Niente accordo, dopo le prime 21 ore di confronto. O le ultime.
La differenza è chiaramente abissale, ma per intuire da quale parte penda l’ago della bilancia bisogna eliminare l’immensa massa di propaganda che avvolge tutto il contenzioso concreto tra Iran e Usa-Israele.
A prima vista, ascoltando le poche frasi pronunciate dal vicepresidente J.D. Vance – che era contrario alla guerra, ma se n’è stato zitto e buono – tutto o quasi è finito. “Questa è una cattiva notizia per l’Iran molto più di quanto sia una cattiva novità per gli Stati Uniti”, ha sottolineato. “Abbiamo chiarito molto quali sono le nostre linee rosse... e hanno scelto di non accettare le nostre condizioni”.
Già da questo si intuisce l’atteggiamento Usa: “vi facciamo una proposta, non potete rifiutare”, come ne Il padrino.
Secondo la versione di Vance, il punto essenziale su cui ci si è bloccati, è la mancanza di un “impegno affermativo” a lungo termine da parte dell’Iran a non cercare un’arma atomica o gli strumenti che permetterebbero di produrne una rapidamente. “Non l’abbiamo ancora visto, speriamo di vederlo”, ha detto Vance.
Porta quasi chiusa, ma uno spiraglio resta...
Da parte iraniana tira un’aria ufficialmente più rilassata e consona a una trattativa diplomatica che si sapeva difficile. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa su diverse questioni, pur rimanendo divergenti su due o tre punti. Ha aggiunto che peraltro nessuno si aspettava un accordo da un singolo incontro.
Del resto, viene ricordato, ci sono voluti due anni di negoziati sotto l’amministrazione di Barack Obama per raggiungere l’accordo concluso nel 2015. Ma che Trump, come è noto, ha poi cancellato durante il suo primo mandato.
Il termine stesso – «programma nucleare» – è decisamente vago, perché può comprendere sia le applicazioni militari che quelle civili, ossia dalla bomba atomica alle applicazioni mediche, passando per le centrali di produzione dell’elettricità.
Lo scomparso Ali Khamenei – Guida suprema fino al primo giorno di guerra, in cui è stato ucciso – aveva del resto emesso una fatwa contro la produzione di armi atomiche; è non è che da quelle parti si scherzi su certe cose...
Ma le richieste statunitensi sul punto sono state giudicate «eccessive», secondo alcuni estese fino alle applicazioni mediche.
Altro nodo non sciolto la gestione dello Stretto di Hormuz, attualmente semi-chiuso (possono passare le navi dei paesi amici o neutrali, non quelle degli attaccanti). Trump pretende di «governarlo», magari insieme a Teheran, per estendere al Golfo il regime di controllo del greggio mondiale che sta cercando di realizzare aggredendo direttamente i paesi produttori (Venezuela e Nigeria, solo negli ultimi mesi) o sedendosi al «casello di passaggio» del Golfo Persico.
Tutto ciò è però fondato su «indiscrezioni» rilasciate da «fonti vicine alla trattativa». Il contenuto reale non è stato reso noto da entrambe le parti, come del resto è quasi consuetudine in ogni trattativa diplomatica di questo livello.
Anche fonti statunitensi sottolineano come il fatto che Vance se ne sia andato non significa necessariamente che i colloqui siano finiti. In fondo l’incontro di ieri è stato effettivamente “storico”, perché il primo di questo livello dal 1979.
Gli Stati Uniti hanno da allora negoziato indirettamente con l’Iran e questi colloqui possono proseguire anche a distanza. Abbandonare i negoziati potrebbe semplicemente essere una presa di posizione intransigente, necessaria per rientrare a Washington e consultarsi con The Donald e poi decidere come andare avanti.
Il punto fondamentale è ovviamente come andrà avanti l’America. Riaprire i bombardamenti, abbandonando il «cessate il fuoco» e seguendo perciò la linea che Netanyahu sta applicando contro il Libano, oppure preparare – nell’arco delle due settimane di tregua – un nuovo round di colloqui.
È noto che l’incontro di Islamabad è stato «caldeggiato» con molta discrezione dalla Cina, che sa benissimo come l’aggressività statunitense sia causata dai problemi giganteschi di ordine economico e politico che cova in seno, oltre che dall’ambizione genocida di Israele (con la spada di Damocle degli Epstein files sempre attiva), ma abbia anche una tempistica obbligata di breve periodo (a novembre negli Usa si vota, e meno di un terzo degli americani approva questa guerra che ha fatto volare inflazione e prezzo dei carburanti).
Il nodo vero resta dunque, per l’amministrazione Trump, come uscire dalla guerra senza apparire perdente, anzi... Sul piano militare, nonostante le sceneggiate hollywoodiane, è chiaro che l’Iran è fin qui sopravvissuto in misura ampiamente inattesa. Quindi un «colpo di teatro» per intestarsi la vittoria potrebbe essere o un boomerang (come nel caso del tentato «furto» dell’uranio ad Isfahan), o un innalzamento del livello di scontro, col rischio – già corso – che Israele lanci un’atomica che porterebbe il mondo intero sull’orlo dell’abisso.
La «vittoria» sul terreno diplomatico richiederebbe però tutt’altra sottigliezza che non mettere la pistola sul tavolo, alla texana, e dire «qui comando io». Subito dopo l’interruzione dei colloqui, Trump si è detto “indifferente” all’esito di questi negoziati perché “abbiamo già ottenuto una vittoria militare schiacciante”. Resta insomma concentrato sulla “narrazione”, non su una soluzione reale di lunga durata.
Se ne sono però accorti tutti, e qualche osservatore di buon livello fa notare che “Trump voleva rafforzare la narrazione secondo cui gli Stati Uniti sono in grado di impedire all’Iran di dotarsi di impianti nucleari e di riaprire lo Stretto di Hormuz, con o senza un accordo”.
Da qui il porre al centro il tema del nucleare (che era stato dichiarato “annientato” già nella guerra dei 12 giorni, nel giugno scorso) e lo Stretto (che era aperto a tutti prima del 28 febbraio di quest’anno; insomma, bastava non cominciare la guerra...).
Da qui, di conseguenza, anche il rimbalzare continuo tra dichiarazioni terrificanti e aperture al dialogo, peraltro sfruttate individualmente manovrando la reazione dei mercati finanziari.
Ma in questo modo l’accordo diventa introvabile, mentre tutti cominciano a vedere che Trump sta subendo una sconfitta, per l’America, inaccettabile.
Come già detto, l’impressione è che si andrà avanti, per qualche giorno almeno, senza riaprire le ostilità. Ma si cammina su un ghiaccio sottilissimo...
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