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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2026

Il caccia franco-tedesco è fallito. Ma nessuno spiega le ragioni e ne trae le giuste lezioni

Il progetto Fcas (Future combat air system, il cacciabombardiere di nuova generazione che Francia e Germania avrebbero dovuto sviluppare insieme) è ufficialmente fallito. Non è più una questione di “segnali preoccupanti” o di “negoziati difficili”: i governi dei due Paesi hanno preso atto del collasso del programma e addirittura già avviato la ricerca di partner alternativi. Le dichiarazioni ufficiali si sono susseguite, le trattative separate sono partite, e nessuno (nemmeno chi aveva investito sforzi e credibilità politica in quel progetto) sostiene che si possa più recuperare.

I media lo raccontano come un fallimento diplomatico, uno scontro di ego industriali, una prova ulteriore delle difficoltà della cooperazione europea. Tutto in una certa misura vero ma superficiale. Perché questa vicenda ci dice (e conferma) elementi molto più importanti e molto più scomodi su come funziona realmente il sistema militare-industriale, su chi indirizza davvero le scelte strategiche degli Stati e su quanto sia vuota la retorica della costruzione di una difesa militare europea comune. Qualche riflessione in più a riguardo di questo “caso” (con possibilità di trarre lezioni importanti) è invece opportuna.

C’è un meccanismo che chiunque segua con attenzione le dinamiche legate al “procurement” militare (cioè la parte “armata delle spese militari) conosce bene, ma che i media generalisti sembrano del tutto incapaci di raccontare. Funziona così: quando i budget per la difesa aumentano (come successo in maniera significativa ed evidente in Europa e negli ultimi anni) le grandi aziende del settore non aspettano che ci sia una chiara esigenza militare da soddisfare, o che siano state elaborate indicazioni a livello politico e militare, ma si buttano sulla creazione di progetti anche parziali, anche preliminari. Specialmente se riguardano sistemi d’arma complessi (e di conseguenza molto costosi) con funzioni e “immagini” evocative. Proprio come un cacciabombardiere. L’obiettivo immediato non è creare le condizioni per sviluppare e costruire un sistema d’arma efficace, piuttosto quello di entrare nel flusso del denaro pubblico, mettendo una mano (o un segnaposto) in un tavolo che si fa sempre più ricco.

Il ragionamento è brutalmente semplice ma spesso non lo si considera: se un’azienda riesce a far partire anche solo la fase esplorativa di un programma (un contratto di studio, una dimostrazione tecnologica, un prototipo, una scatola industriale, un ufficio di sviluppo) quando arriverà il momento delle decisioni importanti potrà presentarsi con un argomento potentissimo: “Abbiamo già iniziato a lavorarci, interrompere adesso costerebbe di più che andare avanti”. È la logica del “sunk cost” (costo irrecuperabile) trasformata in strumento di pressione (o forse sarebbe meglio dire ricatto) politica. I miliardi già spesi diventano un ostaggio: l’industria li tiene in pugno e li usa per condizionare le scelte future degli Stati.

Nel caso del caccia franco-tedesco (come in quasi ogni grande programma di armamento, soprattutto aeronautico, che ha coinvolto i principali Paesi europeo negli ultimi decenni) non si è mai partiti da un’esigenza operativa genuina e condivisa. Non c’era una minaccia identificata, non c’era un requisito militare chiaro e concordato, non c’era una dottrina comune di impiego. Si è iniziato a pensare di progettare un aereo perché costruirlo (o anche solo fingere di farlo) era conveniente per Dassault e Airbus, o per Leonardo e Bae Systems se vogliamo fare il parallelo con il Global combat air programme (Gcap). Il resto è venuto dopo, o nel caso del Fcas non è venuto affatto.

E non si tratta di una situazione eccezionale ed episodica ma della regola. Basta guardare la storia recente dei programmi d’armamento europei. Nessuno di essi ha mai avuto una coerenza di motivazioni dall’inizio alla fine. Si cambia il contesto di relazioni internazionali e alleanze, si ipotizzano nuovi scenari di impiego, si ridefiniscono i requisiti, si rinegoziano i contratti (in aumento), si spostano le date. Perché non sono mai stati guidati da una necessità militare vera, quanto dagli interessi industriali che cercavano di agganciare il treno della spesa pubblica.

Il secondo punto è in un certo senso ancora più inquietante, eppure maggiormente ignorato o sottostimato. Il racconto dominante di queste ore tende a farci passare il messaggio che Francia e Germania non abbiano trovato un accordo politico. Come se Emmanuel Macron e Friedrich Merz si fossero seduti a un tavolo e non fossero riusciti a intendersi. Ma non è andata così. La sequenza reale è inversa: Dassault e Airbus non hanno trovato un accordo industriale e di conseguenza i governi hanno preso atto che il programma non si poteva fare. Prima l’industria, poi gli Stati. Prima gli interessi privati, poi le scelte sovrane.

Un fatto di gravità eccezionale, che varrebbe di per sé pagine e pagine di analisi. In qualunque teoria delle relazioni internazionali (incluse quelle più spregiudicatamente realiste, che mettono la potenza militare degli Stati al centro di tutto) è assurdo anche solo ipotizzare che una decisione strategica di questa portata venga subordinata alle trattative tra due aziende private. Eppure è esattamente ciò che è successo. I governi di due tra le principali potenze europee hanno aspettato che le rispettive industrie trovassero un accordo su quote di mercato, ripartizione del lavoro, accesso alle tecnologie sensibili, brevetti. E quando quell’accordo non è arrivato hanno registrato il fallimento come se fosse un fatto di natura: inevitabile, incolpevole, esterno alla loro volontà.

Non lo era. Era una scelta. La scelta di non scegliere, di delegare il potere decisionale al complesso militare-industriale e poi fingere di subirne le conseguenze.

Il problema che si palesa non è quindi solo di natura tecnica o meramente burocratica. È democratico. Le spese militari sono soldi pubblici. Le alleanze strategiche, le strategie e interessi nazionali, le configurazioni dei modelli di difesa vengono decise (almeno formalmente) da governi eletti con mandato popolare. I trattati di cooperazione vengono firmati da capi di Stato e ministri che rispondono ai Parlamenti. Ma se a determinare se un programma così cruciale (e sulla cui rilevanza politica e strategica si sono anche spesi fiumi di inchiostro) si realizzi o meno è la capacità (o volontà) dei manager di Dassault di accordarsi con Airbus su chi prende quante commesse, allora quella catena democratica è spezzata. È l’industria che governa decisioni così importanti, non gli eletti (e di conseguenza i cittadini elettori). Un elemento grave che andrebbe nominato senza giri di parole, e che dovrebbe allarmare anche gli italiani, considerando quanto anche le industrie del nostro Paese siano coinvolte in progetti simili. Invece si parla di “ostacoli tecnici” e “divergenze industriali” come se fossero elementi esterni ingovernabili da assumere come “dati di fatto”.

Il terzo elemento è quello che più direttamente smonta una narrazione che negli ultimi anni è diventata quasi un dogma: l’idea che aumentando la spesa militare europea, moltiplicando i fondi a vantaggio dei produttori di armi, sostenendo i programmi di acquisizione militare congiunti si stia costruendo qualcosa di concreto e duraturo in termini di capacità militare europea o ancor più in generale di “Difesa Ue”.

Il Fcas è un caso di scuola che dimostra il contrario. Nonostante anni di annunci, nonostante miliardi già stanziati, nonostante la retorica dell’autonomia strategica europea ripetuta come un mantra da Bruxelles a titoli continentali, la cruda evidenza è che Parigi e Berlino non riescono a fare un aereo da caccia insieme. E si tratta solo di due Stati. Ma due dei più ricchi e tecnologicamente avanzati dell’Europa, con una base industriale aeronautica di livello mondiale. Eppure non ci riescono.

Come si può credere allora che magicamente si riesca ad arrivare a un sistema di difesa europea comune solo moltiplicando i soldi del Fondo europeo per la difesa? O inserendo altri capitoli di spesa in strumenti come il Programma per l’industria europea della difesa (Edip), lo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (Safe), o i vari acronimi che si susseguono nei comunicati di Bruxelles, con una Commissione che punta a un aumento a tre cifre dei capitoli a destinazione militare del proprio bilancio? La risposta reale ed evidente, ma che nessuno sta dicendo perché una certa retorica aiuta vari interessi (politici e finanziari), è che non si può. Perché il problema non è la quantità di denaro ma l’ordine logico (e politico) delle priorità.

Una vera difesa europea (ammesso che abbia senso evocarla in un senso così astratto e indeterminato e limitandosi alla sfera militare, che è quella meno efficace per la sicurezza) dovrebbe nascere da un percorso con tappe chiare e consequenziali. Prima una visione politica comune di che cosa sia l’Unione europea (con obiettivo, ruolo, principi fondativi concreti), poi una politica estera condivisa che la sostenga, poi una politica di difesa che sia a servizio di elementi e interessi condivisi (a partire dalla vita dei cittadini), quindi una dottrina militare che derivi da tali indirizzi politici e solo dopo – alla fine – un sistema che progetti e sviluppi sistemi d’arma coerenti con tale dottrina.

Fare esattamente il contrario (iniziare dai contratti industriali sperando che il resto venga da sé) non produce capacità militare. Produce frustrazione politica, discussioni sul nulla, sprechi, frammentazione e la periodica notizia del “programma fallito” che tutti fingono di non capire nella sua essenza e nella sua portata. Il caccia franco-tedesco è l’ennesima, cristallina dimostrazione di questo cortocircuito. Ma non verrà letta come tale. Verrà archiviata come una difficoltà temporanea, un ostacolo superabile, una ragione per aumentare ancora i fondi e moltiplicare ancora i tavoli di lavoro. Perché è questo che fa comodo agli interessi del complesso militare-industriale-finanziario che muovono davvero le leve della spesa militare (e della politica) europea.

Sarebbe bello poter concludere queste riflessioni con una nota di ottimismo pensando che questa volta, finalmente, qualcuno in una posizione di potere si fermi a riflettere. Che i Parlamenti nazionali o quello europeo chiedano conto di come vengono spesi i soldi a favore dell’industria militare, e con quale logica vengono prese le decisioni strategiche. Che il dibattito pubblico si arricchisca di questa lettura più profonda, anziché accontentarsi della superficie.

Non succederà, o quantomeno non succederà abbastanza. Gli interessi che spingono in direzione opposta sono troppo forti, troppo radicati, troppo abili nel trasformare ogni fallimento in un argomento per chiedere più soldi e risorse. E la macchina della retorica militarista europea (con i suoi think tank, i suoi esperti pagati dall’industria, i suoi funzionari in perenne rotazione tra pubblico e privato, i suoi giornalisti con paraocchi cortigiano, le sue liturgie di conferenze e dibattiti televisivi basati sul nulla) è troppo efficiente nel produrre narrazioni capaci di irretire la politica ed evitare un confronto serio con l’opinione pubblica e il pensiero dei cittadini.

Ma almeno si possono descrivere le situazioni per quello che sono realmente: il progetto Fcas di caccia franco-tedesco non è fallito per un problema di coordinamento ma perché era fondato fin dall’inizio su errori nei presupposti, nella logica, nelle priorità. E chi non lo evidenzia non sta raccontando la storia nel modo giusto.

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07/04/2021

“Rafale Papers”: lo scandalo di corruzione, nascosto dalla Francia

Nel settembre 2016, un contratto del valore di 7,8 miliardi di euro è stato concluso tra lo Stato francese e quello indiano per l’acquisto da parte dell’India di 36 caccia Rafale prodotti dal gruppo Dassault.

Il proficuo affare, per il produttore francese di aerei e jet militari, era stato benedetto e celebrato come un successo dall’allora Presidente della Repubblica, François Hollande, come dal suo ministro dell’economia, Emmanuel Macron, oggi capo dell’Eliseo.

L’azienda Dassault gode di una larga influenza negli apparati statali, soprattutto quelli inerenti al comparto della difesa, e “si sente intoccabile”, come hanno dichiarato fonti anonime della prima parte dell’inchiesta pubblicata da Mediapart, di cui riportiamo in calce la traduzione.

Già dal 2018 erano emerse denunce sulla conclusione stessa del contratto di compravendita dei Rafale all’India, avvenuta grazie ad espedienti di corruzione e favoritismi, tanto all’interno dello Stato francese quanto di quello indiano.

In seguito a questo contratto, Dassault ha impegnato 1 milione di euro per un intermediario, Sushen Gupta, già implicato in uno scandalo di corruzione relativo alla vendita da parte del gruppo italo-britannico Agusta-Westland di alcuni elicotteri, poi arrestato dall’agenzia indiana antiriciclaggio nel marzo 2019.

Interpellata dalla Procura Finanziaria Nazionale francese in seguito all’esame dei conti della società, circa un esorbitante quanto mai sospetto “regalo ai clienti” di oltre 500.000 euro, Dassault ha spiegato che l’altra metà del miliardo pagato sarebbe stato utilizzato per costruire modelli per il gruppo.

Una giustificazione estremamente dubbia, poiché Sushen Gupta è capo del gruppo proprietario della società Defsys, subappaltatrice di Dassault, ma per nulla specializzata nella costruzione di nuovi modelli.

Tuttavia, quando l’Agenzia Francese Anticorruzione ha terminato il suo rapporto sulla compravendita dei Rafale, nel 2020, era già ben consapevole della remunerazione da parte di Dassault dell’intermediario indiano, ma ha deciso di non portare il caso in tribunale.

Il silenzio e la mancanza di reazione sollevano numerose domande, alcune particolarmente intriganti, riguardo gli affari della società Dassault e i suoi stretti legami con le alte cariche dello Stato francese.

*****

Fu un grande giorno per l’industria militare francese. Quel 23 settembre 2016, a Nuova Delhi, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha firmato con il suo omologo indiano, sotto gli occhi del capo della Dassault Aviation, Éric Trappier, uno dei più grandi contratti di armi mai conclusi dallo Stato francese: la vendita di trentasei caccia Rafale allo Stato indiano per 7,8 miliardi di euro, l’equivalente del PIL di un paese come il Benin.

Un grande successo per Dassault e i suoi partner industriali (Safran, Thales, MBDA), ma anche per l’allora Presidente socialista François Hollande. Tanto più che ci sono voluti quindici anni di sforzi per vincere questa battaglia, dal lancio della procedura di acquisto nel 2001.

Tuttavia, alcuni granelli di sabbia hanno quasi bloccato la macchina. Nel 2018, in seguito alle rivelazioni della stampa, tra cui quelle di Mediapart (leggi qui e qui) sono state presentate denunce che segnalano possibili corruzioni e favoritismi. Ma l’anno successivo, i procedimenti vengono chiusi senza azione da parte dei tribunali, in Francia come in India.

Ufficialmente era tutto pulito. L’affare dei Rafale indiani era solo un miraggio.

In realtà, l’affare esiste. Questo è ciò che Mediapart rivela da oggi con i “Rafale Papers”, un’inchiesta in tre parti basata su molti documenti e testimonianze inedite.

Commissioni segrete, intermediari dubbiosi, documenti confidenziali trapelati nel mezzo delle trattative, clausole anticorruzione cancellate dai contratti: gli investigatori francesi e indiani hanno scoperto molti elementi compromettenti dietro le quinte del contratto. Ma l’affare è stato insabbiato in entrambi i paesi, in nome della ragione di Stato.

Il dossier Rafale ha minacciato di infangare il potere ai più alti livelli. In India, implica una persona molto vicina al Primo Ministro ultranazionalista Narendra Modi. In Francia, l’affare minaccia potenzialmente due Presidenti della Repubblica: François Hollande e il suo successore Emmanuel Macron, che all’epoca era ministro dell’economia. Per non parlare di Jean-Yves Le Drian, un instancabile venditore di Rafale sotto Hollande, che è diventato il ministro degli esteri di Macron.

Il quadro non sarebbe completo senza il gruppo Dassault. Fornitore unico dei caccia della forza aerea, il produttore di aerei è un’azienda strategica, che non manca mai di ricordare che la produzione di Rafale implica 7.000 posti di lavoro. È anche una delle aziende più influenti in Francia, che coltiva le sue reti nel cuore del potere politico da più di settant’anni. “Dassault si sente intoccabile”, dicono diverse fonti anonime informate del caso.

In questa prima parte dei “Rafale Papers”, Mediapart è in grado di rivelare come l’Agenzia Francese Anticorruzione (AFA), posta sotto la doppia supervisione dei ministri del Bilancio e della Giustizia, ha individuato per la prima volta un pagamento sospetto da parte di Dassault.

Secondo le nostre informazioni, l’AFA ha scoperto che, subito dopo la firma del contratto di compravendita dei 36 Rafale, il produttore di aerei ha accettato di pagare 1 milione di euro a un intermediario, sotto inchiesta in India in un altro caso di vendita di armi.

Il costruttore di aerei giustifica questo pagamento con un acquisto di modelli Rafale di dubbia realtà. Ma contro ogni logica, il direttore dell’agenzia ha deciso di non riferire questi fatti alla giustizia.

Interrogati da Mediapart, il magistrato e direttore dell’AFA, Charles Duchaine, il responsabile dei controlli dell’agenzia e gli ispettori incaricati del caso hanno rifiutato di rispondere perché sono soggetti al “segreto professionale”. “Dassault Aviation non farà alcun commento”, ci ha detto un portavoce.

Creata nel 2017, l’Agenzia Francese Anticorruzione ha il compito di verificare se le grandi imprese hanno attuato le procedure anticorruzione previste dalla Legge Sapin 2. Le aziende sono controllate a turno, secondo un calendario stabilito ogni sei mesi.

Nell’ottobre 2018, la Procura Finanziaria Nazionale (PNF) ha ricevuto un rapporto dalla ONG anticorruzione Sherpa che denunciava possibili atti di “corruzione” sulla vendita di caccia Rafale in India. Per coincidenza, esattamente nello stesso periodo, toccava proprio a Dassault essere controllata dall’AFA.

Esaminando i conti dell’esercizio 2017, gli ispettori hanno notato una spesa di 508.925 euro, registrata sotto la voce “regali alla clientela”. Questo “importo sembrava sproporzionato rispetto a tutte le altre voci” nella stessa rubrica, si legge nel rapporto di controllo confidenziale preparato dall’AFA, che Mediapart ha potuto consultare.

L’importo è davvero enorme per un regalo. Anche se non c’è un limite chiaro nella legge, la giurisprudenza considera che offrire un orologio o un pasto gourmet del valore di alcune centinaia di euro può essere sufficiente per caratterizzare la corruzione.

Per giustificare questo “regalo” fuori dall’ordinario, Dassault fornisce all’AFA una “fattura pro forma” – cioè non definitiva, equivalente a una stima – datata 30 marzo 2017, emessa dalla società indiana Defsys Solutions. “Questa fattura, corrispondente al 50% dell’importo totale ordinato (1.017.850 euro), è per la fabbricazione di 50 Rafale C, con un valore unitario lordo di 20.357 euro”, continua il rapporto dell’AFA.

Quando si sono imbattuti in questo a metà ottobre 2018, gli ispettori dell’Agenzia Francese Anticorruzione hanno chiesto una spiegazione. Perché Dassault ha ordinato dei modelli dei propri aerei a una società indiana, a 20.000 euro l’uno? Perché questa spesa è registrata nella contabilità come “regalo alla clientela”? Questi modelli, ognuno dei quali deve avere le dimensioni di una piccola auto, sono stati fatti davvero?

Secondo le nostre informazioni, il gruppo Dassault non è stato in grado di fornire all’AFA il minimo documento che attesti che questi modelli esistano e siano stati consegnati. Nemmeno una semplice foto. Gli ispettori sospettano che si tratti di un acquisto fittizio, destinato a nascondere flussi finanziari nascosti.

Nella sede del costruttore di aerei a Saint-Cloud (Hauts-de-Seine), la preoccupazione sta aumentando. Secondo diverse fonti che hanno familiarità con il caso, il gruppo si è lamentato che gli ispettori erano “troppo pignoli e chiedevano troppi documenti”.

Per capire la preoccupazione di Dassault, basta seguire il denaro. La società Defsys Solutions, che ha venduto i modelli, è uno dei subappaltatori di Dassault in India sul contratto Rafale. Solo che questa PMI di 170 dipendenti non è, secondo il suo sito web, specializzata nella fabbricazione di modelli: assembla simulatori di volo e sistemi ottici ed elettronici per l’industria aeronautica, spesso su licenza di produttori stranieri.

Defsys è di proprietà alla famiglia Gupta, i cui membri hanno lavorato come intermediari nelle industrie aerospaziali e della difesa per tre generazioni. Come rivelato da gennaio 2019 dai media indiani Cobrapost e poi Economic Times, Sushen Gupta era l’agente di Dassault in India e quindi avrebbe lavorato sul contratto Rafale e ottenuto documenti riservati dal ministero della difesa.

Che coincidenza: l’intermediario ha inviato la fattura per i 1 milione di modelli sei mesi dopo il lieto esito, ovvero la firma, nel settembre 2016, del contratto da parte del ministro della difesa Jean-Yves Le Drian e il suo omologo indiano.

Nel marzo 2019, Sushen Gupta è stato arrestato da agenti dell’Enforcement Directorate, la potente agenzia indiana contro il riciclaggio di denaro.

Rilasciato su cauzione, l’intermediario è accusato di “riciclaggio di denaro” nel “Choppergate”, uno scandalo di corruzione che riguarda la vendita di elicotteri all’India da parte del gruppo italo-britannico AgustaWestland. Sushen Gupta e i suoi complici sono sospettati di aver ricevuto quasi 50 milioni di euro in tangenti dall’industriale e di averne ridistribuito una parte sotto forma di tangenti a funzionari indiani. Interrogato da Mediapart, l’intermediario non ha risposto.

L’arresto di Sushen Gupta e le rivelazioni della stampa indiana non sono sfuggite all’Agenzia Francese Anticorruzione. Nel 2020, al momento di finalizzare il suo rapporto, l’AFA aveva forti prove che incriminavano Dassault: la prova che il produttore di aerei aveva, attraverso un contratto per 1 milione di euro di modelli di dubbia realtà, pagato un intermediario indiano coinvolto in un caso di corruzione.

Tuttavia, Charles Duchaine, direttore dell’agenzia, ha deciso di non denunciare la questione alla giustizia. L’affare dei modelli è stato poi liquidato in due brevi paragrafi dall’AFA nel suo rapporto di audit su Dassault.

In un’intervista dell’ottobre 2017 alla rivista Décideurs, Charles Duchaine aveva tuttavia mostrato la sua volontà di “sanzionare i comportamenti devianti”: “L’articolo 40 del codice di procedura penale impone a qualsiasi funzionario pubblico o pubblico ufficiale di segnalare alla procura competente tutti i reati osservati nell’esercizio delle sue funzioni. Attueremo questo obbligo non appena avremo motivi per farlo”.

L’AFA si era inoltre mostrata molto più offensiva dopo un’altra ispezione effettuata alla fine del 2017 alla Sonepar, il principale distributore mondiale di materiale elettrico. Secondo le nostre informazioni, l’agenzia aveva fatto, in questo caso, un rapporto alla Procura di Parigi nell’aprile 2018, anche prima di aver finalizzato il suo rapporto. Questo aveva contribuito all’apertura di una vasta informazione giudiziaria sul presunto cartello del materiale elettrico.

La decisione di Charles Duchaine di non avvertire la magistratura è tanto più incomprensibile che quando il caso sui modelli è stato scoperto, la Procura Finanziaria Nazionale (PNF) stava lavorando anche sull’affare Rafale indiano. Ma come Mediapart mostrerà nella seconda parte della nostra inchiesta “Rafale Papers”, anche il PNF ha fatto di tutto per non vedere nulla.

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05/06/2017

En marche, Cda della borghesia francese

Secondo l’ultimo sondaggio, commissionato da Le Monde, il movimento lanciato da Emmanuel Macron otterrà, alle prossime elezioni politiche, il 31% dei voti o giù di lì. Con il suo alleato MoDem potrebbe conquistare fra 395 e 425 seggi (su 577) all’Assemblea nazionale. L’onda lunga del dandy della finanza, del bardo dell’uberizzazione, del bellimbusto dei signori della Borsa continua.

Fillon è esploso in volo, spianando la strada, insieme a un Partito Socialista ormai alla frutta, al social-liberismo di Macron. Al secondo turno delle presidenziali, la strategia dell’uomo nero, elaborata da Mitterrand negli anni '80, ha funzionato. Davanti alla bestia immonda, chiunque diventa un eroe nazionale.

Macron è diventato il «difensore della democrazia». Facendo leva sulla paura ispirata dal Front National, ha ottenuto i due terzi dei voti. Le anime buone della sinistra da salotto non avranno brandito inutilmente lo spauracchio lepenista, spiegando che Madame Le Pen rischiava di essere eletta, che lo spettro del ’33 non era lontano e che gli astensionisti erano degli irresponsabili. Un’operazione di marketing ben congegnata e meglio finanziata ha trasformato un’elezione difficile in un plebiscito, un banchiere d’affari in presidente della Repubblica.

Nel suo primo discorso, il presidente ha detto a ciascuno quello che voleva sentire. Le cose serie sono cominciate con la nomina del governo. Il primo ministro è tutto un simbolo. Il suo curriculum, pieno di andate e ritorno fra pubblico e privato, è una perla rara. E’ un lobbysta radioattivo, ex direttore della comunicazione di Areva (multinazionale francese che opera nel campo dell’energia, soprattutto nucleare, ndr), che nel 2008 ha firmato gli accordi per lo sfruttamento dell’uranio con il governo del Niger. L’uranio, venduto per quattro soldi, non apporta alcun beneficio alla popolazione del Paese africano. Inoltre, i giacimenti sono nelle zone di insediamento tuareg. Nel 2013, la Francia è intervenuta militarmente per difendere i suoi interessi. Non è un caso se il primo viaggio all’estero di Macron è stato proprio in questa regione. Il saccheggio neo-coloniale del continente africano continua, con il pretesto della lotta al «terrorismo».

L’elezione di un televangelista formato da Rothschild è un segno dei tempi. La nomina di un primo ministro creatura dell’industria nucleare, pure. Del paesaggio macroniano fanno parte la volatilità delle etichette e la proliferazione dei voltagabbana man mano che le elezioni politiche si avvicinano. Manca solo una settimana. Un ministro sotto inchiesta per corruzione e una battuta infelice sui profughi non sembrano in grado di impensierire il giovane banchiere, che opera una sintesi fra le diverse fazioni dell’oligarchia. La nuova ministra del Lavoro, ex direttrice delle Risorse umane di Dassault, ha appena assunto come capo di gabinetto l’ex vice-direttore del Medef (la Confindustria francese)!

La presidenza Hollande, che ha battuto il record dei compromessi con i mercanti d’armi, le monarchie corrotte, i «ribelli moderati» e i neocon di Washington, rinasce con Macron. «Make french bourgeoisie great again!» Ricapitolando: la destra resiste, i fascisti si sgonfiano, la sinistra, divisa fra France insoumise, trotskisti e PCF, resta al palo e En marche piglia tutto, o quasi...

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