Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/12/2021

L’anniversario di Giuseppe Pinelli, e un ritratto di Calabresi


Il 15 dicembre 1969, Giuseppe Pinelli, ferroviere, ingiustamente accusato per la strage di Piazza Fontana insieme a Pietro Valpreda e altri compagni anarchici, viene ucciso nella Questura di Milano, fatto cadere dalla finestra del quarto piano, quella del commissario Luigi Calabresi.

Un sintetico ritratto tracciato in quegli anni, di fonte anarchica, su chi era il “commissario finestra”, soprannome “guadagnato sul campo” per i suoi metodi di “interrogatorio”, del tutto in linea con una “democrazia” che ordinava di mettere bombe per cercare di fermare l’ondata di massa del “biennio rosso” 1968-69.

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Un giovane uomo di 36 anni, nemmeno molto avanti nella carriera, un semplice commissario. Eppure in quel momento, in tutte le piazze di Milano, era lui il poliziotto più significativo, più importante, quello che si permetteva di redigere a modo suo e di condurre a modo suo tutti gli interrogatori, a prescindere da quello che dicevano i suoi superiori, a prescindere dalla presenza o meno di un qualunque magistrato.

È lui che interroga i compagni arrestati il 25 aprile, è lui che porta i compagni Braschi e Faccioli in campagna e organizza la finta esecuzione di Braschi puntandogli la pistola alla testa e scaricandogli un caricatore vuoto.

È lui che fa sedere il compagno Braschi sulla finestra da cui, mesi dopo, cadrà Pinelli. È lui che in questo modo si guadagna il titolo di “commissario finestra”.

Quindi non è possibile quello che è stato sostenuto, per la verità con scarso pudore, e per poco tempo, del suicidio di Pinelli. Non sto a tediarvi sulle prove e su quello che è stato prodotto dai compagni come analisi per dimostrare l’impossibilità del suicidio di Pinelli. Sto per parlarvi di questa persona: del signor Calabresi.

Commissario di Pubblica Sicurezza. Su questa persona è stato fatto un film molto bello: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Veramente egli si considerava al di sopra di ogni sospetto, una persona che non poteva essere toccata. Un amante della forza, un amante della violenza gratuita, tipica degli strumenti più stupidi dello Stato.

Su di lui si concentrava tutta la cura e tutta l’attenzione che lo Stato indirizza verso i suoi strumenti. Badate, Calabresi non era un poliziotto come tutti gli altri. Era stato in America, era stato educato alla scuola della CIA, aveva un look diverso, che poteva ingannare, sotto certi aspetti, che ingannava con abilità.

Vi parlo di una persona che mi ha fermato diverse volte, che ho conosciuto personalmente, che poteva ingannare chi perdeva di vista sia pure per un attimo il fatto di avere davanti un nemico, poteva sembrare una persona democraticamente disponibile, capace di citare i testi anarchici, ma, contemporaneamente, capace di sparare il caricatore vuoto di una pistola alla tempia di un compagno. Ecco perché ne stiamo parlando.

Questa persona è presente all’interrogatorio di Pinelli. È dimostrato che era nella stanza di Pinelli. Tutte le santificazioni che cercano adesso di recuperare le legittimità democratiche del povero Calabresi mi fanno ridere. Perché il povero Calabresi aveva una moglie che aspettava un bambino: ma anche i boia hanno famiglia, anche i boia devono dare da mangiare ai propri figli. Quindi non facciamoci impressionare: i boia restano boia, anche se sono padri di famiglia, anche se fanno il mestiere che fanno per dare da mangiare ai propri figli.

Nessuna santificazione, per favore, almeno, da parte nostra, mai. Nessuna giustificazione, nemmeno quella del tempo, il tempo che passa e che fa dimenticare tante cose.

C’è una canzone che dice: “quel pomeriggio eravamo in tremila, in tremila al tuo funerale”, riferendosi al funerale di Pinelli, e forse eravamo più di tremila e tutti quanti, quel pomeriggio, accanto a quella bara, ognuno nel proprio cuore giurò di fare qualcosa, perché quel fatto orrendo, l’orrendo delitto della morte del nostro compagno, non passasse inosservato.

Certo, nella stanza dove Pinelli venne interrogato noi non c’eravamo, io non c’ero. Certo, insieme a Calabresi nella stanza dove Pinelli venne interrogato e torturato c’erano altre persone: brigadieri di Pubblica Sicurezza, tenenti dei Carabinieri.

Certo, non sappiamo quali gesti furono compiuti. Certo, non sappiamo con quali parole e su che cosa, e in che modo si cercò di incastrare il povero Pinelli. Certo, non sappiamo se la scarpa che rimase nelle mani di Panessa apparteneva alle tre scarpe indossate dal cadavere di Pinelli. Non lo possiamo sapere.

Certo, non sappiamo perché l’autoambulanza che doveva portare via il povero Pinelli, ormai agonizzante, giù nel cortile della questura di Milano, venne chiamata, come di fatto risulta dal registro delle autoambulanze, tre minuti prima di quando i due cronisti de L’Unità che si trovavano a passare dal cortile della questura videro cadere quello che a loro sembrò uno scatolone per il modo in cui precipitava a piombo, dritto, sbattendo sui cornicioni dei vari piani della questura di Milano, in via Fatebenefratelli. Questo non lo sapremo mai.

Ma quella sera, quando andammo in tanti compagni, al cimitero maggiore di Milano per accompagnare la bara di Pinelli, tutti e non solo noi che eravamo in quell’occasione presenti, ma anche altrove, in tutte le città italiane, decine di migliaia di compagni avevano la coscienza, assoluta, certa, senza la quale non si può fare nulla di serio nella vita, coscienza perfettamente, rivoluzionariamente sicura di sé, che il responsabile di quella morte, della morte del nostro compagno, era il commissario Luigi Calabresi in carica alla questura di Milano, nell’anno 1969.”

Fonte

23/12/2020

L’omicidio di Pinelli, il regime delle menzogne


La madre di tutte le fake news, in Italia, è una sentenza emessa nell’ottobre del 1975 dal giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, che meno di vent’anni dopo sarebbe diventato un eroe nazionale per Mani Pulite (poi anche senatore del Pci-Pds-Pd o come si chiamava allora... NdR).

Secondo D’Ambrosio, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto volando giù dal quarto piano della questura di Milano nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, sarebbe stata causata da un malore dovuto alle quarantotto ore di interrogatorio senza mangiare, con il freddo e una cappa di fumo di sigarette a peggiorare la situazione.

Pinelli non si sarebbe accasciato a terra come in un qualsiasi collasso, ma avrebbe subito un’alterazione del suo «centro di equilibrio» e sarebbe caduto accidentalmente dalla finestra. Non vi furono accuse né di omicidio né di abuso per i presenti nella stanza (e in questura) al momento della caduta. La stampa riassunse il senso della sentenza con un’espressione entrata nella storia (del linguaggio questurino, non certo della medicina, NdR): «malore attivo».

Qualche giorno fa è uscita un’intervista a Gianadelio Maletti, generale, ex capo del Reparto D (controspionaggio) dei servizi segreti italiani, iscritto alla P2, attualmente latitante in Sud Africa e protagonista di diversi depistaggi della storia della nostra da sempre depistata repubblica.

Secondo lui, Pinelli sarebbe stato interrogato davanti a una finestra. «A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade», sostiene Maletti.

In realtà anche questa versione non torna: se le cose fossero andate davvero così, Pinelli sarebbe caduto di spalle e non a faccia in avanti come poi è stato ritrovato il corpo. Più probabile che il suo interrogatorio sia davvero avvenuto alla finestra, ma seguendo il metodo «a cavalcioni», che pare all’epoca fosse molto in voga presso la questura di Milano.

È una questione fisica, in fondo: è ormai dimostrato che Pinelli cadde in seguito a una «proiezione verso l’esterno».

È un mistero che nessuno sembra aver voglia di risolvere, e d’altra parte sono passati cinquantuno anni. Credere che si possa arrivare a una verità giudiziaria è un bell’atto di fede, ma forse nemmeno ne vale la pena.

Resta la verità storica. E un avvertimento che torna utile anche per questi tempi inquieti e depressi, in cui chi esprime dubbi viene per lo più bollato come un complottista, un folle, un burlone: le vere fake news – le menzogne, le bugie – vengono quasi sempre da chi sta dentro le istituzioni. E quasi mai da chi ne sta fuori.

Fonte

12/12/2019

Non fu una finestra ad uccidermi


Tre giorni.

Tanto fu il tempo che Giuseppe Pinelli trascorse nel palazzo della questura milanese nel 1969.

Alla fine di questi, una finestra aperta a Dicembre venne accusata d’essere la mano autrice della sua morte.

Una morte, precipitando dal quarto piano. La corsa in ospedale.

L’omicidio del ferroviere anarchico italiano, Giuseppe Pinelli nel silenzio della stampa.

Un velo steso sopra ad una delle pagine più nere e più oscure del paese Italia.

Fonte

Strage di Piazza Fontana - Buchi neri e ferite aperte


Oggi è il 12 dicembre e sono passati cinquanta anni dalla Strage di Stato di Piazza Fontana a Milano. Non ci sono dubbi che su quella strage e il progetto di cui è stato fattore scatenante (quella che abbiamo definito come “guerra di bassa intensità”, ndr) ci siano ancora ferite aperte e buchi neri. Ce ne sono talmente tanti che rendono irricevibile ogni tentativo di parlare o imporre quella che gli apparati istituzionali definiscono come “memoria condivisa”. Per noi i cinquant'anni passati dalla Strage di Stato non sono una pietra di inciampo ma una ferita ancora aperta.

Al contrario assistiamo al tentativo di spalmare su questa ferita sanguinosa della storia recente del nostro paese una melassa narrativa e rovescista in senso storico. Ne è testimonianza l’omertà registrata su tutti i mass media sul nome di chi avrebbe messo materialmente la bomba in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969. Secondo l’identikit emerso dall’ultimo libro di Guido Salvini (La Maledizione di Piazza Fontana, ndr) e da un articolo de Il Fatto, sarebbe stato un fascista veronese di Ordine Nuovo – Claudio Bizzarri – deceduto poco tempo fa. Perché questo silenzio o, peggio ancora, questo imbarazzo? Perché si continua a parlare di “misteri”, ad alimentare depistaggi politici e mediatici sulle stragi quando invece è tutto chiaro, gli autori sono rimasti a piede libero, e qualcuno ha fatto anche carriera? Utile, anche per capire le connessioni tra i funzionari degli apparati italiani e quelli statunitensi (incluso il commissario Calabresi), il videodocumentario realizzato all’epoca da Pierpaolo Pasolini.

In secondo luogo è emerso che nella stanza della Questura di Milano dalla quale il 15 dicembre 1969 precipitò l’anarchico Giuseppe Pinelli, non solo c’era il commissario Calabresi (cosa ribadita in ogni sede dall’anarchico Pasquale Valitutti anche lui fermato in quella occasione, ndr), ma c’erano anche i vertici dei servizi segreti dell’epoca.

Scrivono nel loro recentissimo libro Gabriele Fuga ed Enrico Maltini (il primo storico avvocato degli anarchici, il secondo militante anarchico) che viene confermata la presenza, “fino ad oggi sempre celata, in quelle stanze della Questura milanese, di funzionari di altissimo livello dell’Ufficio affari riservati del Viminale, venuti da Roma il giorno dopo la strage, che di fatto, senza mezzi termini e stando alle loro stesse parole, comandavano, impartivano direttive e scrivevano i rapporti che facevano poi firmare al questore e al capo della polizia. Poi, elemento importante, il vicedirettore degli Affari riservati Guglielmo Carlucci, anch’esso presente, ammette che i nomi di Pietro Valpreda e di Pinelli vengono fatti da Roma poche ore dopo la strage, prima ancora della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi e prima che si confutasse l’alibi di Pinelli. L’allora commissario Antonio Pagnozzi parla esplicitamente di pista prefabbricata originata non a Milano”.

In una intervista a Il Fatto, i due autori spiegano che “Di nuovo si può aggiungere che Calabresi potrebbe essere stato costretto a coprire, oltre alle sue, altre e più gravi responsabilità. Per esempio, quelle dei funzionari degli Affari riservati. Soprattutto quelle di Silvano Russomanno in primis, che con ogni probabilità partecipavano all’interrogatorio ma che dovevano restare nell’ombra. I documenti dimostrano che Silvano Russomanno stava tentando a tutti i costi di incolpare Pinelli, e lo farà anche dopo la sua morte, delle bombe sui treni di agosto”.

È importante quest’ultimo riferimento, perché non molti sanno che quella di Piazza Fontana non fu la prima bomba ad esplodere, fu quella che fece la strage. Prima del 12 dicembre 1969 ne erano esplose ben 142, su treni, dentro banche, alla Fiera di Milano e all’Altare della Patria a Roma. Non fecero morti ma furono utilizzate dai servizi segreti per preparare la “pista anarchica” per la Strage di Stato di Piazza Fontana.

Il fatto che a Milano, in Piazza Fontana, ci siano due lapidi dedicate al compagno anarchico Giuseppe Pinelli (una messa dalle istituzioni, l’altra dai compagni) è la rappresentazione materiale che sulla Strage di Stato ci sono due visioni completamente diverse e non può esserci “memoria condivisa”.

Infine, ma non certo per importanza, dall’inchiesta condotta dal giudice Guido Salvini – e conclusasi con una sentenza che ha messo la lapide su ogni possibile verità giudiziaria sulla Strage di Stato – emergono i nomi degli agenti amerikani che agirono nell’organizzazione della Strage di Stato insieme ad alcuni agenti italiani reclutati nei servizi militari Usa di stanza nelle basi Nato del Veneto, in particolare il Comando Ftase di Verona e la Caserma Ederle di Vicenza. Si tratta di Joseph Luongo e Jospeh Leo Pagnotta. È tutto scritto ed è stato consegnato anche alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi. La politica, tutta, dunque lo sa ma continua a tacere, negare, rimuovere questo fattore scomodo nelle relazioni dentro la Nato e con gli Stati Uniti.

Forse adesso è più chiaro perché nel 1982 qualcuno (le Br in quel caso ndr) avesse sequestrato un generale americano proprio della base Nato/Ftase di Verona per rivolgergli “qualche domanda”. Quel sequestro portò allo scoperto in Italia il massiccio ricorso alla tortura nei confronti dei militanti Br, e non solo, che venivano arrestati. Ma anche questo, all’epoca, venne negato e perseguito da tutti, governo e opposizione. È emerso solo negli anni più recenti ma anche qui nella totale omertà e rimozione dei mass media e della politica, tutta, in modo assolutamente bipartisan, oggi come allora.

Per questo chi parla ancora di “misteri” e di memoria condivisa sta ingannando e rovesciando la storia. Con costoro non avremo mai nulla da spartire ed a costoro continueremo a non fare alcuno sconto.

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