Martedì a Washington dovrebbe tenersi il primo incontro diretto tra una delegazione libanese e una israeliana, ma si tratta, per ora, di un incontro di basso livello che vedrà riuniti l’ambasciatrice libanese negli Stati Uniti, Nada Mouawad, l’ambasciatore israeliano, Yechiel Leiter, e l’ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa. Dunque niente ministri degli Esteri nè capi di stato.
La CNN citando fonti statunitensi e israeliane ha riferito che poco prima dell’annuncio dei colloqui sul Libano di martedì prossimo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe avuto una telefonata piuttosto “tesa” con Netanyahu ed in cui “il Libano è stato un tema centrale”.
Netanyahu avrebbe fatto pressioni su Trump per lasciare il Libano fuori dall’accordo di cessate il fuoco con Teheran. Secondo indiscrezioni il dossier libanese sarebbe stato separato da quello sull’Iran (che ha visto impegnato Vance oltre ai soliti due Witkoff e Kushner) e sarebbe stato affidato alla competenza del segretario di stato americano Marco Rubio, che ha coordinato una prima riunione telefonica tra delegazioni per organizzare il primo round di negoziati che si dovrebbe tenere martedì a Washington, presso la sede del Dipartimento di Stato USA.
Sul campo però niente fa ritenere che ci sia almeno un cessate il fuoco. Almeno undici persone sono state uccise in una serie di nuovi raid israeliani nel sud del Libano: cinque nella località di Qana e altre sei a Maaroub, dove sarebbe stata colpita un’intera famiglia, secondo quanto riferito dall’agenzia libanese Nna. La stessa fonte aggiunge che ci sono stati attacchi anche in altre zone del Libano meridionale e che, oltre ai morti, si contano pure diversi feriti
Il quotidiano libanese L’Orient Le Jour riporta su questo le dichiarazioni dell’ambasciatore e rappresentante permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra Ali Bahreini, secondo il quale Israele deve rispettare il cessate il fuoco in Libano e che qualsiasi ulteriore attacco complicherebbe la situazione e avrebbe delle conseguenze.
Intanto nel sud del Libano le forze armate israeliane stanno cercando di prendere il controllo della città-simbolo di Bint Jbeil, ma si scontrano con una intensa e imprevista resistenza da parte dei combattenti di Hezbollah. Bint Jbeil non è una città qualsiasi. Nell’invasione israeliana del 2006 fu uno dei simboli della resistenza libanese contro Israele e oggi è di nuovo al centro dei combattimenti.
È lo stesso Times of Israel a ricordare che durante la Seconda guerra del Libano nel 2006, le IDF combatterono contro i miliziani di Hezbollah nella città ma non riuscirono a conquistarla completamente. In precedenza, nel maggio 2000, dopo il ritiro delle IDF dal sud del Libano a seguito di un’occupazione durata 18 anni, l’allora capo di Hezbollah Hassan Nasrallah tenne a Bint Jbeil un discorso di vittoria dove descrisse Israele come “più debole di una ragnatela”.
Secondo fonti libanesi riferite da The Cradle, l’esercito israeliano sta bombardando pesantemente la città e le aree circostanti con raid aerei, artiglieria e munizioni al fosforo, nel tentativo di avanzare verso i punti strategici urbani. Tuttavia, nonostante l’intensità degli attacchi, le truppe non sarebbero riuscite a penetrare nei principali quartieri per la resistenza messa in campo da Hezbollah.
Secondo quanto riporta Middle East Eye, il gruppo di resistenza libanese ha sorpreso gli osservatori schierando una notevole poteza di fuoco, introducendo armi mai viste fino ad allora e affrontando truppe israeliane lungo il confine dove si presumeva non avesse più alcuna presenza.
“È chiaro che Hezbollah ha ricostruito le sue capacità militari”, ha detto il generale libanese in pensione Elias Farhat al Middle East Eye.
Questa valutazione è confermata da fonti israeliane. In un rapporto trasmesso sulla televisione Canale 12 lo scorso 4 aprile, il capo del Comando Nord, il maggiore generale Rafi Milo, ha dichiarato in una conversazione a porte chiuse registrata con i residenti del Kibbutz Misgav Am che l’esercito israeliano era stato “sorpreso” dalle capacità di riorganizzazione di Hezbollah.
Lungo il fronte meridionale libanese – che si estende per 120 km dalla costa mediterranea fino alle pendici del Golan siriano occupato da Israele – le perdite israeliane in termini di personale militare ed equipaggiamento sono aumentate con guadagni sul terreno relativamente limitati. Undici soldati israeliani sono stati uccisi e più di 300 feriti dall’inizio della guerra.
Dopo più di un mese di operazioni offensive, le forze israeliane continuano a incontrare una feroce resistenza. I progressi di 3-7 km in certi settori non hanno fornito quel vantaggio decisivo necessario per raggiungere l’obiettivo dichiarato di Israele di occupare stabilmente la zona che si estende dal proprio confine fino al fiume Litani.
Lo stato sul campo dell’invasione – condotta da cinque divisioni e diversi reggimenti d’élite – vede Israele dopo più di un mese di combattimenti controllare solo 208,5 km², circa il 2% del territorio libanese. Alcune di queste aree inoltre restano contese, con le forze israeliane che faticano a stabilire il pieno controllo.
Si aggravano intanto i rapporti sul campo tra le forze armate israeliane e i Caschi Blu del contingente UNIFIL dell’ONU. Nella giornata di ieri, in due distinti episodi nell’area di Bayada, i carri armati israeliani hanno speronato i mezzi dell’Unifil, rispettivamente un veicolo Lince e un mezzo di trasporto, entrambi con personale militare italiano a bordo, fortunatamente non si registrano feriti.
Secondo quanto riferito dalla missione Unifil, gli ultimi due episodi “sono in contrasto con gli obblighi di Israele ai sensi della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e con il requisito di garantire in ogni momento la sicurezza e l’incolumità dei peacekeeper, nonché la loro libertà di movimento”.
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