Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2025

Cospito è un perseguitato dallo Stato: all’anarchico negati persino i libri

I libri sono pericolosi. Nel caso specifico parliamo di un testo sui vangeli apocrifi, uno di fisica quantistica e due di fantascienza. La direzione del carcere di Sassari Bancali ne ha vietato l’acquisto all’anarchico Alfredo Cospito adducendo un parere negativo dell’autorità giudiziaria che non vi sarebbe stato secondo i difensori, i quali hanno presentato ricorso. Sarà celebrata un’udienza per stabilire se Cospito può avere quei libri perché evidentemente la giustizia ha tempo da perdere.

“Nell’ultimo mese – spiega l’avvocato Flavio Rossi Albertini – a Cospito era stato negato pure l’acquisto di un Cd musicale. Era stato negato l’accesso alla biblioteca del carcere che non aveva neppure provveduto a ritirare tempestivamente un pacco inviatogli dalla sorella, determinandone il rinvio al mittente”. In relazione all’accesso alla biblioteca la direzione della prigione spiegava che il “disguido” era stato generato da problemi organizzativi interni e che sarebbe stato emesso apposito ordine di servizio.

Le condizioni di detenzione dì Cospito ristretto al 41bis sono peggiorate non proprio per caso dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove, per la vicenda delle intercettazioni ambientali divulgate in Parlamento, delle conversazioni tra Alfredo e gli altri reclusi che all’epoca facevano parte del “gruppo di socialità”.

Altre “coincidenze” che viene da pensare possano avere il loro peso in questa vicenda sono le dimissioni alla fine del dicembre scorso del direttore del Dap, Giovanni Russo, che aveva testimoniato non proprio a favore di Delmastro nel processo a suo carico, e ancora, il ritorno al comando della sezione 41bis di Bancali del graduato del gruppo operativo mobile che era stato trasferito proprio per il suo coinvolgimento nella faccenda delle intercettazioni.

Alfredo Cospito sta continuando a pagare sulla propria pelle il lunghissimo sciopero della fame per protestare contro il 41bis non solo e non tanto per sé ma per gli altri 700 detenuti ai quali viene applicato.

Le simpatie suscitate dal digiuno avevano messo in imbarazzo il sistema che da allora si sta vendicando. Era stato considerato una sorta di sciopero della fame “a scopo di terrorismo”. La storia dei libri negati è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Negare la possibilità di leggere rappresenta una tortura ulteriore.

Libri pericolosi. Negli anni ‘70 un bambino spiegava l’arresto del padre “terrorista” dicendo: “Aveva troppi libri in casa”.

Fonte

19/03/2025

Bertulazzi: «Sono in fuga dal 1980, ma non regalo mea culpa»

Oggi è un liutaio, per anni ha lavorato come grafico e traduttore, è stato un militante della colonna genovese delle Brigate rosse ai suoi esordi, nella prima metà degli anni '70.

Nel 1980 lascia l’Italia, quando viene processato vive già all’estero da tempo ma i giudici pensano sia un clandestino in attività così lo condannano ad una pena abnorme, 27 anni, nonostante fosse stato un irregolare, cioè mai clandestino, senza reati di sangue contestati.

Dopo esser passato per la Grecia, approda in Salvador dove vive fino al 2002, quando entra in Argentina dove viene arrestato. La magistratura tuttavia nega l’estradizione perché condannato in contumacia.

Poco dopo gli viene concesso l’asilo politico, procedura che interrompe il processo di estradizione annullando il rigetto già pronunciato. Nel 2013 la sua condanna va in prescrizione, la cassazione italiana conferma ma successivamente la procura di Genova fa riaprire il procedimento ottenendo l’annullamento della decisione.

Nell’estate 2024 la nuova giunta argentina del presidente Milei, un nostalgico delle dittature fasciste sud americane e del piano Condor, con una decisione arbitraria annulla la concessione dell’asilo politico.

Il governo Meloni ne approfitta e rilancia l’estradizione avvalendosi della mancata conclusione della precedente procedura di estradizione, dove era stato espresso parere favorevole.

I nuovi giudici, allineati col nuovo potere revanchista, concedono una estradizione col trucco accettando la promessa fatta dalla procura genovese che una volta in Italia Berrtulazzi sarà nuovamente processato: nonostante la legge e la giurisprudenza non lo prevedano.

*****

Leonardo Bertulazzi, classe 1951, fino al 1980, anno in cui è cominciata la sua fuga, è stato un militante irregolare della colonna genovese delle Brigate rosse con il nome di battaglia di Stefano. Condannato in contumacia a 27 anni per il sequestro di Pietro Costa del 1977 e per banda armata, pur non avendo fatti di sangue a suo carico per l’Italia è uno dei maggiori ricercati internazionali: due settimane fa i giudici hanno detto sì alla sua estradizione dall’Argentina.

Ad agosto gli era stato sospeso lo status di rifugiato politico ed è stato arrestato. Adesso è ai domiciliari con un bracciale elettronico e il suo destino è appeso all’ultimo grado di giudizio, quello della Corte suprema di Buenos Aires, città in cui vive dal 2002.

«Quello è stato un anno terribilmente speciale per l’Argentina – dice al manifesto –. Terribile perché la bancarotta finanziaria provocò un impoverimento repentino di una porzione importante della società e speciale perché sviluppò un’immediata risposta in termini di auto-organizzazione e lotta: ‘que se vayan todos’ era lo slogan».

E lei arriva lì.

Bettina, mia moglie, ed io arrivammo a Buenos Aires nel giugno del 2002 e iniziammo a conoscere i quartieri popolari e a frequentare le assemblee in cui i vicini discutevano l’organizzazione di mense e farmacie popolari, e altre forme di autogestione. Venivamo da molti anni vissuti in Salvador, dove avevamo lavorato in contesti simili. A novembre l’Interpol mi arrestò per una richiesta d’estradizione italiana. Le organizzazioni dei piqueteros e le assemblee di quartiere manifestarono una grande solidarietà nei miei confronti e ci fu una campagna in mio favore.

E poi?

Dopo sette mesi di detenzione, il giudice decise che l’estradizione di un condannato in contumacia non era ammessa e mi liberarono.

L’anno seguente, con la presidenza Kirchner, mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico, perché le leggi speciali e le pratiche d’emergenza, il pentitismo, la tortura, i processi collettivi, le pene esorbitanti, i carceri speciali, il 41 bis e le condanne in contumacia non garantivano un funzionamento affidabile della giustizia.

Cosa ha fatto in Argentina in questi 23 anni?

Ho lavorato come disegnatore grafico e come traduttore fino al 2015, quando ho cominciato a frequentare una scuola municipale di liuteria. Si trattava di un grande magazzino in periferia dove, già in precedenza, operava una falegnameria con la sua attrezzatura.

Abbiamo avviato un’impresa di produzione di strumenti musicali per le orchestre degli alunni delle scuole della periferia di Buenos Aires. Abbiamo chiamato quel grande magazzino Fabbricando Futuro, come le due effe sulla tavola armonica del violino, e questo è diventato il luogo d’incontro di alunni, studenti, genitori, professori, liutai e apprendisti liutai.

Da allora il paese è molto cambiato.

Lo spirito della mobilitazione sociale che abbiamo conosciuto al nostro arrivo si è affievolito a causa di delusioni, stanchezza, rassegnazione e repressione che, poco a poco, hanno tagliato le ali della speranza.

Il governo Milei ha espulso dal mondo del lavoro centinaia di migliaia di lavoratori e ha represso con violenza ogni tentativo di resistenza. Oggi nella società argentina si percepisce la paura e insieme un senso di rabbia repressa che aspetta solo che la tortilla se de vuelta.

In Italia, intanto, c’erano già delle condanne che la riguardavano.

La legislazione speciale l’ha fatta da protagonista: la ricerca a tutti i costi della collaborazione del pentito, con la carota delle leggi premiali o, quando non bastava, con la tortura e poi le condanne a decine di anni che si basavano unicamente sulle dichiarazioni dei pentiti.

Si tratta di un iter giudiziario che affonda le proprie radici nelle atrocità del fascismo e nella mancata epurazione della magistratura dopo la caduta del regime. Si tratta di una pesante eredità che è diventata un abito mentale, una mentalità radicata nel profondo.

Non sorprende, quindi, che la legislazione speciale promulgata negli anni ’70, molto più forcaiola dello stesso Codice Rocco, non abbia provocato nessuna contraddizione in coloro che l’hanno applicata con tanta diligenza.

Veniamo ai suoi processi.

Ho due condanne: 15 anni per il sequestro Costa e 19 per banda armata, poi unificate per una pena unica di 27 anni. I processi si sono svolti quando avevo già lasciato il paese da anni.

La procura di Genova scrive: «In conclusione, è ragionevole riconoscere che nessun elemento allo stato attuale può provare la conoscenza del processo in capo al condannato e delle accuse definitivamente formulate a suo carico e poi accertate in sua contumacia».

Lo stesso giudice argentino, che nel 2003, Kirchner presidente, aveva respinto la richiesta di estradizione, oggi, con Milei, ha accolto la richiesta, sostenendo che non c’è ragione di dubitare della parola della procura genovese che assicura che avrò diritto a un nuovo processo.

Ancora la procura di Genova: «L’ipotesi che la mancata presenza del Bertulazzi ai suoi processi per esercitare i suoi diritti possa essere stata involontaria, anziché frutto di una libera scelta, è da scartare CATEGORICAMENTE (sic, ndr)».

Speravano che la mia contumacia “volontaria” potesse giustificare l’estradizione. Ma non è andata così. Il giudice argentino ha respinto la richiesta di estradizione e sono stato riconosciuto come rifugiato politico. Ma ecco che nel 2024 cambiano i rapporti fra i governi, e Milei e Meloni si abbracciano.

Mi viene revocato lo status di rifugiato e la procura di Genova presenta la stessa richiesta d’estradizione di 22 anni prima. Ma con quale giustificazione? Nessuna. Basta avere la faccia tosta di dire che non sapevo di essere sotto processo e che, una volta estradato in Italia, avrò diritto a un nuovo processo.

Sugli anni della lotta armata, in una delle risposte al questionario per ottenere lo status di rifugiato politico in Argentina, lei scriveva: «Nel 1968 è apparso un movimento sociale, sorprendente nelle sue dimensioni, che per più di 10 anni ha messo in discussione le relazioni sociali e politiche del Paese e ha determinato il destino di molte persone, me compreso. Il movimento stava conquistando sempre più spazio nella società, generava speranze di cambiamento e stava già producendo cambiamenti di mentalità. Per me e per molti della mia generazione era una festa, la festa della speranza, in cui si incontravano studenti e lavoratori di tutte le categorie, donne e uomini, vecchi combattenti antifascisti e nuovi».

Il percorso ascendente della parabola ha resistito per anni, e poi? Poi c’è l’oggi, fatto di lavoro precario, disoccupazione, sanità che risponde al motto “più ricco, più sano”, un Mar Mediterraneo che accoglie i cadaveri degli emigranti, povera gente che muore perché cerca una vita degna di essere vissuta, mentre si incita al riarmo, si abitua la gente all’idea della guerra e dilaga il fascismo.

Io ho lottato per un presente diverso. Nel giudicare il passato, non si può prescindere da questo presente, che è quello a cui hanno condotto coloro che ci hanno sconfitto. Non regalerò un mea culpa ai guerrafondai, a quelli che hanno provocato il rigurgito fascista.

Lei non è il primo caso di ricercato per fatti di mezzo secolo fa. Ricordiamo, per ultimi, i dieci di Ombre rosse in Francia. Non crede che i fatti di quel periodo storico siano una ferita ancora aperta per l’Italia?

Bisogna rileggere le parole dei giudici francesi: “I fatti sono molto vecchi. Senza trascurarne l’eccezionale gravità, in un contesto di estrema e ripetuta violenza che non può essere legittimata da esigenze politiche, si deve ritenere che il turbamento dell’ordine pubblico causato si sia esaurito”.

Questa considerazione esprime lo spirito della prescrizione. Nella società italiana, il tempo della ferita aperta è scaduto. Ho letto di inchieste sugli “anni di piombo” che rivelano che tantissimi non sanno nemmeno di cosa si stia parlando.

Perché allora c’è ancora tanta attenzione su quei fatti?

Penso che un perché vada ricercato in quell’eredità di cui parlavo. Nel 2016, un avvocato ha fatto richiesta di prescrizione delle mie condanne. Il 12 giugno 2017 la Corte d’Appello di Genova dichiara l’estinzione delle pene. Il 23 febbraio 2018 la sentenza va in Cassazione e diventa definitiva.

Intanto, però, la Suprema Corte aveva assunto un nuovo orientamento secondo cui anche l’arresto a seguito della richiesta d’estradizione interrompe la prescrizione. La procura di Genova se n’è accorta in ritardo, quando la sentenza che riconosceva la prescrizione delle mie pene era diventata definitiva.

Ma la procura chiede che si riapra il processo, adducendo come giustificazione un fatto nuovo che non era stato preso in considerazione.

Quale sarebbe il fatto nuovo?

Il mio arresto del 3 novembre 2002 a Buenos Aires.

La Cassazione aveva annullato la prescrizione.

Ironia della persecuzione: la mia richiesta di prescrizione delle pene, iniziata nel 2016 e conclusasi nel 2018 con il no alla prescrizione, è il pretesto usato da Milei per cessare il mio rifugio, perché avrei tentato di avvalermi volontariamente della protezione del paese di appartenenza. C’è poi tutto un dispositivo composto da politici e comunicatori che per rendere digeribile ai più la persecuzione attuata dallo Stato, si incaricano di descrivere il perseguitato come un diavolo. Quando nel 2017 mi è stata riconosciuta la prescrizione, si gridò allo scandalo. In realtà, stavano chiedendo di ribaltare la sentenza, cosa che è avvenuta poco dopo.

Lei è in fuga dal 1980. Ha rimpianti?

Ci sono cose che importano e che però non ho potuto fare. Ricordo un articolo di qualche anno fa su un giornale. Parlava dei fuoriusciti degli anni ’70 che si erano rifugiati in America Latina, facendo un’allusione particolare ai genovesi. L’articolo ne descriveva la bella vita ai Caraibi, fra amache, palme e mojito.

Mi chiedevo come fosse possibile che una persona potesse immaginare un esiliato in quel modo, come fosse possibile che un giornalista, senza nessuna conoscenza diretta delle persone di cui parlava, scrivesse un articolo del genere.

Ma ho pensato anche che, nella sua ignoranza, ci aveva azzeccato: è vero che ho vissuto bene, ma di un bene che non ha niente a che vedere con la sua immaginazione. Ho conosciuto tante persone, molte delle quali in situazioni esistenziali complesse. Le loro storie e la loro memoria sono il libro più bello che abbia mai letto e costituiscono la mia ricchezza.

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18/12/2020

Spagna - È persecuzione contro il leader basco Arnaldo Otegi


La persecuzione giudiziaria contro lo storico esponente indipendentista basco, Arnaldo Otegi, sembrava un caso chiuso da dieci anni, con tanto di anni di carcere già scontati. Ed invece rischia di diventare l’ennesimo episodio di accanimento a cui ci sta abituando la storia giudiziaria dello stato spagnolo.

Ha dell’assurdo infatti la decisione adottata all’unanimità dai 16 magistrati della Camera penale della Corte Suprema di Madrid di ripetere il processo per il caso Bateragune (cioè il tentativo di ricostruire la formazione politica indipendentista basca Herri Batasuna messa fuorilegge).

Il caso non ha precedenti, mai prima d’ora era successo che un processo già svolto, con condanne e sentenze eseguite dovesse essere ripetuto. Per ora questa anomalia giudiziaria non ha ottenuto l’appoggio dell’ente che deve ripetere il processo cioè il Tribunale Nazionale.

Eppure la II Sezione della Corte di Cassazione, che non ha ancora reso pubblico l’ordinanza che ordina la ripetizione del processo contro il coordinatore generale di EH-Bildu, Arnaldo Otegi, e altre quattro persone, assicura che è necessario rivedere i fatti e di essere “senza pregiudizi”. Non solo. Afferma che in questi casi, in cui si è verificato un “vizio procedurale”, è possibile una doppia azione penale.

Il giornale spagnolo Publico, scrive che la decisione arriva dopo che la stessa Corte ha annullato il processo e la sentenza la scorsa estate, in ottemperanza alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo (Francia), che ha concluso, nel 2018, che vi era una mancanza di imparzialità da parte di uno dei magistrati spagnoli.

Ma a far capire come il sistema giudiziario spagnolo sia ancora intriso profondamente dal franchismo, è il fatto che la richiesta di ripetere il processo nel caso Bateragune sia stata avanzata da partiti e organizzazioni fasciste come Vox e dall’Associazione Voices Against Terrorism.

Quest’ultima ha sede a Jaén e aveva fatto ricorso dinanzi all’Alta Corte nazionale, ma senza successo, poiché questa aveva stabilito che la ripetizione del processo “non ha copertura legale” in quanto gli unici che hanno il diritto di richiederlo sarebbero quelli colpiti, cioè i condannati, ma ai quali la Corte Europea di Strasburgo ha dato la ragione sul fatto che non hanno avuto un giusto processo.

Arnaldo Otegi, Rafa Díez, Miren Zabaleta, Sonia Jacinto e Arkaitz Rodríguez però non richiesto alcuna ripetizione del processo. In appello hanno chiesto l’annullamento della sentenza del 2012 che li ha condannati a pene comprese tra sei anni e sei anni e mezzo di carcere e che hanno già scontato completamente. La Corte Suprema ha proceduto all’annullamento il 31 luglio.

Era stata revocata anche l’interdizione che aveva impedito ad Arnaldo Otegi, attuale coordinatore generale di EH-Bildu, di candidarsi alle elezioni regionali del 2016 e che è rimasta in vigore fino a febbraio 2021.

I militanti indipendentisti baschi definiti come “i cinque della squadra Bateregune” erano stati arrestati nell’ottobre 2009 per ordine dell’ex giudice Baltasar Garzón, nonostante la sinistra indipendentista – allora fuorilegge – auspicasse la fine dell’attività dell’ETA. Otegi e i suoi compagni erano stati perseguiti per aver tentato di ricostruire Batasuna su indicazione dell’Eta.

La sentenza della Corte europea del 2018 ha rappresentato un duro colpo per il sistema giudiziario spagnolo, poiché ha rilevato manifesti pregiudizi del giudice Ángela Murillo sul leader indipendentista rilasciato dal carcere nel 2011 ma per un processo precedente al caso Bateregune.

Otegi ha rifiutato di rispondere al giudice se avesse condannato la violenza e il giudice ha risposto: “Sapevo già cosa mi avrebbe risposto”. Al che Otegi ha risposto: “Sapevo anche quello che stava per chiedere”.

Mesi dopo quella scena, nel processo per la rifondazione di Batasuna, l’impugnazione del giudice Murillo non fu ammessa. E questa è stata la base per l’accordo di Strasburgo con Otegi e gli altri militanti indipendentisti baschi.

Otto giorni dopo l’annullamento della Corte Suprema, del processo e della sentenza sul caso “Bateragune”, l’Associazione Voices Against Terrorism, ha chiesto di ripetere il processo dinanzi al tribunale nazionale, ma questo organo giudiziario ha stabilito che non ci sono le condizioni per la ripetizione del processo.

Ma la richiesta di ripetere il processo contro Arnaldo Otegi è venuta anche da Vox la formazione neofascista di Santiago Abascal, che lo scorso novembre ha sostenuto la richiesta presso l’Ufficio della Corte di Cassazione.

Il quotidiano spagnolo Publico riferisce che il magistrato Fernando De la Fuente Honrubia, portavoce dell’Associazione dei giudici e dei giudici per la democrazia (JJpD) ha assicurato che “in tutta la mia carriera non ho mai visto la ripetizione di un processo quando il condannato ha già scontato la pena. Dovremo aspettare per vedere le motivazioni della Corte di Cassazione. In caso di condanna, verrà calcolato il tempo già trascorso in carcere e se assolti potranno chiedere un risarcimento per il malfunzionamento del sistema giudiziario“.

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20/11/2019

In Svezia cadono le accuse di stupro contro Julian Assange. Adesso va scarcerato

Il colpo di scena è che la magistratura svedese ha interrotto le indagini sulle accuse di stupro avanzate nei confronti Julian Assange. Viene così a cadere definitivamente l’accusa che ha portato in carcere in Gran Bretagna il fondatore di WikiLeaks, dopo anni di “reclusione” nell’ambasciata dell’Ecuador. Assange rimane però in carcere in attesa della possibile estradizione negli Usa dove lo attendono accuse assai diverse – quelle vere in realtà – come l’imputazione per spionaggio. Accuse che prevedono il seppellimento da vivo di Assange nei buchi neri della CIA prima e del sistema detentivo di massima sicurezza poi.

Julian Assange, si è sempre proclamato innocente dall’accusa di stupro. Una delle accusatrici si era poi ritirata ed era rimasta in piedi una sola denuncia che era servita per chiedere l’arresto in Gran Bretagna dove Assange si era rifugiato ottenendo asilo politico dentro l’ambasciata dell’Ecuador. Con il cambio di governo nel paese latinoamericano e il “tradimento” del neopresidente Moreno, nell’aprile 2019, l’ambasciata consentì l’accesso della polizia britannica nella propria sede e l’arresto di Assange.

La viceprocuratrice svedese Persson adesso ammette che “La ragione della decisione di archiviare il caso è che gli indizi si sono considerevolmente indeboliti a causa del lungo arco di tempo trascorso dagli eventi in questione”. La viceprocuratrice aveva riaperto l’indagine, dopo che in un prima fase altri colleghi della procura avevano valutato l’accusa come infondata. Poi l’aveva chiusa quando Assange aveva ottenuto asilo politico nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, avanzando il sospetto di una macchinazione per consegnarlo agli Usa che gli danno la caccia da anni a causa della diffusione da parte di WikiLeaks di una montagna di documenti riservati assai imbarazzanti per Washington, relativi fra l’altro a crimini di guerra attribuiti alla forze americane in Iraq e Afghanistan.

In ultimo ne aveva chiesto una nuova riapertura nei mesi scorsi, dopo la fine della protezione ecuadoriana e la cattura di Assange da parte della polizia britannica, richiesta tuttavia respinta in primo grado un tribunale di Uppsala. Fino alla rinuncia finale di oggi, accolta come un atto di giustizia, seppur tardivo, da parte degli attivisti e sostenitori di WikiLeaks.

La palla adesso è nelle mani delle autorità britanniche, che hanno perseguito e poi arrestato Assange sulla base delle accuse della magistratura svedese, e solo successivamente sono state raggiunte dalla richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti.

Il cavillo scovato dalle autorità Usa, è l’imputazione per pirateria informatica in complicità con Chelsea Manning (la gola profonda dentro le agenzie di sicurezza statunitensi, ndr), un modo per evitare d’additare formalmente come spionaggio anche la pubblicazione giornalistica di documenti scomodi per gli Usa su testate quali The Guardian o il New York Times. Accuse che hanno una netta implicazione politica e che dovrebbero vedere negata l’estradizione negli Usa di Julian Assange.

Se Assange è in carcere sulla base dell’accusa di stupro ora revocata dalla magistratura svedese, dovrebbe essere scarcerato. Jeremy Corbyn, leader dell’opposizione laburista britannica ha già dichiarato che “L’estradizione di Assange per aver rivelato prove di atrocità in Iraq e in Afghanistan deve vedere l’opposizione del governo britannico”.

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25/10/2018

La giurisdizione alla prova del caso Riace

Le molte questioni aperte, anche sul versante giudiziario, dall’arresto di Mimmo Lucano rendono opportuno, dopo le prime considerazioni a caldo, un supplemento di riflessione.

I commenti degli opinion makers dei grandi giornali di informazione, come sempre, si barcamenano, dando atto a Lucano di “avere agito a fin di bene” e senza alcun interesse personale ma subito aggiungendo che le forzature da lui commesse sono inaccettabili e che l’intervento della magistratura era doveroso e inevitabile: «Nessun imbroglio, però regole violate. Questo è un punto fermo, un punto intorno al quale non ci sono spazi per discutere né piccoli né grandi. E non si può un giorno osannare la magistratura quando ha nel mirino Salvini e il giorno dopo demonizzarla quando il bersaglio è un personaggio come Lucano» (A. Bolzoni, Il sindaco e i confini della legge, La Repubblica, 3 ottobre); «C’è qualcosa di commovente in Mimmo Lucano, sindaco di Riace, che imbroglia le carte per salvare una prostituta nigeriana e offrirle un domani. Ma se, come diceva Lucano, l’idea personale di giustizia superasse l’idea collettiva di legge, avremmo sessanta milioni di codici penali in più e una democrazia in meno» (M. Feltri, L’errore di Antigone, La Stampa, 4 ottobre); «L’idea di fondo che ha mosso Lucano è molto difficile da contestare in buona fede. La strada assai vitale imboccata dal sindaco di Riace, però, sembra virare a un certo punto verso un’altra direzione, creando nel tempo una specie di repubblica autonoma sulle montagne calabresi. Del sindaco le carte mostrano, accanto a un grado quasi insostenibile di naïveté, una disinvoltura amministrativa spinta ben al di là dei fardelli penali. Il gip ha scagionato da altre e più gravi accuse (concussione, associazione per delinquere, truffa) il sindaco con parole che però ne velerebbero il profilo di amministratore quand’anche nelle prossime ore fosse revocata o alleggerita la misura cautelare» (G. Buccini, La triste storia di Riace che rende tutti più deboli, Corriere della Sera, 4 ottobre). Non diverso il commento di M. Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 3 ottobre (I gonzi di Riace): «Domenico Lucano è un fuorilegge onesto. Ma ha violato la legge sull’immigrazione. E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tanto più se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarle».

La strada è tracciata ed è un ghiotto assist per il ministro dell’interno Salvini, che invoca la par condicio con quanto accaduto in occasione dei suoi attacchi ai magistrati nella vicenda della nave Diciotti e si scopre difensore della magistratura sollecitando interventi dell’Anm e del presidente della Repubblica in difesa dei pubblici ministeri di Locri, a suo dire intimiditi dalle manifestazioni di solidarietà per Lucano.

È un approccio apparentemente equilibrato e di buon senso ma, a ben guardare, profondamente sbagliato che fa torto alla realtà, contribuisce a delegittimare l’esperienza di Riace e propone un modello inadeguato di rapporto tra opinione pubblica e magistratura (avallando l’idea che ogni critica all’operato di pubblici ministeri e/o giudici è un attacco all’indipendente esercizio della giurisdizione, assimilabile a quelli di chi pretende l’impunità per sé e per i suoi amici).

Partiamo dai fatti. Mimmo Lucano ha commesso forzature amministrative e contabili e violazioni della legalità formale.

È vero. Lo ha fatto – non di nascosto (come in molti vanno dicendo) ma alla luce del sole e finanche rivendicandolo ‒ in risposta a ottusità burocratiche, a provvedimenti amministrativi opinabili in tema di soggiorno, a clamorosi ritardi nei pagamenti dovuti dallo Stato (ritardi che integrano ‒ essi sì, anche se nessun commentatore lo dice ‒ una ingiustificata violazione della legge e dei più elementari doveri di correttezza amministrativa).

E tuttavia lo ha fatto. Nessuno lo contesta. Ma di qui ad affermare che l’iniziativa della Procura di Locri è un semplice e doveroso esercizio dell’azione penale e che criticarla o manifestare solidarietà a Lucano è inaccettabile e scorretto (magari facendo impropri paragoni con altre iniziative del presente o del passato) ce ne corre.

Indicarne le ragioni è importante per la lettura della vicenda specifica.

Non solo, ma può aiutare a mettere ordine nella grammatica istituzionale e ad aprire un confronto rigoroso sulle regole, che se valgono per tutti, sono particolarmente stringenti per i magistrati, la cui legittimazione è legata al loro rigoroso rispetto e la cui indipendenza ha il necessario contraltare nell’esposizione alla critica (puntuale e argomentata) delle iniziative e dei provvedimenti giudiziari.

Primo. L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in presenza di reati (fermo che non tutte le violazioni di legge lo sono) e le imputazioni formulate devono essere suffragate da un fumus di fondatezza.

Orbene, nel caso specifico è a dir poco incerto se gli strappi del sindaco Lucano restino nella sfera della discrezionalità amministrativa, integrino illeciti amministrativi e/o irregolarità contabili ovvero sconfinino nella rilevanza penale.

Il dubbio fa, dunque, da sfondo all’intera vicenda ma non ne costituisce il punto critico.

All’inizio delle indagini, infatti, il dubbio è la regola e in un caso come questo – aggiungo – sarebbe benvenuto anche il dibattimento.

Nell’interesse di Lucano (che potrebbe discutere pubblicamente, e contestualizzare, i fatti e le loro motivazioni) e della società intera, come accade in tutti i processi che coinvolgono valori e principi, legge e giustizia, solidarietà e “ordine” (sulla scia, per limitarsi alla nostra storia repubblicana, di quelli a carico di Danilo Dolci, di don Milani, dei responsabili dell’Isolotto o, da ultimo, di Marco Cappato).

Ad essere inaccettabili e fuori dalle regole del giusto processo è altro.
In particolare, alcune delle contestazioni mosse a Lucano, a cominciare dalla prima: quella di avere costituito, insieme ai suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». Le parole sono pietre e l’imputazione così formulata criminalizza il sistema di accoglienza costruito da Lucano in quanto tale (e non eventuali reati commessi nel corso di un attività amministrativa complessivamente corretta).

È il modello Riace che diventa un delitto, con un teorema non sorretto dall’indicazione di elementi probatori coerenti, respinto dal giudice per le indagini preliminari, smentito da una storia ventennale sotto gli occhi di tutti.

Il filo logico che sostiene l’operazione è evidente: non la qualificazione giuridica più corretta ma quella più idonea a stigmatizzare la ritenuta gravità del fatto.

Non è certo la prima volta che ciò accade (da Torino a Catania) ma la cosa, lungi dall’essere una giustificazione, rende ancor più necessaria una presa di distanza critica.

Secondo. Lucano non è stato semplicemente sottoposto a processo.
È stato arrestato, e non è la stessa cosa.

Se l’esercizio dell’azione penale è (ricorrendone i presupposti) obbligatorio, non altrettanto è a dirsi per le modalità, che lo caratterizzano, per lo più discrezionali, cioè legate a scelte di pubblici ministeri e giudici (ovviamente all’interno dei parametri fissati dalle leggi sostanziali e processuali).

Ciò vale, in particolare, per le misure cautelari che possono essere applicate solo in presenza di specifiche e motivate esigenze cautelari (articolo 274 codice procedura penale) e che devono essere commisurate all’entità del fatto (articolo 275, comma 2).

Non solo ma la misura della custodia cautelare «non può essere disposta se il giudice ritiene che, in caso di condanna, possa essere disposta la sospensione condizionale della pena» (articolo 275, comma 2 bis).

Orbene, nel caso di Lucano, il giudice per le indagini preliminari ha motivato l’arresto evocando un rischio di commissione di reati legato esclusivamente al suo ruolo di sindaco, non ha spiegato perché quel rischio non possa essere fronteggiato con una misura meno afflittive ed ha concluso affermando che può “tranquillamente escludersi”, in caso di condanna, la concessione della sospensione condizionale della pena (quando chiunque sia entrato anche un sola una volta in un tribunale sa che, consentendolo l’entità della pena, la sospensione condizionale è una certezza per un imputato incensurato e che non ha agito per personale tornaconto).

In queste condizioni sottolineare il carattere meramente apparente della motivazione e la mancanza dei presupposti per la misura non è un attacco al giudice ma un legittimo (e, anzi, doveroso) esercizio del diritto di critica.

Superfluo aggiungere che l’arresto di Lucano (come di qualunque altro) non è una variabile secondaria del processo: per la sofferenza inflitta all’imputato, per l’immagine consegnata all’opinione pubblica, per la conseguente immediata sospensione dalla carica di sindaco (con le evidenti conseguenze sull’andamento del progetto Riace, in gran parte legato alla sua personalità).

Anche in questo caso non consola il fatto che si tratti di una prassi giudiziaria assai diffusa, da Nord a Sud: basti guardare ai processi per fatti legati al conflitto sociale in cui le misure cautelari sembrano essere la regola.

Terzo. L’obbligatorietà dell’azione penale è una cosa troppo seria per essere usata come spiegazione a prescindere.

Obbligatorietà significa, come risulta chiaramente dal dibattito in sede costituente, assenza di filtri politici tra la notizia di reato e il suo perseguimento, non anche – non lo è mai stato e non può esserlo – eguale impiego di mezzi e risorse per tutti i processi.

La cosa è tanto evidente che molti uffici di Procura si sono dati dei criteri di priorità per la trattazione degli affari, ritenuti legittimi e approvati dal Consiglio superiore della magistratura.

Orbene nel caso specifico – secondo le dichiarazioni del pubblico ministero – l’attività del sindaco di Riace è stata monitorata e scandagliata dalla Procura di Locri e dalla Guardia di finanza per oltre un anno e mezzo e facendo ricorso a prolungate intercettazioni telefoniche.

Nessun dubbio sulla legittimità della scelta, ma, appunto perché di scelta si tratta, non è un fuor d’opera chiedersi se in terra di ‘ndrangheta e in una regione in cui le condanne per corruzione si contano sulle dita di una o due mani, la vicenda di Riace meritasse il primo posto (o quasi) nelle priorità dell’ufficio.

Quarto. Non basta. Le indagini nei confronti di Lucano hanno imboccato, subito dopo l’arresto, la strada del più classico dei processi gestiti dagli inquirenti “a mezzo stampa”.

C’è stato infatti, quasi contestualmente alla misura, un anomalo comunicato stampa della Procura nel quale, oltre a pesanti giudizi sull’imputato, è riprodotto il testo di intercettazioni telefoniche (di cui pure l’articolo 114 del codice di proceduta penale non consente la pubblicazione: norma violata dai più, ma senza che ciò consenta che alla violazione si associno i titolari del processo).

Ad esso, poi, è seguita un’intervista del procuratore di Locri in cui si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali».

Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo, usa la stampa e si rivolge direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (sic!) le accuse che, nella sede propria, sono state ritenute improprie e prive di riscontri probatori. Ogni commento è davvero superfluo.

C’è una conclusione.

La critica all’iniziativa giudiziaria della Procura di Locri e al provvedimento di applicazione della misura cautelare nei confronti di Domenico Lucano non ha, alla luce di quanto si è detto, nulla di pregiudiziale e non si fonda su pretese di impunità per chicchessia (come invece spesso accade nel nostro Paese) ma ha a che fare, semplicemente, con il rispetto delle regole che presiedono al processo penale.

Non sorprende che finga di non capirlo il ministro dell’interno Salvini (il quale ignora, tra l’altro, che ‒ come ebbe a scrivere Norberto Bobbio in una polemica con l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ‒ la critica motivata dei provvedimenti giudiziari è consentita a tutti ma non a chi, come gli uomini di governo, è titolare di poteri che possono incidere sullo status dei giudici).

Sorprende, invece, che non lo capiscano tanti illustri commentatori.

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