Aumentano le pressioni sui militari in Sudan: a quelle di migliaia di
cittadini che chiedono da settimane un governo civile, ieri si sono
aggiunte quelle dell’Unione Africana (UA) che ha dato ai generali 60
giorni di tempo per trasferire il potere ad una autorità civile,
minacciando la sospensione del Paese dall’Unione nel caso in cui non
dovesse essere rispettata questa scadenza.
Minacce, però, che potrebbero anche questa volta restare inascoltate:
già lo scorso 15 aprile l’UA aveva dato 15 giorni di tempo ai leader
dell’esercito per farsi da parte. Cosa che alla fine non è avvenuta. In
un comunicato, il Consiglio di Sicurezza e Pace dell’Unione Africana fa
sapere che considera “con gran dispiacere” il fallimento attuale del
trasferimento dei poteri ai civili, ma che, ciononostante, darà “un
periodo aggiuntivo di 60 giorni” affinché ciò possa avere luogo. Il
blocco africano ha ribadito poi la sua “convinzione che una transizione a
guida militare in Sudan sarà inaccettabile e contraria alla volontà e
alle legittime aspirazioni [della popolazione], alle istituzioni
democratiche così come al rispetto dei diritti umani e delle libertà dei
sudanesi”.
La palla passa ora ai militari che hanno assunto il potere dopo che è
stato deposto lo scorso 11 aprile l’ex presidente Omar al-Bashir in
seguito mesi di proteste anti-governative. Il Consiglio militare,
guidato dal Generale Abdul Fattah al-Burhan, ha finora promesso di
indire elezioni entro due anni, una proposta che i
manifestanti hanno rifiutato perché chiedono sin da ora la formazione di
un governo civile. Negli ultimi giorni al-Burhan ha provato a negoziare
con i leader della protesta per la creazione di un esecutivo
transitorio. Ma le due parti restano molto distanti: la Dfc (la
Dichiarazione della Libertà e il Cambiamento, federazione delle forze di
opposizione nata dalla mobilitazione popolare di questi mesi) chiede
che i seggi del Consiglio siano a maggioranza civili (otto contro i
sette ai militari), mentre l’esercito ne rivendica sette per sé e ne
lascia solo tre a figure civili. Senza poi dimenticare che tra i militari, denunciano gli attivisti, ci sono uomini legati a doppio filo con Bashir.
Secondo l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), la
principale organizzatrice delle manifestazioni, i generali stanno
facendo di tutto per restare al potere e pertanto ha indetto per oggi un
raduno di piazza nelle strade della capitale e ha minacciato di
paralizzare il Paese con uno sciopero generale qualora le istanze dei
manifestanti (prima fra tutte il trasferimento dei poteri ai civili) non
verranno accolte. La Spa ha anche denunciato il tentativo dell’esercito di disperdere il sit-in a Khartoum
di fronte al quartier generale dell’esercito che dura dal 6 aprile ed è
diventato il cuore della protesta. Da parte loro, invece, i militari
hanno avvertito che non tollereranno ulteriore “caos” e hanno perciò
chiesto ai dimostranti di rimuovere immediatamente i blocchi dalle
strade e smobilitare il presidio fuori la sede dell’esercito.
Nella crisi sudanese, intanto, si fanno sempre più evidenti
le influenze di attori esterni. A partire da quelli arabi: ieri Anwar
Gargash, ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha scritto su
Twitter che gli stati arabi guardano con favore ad una transizione
“ordinata” nello stato africano che “equilibri attentamente le
aspirazioni popolari con la stabilità istituzionale”. “Assistiamo al
caos totale nella regione, non ne abbiamo bisogno di altro” ha poi
aggiunto. Parole, queste ultime, che fanno sorridere se si pensa che Abu
Dhabi è in prima fila insieme all’Arabia Saudita nel distruggere da 4
anni lo Yemen e nell’attuare un duro embargo contro il vicino Qatar.
Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno chiesto tre miliardi di
dollari di aiuti per il Sudan nel tentativo di mantenere al potere i
leader militari e così da impedire quanto già visto nel mondo arabo
durante le rivolte del 2011. L’influenza dei Paesi del Golfo in
Sudan è evidente: Khartoum ha bisogno del sostegno finanziario di
emirati e sceicchi vista la sua disastrata economia. Non sorprende
perciò come una delle prime decisioni del Consiglio militare sia stata
quella di rassicurare i ricchi alleati arabi che il coinvolgimento
sudanese nella guerra in Yemen non cesserà nonostante le tensioni
interne.
Con la perdita di gran parte della sua produzione petrolifera
a causa dell’indipendenza del Sud Sudan nel 2011, il Sudan ha subito un
durissimo colpo economico che ha causato negli anni una grave
inflazione e ha portato ad una significativa diminuzione dei prodotti
importati. Proprio l’aumento vertiginoso dei prezzi del pane a causa
della mancanza di farina ha dato il via lo scorso dicembre alle proteste
che finora hanno portato alla deposizione di Bashir.
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