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22/06/2023

Nuovi passi “europeisti” di Varsavia; all’interno e all’esterno

È in corso in Polonia un processo che, non avendo nulla di originale, può esser definito col termine franchista di “limpieza”, o con la più recente “ljustratsija” nazi-golpista praticata in Ucraina dopo il 2014: Varsavia sta espellendo dagli organi di sicurezza tutti coloro che vi avevano servito durante il periodo della Repubblica popolare, per quanto pochi ne siano rimasti.

Anche qui, nulla di nuovo: a gennaio 2018, l’ex Ministro degli esteri, Jacek Czaputowicz, appena insediato, aveva deciso di licenziare tutti i funzionari del Ministero a suo tempo laureati al MGIMO di Mosca.

Alla base della nuova sortita, potrebbero esserci la crisi economica e i timori del partito governativo PiS di veder vacillare la maggioranza parlamentare alle elezioni del prossimo novembre: si spera così di incamerare consensi, premendo ancora di più sul pedale dell’antisovietismo che alligna in qualche angolo della tradizione russofobica.

Per quanto, anche senza di ciò, le “glorie” di quello che potrebbe definirsi il “Franco polacco”, Jozef Pilsudski, facciano “bella” mostra in vari atti ufficiali del governo: da quella “riforma della giustizia”, su cui ha avuto da ridire persino Bruxelles, alla lotta contro “l’influenza russa”, per cui politici e funzionari pubblici vengono “iscritti d’ufficio” nella lista nera, se sospettati di promuovere gli interessi russi e su cui addirittura Washington ha storto la bocca.

Tali funzionari, dunque, per quanto pochi e, soprattutto, per quanto ricchi di esperienze decennali in campo diplomatico, agli occhi del governo sanfedista polacco non costituiscono altro che un pericoloso ostacolo sulla strada dell’isteria anti-russa e Varsavia pare bellamente infischiarsene se, come scrive Dmitrij Bavyrin sulla russa Vzgljad, tali persone, per risentimento, finiscono spesso per mettere la propria esperienza al servizio delle strutture di sicurezza di grandi firme o di organizzazioni criminali, ma anche degli organi di intelligence stranieri: «un veterano della sicurezza statale messo alla porta è un ottimo obiettivo di reclutamento».

E, a credere agli stessi polacchi, Varsavia sarebbe letteralmente piena zeppa di “agenti russi”. Così che per Mosca si aprono ora buone prospettive di lavoro all’interno di uno dei più grandi paesi NATO e uno dei più attivi nel conflitto in Ucraina, che non cessa tra l’altro di guardare con ingordigia alla Galizia ucraina.

Se partiamo dalla massima, scrive Bavyrin, secondo cui «scandali e problemi interni della Polonia sono interessanti solo nel contesto di un suo possibile indebolimento quale nemico della Russia, allora il licenziamento dei veterani è un evento estremamente riguardevole. Na wojnie jak na wojnie». À la guerre comme à la guerre.

D’altronde, ad ambire all’avvio di un conflitto – per la verità non armato – è Varsavia stessa, che torna a battere sul tasto delle riparazioni per la Seconda guerra mondiale e, come ha fatto di nuovo lo scorso settembre, chiede a Berlino 1,3 trilioni di dollari (5 anni fa chiedeva circa 900 miliardi) mentre esige compensi anche per i “danni dell’occupazione” sovietica.

Se Berlino ha ormai da diversi anni dichiarato la questione “definitivamente chiusa”, circoli anche ufficiali di Mosca domandano che la risposta russa alle pretese polacche sia un’istanza di rimborso per la ricostruzione postbellica attuata a spese dell’URSS e che tale debba essere la replica generale a tutti quei paesi dell’Europa orientale che avanzano pretese come quella polacca.

Di recente, lo speaker della Duma russa, Vjaceslav Volodin, nel ricordare il massacro dei prigionieri russi nei lager polacchi negli anni ’20, ha dichiarato che Varsavia, a compenso di quanto elargito dall’URSS per ricostruire quasi un migliaio di infrastrutture industriali, energetiche e di trasporto polacche dopo il 1945, dovrebbe versare a Mosca qualcosa come 750 miliardi di dollari.

Il portale “Istorija.RF” sta pubblicando documenti redatti nel 1956, in base ai quali, nei dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica aveva speso per la Polonia circa 27 miliardi di rubli al corso dell’epoca.

Come che sia, se nei confronti della Germania le richieste cumulative ufficiali sbattono contro una porta chiusa, i “privati” polacchi non si danno per vinti.

Secondo il portale PAP, il 20 giugno sono state presentate al Tribunale distrettuale di Cracovia due istanze, rispettivamente contro le tedesche “Henschel” e “Bayer”, per la loro attività al servizio della Germania nazista. A dire il vero, ovviamente, non si tratta di “privati” qualunque.

Una delle querele è stata avanzata dagli eredi di Leopold Wellisch, finanziere e industriale polacco; convenuta è la “Henschel-Werke”, erede della “Henschel und Sohn” che, durante la guerra, controllava la “Fablok” polacca, il cui co-fondatore e maggiore azionista era Leopold Wellisch: i querelanti chiedono quattro milioni di euro e le scuse della società tedesca.

La seconda causa è stata intentata dalla figlia di Tadeusz Sledzinski, ingegnere e direttore della “Zakłady Azotowe”, obbligato dal 1940 a lavorare per la “IG Farben” co-fondata dalla “Bayer”: la figlia di Sledzinsky, si accontenta di appena 386mila euro. Ma il governo polacco potrebbe benissimo incoraggiare il moltiplicarsi di tali pretese “private”.

Ma, se la Varsavia ufficiale insiste nelle pretese, Berlino potrebbe finire per porre la questione della proprie, di riparazioni. Anche in questo caso non si tratta di nulla di nuovo, tanto più che il tema viene sollevato da un partito che, per ora, è considerato fuori dell’area di governo federale, pur se già oggi suoi rappresentanti controllano varie città e distretti federali e che, secondo gli ultimi sondaggi, riscuote il consenso del 20% dei tedeschi (1% in più della SPD).

Ma, basta guardare l’Italia e si sa come le condizioni possano cambiare: in peggio.

Dunque, la portavoce di Alternative für Deutschland, Alice Weidel, commentando i dati di un sondaggio sulla crescente popolarità di AfD nei Land dell’ex Germania Est, ha definito queste terre “Germania centrale” (Mitteldeutschland). Tempesta nei media polacchi: se il territorio della ex DDR, confinante con la Polonia, viene definito “Germania centrale”, allora vuol dire che più a est si trova la Germania orientale vera e propria, cioè le attuali province occidentali della Polonia.

«Ciò significa che parte della Polonia è Germania orientale», scrive Interia.pl, che cita la deputata di Nowa Lewica, Anna Maria Žukowska, che ha accusato la Weidel di visioni naziste. Il direttore di Energetyka24, Jakub Veh, ha dichiarato che AfD «rappresenta una minaccia crescente per gli interessi polacchi». La presidente del Consiglio dei ministri, Beata Szydlo si è detta indignata per l’assenza di critiche governative tedesche all’uscita della Weidel.

Gli attuali confini polacco-tedeschi sono stati fissati legislativamente nel 1990; ma l’inquadramento geografico tratteggiato dalla Weidel comprende terre che i polacchi chiamano “kresy zachodni” (territori occidentali), alla stregua dei cosiddetti Kresy Wschodnie, i territori oggi ucraini e bielorussi su cui Varsavia non tenta nemmeno di nascondere le proprie mire.

Come noto, fu nel 1945 che la Polonia, con il sostegno diplomatico dell’URSS, poté strappare ai tedeschi i “kresy zachodni”; un totale di 3,5 milioni di tedeschi furono espulsi dalla Polonia e i territori da essi fino ad allora abitati, i “kresy zachodni”, vennero da allora definiti dalla storiografia polacca come “Ziemie Odzyskane” (terre restituite).

Oggi, qualsiasi accenno proveniente dalla Germania sul passato tedesco di queste terre è percepito dai polacchi in modo estremamente doloroso. Varsavia qualifica come tentativo di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale la pubblicazione della rivista “Compact”, ideologicamente vicina a AfD, che chiede di non tacere le colpe polacche nella guerra e non dimenticare i «circa 14 milioni di tedeschi espulsi dalla loro patria».

I metodi per espellere i tedeschi erano così spietati, scrive Vladislav Gulevic su Fond Strategiceskoj Kul’tury, che «tra i tedeschi apparve l’espressione “fascisti polacchi”».

Anche in questo caso, nulla di nuovo.

Fonte

28/08/2017

Varsavia: “Meglio con l’SS Bandera che con Mosca”

La previsione era sin troppo facile. Se ancora pochissimi giorni prima del 24 agosto, qualche sparuta voce si levava a Varsavia contro la partecipazione di soldati della Trzecia Rzeczpospolita Polska alla parata militare a Kiev per l’anniversario della “indipendenza” ucraina, al suono dell’inno OUN-UPA di Bandera e Šuchevič, il Ministero della difesa polacco aveva fatto sapere che il dilemma riguardava solo l’ampiezza della partecipazione.

Detto fatto: a presenziare alla parata militare NATO e a rendere omaggio al Segretario alla difesa USA James Mattis, giunto a Kiev in qualità di gogoliano “Revisore generale” (autentico, però), c’era anche il Ministro della difesa polacco, Antoni Macierewicz, che ha assistito alla sfilata dei reparti NATO, accanto ai colleghi di Canada, Polonia, Gran Bretagna, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Moldavia e Georgia; quest’ultima, aspirante al sacro titolo di membro dell’Alleanza atlantica. I più maligni, sostengono che non Petro Porošenko presiedesse la parata, ma il ben più alto “ospite” a stelle e strisce. Sarà per questo che non uno dei militari stranieri partecipanti alla parata, è stato sottoposto alla procedura del metal detector, a differenza di quelli ucraini: a tal punto Porošenko crede nella fedeltà delle sue forze armate.

Era ovvio che Varsavia, mettendo sul piatto della bilancia i 100.000 polacchi della Volinia trucidati dalle bande filonaziste di OUN-UPA nel 1943 e il fronte antirusso del 2017, non avrebbe avuto dubbi nel far pendere l’ago dalla parte del secondo. I contenziosi storici tra Varsavia e Kiev riguardano solo le moderne pretese economiche e territoriali e, di fronte al padrino americano, conta solo il presente e il ruolo che Polonia e Ucraina debbano rivestire per garantire gli interessi d’oltreoceano. 

D’altronde, è stato proprio Antoni Macierewicz che, a diverse riprese, ha sentenziato che i massacri di polacchi perpetrati in Volinia l’11 luglio del ’43 sarebbero stati “provocati dall’avanzata dell’Armata Rossa”; che “Bisogna comprendere che non ci sarebbe stato alcun 11 luglio, se non ci fosse stata l’aggressione sovietica del 17 settembre” e che ha addirittura attribuito alla Polonia “il merito di aver respinto il tentativo della Russia bolscevica di conquistare l’Europa” nel 1920. 

Ormai i rimpianti storici vengono lasciati a singoli gruppi nazionalisti, sia che si tratti degli squadristi ucraini di Svoboda, adirati per i “blasfemi” omaggi internazionali resi agli “Orlęta Lwowskieche” (gli aquilotti di Lwow) al cimitero Ličakivskij (Cmentarz Łyczakowski, per i polacchi) di L’vov, cui hanno preso parte rappresentanti polacchi, ucraini e statunitensi, sia che i loro corrispondenti polacchi parlino di una “data nera”, in relazione alla partecipazione alla parata del 24 agosto a Kiev. 

La sostanza vera è quella ribadita da Macierewicz, appunto, il 24 agosto, a Kiev: l’Ucraina è la prima linea di difesa europea dall’aggressione dall’est, per la qual cosa gli europei le debbono gratitudine. E Andrzej Talaga, su Rzeczpospolita, invita i polacchi a mettersi l’animo in pace con Bandera e far pace “col diavolo stesso”; il titolo del servizio è eloquente: “Meglio con Bandera che con Mosca”. Sembra che Rzeczpospolita abbia aperto per i polacchi l’ennesima “Finestra di Overton”, nota Balalaika24.ru: oltre alla verità storica, c’è una “verità strategica” e questa consiste nel fatto che la Polonia non deve respingere l’Ucraina banderista, se non vuole che questa diventi un “satellite di Mosca” e da ciò “abbia a soffrirne la posizione strategica della Polonia”. Quindi, “gli interessi di Stato sono al di sopra della morale”. 

Appena pochi giorni fa il leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński, aveva tuonato che “Con Bandera, l’Ucraina non entrerà mai nella UE”, al che il Ministro degli esteri, Witold Waszczykowski, aveva addolcito i toni, esortando i colleghi ucraini a riprendere i colloqui per addivenire a una “pacificazione” sulle questioni storiche. La sintesi “storico-morale” l’ha definita a Kiev il Ministro della difesa Macierewicz. In questo senso, nota Balalaika24.ru, l’Ucraina non deluderà le aspettative polacche: l’amicizia ucraino-polacca contro la Russia è cementata proprio dalle bandiere nero-rosse di Stepan Bandera. “La memoria delle vittime polacche in Volinia e Galizia” conclude Rzeczpospolita, “richiede che noi protestiamo energicamente, ma gli interessi statali ci obbligano a tacere e allacciare con Kiev rapporti quanto più stretti possibile”.

Così stretti che, scrive Novorosinform.org, secondo la polizia polacca, a oggi, ci sarebbero in Polonia oltre 2,5 milioni di lavoratori ucraini: un milione e mezzo in più delle cifre ufficiali e il 13% di tutta la forza lavoro polacca. Negli ultimi sette mesi, circa un milione di ucraini avrebbe fatto domanda di lavoro temporaneo in Polonia, i cui economisti sostengono che, per mantenere l’attuale tasso di crescita, il paese necessita di 5 milioni di migranti entro il 2050: ogni milione di migranti ucraini porta ulteriori 2 miliardi di euro l’anno al bilancio statale. Migranti ucraini occupati in Polonia per il 37,6% come domestici; per il 23,6% nell’edilizia e per il 19,3% nell’agricoltura, con salari medi di 2.100 zloty, cioè del 25-30% più bassi di quelli dei lavoratori polacchi. Trecento anni dopo la perdita dell’Ucraina, osserva Novorosinform, i “panowie” polacchi riportano sotto controllo la sedicente repubblica “indipendente” che, come trecento anni fa, si piega sotto la morsa della novella “szlachta” rosso-bianca.

Come che sia, Varsavia, sentendosi evidentemente le spalle coperte dall’amico americano, insiste nelle pretese estere e, sulla questione delle riparazioni di guerra, fa la voce sempre più grossa nei confronti sia di Mosca (in questo, seguita dalla Lituania, che però da 20 anni non sa decidersi sull’ammontare delle richieste) che di Berlino. Dopo che il Ministro degli esteri Witold Waszczykowski aveva proclamato che l’Urss, insieme alla Germania, “porta la responsabilità per lo scatenamento della Seconda guerra mondiale” – tacendo ovviamente di come, nel 1934, lo Państwo Polskie della 2° Rzeczpospolita di Józef Piłsudski si fosse accordato con il Drittes Reich hitleriano per spartirsi l’Urss; ma gli era andata male – e il suo collega alla Difesa, Antoni Macierewicz, sulla storia delle riparazioni, aveva messo sul tavolo il gioco delle tre carte DDR-Polonia-Germania, non meraviglia che il 24 agosto, a Kiev, a celebrare la “indipendenza” ucraina, ci fosse sì Macierewicz, ma non Ursula von der Leyen e, tra i reparti NATO che sfilavano sulla Khreščatik, non ci fossero quelli tedeschi. 

Se i portavoce governativi di Berlino hanno più volte ribadito che la Germania riconosce la propria responsabilità storica negli aspetti politici, morali e finanziari, ma che, comunque, il problema delle riparazioni è definitivamente risolto (ci si riferisce evidentemente all’accordo tedesco-polacco del 1990) sia politicamente che giuridicamente, a Varsavia si continua a dire che la Polonia non ha mai rinunciato alle compensazioni tedesche e chi la pensa diversamente, ha tuonato il gemello Jarosław Kaczyński, si sbaglia. Si è arrivati al punto che Rzeczpospolita ha rivisitato a modo suo il macabro slogan nazista: “Le riparazioni rendono liberi”.

Sarà un caso, ma le cronache raccontano del Ministro degli esteri sassone Sigmar Gabriel che, su tuitter, pare abbia inviato a Kiev un messaggio di auguri che terminava con il saluto dell’OUN-UPA, oggi di moda tra i nazisti ucraini, “Gloria all’Ucraina”. 

Vedremo presto come lo interpreteranno a Varsavia. 

26/03/2015

Riparazioni di guerra: Atene non confischerà i beni tedeschi



E’ fissata per lunedì 30 marzo la consegna da parte del governo ellenico di un nuovo pacchetto di cosiddette riforme ai partner dell’Eurozona. Una lista chiesta dai creditori internazionali in cambio dello sblocco degli aiuti finanziari che occorrono alla Grecia per affrontare una crisi di liquidità assai seria. Ad informare della scadenza è stato ieri il portavoce del governo di Atene Gabriel Sakellaridis, il quale ha annunciato che la lista "sarà approntata al più tardi entro lunedì" ed ha aggiunto che "non conterrà misure recessive, ma cambiamenti strutturali". Già durante la propria visita a Berlino e il suo incontro con Angela Merkel il premier greco Alexis Tsipras aveva promesso la realizzazione di «ampie riforme strutturali», anche se, aveva spiegato, è «necessario ottenere un nuovo mix politico» per alleviare l’impatto sociale ed economico causato dal programma di salvataggio.

"Ieri ho parlato con Tsipras e si è detto disposto a presentare la lista delle riforme a inizio della settimana prossima", ha confermato il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker al Parlamento Ue, spiegando che qualche giorno fa era "pessimista, non c'erano progressi", ma "ora siamo tornati a una dinamica più normale". La Bce ha intanto aumentato il tetto dei prestiti di emergenza (Ela) che la Banca centrale greca può fornire al sistema bancario ellenico, portandolo a oltre 71 miliardi.

Ma secondo le prime indiscrezioni sul contenuto della lista da presentare all’Eurogruppo le misure potrebbero costituire un’amara sorpresa per i greci che continuano a sperare che il governo Syriza-Anel possa condurli fuori da una crisi che ha investito il paese come un uragano. Si parla infatti di un aumento dell’età pensionabile a 67 anni, equiparando così il limite a quello già in vigore in altri paesi dell’Unione Europea, mentre i lavoratori e le lavoratrici potrebbero ritirarsi dal lavoro a 62 nel caso in cui abbiano maturato almeno 40 anni di contributi. Inutile dire che l’elevamento dell’età pensionabile ritarda l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, contribuendo a mantenere alta una disoccupazione che da tempo viaggia a livelli del 25%. Si parla anche di un aumento dell’Iva, chiesto a gran voce dalla Troika; non si sa a che livello e su quali merci o servizi, ma anche questa se verrà confermata non sembra proprio una buona notizia.

Brutte notizie anche sul fronte delle riparazioni di guerra, che la sinistra ellenica – e a dir la verità anche i nazionalisti di destra di Anel – continuano giustamente a chiedere al governo della Repubblica Federale Tedesca. La Germania non ha mai pagato alla Grecia vere e proprie riparazioni generali di guerra che, secondo alcune stime, ammonterebbero a 70 miliardi di euro attuali. Negli anni '60 Bonn si limitò a versare 115 milioni di marchi come forma di assistenza alla Grecia. Nei giorni scorsi il parlamento di Atene ha anche formato una speciale commissione per studiare la questione e ancora durante la sua visita a Berlino Alexis Tsipras aveva citato esplicitamente la richiesta di risarcimento per i danni subiti durante l’occupazione tedesca della Grecia nel secondo conflitto mondiale. «Va affrontata da entrambe le parti, è un problema non materiale ma morale», aveva detto Tsipas, «per superare per sempre fascismo e nazismo e fare in modo che i totalitarismi non tornino mai più al potere». Il premier aveva anche stemperato i toni della polemica con Berlino affermando che la satira sulla cancelliera Merkel paragonata in alcune vignette a una leader nazista «è ingiusta nei confronti di Angela Merkel e dei tedeschi». «La Germania democratica di oggi non ha nulla a che fare col terzo Reich», ha aggiunto Tsipras, con una dichiarazione che la lasciato sconcertati non pochi greci (nella foto greci travestiti da nazisti tedeschi durante una protesta contro la Troika) che sulla loro pelle hanno vissuto in questi anni la violenza delle misure imposte dal governo tedesco. Che alle aperture del premier ellenico ha risposto con la consueta durezza: le riparazioni di guerra sono una questione «chiusa dal punto di vista sia giuridico sia politico» ha ribadito Frau Merkel.

Nei giorni scorsi il governo greco aveva minacciato di requisire alcune proprietà tedesche ad Atene, fra cui le sedi del Goethe Institut e la Scuola tedesca di archeologia, come compensazioni per i danni della seconda guerra mondiale. Era stato in particolare il ministro della Giustizia greco a dirsi pronto a firmare una sentenza della Corte Suprema che consentirebbe ad Atene di sequestrare beni tedeschi come parziale risarcimento per i crimini commessi nel paese dai nazisti. Riferendosi a una decisione pronunciata nel 2000 dalla massima istanza giuridica del paese, Nikos Paraskevopoulos ha ricordato che il provvedimento sosteneva il diritto dei sopravvissuti della cittadina di Distomo in Beozia - dove il 10 giugno del 1944 le forze occupanti naziste uccisero 218 persone, tra cui diversi bambini come rappresaglia dopo un attacco dei partigiani - a chiedere un risarcimento.

"La legge - ha ricordato il responsabile della Giustizia - stabilisce che per attuare il provvedimento è necessario un ordine del ministro. Ritengo che tale permesso debba essere dato e sono pronto a farlo", aveva spiegato Paraskevopoulos nel corso di un’intervista, suscitando un vespaio di polemiche sia all’interno del paese sia a livello internazionale.

Ma dopo pochi giorni il Ministro della Giustizia di Atene si è rimangiato la promettente minaccia, e ieri ha smentito “le voci” (che in realtà sono sue dichiarazioni pubbliche...) secondo cui il governo di Atene avrebbe intenzione di confiscare i beni tedeschi a titolo di risarcimento per i danni di guerra. "Nessun cittadino greco vorrebbe la confisca di uno storico Istituto educativo e culturale come il Goethe di Atene", ha detto Paraskevopoulos.

Intanto l’ex ministro delle Finanze greco Yorgos Papaconstantinou, 53 anni, è stato condannato ieri a un solo anno di carcere con una sospensione della pena per tre anni, da un tribunale speciale che lo ha riconosciuto colpevole di aver rimosso i nomi di suoi parenti da un elenco di cittadini greci intestatari di depositi bancari in Svizzera - la ‘Lista Lagarde’ - e accusati di evasione fiscale per un valore complessivo di alcuni miliardi di euro. Nell'elenco figuravano i nomi di 2.059 greci che hanno un conto corrente nella succursale di Ginevra della banca Hsbc. I nominativi, contenuti in un cd, erano stati forniti nel 2010 a Papacostantinou dall'allora ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde (attuale direttore dell'Fmi), ma il cd si era poi misteriosamente volatilizzato. Quando la lista venne recuperata, con alcuni anni di ritardo, i parenti del ministro si erano casualmente cancellati.

L'ex ministro è stato giudicato da un tribunale speciale composto da 13 giudici della Corte suprema (Areios Pagos) e del Consiglio di Stato che lo ha riconosciuto colpevole di falsificazione di documenti ufficiali e ha stabilito la restituzione della cauzione di 30.000 euro.

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11/03/2015

Tsipras vuole i danni di guerra dalla Germania

A chiedere che vengano restituiti i crediti o i danni siamo buoni tutti. Bisogna vedere se poi abbiamo la forza di farceli restituire. Però nulla vieta di prendersi la soddisfazione di replicare, a chi rompe quotidianamente le scatole gridando "il debito va ripagato", che allora ci devono ripagare i danni di guerra.

Se la querelle riguarda però Grecia e Germania, al centro di un durissimo scontro intorno alle "regole" di gestione dell'Unione Europea (e ai conseguenti "impegni" che Atene dovrebbe prendere per far fronte al proprio spaventoso debito pubblico), allora la questione prende un'altra piega.

Il Parlamento greco ha approvato stamattina, all'unanimità, la proposta del presidente dell'assemblea, Zoe Constantopoulou. La mozione approva la creazione di una Commissione incaricata di chiedere formalmente i danni di guerra causati dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale.

Visto che c'erano, i parlamentari greci pretendono anche la restituzione del "prestito forzoso" imposto da Hitler; una cifra che, rivalutata con il tasso di inflazione annuo degli ultimi 70 anni, ammonta ormai a 70 miliardi di euro. Un capitolo a parte riguarda anche le antichità trafugate dai nazisti e oggi costituenti buona parte della capacità attrattiva del Pergamon Museum di Berlino.

L'impegno ad "andare fino in fondo" nella richiesta è stato fatto proprio dal neo presidente del consiglio, Alexis Tsipras. Anche l'impressione generale - per una banale questione di rapporti di forza - è che "il fondo" sia raggiunto già alla partenza.

Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, è stato comunque costretto a convocare una conferenza stampa per annunciare che secondo Berlino "la questione delle riparazioni di guerra è chiusa politicamente e giuridicamente". E che in ogni caso la richiesta greca "non avrà alcuna influenza sul negoziato in corso con Atene".

Dalla Grecia, comunque, arrivano altri segnali di battaglia. Il ministro della Giustizia Nikos Paraskevopoulos ha ritirato fuori una sentenza emessa dall'Areios Pagos, il Tribunale Supremo della Grecia, nel 2000, ma mai eseguita, che prevede la confisca dei beni tedeschi in territorio greco.

A noi sembra chiaro che nemmeno un euro derivante da questo capitolo tornerà mai Atene. Ma è una dimostrazione di "indocilità" che vale per il fronte interno (non a caso il voto del parlamento è arrivato all'unanimità) e quello esterno. Chi pensa che Atene stia col cappello in mano, come un Vendola qualsiasi, non ha capito che questi qui, se non altro, "ci provano". Poi, è una banalità ricordarlo, i rapporti di forza sono quel che sono...

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