità. Per il futuro ha già detto che non farà vincere bandi sempre alle stesse aziende o fondazione. Nel dibattito tv con Yildirim, ha detto che non c’è bisogno di esternalizzare a fondazioni come Turgev e Ensar servizi che dovrebbe fornire il comune, dai nidi alle scuole, perché l’ovvio rischio è che quel servizio sia affidato a soggetti vicini al potere, che iniettano denaro sulla campagna elettorale o che sostengono un certo partito nei loro spazi, a partire dalle moschee. L’Akp ha sempre lavorato così, con comunità religiose che distribuiscono lavoro, borse di studio, istruzione.
Il Chp è stato votato anche da sostenitori dell’Akp?
Imamoglu ha fin da subito detto di rivolgersi a tutti, di voler scardinare l’idea dello Stato come partito. Ha detto di voler governare insieme, senza distinzioni di religione, etnia, ideologia: per me, ha detto, curdi, armeni, turchi, siriaci, ebrei sono uguali. E si è preso un rischio perché quella turca è una società molto polarizzata, cresciuta in questi due decenni nell’odio. Ma ha avuto ragione, strappando voti a un Akp che ha sempre parlato di un noi e un loro, che attacca armeni e curdi, che cerca di sunnizzare gli aleviti, che marginalizza certe comunità. Ha influito anche la crisi economica. E infine, l’ingiustizia del 31 marzo, in tanti non hanno accettato l’annullamento del voto, compresi elettori dell'Akp.
Fonte
19/04/2017
“Erdogan non ha vinto il referendum, ma l’Europa è ipocrita”
Nello spazio dedicato all’informazione parliamo del referendum in Turchia. Con noi al telefono Murat Cinar, giornalista free lance turco che lavora in Italia. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Ciao Murat.
Buongiorno a tutte e tutti.
Partiamo dall’analisi di questo voto, e poi parliamo anche delle polemiche che stanno emergendo in maniera molto forte. Si può dire che il 51% con cui il Sì ha vinto sia molto inferiore rispetto a quanto si aspettava lo stesso Erdogan rispetto all’esito delle elezioni?
Tenendo in considerazione che non stiamo di fronte ad un referendum svolto legalmente e regolarmente, non possiamo dire che l’esito che ci è stato comunicato sia definitivo e quello ufficiale. Quindi, a mio parere, non siamo di fronte ad un risultato definitivo, ma siamo di fronte ad una vittoria dell’Akp o del governo o dei suoi alleati. I ricorsi sono in atto, ci vorranno ancora 10-12 giorni per ottenere l’esito definitivo, però ci sono già le relazioni degli osservatori internazionali che attirano l’attenzione sull’irregolarità nazionale che c’è stata. Probabilmente quasi 3 milioni di voto sono stati annullati ingiustamente. Questa è la prima cosa che dobbiamo tenere in mente, altrimenti daremo per vincitore il governo; e non credo che sia la conclusione giusta da fare in questo momento. E anche se non fosse stato così, possiamo dire che l’Akp teoricamente – almeno come idea resa pubblica – non si aspettava una vittoria con dei dati così poveri. Alcuni sondaggi parlavano del 60%. Il presidente della Repubblica negli ultimi interventi televisivi tranquillamente parlava di 55-60%. Diceva che una buona parte del suo elettorato, che non aveva un’idea precisa, si era convinta e avrebbe votato per il sì... Quindi si poteva tranquillamente arrivare al 60%. E non è assolutamente andata così; sia per chi ha fatto i sondaggi, sia per gli esponenti del governo.
Tu quindi ti soffermi sul fatto che stiamo parlando di un risultato che non può essere tenuto in considerazione, visto la quantità di brogli... Tu tendi a credere che tutto quello che arriva come informazione rispetto a quanto avvenuto – le schede elettorali non timbrate, le altre denunce, ecc – corrisponda tutto alla realtà?
Certo! Sin dai primi momenti della giornata referendaria abbiamo visto che numerosi volontari impiegati in diversi seggi hanno fotografato elettori che hanno esposto pubblicamente il loro voto, tra cui anche parlamentari nazionali del partito di governo. Hanno fotografato la loro scheda e hanno diffuso tutto su twitter e facebook. In certi casi si è visto che alcuni elettori si sono presentati ai seggi con le schede già timbrate. In alcuni video si vedono, evidentemente, i casi in cui i segretari dei seggi si mettono sulla sedia a timbrare uno per uno per il sì al posto dei cittadini che in quel seggio sarebbero andati a votare. Inoltre l’ente che si occupa delle elezioni ha fatto due dichiarazioni ufficiali davanti alle telecamere verso la conclusione del voto. Nella prima ha detto che in certi seggi il cittadino si è trovato ad utilizzare il timbro con la dicitura “SI”, invece come noi abbiamo fatto al consolato a Milano l’8 aprile, sul timbro doveva esserci scritto “scelta”. In un referendum dove il cittadino è chiamato a votare SI oppure NO, se si trova tra le sue mani il timbro che dice SI pensate a quanto possa essere democratico e giusto ed equilibrato lo svolgimento del voto. L’ente che si occupa dell’elezione ha detto che le schede con timbro sbagliato, errato, saranno prese come schede valide. La seconda decisione, ancora più scandalosa, contro proprio il regolamento che lo stesso ente ha creato, è una decisione senza precedenti che dice così: le schede che non hanno il timbro dietro, quindi non vidimate, quindi teoricamente non ufficiali, non legali, possono essere contate tranquillamente. La cosa più interessante è che lo stesso ente, a proposito delle schede non vidimate provenienti dai voti all’estero, le ha annullate! Ma quando si trattava delle stesse schede in Turchia, le ha accettate e il presidente dell’ente che si occupa delle elezioni ha detto che questa decisione è stata prese secondo la richiesta avanzata dai volontari, cioè gli osservatori che appartengono al partito di governo. Quindi qui siamo di fronte ad una sorta di golpe portato avanti con le mani di un ente appartenente allo stato, che ha lavorato apertamente per conto del partito al governo, perché all’ultimo momento, probabilmente, ha visto avanzare i voti del NO.
La prima considerazione che ci viene in mente, nonostante tutto, è che la vittoria è stata risicata; quindi a livello di risposta sociale ci viene da immaginare che la vera opinione del popolo turco rispetto a questa proposta referendaria fosse ampiamente No...
Assolutamente sì. Prima di tutto, anche con il pieno di brogli – nonostante i 78mila tentativi che hanno fatto, in buona parte riusciti – siamo davanti ad una situazione di grande spaccatura. Una situazione in cui il governo, ma in primis il Presidente della Repubblica, non ha un consenso popolare largo. Dobbiamo aggiungere il fatto che all’ultimo momento, nel mese di ottobre-novembre, loro abbiano dovuto invocare l’appoggio dei nazionalisti. Quindi avevano forse previsto che neanche tra i loro elettori avrebbero ottenuto abbastanza consenso. In più, bisogna specificare una cosa molto più importante di quanto abbiamo detto finora: in realtà non c’è stata una campagna elettorale democratica. La Turchia, tristemente, ora “vanta” più di 150 giornalisti in carcere, più di 120 mila persone sono sotto indagine, numerosi giudici, avvocati, professori, studenti e sindaci... e ovviamente ricordiamo che 12 parlamentari nazionali sono in carcere. La Turchia è entrata in questa fase elettorale con un periodo di stato di emergenza; quindi in diverse città le manifestazioni per il NO sono state annullate, sui canali televisivi statali il NO non ha trovato neanche mezz’ora di spazio. C’è un Presidente della Repubblica che ha utilizzato i mezzi dello stato per fare una campagna elettorale per conto suo e per conto del governo. Quindi nonostante tutta questa aggressività antidemocratica, e i metodi superviolenti, vediamo che la vittoria del governo non è così trionfale. Questo ci fa capire che l’appoggio nazionale non è così forte. Non è più come prima, per il partito Akp e per il presidente della Repubblica ora in Turchia.
Murat, una considerazione su quello che potrebbe avvenire... Tu hai detto: la spaccatura è forte, Erdogan stesso dovrebbe avere la consapevolezza di non avere un appoggio popolare così ampio da poter soddisfare le proprie ambizioni imperiali. La soluzione qual è? Quella di inasprire ancora di più la repressione, che ormai sta diventando la sua caratteristica nei confronti del suo stesso popolo? Abbiamo visto nell’ultimo anno, soprattutto, come il livello di repressione nei confronti di minoranze, opposizione, giornalisti, chiunque non si pieghi al suo progetto, sia a livelli estremi. Potrebbe addirittura peggiorare, a fronte appunto di un risultato così piccolo, così poco significativo dal punto di vista del consenso?
Le strade sono due: una, quella di continuare con la politica ufficiale del presidente della Repubblica e del suo partito, ossia aumentare la repressione, provare ad annullare a tutti i costi ogni tipo di opposizione, iniziando dalle forze democratiche nel paese fino alle voci più rivoluzionarie della nazione arrivando, ovviamente, fino agli ex alleati come il partito di Gulen. La prima scelta potrebbe essere questa. Ovviamente a me sembra che sia una sorta di suicidio, perché un paese si può tenere sotto stress fino ad un certo punto... Fin dove, non lo so, ogni paese ha le sue dinamiche interne. Ma non si potrebbe tenere sotto stress in eterno. Ora come dicevo prima, dal tentativo del colpo di stato del 15 luglio ad ora, 125 mila persone sono finite sotto indagine. Molte sono in carcere, molte non possono abbandonare il paese, altre hanno perso la cittadinanza perché non rientrano in patria, nonostante il richiamo. Alcune sono già state condannate. Per alcuni chiedono l’ergastolo; per esempio, alcuni parlamentari nazionali che rappresentano milioni di voti.
La seconda scelta potrebbe essere quella di fare dei passi indietro, cosa che in questi 17 anni il governo non ha mai fatto. Non l’ha fatto durante la rivolta del Parco Gezi, non l’ha fatto quando ha provato ad uccidere il suo vecchio alleato. Quindi... Potrebbe essere la mossa praticamente più furba rispetto alla prima, perché ormai questo presidente e questo partito hanno ottenuto la massima tutela. Ora, iniziando dalla Coste costituzionale fino alla composizione del nuovo governo, partendo dall’ente superiore dei giudici per arrivare fino al coordinamento dell’esercito, il presidente della Repubblica e il suo governo hanno potere assoluto sul sistema legislativo, amministrativo e giuridico del paese. Quindi potrebbero anche iniziare a fare passi indietro, per diminuire il livello di stress che c’è nel paese, ovviamente anche per abbassare i fari puntati, a livello internazionale, su questo progetto politico economico internazionale. Potrebbe essere una scelta leggermente più furba e a quel punto bisogna vedere quanto ci cascheranno i cittadini, perché non sarebbe comunque una mossa onesta, ma strategica.
Un’ultima domanda. E’ diverso tempo che vivi in Italia, avrai sicuramente letto come viene commentato l’esito del referendum in Turchia. Dopo oltre un anno di gravissime lesioni ad ogni principio di democrazia – arresti illegittimi, repressione, arresto di opposizione politica, arresti di giornalisti – ci si accorge che Erdogan non è esattamente un capo di stato democratico solo su questa storia del referendum. Perché? Il dubbio è: oddio, la Turchia si allontana dall’Europa. E’ ipocrisia questa, secondo te, oppure è proprio una sorta di ignoranza che tanti operatori dei mass-media purtroppo hanno nei confronti di quello che avviene a livello internazionale?
Ottima osservazione. Devo dire che in Italia, a livello giornalistico, quando si parla delle tematiche internazionali, c’è già un grande malessere. Sarà perché presso le redazioni dei grandi giornali non ci sono giornalisti stranieri? Questo è un punto interrogativo molto importante. Ora nel giornalismo italiano ci sono numerosi corrispondenti che vivono in Egitto, in Turchia oppure in altri paesi, scrivono per i media italiani ma non sanno parlare la lingua locale di quel paese. Leggono le notizie attraverso le edizioni inglese, tedesca, francese, con almeno due-tre ore di ritardo, con informazioni limitate. Questo è il problema numero uno. In secondo luogo, come nel caso palestinese, o come abbiamo visto nel caso nordafricano e quindi anche nel caso turco... purtroppo nelle redazioni quando si parla delle tematiche internazionali c’è tanta ideologia, c’è tanta espressione giornalistica mescolata con quella partitica. In effetti – e arrivo alla tua domanda – sul caso del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (Akp), non soltanto fino al referendum, ma da 17-18 anni che si fa un errore enorme. Quando c’erano i maxiprocessi, qualcuno in Italia, anche nella stampa di sinistra, parlava tranquillamente di Erdogan come un “uomo che ha messo per la prima volta in discussione la forza e la presenza massiccia dell’esercito” nella vita della Turchia. Ora lo stesso presidente definisce quei processi come una messa in scena, guidata e realizzata dal suo ex alleato (Gulen, ndr). Quindi in Italia non è stata quasi mai fatta un’analisi corretta nei confronti della Turchia e nei confronti di questa avventura. La soluzione potrebbe passare dall’aumento dell’attenzione nei confronti delle tematiche internazionali; più si sta fermi con l’analisi sbagliata in queste tematiche, più si scopre – dopo 10-15 anni – che l’acqua bolle a 60 gradi. In più bisogna aggiungere un altro tema, ossia la percezione che abbiano noi, qua in Europa, nei confronti della Turchia o nei confronti dei nostri vicini, nel Mediterraneo. Come abbiamo visto nel caso libico, con la Turchia si cerca di costruire lo stesso rapporto, passando dalla questione degli immigrati arrivando fino alle grandi opere. La Turchia viene percepita soltanto quasi sempre un partner economico, non come un paese; e i suoi cittadini vengono percepiti come dei potenziali consumatori, ma non come dei cittadini, degli esseri umani. Questo è il problemone. Io nel mio ultimo articolo avevo scritto che il Tap, il progetto gasdotto che riguarda teoricamente solo Lecce, fa parte di un grande progetto in cui quasi il 70 % del territorio occupato appartiene alla repubblica di Turchia, quindi... L’Italia e anche altri paesi non possono pensare che Erdogan o altri sono stati catapultati dalla luna sulla Terra e quindi si possono fare tutti i danni a casa loro. I problemi della Turchia sono i problemi del Medio Oriente, del Mediterraneo e anche dell’Europa. Gli approcci politici, come “vi diamo 3 miliardi, tenetevi i rifugiati”, non sono approcci democratici. Sono approcci a base di ricatto e danno delle carte molto pericolose nelle mani di certi personaggi che un domani possono combinare dei casini senza vie di ritorno.
Fonte
Ciao Murat.
Buongiorno a tutte e tutti.
Partiamo dall’analisi di questo voto, e poi parliamo anche delle polemiche che stanno emergendo in maniera molto forte. Si può dire che il 51% con cui il Sì ha vinto sia molto inferiore rispetto a quanto si aspettava lo stesso Erdogan rispetto all’esito delle elezioni?
Tenendo in considerazione che non stiamo di fronte ad un referendum svolto legalmente e regolarmente, non possiamo dire che l’esito che ci è stato comunicato sia definitivo e quello ufficiale. Quindi, a mio parere, non siamo di fronte ad un risultato definitivo, ma siamo di fronte ad una vittoria dell’Akp o del governo o dei suoi alleati. I ricorsi sono in atto, ci vorranno ancora 10-12 giorni per ottenere l’esito definitivo, però ci sono già le relazioni degli osservatori internazionali che attirano l’attenzione sull’irregolarità nazionale che c’è stata. Probabilmente quasi 3 milioni di voto sono stati annullati ingiustamente. Questa è la prima cosa che dobbiamo tenere in mente, altrimenti daremo per vincitore il governo; e non credo che sia la conclusione giusta da fare in questo momento. E anche se non fosse stato così, possiamo dire che l’Akp teoricamente – almeno come idea resa pubblica – non si aspettava una vittoria con dei dati così poveri. Alcuni sondaggi parlavano del 60%. Il presidente della Repubblica negli ultimi interventi televisivi tranquillamente parlava di 55-60%. Diceva che una buona parte del suo elettorato, che non aveva un’idea precisa, si era convinta e avrebbe votato per il sì... Quindi si poteva tranquillamente arrivare al 60%. E non è assolutamente andata così; sia per chi ha fatto i sondaggi, sia per gli esponenti del governo.
Tu quindi ti soffermi sul fatto che stiamo parlando di un risultato che non può essere tenuto in considerazione, visto la quantità di brogli... Tu tendi a credere che tutto quello che arriva come informazione rispetto a quanto avvenuto – le schede elettorali non timbrate, le altre denunce, ecc – corrisponda tutto alla realtà?
Certo! Sin dai primi momenti della giornata referendaria abbiamo visto che numerosi volontari impiegati in diversi seggi hanno fotografato elettori che hanno esposto pubblicamente il loro voto, tra cui anche parlamentari nazionali del partito di governo. Hanno fotografato la loro scheda e hanno diffuso tutto su twitter e facebook. In certi casi si è visto che alcuni elettori si sono presentati ai seggi con le schede già timbrate. In alcuni video si vedono, evidentemente, i casi in cui i segretari dei seggi si mettono sulla sedia a timbrare uno per uno per il sì al posto dei cittadini che in quel seggio sarebbero andati a votare. Inoltre l’ente che si occupa delle elezioni ha fatto due dichiarazioni ufficiali davanti alle telecamere verso la conclusione del voto. Nella prima ha detto che in certi seggi il cittadino si è trovato ad utilizzare il timbro con la dicitura “SI”, invece come noi abbiamo fatto al consolato a Milano l’8 aprile, sul timbro doveva esserci scritto “scelta”. In un referendum dove il cittadino è chiamato a votare SI oppure NO, se si trova tra le sue mani il timbro che dice SI pensate a quanto possa essere democratico e giusto ed equilibrato lo svolgimento del voto. L’ente che si occupa dell’elezione ha detto che le schede con timbro sbagliato, errato, saranno prese come schede valide. La seconda decisione, ancora più scandalosa, contro proprio il regolamento che lo stesso ente ha creato, è una decisione senza precedenti che dice così: le schede che non hanno il timbro dietro, quindi non vidimate, quindi teoricamente non ufficiali, non legali, possono essere contate tranquillamente. La cosa più interessante è che lo stesso ente, a proposito delle schede non vidimate provenienti dai voti all’estero, le ha annullate! Ma quando si trattava delle stesse schede in Turchia, le ha accettate e il presidente dell’ente che si occupa delle elezioni ha detto che questa decisione è stata prese secondo la richiesta avanzata dai volontari, cioè gli osservatori che appartengono al partito di governo. Quindi qui siamo di fronte ad una sorta di golpe portato avanti con le mani di un ente appartenente allo stato, che ha lavorato apertamente per conto del partito al governo, perché all’ultimo momento, probabilmente, ha visto avanzare i voti del NO.
La prima considerazione che ci viene in mente, nonostante tutto, è che la vittoria è stata risicata; quindi a livello di risposta sociale ci viene da immaginare che la vera opinione del popolo turco rispetto a questa proposta referendaria fosse ampiamente No...
Assolutamente sì. Prima di tutto, anche con il pieno di brogli – nonostante i 78mila tentativi che hanno fatto, in buona parte riusciti – siamo davanti ad una situazione di grande spaccatura. Una situazione in cui il governo, ma in primis il Presidente della Repubblica, non ha un consenso popolare largo. Dobbiamo aggiungere il fatto che all’ultimo momento, nel mese di ottobre-novembre, loro abbiano dovuto invocare l’appoggio dei nazionalisti. Quindi avevano forse previsto che neanche tra i loro elettori avrebbero ottenuto abbastanza consenso. In più, bisogna specificare una cosa molto più importante di quanto abbiamo detto finora: in realtà non c’è stata una campagna elettorale democratica. La Turchia, tristemente, ora “vanta” più di 150 giornalisti in carcere, più di 120 mila persone sono sotto indagine, numerosi giudici, avvocati, professori, studenti e sindaci... e ovviamente ricordiamo che 12 parlamentari nazionali sono in carcere. La Turchia è entrata in questa fase elettorale con un periodo di stato di emergenza; quindi in diverse città le manifestazioni per il NO sono state annullate, sui canali televisivi statali il NO non ha trovato neanche mezz’ora di spazio. C’è un Presidente della Repubblica che ha utilizzato i mezzi dello stato per fare una campagna elettorale per conto suo e per conto del governo. Quindi nonostante tutta questa aggressività antidemocratica, e i metodi superviolenti, vediamo che la vittoria del governo non è così trionfale. Questo ci fa capire che l’appoggio nazionale non è così forte. Non è più come prima, per il partito Akp e per il presidente della Repubblica ora in Turchia.
Murat, una considerazione su quello che potrebbe avvenire... Tu hai detto: la spaccatura è forte, Erdogan stesso dovrebbe avere la consapevolezza di non avere un appoggio popolare così ampio da poter soddisfare le proprie ambizioni imperiali. La soluzione qual è? Quella di inasprire ancora di più la repressione, che ormai sta diventando la sua caratteristica nei confronti del suo stesso popolo? Abbiamo visto nell’ultimo anno, soprattutto, come il livello di repressione nei confronti di minoranze, opposizione, giornalisti, chiunque non si pieghi al suo progetto, sia a livelli estremi. Potrebbe addirittura peggiorare, a fronte appunto di un risultato così piccolo, così poco significativo dal punto di vista del consenso?
Le strade sono due: una, quella di continuare con la politica ufficiale del presidente della Repubblica e del suo partito, ossia aumentare la repressione, provare ad annullare a tutti i costi ogni tipo di opposizione, iniziando dalle forze democratiche nel paese fino alle voci più rivoluzionarie della nazione arrivando, ovviamente, fino agli ex alleati come il partito di Gulen. La prima scelta potrebbe essere questa. Ovviamente a me sembra che sia una sorta di suicidio, perché un paese si può tenere sotto stress fino ad un certo punto... Fin dove, non lo so, ogni paese ha le sue dinamiche interne. Ma non si potrebbe tenere sotto stress in eterno. Ora come dicevo prima, dal tentativo del colpo di stato del 15 luglio ad ora, 125 mila persone sono finite sotto indagine. Molte sono in carcere, molte non possono abbandonare il paese, altre hanno perso la cittadinanza perché non rientrano in patria, nonostante il richiamo. Alcune sono già state condannate. Per alcuni chiedono l’ergastolo; per esempio, alcuni parlamentari nazionali che rappresentano milioni di voti.
La seconda scelta potrebbe essere quella di fare dei passi indietro, cosa che in questi 17 anni il governo non ha mai fatto. Non l’ha fatto durante la rivolta del Parco Gezi, non l’ha fatto quando ha provato ad uccidere il suo vecchio alleato. Quindi... Potrebbe essere la mossa praticamente più furba rispetto alla prima, perché ormai questo presidente e questo partito hanno ottenuto la massima tutela. Ora, iniziando dalla Coste costituzionale fino alla composizione del nuovo governo, partendo dall’ente superiore dei giudici per arrivare fino al coordinamento dell’esercito, il presidente della Repubblica e il suo governo hanno potere assoluto sul sistema legislativo, amministrativo e giuridico del paese. Quindi potrebbero anche iniziare a fare passi indietro, per diminuire il livello di stress che c’è nel paese, ovviamente anche per abbassare i fari puntati, a livello internazionale, su questo progetto politico economico internazionale. Potrebbe essere una scelta leggermente più furba e a quel punto bisogna vedere quanto ci cascheranno i cittadini, perché non sarebbe comunque una mossa onesta, ma strategica.
Un’ultima domanda. E’ diverso tempo che vivi in Italia, avrai sicuramente letto come viene commentato l’esito del referendum in Turchia. Dopo oltre un anno di gravissime lesioni ad ogni principio di democrazia – arresti illegittimi, repressione, arresto di opposizione politica, arresti di giornalisti – ci si accorge che Erdogan non è esattamente un capo di stato democratico solo su questa storia del referendum. Perché? Il dubbio è: oddio, la Turchia si allontana dall’Europa. E’ ipocrisia questa, secondo te, oppure è proprio una sorta di ignoranza che tanti operatori dei mass-media purtroppo hanno nei confronti di quello che avviene a livello internazionale?
Ottima osservazione. Devo dire che in Italia, a livello giornalistico, quando si parla delle tematiche internazionali, c’è già un grande malessere. Sarà perché presso le redazioni dei grandi giornali non ci sono giornalisti stranieri? Questo è un punto interrogativo molto importante. Ora nel giornalismo italiano ci sono numerosi corrispondenti che vivono in Egitto, in Turchia oppure in altri paesi, scrivono per i media italiani ma non sanno parlare la lingua locale di quel paese. Leggono le notizie attraverso le edizioni inglese, tedesca, francese, con almeno due-tre ore di ritardo, con informazioni limitate. Questo è il problema numero uno. In secondo luogo, come nel caso palestinese, o come abbiamo visto nel caso nordafricano e quindi anche nel caso turco... purtroppo nelle redazioni quando si parla delle tematiche internazionali c’è tanta ideologia, c’è tanta espressione giornalistica mescolata con quella partitica. In effetti – e arrivo alla tua domanda – sul caso del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (Akp), non soltanto fino al referendum, ma da 17-18 anni che si fa un errore enorme. Quando c’erano i maxiprocessi, qualcuno in Italia, anche nella stampa di sinistra, parlava tranquillamente di Erdogan come un “uomo che ha messo per la prima volta in discussione la forza e la presenza massiccia dell’esercito” nella vita della Turchia. Ora lo stesso presidente definisce quei processi come una messa in scena, guidata e realizzata dal suo ex alleato (Gulen, ndr). Quindi in Italia non è stata quasi mai fatta un’analisi corretta nei confronti della Turchia e nei confronti di questa avventura. La soluzione potrebbe passare dall’aumento dell’attenzione nei confronti delle tematiche internazionali; più si sta fermi con l’analisi sbagliata in queste tematiche, più si scopre – dopo 10-15 anni – che l’acqua bolle a 60 gradi. In più bisogna aggiungere un altro tema, ossia la percezione che abbiano noi, qua in Europa, nei confronti della Turchia o nei confronti dei nostri vicini, nel Mediterraneo. Come abbiamo visto nel caso libico, con la Turchia si cerca di costruire lo stesso rapporto, passando dalla questione degli immigrati arrivando fino alle grandi opere. La Turchia viene percepita soltanto quasi sempre un partner economico, non come un paese; e i suoi cittadini vengono percepiti come dei potenziali consumatori, ma non come dei cittadini, degli esseri umani. Questo è il problemone. Io nel mio ultimo articolo avevo scritto che il Tap, il progetto gasdotto che riguarda teoricamente solo Lecce, fa parte di un grande progetto in cui quasi il 70 % del territorio occupato appartiene alla repubblica di Turchia, quindi... L’Italia e anche altri paesi non possono pensare che Erdogan o altri sono stati catapultati dalla luna sulla Terra e quindi si possono fare tutti i danni a casa loro. I problemi della Turchia sono i problemi del Medio Oriente, del Mediterraneo e anche dell’Europa. Gli approcci politici, come “vi diamo 3 miliardi, tenetevi i rifugiati”, non sono approcci democratici. Sono approcci a base di ricatto e danno delle carte molto pericolose nelle mani di certi personaggi che un domani possono combinare dei casini senza vie di ritorno.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)