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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2022
14/04/2020
Cina - Pianificazione politica della potenza economica
Abbiamo tradotto l'articolo seguente pubblicato il 7 aprile dal Financial Times, a firma Tom Mitchel: “Perché la fusione della compagnia petrolifera statale cinese sembra un passo insolito”.
Questo contributo tratta della fusione – avvenuta il dicembre scorso – sotto la regia statale delle tre principali aziende di condotte di idrocarburi (CNPC, Sinopec e Cnooc) in una unica azienda “monopolistica”, la China Oil & Gas Piping Network Corporation. Come recita il sottotitolo, le tre aziende: «sono costrette a cedere le preziose condotte che costituiscono la spina dorsale dei rispettivi monopoli», escludendo “soggetti terzi” di capitale privato da questa industria strategica.
Si tratta di un altro passo decisivo verso la creazione di aziende di stato “uniche” in settori strategici dell’economia sotto la vigile regia del Partito Comunista. Quasi “una bestemmia” per l’Autore, che lamenta come l’economia di mercato ed i soggetti privati continuano ad essere “esclusi” nonostante le promesse – era il 2013 e sembra un secolo fa – di Xi Jinping.
Non è facile trovare una descrizione migliore del processo di transizione del socialismo cinese se non utilizzando i suoi detrattori.
Lasciamo parlare Mitchell:
«Nella migliore delle ipotesi, lo Stato-partito prende le risorse da alcune aziende a proprietà statale e le ridistribuisce ad altre aziende di stato. Ma gli interessi del settore privato non devono pretendere alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo Stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai».
L’articolo cita due altri esempi simili di aziende “concorrenti” cinesi fusesi o “riorganizzatesi” grazie alla pianificazione politica del Partito Comunista e diventate “campioni nazionali” in grado di sbaragliare la concorrenza internazionale; come nel caso della CNR e CSR Corp, che hanno dato vita a CRRC e o come il caso di COSCO e China Shipping, che si sono organizzate dando vita a 4 monopoli in grado di essere competitor di alto livello.
Soffermiamoci un attimo sulla CRRC.
L’azienda di costruzione ferroviaria CRRC è stata creata nel giugno 2015, ed è diventata la più grande azienda di materiale rotabile al mondo, secondo la formula “uno più uno equivale a più di due”. La CRRC ha sviluppato da subito una ineguagliabile capacità di proiezione sul mercato mondiale, concretizzata nell’aumento delle proprie vendite all’estero dall’8% nel 2016 al 25% nel 2017, secondo il principio del “zou chu qu”.
Questo campione nazionale è al centro della strategia di espansione economica attorno al proprio asse, sviluppando investimenti diretti che si risolvono in nuovi siti produttivi e centri di ricerca all’estero, che si “integrano” nelle singole economie secondo la filosofia economica del “Rongjinqu”.
Espansione ed integrazione, quindi.
Malesia, India, Turchia e Sud Africa sono gli Stati in cui CRRC ha aperto impianti produttivi o ha avviato centri di ricerca, in collaborazione con un università in tutto il mondo, comprese quelle europee (UK, Germania, Repubblica ceca).
Si è trovata “in mezzo” alla guerra commerciale sino-americana, dopo avere vinto contratti per forniture di vetture per le metropolitane a Boston, Chicago e Los Angeles ed avere aperto impianti produttivi negli States, dove i centri di ricerca collaboravano con varie università.
Ma i successi all’estero di CRRC si basano su un primato nazionale dovuto allo sviluppo delle tratte ferroviaria ad alta velocità che stanno innervando la Cina, la cui principale protagonista è un'altra azienda totalmente posseduta dallo Stato, la China Railway.
Come ha affermato il segretario della Commissione Nazionale dello Sviluppo e delle Riforme, He Lifeng, durante il Congresso del Partito gli anni scorsi: “Anticipiamo che apriremo una nuova linea ad alta velocità ogni anno”. L’investimento in infrastrutture è stato uno dei leitmotiv dello sviluppo cinese – insieme all’incremento dei consumi interni – dopo la crisi del 2007-8, superata dalla Repubblica Popolare con slancio ben superiore rispetto alle economie occidentali.
La China Railway impiega ogni anno l’80% del capitale nella costruzione di ferrovie ed il 15-20% nell’acquisto di vetture ferroviarie, costruite dalla CRRC.
Una regia politica che pianifica l’economia, investimenti nell’economia reale (rotaie e ferrovie in questo caso), una strategia di proiezione all’estero con investimenti “ad alto valore aggiunto” e non tese a creare filiere produttive “a basso valore aggiunto” sembrano gli ingredienti di questo successo, insieme ad una “management” che costruisce le proprie carriere sulla competenza ed i risultati.
L’enigma della crescita cinese “di lungo periodo” sembra avere radici antiche.
Tutto il contrario dei castelli di carta dell’economia finanziaria e la produzione seriale di politici mediocri, schiavi del “Partito del PIL” e dei “prenditori” nostrani.
Buona Lettura
Nella Cina di Xi Jinping, ciascuna “riforma” di ogni azienda di proprietà statale che ridimensiona un potente campione nazionale a favore del settore privato o degli interessi dei consumatori è sembrata a lungo un sogno irraggiungibile.
Sotto la gestione del presidente cinese negli ultimi sette anni, le riforme della SOE si sono concentrate invece sul prendere due o più società statali massive e metterle insieme per formare un’entità ancora più massiccia.
In un classico esempio, i due maggiori produttori di vagoni ferroviari della Cina – ciascuno un gigante internazionale indipendente dall’altro, con enormi economie di scala – si sono battuti per anni a vicenda nei commerci nazionali e d’oltremare, offrendo prezzi che potevano solo lasciare meravigliati i loro colleghi oltre oceano. Quindi China CNR e CSR Corp, che erano state originariamente messe in competizione l’una con l’altra proprio per fornire maggiore concorrenza nel mercato, si sono fuse nel 2014 per creare CRRC.
Allo stesso modo, un anno dopo, le due maggiori compagnie di trasporto cinesi sono state riorganizzate per creare quattro mini-monopoli che comprendono la spedizione di container, il trasporto di energia, la finanza marittima e i porti.
All’ombra di tali giganti c’era poco spazio per la sopravvivenza delle società del settore privato, figuriamoci per prosperare, in aree chiave dell’economia industriale cinese. Al signor Xi, a quanto pare, non poteva importare di meno.
Il primo importante progetto economico del partito comunista cinese dell’era Xi, pubblicato alla fine del 2013, aveva promesso di assegnare alle forze di mercato un “ruolo decisivo” nell’assegnazione delle risorse, proteggendo contemporaneamente il “ruolo guida del settore di proprietà statale”.
Questa contraddizione non poteva durare all’infinito. Il signor Xi non poteva averli entrambi e la sua amministrazione ha presto dimostrato una chiara preferenza per le “più grandi, migliori e più forti” SOE (State Owned Enterprise – cioè aziende di proprietà Statale) rispetto all’instaurazione di una maggiore concorrenza basata sul mercato nella seconda più grande economia mondiale.
In questo contesto, la costituzione della China Oil & Gas Piping Network Corporation a dicembre meritava più attenzione di quella che ha ricevuto. Ma poi la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, Mark 1, stava arrivando al culmine e dopo che la pandemia di coronavirus era scoppiata nella Cina centrale, chi sarebbe stato così interessato alla creazione di una oscura SOE con un ingombrante acronimo?
Ma con la creazione di COGPC, il governo cinese sta facendo qualcosa di insolito. Sta costringendo tre potenti compagnie petrolifere statali, CNPC, Sinopec e Cnooc, a consegnare i preziosi oleodotti che formano la spina dorsale dei rispettivi monopoli. La CNPC è la più grande delle tre e controllava oltre i tre quarti della rete di condutture della Cina prima della creazione di COGPC.
“L’istituzione della nuova società nazionale di gasdotti è un passo nella giusta direzione in termini di realizzazione degli obiettivi della Cina di aumentare la produzione e il consumo di gas naturale nazionale“, afferma Erica Downs, specialista in energia cinese presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University.
“Se la nuova società di gasdotti si realizzerà secondo le linee di Pechino, la Cina dovrebbe vedere un aumento del numero di aziende coinvolte nell’esplorazione e nella produzione, più investitori e investimenti nella costruzione di nuovi gasdotti, stoccaggio e, a lungo termine, prezzi più bassi per gli utenti finali.“
“La mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra le varie società controllate dallo Stato tradisce alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare”
CNPC, Sinopec e Cnooc avevano svolto un pessimo lavoro costruendo la rete di oleodotti della Cina, che è lunga solo circa un settimo di quella degli Stati Uniti e raggiunge meno di un quarto della popolazione. Secondo le linee guida in vigore dal 2013, avrebbero dovuto consentire l’accesso di terzi alle loro reti. Ma come osserva Jenny Yang, analista dell’energia presso IHS Markit, “solo una manciata di merci [di terzi] è passata e praticamente non esiste [accesso di terze parti] alla rete di trasmissione“.
In teoria, l’istituzione di COGPC potrebbe rivelarsi tanto vantaggiosa quanto lo fu, all’inizio del secolo, lo sgretolamento del monopolio cinese delle telecomunicazioni in tre concorrenti per la rapida trasformazione di quell’industria.
Resta da vedere esattamente quali risorse infrastrutturali verranno cedute a COGPC. Come afferma Ms Downs, “è molto lunga da qui a lì... e le questioni chiave, come la misura in cui verrà applicato l’accesso di terzi, devono ancora avere una risposta”.
Secondo quanto riferito, il nuovo gruppo sarà detenuto per il 30% da CNPC, rendendolo il secondo maggiore azionista dopo l’autorità di controllo delle risorse dello stato cinese, sebbene la sua struttura proprietaria non sia ancora stata confermata. Il presidente del consiglio di amministrazione e il presidente di COGPC sono ex dirigenti della CNPC.
Questa confusione dei confini tra CNPC e COGPC è un fatto ordinario nel settore statale cinese. Il nuovo presidente della CNPC, Dai Houliang, era precedentemente presidente del suo presunto rivale, Sinopec.
Una tale mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra varie società controllate dallo stato tradiscono alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare.
Nella migliore delle ipotesi lo stato-partito prende le risorse da alcune SOE e le ridistribuisce ad altre SOE. Ma gli interessi del settore privato non devono ricoprire alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai.
Fonte
Questo contributo tratta della fusione – avvenuta il dicembre scorso – sotto la regia statale delle tre principali aziende di condotte di idrocarburi (CNPC, Sinopec e Cnooc) in una unica azienda “monopolistica”, la China Oil & Gas Piping Network Corporation. Come recita il sottotitolo, le tre aziende: «sono costrette a cedere le preziose condotte che costituiscono la spina dorsale dei rispettivi monopoli», escludendo “soggetti terzi” di capitale privato da questa industria strategica.
Si tratta di un altro passo decisivo verso la creazione di aziende di stato “uniche” in settori strategici dell’economia sotto la vigile regia del Partito Comunista. Quasi “una bestemmia” per l’Autore, che lamenta come l’economia di mercato ed i soggetti privati continuano ad essere “esclusi” nonostante le promesse – era il 2013 e sembra un secolo fa – di Xi Jinping.
Non è facile trovare una descrizione migliore del processo di transizione del socialismo cinese se non utilizzando i suoi detrattori.
Lasciamo parlare Mitchell:
«Nella migliore delle ipotesi, lo Stato-partito prende le risorse da alcune aziende a proprietà statale e le ridistribuisce ad altre aziende di stato. Ma gli interessi del settore privato non devono pretendere alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo Stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai».
L’articolo cita due altri esempi simili di aziende “concorrenti” cinesi fusesi o “riorganizzatesi” grazie alla pianificazione politica del Partito Comunista e diventate “campioni nazionali” in grado di sbaragliare la concorrenza internazionale; come nel caso della CNR e CSR Corp, che hanno dato vita a CRRC e o come il caso di COSCO e China Shipping, che si sono organizzate dando vita a 4 monopoli in grado di essere competitor di alto livello.
Soffermiamoci un attimo sulla CRRC.
L’azienda di costruzione ferroviaria CRRC è stata creata nel giugno 2015, ed è diventata la più grande azienda di materiale rotabile al mondo, secondo la formula “uno più uno equivale a più di due”. La CRRC ha sviluppato da subito una ineguagliabile capacità di proiezione sul mercato mondiale, concretizzata nell’aumento delle proprie vendite all’estero dall’8% nel 2016 al 25% nel 2017, secondo il principio del “zou chu qu”.
Questo campione nazionale è al centro della strategia di espansione economica attorno al proprio asse, sviluppando investimenti diretti che si risolvono in nuovi siti produttivi e centri di ricerca all’estero, che si “integrano” nelle singole economie secondo la filosofia economica del “Rongjinqu”.
Espansione ed integrazione, quindi.
Malesia, India, Turchia e Sud Africa sono gli Stati in cui CRRC ha aperto impianti produttivi o ha avviato centri di ricerca, in collaborazione con un università in tutto il mondo, comprese quelle europee (UK, Germania, Repubblica ceca).
Si è trovata “in mezzo” alla guerra commerciale sino-americana, dopo avere vinto contratti per forniture di vetture per le metropolitane a Boston, Chicago e Los Angeles ed avere aperto impianti produttivi negli States, dove i centri di ricerca collaboravano con varie università.
Ma i successi all’estero di CRRC si basano su un primato nazionale dovuto allo sviluppo delle tratte ferroviaria ad alta velocità che stanno innervando la Cina, la cui principale protagonista è un'altra azienda totalmente posseduta dallo Stato, la China Railway.
Come ha affermato il segretario della Commissione Nazionale dello Sviluppo e delle Riforme, He Lifeng, durante il Congresso del Partito gli anni scorsi: “Anticipiamo che apriremo una nuova linea ad alta velocità ogni anno”. L’investimento in infrastrutture è stato uno dei leitmotiv dello sviluppo cinese – insieme all’incremento dei consumi interni – dopo la crisi del 2007-8, superata dalla Repubblica Popolare con slancio ben superiore rispetto alle economie occidentali.
La China Railway impiega ogni anno l’80% del capitale nella costruzione di ferrovie ed il 15-20% nell’acquisto di vetture ferroviarie, costruite dalla CRRC.
Una regia politica che pianifica l’economia, investimenti nell’economia reale (rotaie e ferrovie in questo caso), una strategia di proiezione all’estero con investimenti “ad alto valore aggiunto” e non tese a creare filiere produttive “a basso valore aggiunto” sembrano gli ingredienti di questo successo, insieme ad una “management” che costruisce le proprie carriere sulla competenza ed i risultati.
L’enigma della crescita cinese “di lungo periodo” sembra avere radici antiche.
Tutto il contrario dei castelli di carta dell’economia finanziaria e la produzione seriale di politici mediocri, schiavi del “Partito del PIL” e dei “prenditori” nostrani.
Buona Lettura
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Nella Cina di Xi Jinping, ciascuna “riforma” di ogni azienda di proprietà statale che ridimensiona un potente campione nazionale a favore del settore privato o degli interessi dei consumatori è sembrata a lungo un sogno irraggiungibile.
Sotto la gestione del presidente cinese negli ultimi sette anni, le riforme della SOE si sono concentrate invece sul prendere due o più società statali massive e metterle insieme per formare un’entità ancora più massiccia.
In un classico esempio, i due maggiori produttori di vagoni ferroviari della Cina – ciascuno un gigante internazionale indipendente dall’altro, con enormi economie di scala – si sono battuti per anni a vicenda nei commerci nazionali e d’oltremare, offrendo prezzi che potevano solo lasciare meravigliati i loro colleghi oltre oceano. Quindi China CNR e CSR Corp, che erano state originariamente messe in competizione l’una con l’altra proprio per fornire maggiore concorrenza nel mercato, si sono fuse nel 2014 per creare CRRC.
Allo stesso modo, un anno dopo, le due maggiori compagnie di trasporto cinesi sono state riorganizzate per creare quattro mini-monopoli che comprendono la spedizione di container, il trasporto di energia, la finanza marittima e i porti.
All’ombra di tali giganti c’era poco spazio per la sopravvivenza delle società del settore privato, figuriamoci per prosperare, in aree chiave dell’economia industriale cinese. Al signor Xi, a quanto pare, non poteva importare di meno.
Il primo importante progetto economico del partito comunista cinese dell’era Xi, pubblicato alla fine del 2013, aveva promesso di assegnare alle forze di mercato un “ruolo decisivo” nell’assegnazione delle risorse, proteggendo contemporaneamente il “ruolo guida del settore di proprietà statale”.
Questa contraddizione non poteva durare all’infinito. Il signor Xi non poteva averli entrambi e la sua amministrazione ha presto dimostrato una chiara preferenza per le “più grandi, migliori e più forti” SOE (State Owned Enterprise – cioè aziende di proprietà Statale) rispetto all’instaurazione di una maggiore concorrenza basata sul mercato nella seconda più grande economia mondiale.
In questo contesto, la costituzione della China Oil & Gas Piping Network Corporation a dicembre meritava più attenzione di quella che ha ricevuto. Ma poi la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, Mark 1, stava arrivando al culmine e dopo che la pandemia di coronavirus era scoppiata nella Cina centrale, chi sarebbe stato così interessato alla creazione di una oscura SOE con un ingombrante acronimo?
Ma con la creazione di COGPC, il governo cinese sta facendo qualcosa di insolito. Sta costringendo tre potenti compagnie petrolifere statali, CNPC, Sinopec e Cnooc, a consegnare i preziosi oleodotti che formano la spina dorsale dei rispettivi monopoli. La CNPC è la più grande delle tre e controllava oltre i tre quarti della rete di condutture della Cina prima della creazione di COGPC.
“L’istituzione della nuova società nazionale di gasdotti è un passo nella giusta direzione in termini di realizzazione degli obiettivi della Cina di aumentare la produzione e il consumo di gas naturale nazionale“, afferma Erica Downs, specialista in energia cinese presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University.
“Se la nuova società di gasdotti si realizzerà secondo le linee di Pechino, la Cina dovrebbe vedere un aumento del numero di aziende coinvolte nell’esplorazione e nella produzione, più investitori e investimenti nella costruzione di nuovi gasdotti, stoccaggio e, a lungo termine, prezzi più bassi per gli utenti finali.“
“La mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra le varie società controllate dallo Stato tradisce alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare”
CNPC, Sinopec e Cnooc avevano svolto un pessimo lavoro costruendo la rete di oleodotti della Cina, che è lunga solo circa un settimo di quella degli Stati Uniti e raggiunge meno di un quarto della popolazione. Secondo le linee guida in vigore dal 2013, avrebbero dovuto consentire l’accesso di terzi alle loro reti. Ma come osserva Jenny Yang, analista dell’energia presso IHS Markit, “solo una manciata di merci [di terzi] è passata e praticamente non esiste [accesso di terze parti] alla rete di trasmissione“.
In teoria, l’istituzione di COGPC potrebbe rivelarsi tanto vantaggiosa quanto lo fu, all’inizio del secolo, lo sgretolamento del monopolio cinese delle telecomunicazioni in tre concorrenti per la rapida trasformazione di quell’industria.
Resta da vedere esattamente quali risorse infrastrutturali verranno cedute a COGPC. Come afferma Ms Downs, “è molto lunga da qui a lì... e le questioni chiave, come la misura in cui verrà applicato l’accesso di terzi, devono ancora avere una risposta”.
Secondo quanto riferito, il nuovo gruppo sarà detenuto per il 30% da CNPC, rendendolo il secondo maggiore azionista dopo l’autorità di controllo delle risorse dello stato cinese, sebbene la sua struttura proprietaria non sia ancora stata confermata. Il presidente del consiglio di amministrazione e il presidente di COGPC sono ex dirigenti della CNPC.
Questa confusione dei confini tra CNPC e COGPC è un fatto ordinario nel settore statale cinese. Il nuovo presidente della CNPC, Dai Houliang, era precedentemente presidente del suo presunto rivale, Sinopec.
Una tale mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra varie società controllate dallo stato tradiscono alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare.
Nella migliore delle ipotesi lo stato-partito prende le risorse da alcune SOE e le ridistribuisce ad altre SOE. Ma gli interessi del settore privato non devono ricoprire alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai.
Fonte
28/06/2015
L'Iri. Quindici anni dopo le privatizzazioni
Il 27 giugno 2000 entrava in liquidazione l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale). La ristrutturazione/demolizione dell’Istituto era stata avviata fin dal 1981 sotto la presidenza di Romano Prodi, e, da allora, la svendita (privatizzazione) del sistema aziendale pubblico italiano divenne applaudita realtà. L’accordo Andreatta – Van Miert (rispettivamente ministro del Tesoro italiano e commissario europeo alla concorrenza) del luglio 1993 sanciva l’impegno di stabilizzare i debiti dell’IRI (così come dell’ENI e dell’ENEL), con l’inevitabile conseguente necessità di privatizzare urgentemente le aziende partecipate.
Nel giugno 2000, come ricordavamo all’inizio, la messa in liquidazione.
Con essa il tramonto definitivo (?) della funzione di responsabilità – di governo dell’economia – svolta dallo Stato, il cui ruolo è ormai diventato soltanto di surrogazione (di ruota di scorta) del settore privato: intervenire con il denaro pubblico per riparare gli errori, le contingenze negative e le mascalzonate compiute da alcuni imprenditori e tanti speculatori privati.
Vale la pena, forse, di ricordare questa data fondamentale, di vera e propria svolta, nell’insieme delle relazioni industriali del Paese ricostruendo alcuni passaggi storici riferiti essenzialmente alla fase dell’intervento pubblico in economia all’epoca del “miracolo economico”.
Lo Stato svolse un ruolo da protagonista importante nello sviluppo di un moderno sistema di grandi imprese industriali in particolare nel corso degli anni’50 – ’60.
I compiti svolti dall’industria pubblica si resero comprensibili sia direttamente attraverso l’azione di un vasto apparato produttivo sotto controllo pubblico, sia indirettamente come effetto degli indirizzi di politica economica portati avanti in quegli anni dal Governo.
Le due funzioni operarono inizialmente in maniera separata, seguendo strategie autonomamente definite in ambiti operativi diversi, ma muovendosi congiuntamente verso una progressiva integrazione.
Con i provvedimenti attuati tra il 1948 e il 1953 venne dato l’avvio a un processo di riorganizzazione delle partecipazioni economiche dello Stato ma non furono superati limiti di casualità e di frammentarietà.
Nel 1933, infatti, lo Stato attuando un intervento a favore delle grandi banche “miste” (a capitale pubblico e privato) attraverso la creazione dell’IRI agì da puntello della struttura produttiva che si era creata soprattutto al Centro – Nord, in particolare a sostegno dell’industria pesante e di base.
Tale ruolo fu, poi, sostanzialmente confermato nell’immediato secondo dopoguerra.
Una situazione mutata nel volgere di pochi anni: nella seconda metà degli anni’50 una serie di successivi interventi legislativi portò a una progressiva ridefinizione di ruoli, caratteristiche e funzioni delle imprese a controllo pubblico, identificando il profilo operativo e funzionale di queste aziende.
Il passaggio fondamentale di questo processo fu costituito dalla legge del 22 dicembre 1956 attraverso la quale s’istituì il ministero delle Partecipazioni Statali.
La nuova struttura organizzativa che fu modellata in quel modo non risolse in quel momento stabilmente l’ambiguità nei criteri di gestione delle imprese tra prevalenza del “momento pubblico” e del “momento privato” nella formazione delle decisioni aziendali: ma attribuendo funzioni di coordinamento e di controllo a un organismo politico, allargò sensibilmente il campo di intervento degli organi dello Stato nell’azione degli Enti Pubblici e delle aziende partecipate disegnando una cornice legislativa e amministrativa favorevole alla creazione di nuovi enti e allo sviluppo dell’azione diretta dello Stato nei diversi settori dell’economia nazionale.
Gli effetti di queste scelte non tardarono a manifestarsi.
Nel 1958 furono creati l’Ente autonomo di gestione per le aziende termali (Eagat), l’Ente autonomo di gestione per il cinema (Eagc) e l’Ente autonomo di gestione per le aziende minerarie (Egam) che divenne operante soltanto nel 1971 con l’affidamento in gestione prima e con il trasferimento delle azioni poi delle miniere di Cogne e dell’Azienda minerali metallici italiani.
I contenuti operativi dell’azione che lo Stato intendeva svolgere sul terreno economico e industriale attraverso le imprese a partecipazione statale furono ulteriormente qualificati e definiti nel corso del 1957 con le nuove norme a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno (legge 634 del 29 luglio 1957) prevedendo l’istituzione di aree e nuclei di sviluppo industriale, l’ampliamento degli incentivi creditizi per gli investimenti nelle regioni meridionali, assegnando alla Cassa per il Mezzogiorno la facoltà di concedere contributi agli istituti di credito a medio termine per operazioni di finanziamento industriale nelle sue aree di attività.
All’interno di questo nuovo quadro normativo la politica industriale dell’impresa pubblica iniziò ad assumere una forte connotazione espansiva e una progressiva divaricazione tra esigenze di gestione e nuovi compiti assunti.
La difesa dei livelli occupazionali, l’impegno a favore dell’economia meridionale e il sostegno a un comparto in rapido declino portarono al rientro dell’IRI nel settore tessile: un impegno pubblico in questo settore che si allargò rapidamente quando nel 1962 l’ENI assunse il controllo della Lanerossi, perseguendo l’obiettivo di un’integrazione verticale delle proprie produzioni.
Attraverso queste operazioni lo Stato tese ad assicurare assistenza a un comparto in declino, intervenendo a risolvere singole situazioni di disagio e difficoltà ma senza assumere l’impegno di un intervento coordinato.
In questa situazione, e con particolare riferimento all’intervento straordinario nel Mezzogiorno, le imprese pubbliche diventarono, quindi, lo strumento privilegiato della politica industriale.
In tal modo la stessa definizione degli indirizzi di intervento e degli obiettivi finì con l’essere scomposta in una pluralità di soggetti autonomi e attuata attraverso una pratica di contrattazione o di concerto fra i diversi contraenti portatori di specifici interessi, costruendo così un quadro di reciproca deresponsabilizzazione.
In questo quadro l’ampliamento delle funzioni attribuite alle imprese a partecipazione statale e l’accrescimento del ruolo che lo Stato era chiamato a svolgere in una moderna economia industriale determinarono un processo di rapida e continua espansione della presenza pubblica nel settore produttivo, indirizzata però da decisioni e orientamenti definiti in ambito governativo e parlamentare, come ad esempio nel caso delle costruzioni ed esercizio della rete autostradale affidata all’IRI attraverso la Società concessioni e costruzioni autostradali che si alimentava della riserva stabilita a favore delle imprese a controllo pubblico dalla legge 21 maggio 1955 che avviava il programma industriale italiano: una scelta decisiva rispetto allo stesso insieme del modello di sviluppo che l’Italia andava ad assumere proprio in quel periodo, con evidenti ricadute sull’industria automobilistica rappresentata, in quel momento, dal più grande gruppo industriale privato, la FIAT.
Nel settore telefonico fu la finanziaria pubblica Stet a guidare il processo di riorganizzazione e unificazione del servizio realizzato in occasione del rinnovo delle concessioni telefoniche in scadenza alla fine del 1955.
Nel corso del 1956 il governo diede via libera all’acquisizione da parte della Stet e, quindi, al passaggio sotto controllo pubblico, delle due società telefoniche private: la Teti operante nell’Italia centrale e in Sardegna e la Set concessionaria nel Mezzogiorno e in Sicilia controllate rispettivamente dalla società finanziaria “La Centrale” e dalla svedese Ericsson.
Analoghi processi di riorganizzazione ed espansione della componente pubblica nell’industria italiana interessarono, in quegli anni, il settore siderurgico e quello del trasporto aereo (costruzione dello stabilimento di Taranto, costituzione dell’Alitalia).
A un modello e una pratica di crescita “interna” del sistema delle partecipazioni statali affermatisi negli anni del miracolo economico si sovrappose, nel 1962, con la decisione di nazionalizzare l’industria elettrica, un diverso modello di intervento: punto qualificante del primo governo appoggiato dal PSI e presieduto da Amintore Fanfani, la scelta di nazionalizzare l’energia elettrica rappresentò un forte punto di discontinuità, per quanto episodico, nella politica industriale fino a quel punto perseguita.
La creazione dell’Enel ampliò il campo d’azione e gli strumenti di intervento dello Stato nel sistema industriale italiano e segnò profondamente la struttura economica nazionale.
La nazionalizzazione prefigurava una più incisiva capacità di realizzare un disegno di programmazione economica: progetto sul quale si basava l’appoggio al Governo da parte del Partito Socialista.
Rappresentava però già una risposta tardiva alle esigenze di controllo, regolazione e sviluppo in un settore come quello elettrico, che presentava una struttura industriale fortemente consolidata, coesa, stabilmente concentrata intorno a pochi grandi gruppi regionali, di cui alcuni si trovavano già sotto controllo pubblico.
Gli indennizzi elettrici destinati al settore privato (Edison e Sade, innanzi tutto), che favorirono la crescita della chimica e della petrolchimica italiana finanziando la concentrazione del settore culminata nella fusione di Edison e Montecatini nella Montedison, realizzarono una consistente iniezione di liquidità nel sistema economico che, in concomitanza con la stretta creditizia del 1963 – 64 (stagione della cosiddetta “congiuntura”) finì per favorire in maniera selettiva ed esclusiva solo alcuni dei gruppi maggiori e più influenti della finanza e dell’industria.
I capitali innestati, invece, nel settore pubblico dagli indennizzi elettrici concorsero principalmente a sostenere il programma siderurgico e lo sviluppo del settore telefonico: nel 1964 fu costituita la Sip (Società Italiana per l’esercizio telefonico) la cui maggioranza azionaria passò alla Stet, finanziaria del settore.
La vicenda della nazionalizzazione dell’industria elettrica fornì una spinta significativa all’espansione delle partecipazioni statali in campi diversi dai tradizionali settori di intervento.
Nella relazione programmatica presentata al Parlamento nel 1966 dal Ministro delle Partecipazioni Statali del III governo Moro, il democristiano Giorgio Bo, si afferma chiaramente che “non esistono specifici campi operativi che debbono a priori essere sottratti a ogni possibilità di intervento imprenditoriale diretto dello Stato attraverso aziende controllate”.
Nello stesso periodo si affermò un modello di crescita del sistema delle partecipazioni statali attraverso interventi di “salvataggio” di imprese private in crisi: l’importanza di questo indirizzo crebbe con l’accentuarsi delle difficoltà per le imprese italiane alla fine degli anni sessanta e trovò una specifica sanzione legislativa con la creazione, nel 1971, di un nuovo ente, la Gestione partecipazioni industriali (GEPI) allo scopo di “concorrere al mantenimento e all’accrescimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà transitorie di imprese industriali”.
In una direzione di supplenza dell’iniziativa privata si mossero anche gli interventi compiuti dallo Stato nel settore chimico a favore della neonata Montedison, attraverso i quali si determinò una significativa ridefinizione dei confini tra pubblico e privato nell’industria italiana.
L’attività di sostegno e di salvataggio di imprese private si affiancò e si sovrappose ad altre direttrici di sviluppo delle imprese pubbliche e concorse a determinare l’accelerata crescita del settore dalla seconda metà degli anni ’60 ai primi anni ’70.
La ripresa degli investimenti delle imprese a prevalente partecipazione statale non svolse, però, una funzione di traino degli investimenti complessivi nella fase di ripresa del ciclo economico dopo la crisi del 1963-64, ma piuttosto si orientò a seguire con uno scarto di uno-due anni le tendenze che stavano manifestandosi nel settore privato.
Fu soltanto dopo il ciclo di lotte operaie del 1968-69 che gli investimenti delle imprese pubbliche assunsero un significativo ruolo di sostegno delle dinamiche industriali del Paese con tassi di aumento superiori al 50% a fronte di una rapida contrazione degli investimenti privati.
Il meccanismo di accumulazione e di crescita sviluppatosi in Italia negli anni’50 – ’60 entrò in crisi nella prima metà degli anni’70 per il brusco mutamento delle condizioni interne e internazionali.
L’Italia andò, a mano a mano aumentando la dipendenza dai costi delle materie prime e, in particolare, del petrolio.
Il disordine monetario causato dalla fine del sistema dei cambi fissi che era stato determinato a Bretton Wood nel 1944 e la drammatica accelerazione dell’inflazione interna rappresentarono fenomeni che incisero profondamente sui margini operativi dell’industria italiana, sia dal lato dei costi di produzione che da quello dei mercati di sbocco.
Tra il 1974 e il 1975 si verificò una repentina caduta anche degli investimenti pubblici: nel 1975 oltre agli investimenti anche il saggio annuale di sviluppo del prodotto interno lordo presentò, per la prima volta dal dopoguerra, un segno negativo, a sancire la fine della lunga fase di sviluppo postbellico.
Si aprì a quel punto una nuova stagione, sostenuta dal mantenimento di dati di crescita nel settore delle piccole e medie imprese, cresciute e aggregatesi nel corso dei due decenni precedenti.
Mutava il modello di sviluppo favorito dalla disponibilità e diffusione di nuove tecnologie ad alto contenuto elettronico e informatico che scalfirono la rigidità nell’impiego del fattore capitale e introdussero novità rilevanti nell’organizzazione del lavoro.
La crescita della domanda di beni s’indirizzò verso una diversa progressiva specializzazione e diversificazione dei prodotti.
I fattori di crisi si saldarono, quindi, con processi di trasformazione strutturale nel determinare la chiusura di una unga fase di sviluppo centrata sulla grande impresa.
Mancò la capacità e la visione progettuale di affrontare un profondo processo di ammodernamento e ristrutturazione, e l’affermazione di un diverso sistema “tecnologico” preferendo la via della ritirata, culminata appunto esattamente 15 anni fa con la messa in liquidazione dell’IRI.
Il risultato complessivo di questo cedimento appare evidente sotto gli occhi di tutti: le basi strutturali dell’industria italiana risultano estremamente limitate per la frammentazione e lo sviluppo solo parziale del mercato interno, che da molto tempo non è più in grado di assicurare linee di rifornimento e di sbocco privilegiato a imprese impegnate nella competizione internazionale nei settori strategici.
Da ciò deriva, in una fase ormai dominata da tempo dai fenomeni della finanziarizzazione dell’economia, della presenza di nuovi protagonisti dalle enormi dimensioni e disponibilità, della globalizzazione, una condizione di fragilità permanente che costituisce un fattore ormai stabile nel frenare qualsiasi ipotesi di nuovo sviluppo industriale.
Abbiamo così assistito al successo di una strategia di ”dominio” esterno accentuato dall’entrata in scena dei meccanismi monetaristi dell’Unione Europea e dagli errori strategici commessi a quel livello fin dal trattato di Maastricht e nella costruzione della moneta unica.
Un “dominio esterno” non contrastato da un potere politico corrotto e incapace di rilanciare una vocazione di intervento positivo nel campo della programmazione dell’economia, che ha causato la situazione di permanente debolezza nella produzione, nei livelli di occupazione, di ritardo nella crescita della ricchezza nazionale.
Paghiamo così con durezza le responsabilità storiche di un’inesistente “classe dirigente”.
Per redigere questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” III volume – G. Bruno “Le imprese industriali nel processo di sviluppo” (1953- 1975); IV volume – F. De Felice “Nazione e sviluppo, un nodo non sciolto”. – Einaudi Torino 1995
Fonte
Nel giugno 2000, come ricordavamo all’inizio, la messa in liquidazione.
Con essa il tramonto definitivo (?) della funzione di responsabilità – di governo dell’economia – svolta dallo Stato, il cui ruolo è ormai diventato soltanto di surrogazione (di ruota di scorta) del settore privato: intervenire con il denaro pubblico per riparare gli errori, le contingenze negative e le mascalzonate compiute da alcuni imprenditori e tanti speculatori privati.
Vale la pena, forse, di ricordare questa data fondamentale, di vera e propria svolta, nell’insieme delle relazioni industriali del Paese ricostruendo alcuni passaggi storici riferiti essenzialmente alla fase dell’intervento pubblico in economia all’epoca del “miracolo economico”.
Lo Stato svolse un ruolo da protagonista importante nello sviluppo di un moderno sistema di grandi imprese industriali in particolare nel corso degli anni’50 – ’60.
I compiti svolti dall’industria pubblica si resero comprensibili sia direttamente attraverso l’azione di un vasto apparato produttivo sotto controllo pubblico, sia indirettamente come effetto degli indirizzi di politica economica portati avanti in quegli anni dal Governo.
Le due funzioni operarono inizialmente in maniera separata, seguendo strategie autonomamente definite in ambiti operativi diversi, ma muovendosi congiuntamente verso una progressiva integrazione.
Con i provvedimenti attuati tra il 1948 e il 1953 venne dato l’avvio a un processo di riorganizzazione delle partecipazioni economiche dello Stato ma non furono superati limiti di casualità e di frammentarietà.
Nel 1933, infatti, lo Stato attuando un intervento a favore delle grandi banche “miste” (a capitale pubblico e privato) attraverso la creazione dell’IRI agì da puntello della struttura produttiva che si era creata soprattutto al Centro – Nord, in particolare a sostegno dell’industria pesante e di base.
Tale ruolo fu, poi, sostanzialmente confermato nell’immediato secondo dopoguerra.
Una situazione mutata nel volgere di pochi anni: nella seconda metà degli anni’50 una serie di successivi interventi legislativi portò a una progressiva ridefinizione di ruoli, caratteristiche e funzioni delle imprese a controllo pubblico, identificando il profilo operativo e funzionale di queste aziende.
Il passaggio fondamentale di questo processo fu costituito dalla legge del 22 dicembre 1956 attraverso la quale s’istituì il ministero delle Partecipazioni Statali.
La nuova struttura organizzativa che fu modellata in quel modo non risolse in quel momento stabilmente l’ambiguità nei criteri di gestione delle imprese tra prevalenza del “momento pubblico” e del “momento privato” nella formazione delle decisioni aziendali: ma attribuendo funzioni di coordinamento e di controllo a un organismo politico, allargò sensibilmente il campo di intervento degli organi dello Stato nell’azione degli Enti Pubblici e delle aziende partecipate disegnando una cornice legislativa e amministrativa favorevole alla creazione di nuovi enti e allo sviluppo dell’azione diretta dello Stato nei diversi settori dell’economia nazionale.
Gli effetti di queste scelte non tardarono a manifestarsi.
Nel 1958 furono creati l’Ente autonomo di gestione per le aziende termali (Eagat), l’Ente autonomo di gestione per il cinema (Eagc) e l’Ente autonomo di gestione per le aziende minerarie (Egam) che divenne operante soltanto nel 1971 con l’affidamento in gestione prima e con il trasferimento delle azioni poi delle miniere di Cogne e dell’Azienda minerali metallici italiani.
I contenuti operativi dell’azione che lo Stato intendeva svolgere sul terreno economico e industriale attraverso le imprese a partecipazione statale furono ulteriormente qualificati e definiti nel corso del 1957 con le nuove norme a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno (legge 634 del 29 luglio 1957) prevedendo l’istituzione di aree e nuclei di sviluppo industriale, l’ampliamento degli incentivi creditizi per gli investimenti nelle regioni meridionali, assegnando alla Cassa per il Mezzogiorno la facoltà di concedere contributi agli istituti di credito a medio termine per operazioni di finanziamento industriale nelle sue aree di attività.
All’interno di questo nuovo quadro normativo la politica industriale dell’impresa pubblica iniziò ad assumere una forte connotazione espansiva e una progressiva divaricazione tra esigenze di gestione e nuovi compiti assunti.
La difesa dei livelli occupazionali, l’impegno a favore dell’economia meridionale e il sostegno a un comparto in rapido declino portarono al rientro dell’IRI nel settore tessile: un impegno pubblico in questo settore che si allargò rapidamente quando nel 1962 l’ENI assunse il controllo della Lanerossi, perseguendo l’obiettivo di un’integrazione verticale delle proprie produzioni.
Attraverso queste operazioni lo Stato tese ad assicurare assistenza a un comparto in declino, intervenendo a risolvere singole situazioni di disagio e difficoltà ma senza assumere l’impegno di un intervento coordinato.
In questa situazione, e con particolare riferimento all’intervento straordinario nel Mezzogiorno, le imprese pubbliche diventarono, quindi, lo strumento privilegiato della politica industriale.
In tal modo la stessa definizione degli indirizzi di intervento e degli obiettivi finì con l’essere scomposta in una pluralità di soggetti autonomi e attuata attraverso una pratica di contrattazione o di concerto fra i diversi contraenti portatori di specifici interessi, costruendo così un quadro di reciproca deresponsabilizzazione.
In questo quadro l’ampliamento delle funzioni attribuite alle imprese a partecipazione statale e l’accrescimento del ruolo che lo Stato era chiamato a svolgere in una moderna economia industriale determinarono un processo di rapida e continua espansione della presenza pubblica nel settore produttivo, indirizzata però da decisioni e orientamenti definiti in ambito governativo e parlamentare, come ad esempio nel caso delle costruzioni ed esercizio della rete autostradale affidata all’IRI attraverso la Società concessioni e costruzioni autostradali che si alimentava della riserva stabilita a favore delle imprese a controllo pubblico dalla legge 21 maggio 1955 che avviava il programma industriale italiano: una scelta decisiva rispetto allo stesso insieme del modello di sviluppo che l’Italia andava ad assumere proprio in quel periodo, con evidenti ricadute sull’industria automobilistica rappresentata, in quel momento, dal più grande gruppo industriale privato, la FIAT.
Nel settore telefonico fu la finanziaria pubblica Stet a guidare il processo di riorganizzazione e unificazione del servizio realizzato in occasione del rinnovo delle concessioni telefoniche in scadenza alla fine del 1955.
Nel corso del 1956 il governo diede via libera all’acquisizione da parte della Stet e, quindi, al passaggio sotto controllo pubblico, delle due società telefoniche private: la Teti operante nell’Italia centrale e in Sardegna e la Set concessionaria nel Mezzogiorno e in Sicilia controllate rispettivamente dalla società finanziaria “La Centrale” e dalla svedese Ericsson.
Analoghi processi di riorganizzazione ed espansione della componente pubblica nell’industria italiana interessarono, in quegli anni, il settore siderurgico e quello del trasporto aereo (costruzione dello stabilimento di Taranto, costituzione dell’Alitalia).
A un modello e una pratica di crescita “interna” del sistema delle partecipazioni statali affermatisi negli anni del miracolo economico si sovrappose, nel 1962, con la decisione di nazionalizzare l’industria elettrica, un diverso modello di intervento: punto qualificante del primo governo appoggiato dal PSI e presieduto da Amintore Fanfani, la scelta di nazionalizzare l’energia elettrica rappresentò un forte punto di discontinuità, per quanto episodico, nella politica industriale fino a quel punto perseguita.
La creazione dell’Enel ampliò il campo d’azione e gli strumenti di intervento dello Stato nel sistema industriale italiano e segnò profondamente la struttura economica nazionale.
La nazionalizzazione prefigurava una più incisiva capacità di realizzare un disegno di programmazione economica: progetto sul quale si basava l’appoggio al Governo da parte del Partito Socialista.
Rappresentava però già una risposta tardiva alle esigenze di controllo, regolazione e sviluppo in un settore come quello elettrico, che presentava una struttura industriale fortemente consolidata, coesa, stabilmente concentrata intorno a pochi grandi gruppi regionali, di cui alcuni si trovavano già sotto controllo pubblico.
Gli indennizzi elettrici destinati al settore privato (Edison e Sade, innanzi tutto), che favorirono la crescita della chimica e della petrolchimica italiana finanziando la concentrazione del settore culminata nella fusione di Edison e Montecatini nella Montedison, realizzarono una consistente iniezione di liquidità nel sistema economico che, in concomitanza con la stretta creditizia del 1963 – 64 (stagione della cosiddetta “congiuntura”) finì per favorire in maniera selettiva ed esclusiva solo alcuni dei gruppi maggiori e più influenti della finanza e dell’industria.
I capitali innestati, invece, nel settore pubblico dagli indennizzi elettrici concorsero principalmente a sostenere il programma siderurgico e lo sviluppo del settore telefonico: nel 1964 fu costituita la Sip (Società Italiana per l’esercizio telefonico) la cui maggioranza azionaria passò alla Stet, finanziaria del settore.
La vicenda della nazionalizzazione dell’industria elettrica fornì una spinta significativa all’espansione delle partecipazioni statali in campi diversi dai tradizionali settori di intervento.
Nella relazione programmatica presentata al Parlamento nel 1966 dal Ministro delle Partecipazioni Statali del III governo Moro, il democristiano Giorgio Bo, si afferma chiaramente che “non esistono specifici campi operativi che debbono a priori essere sottratti a ogni possibilità di intervento imprenditoriale diretto dello Stato attraverso aziende controllate”.
Nello stesso periodo si affermò un modello di crescita del sistema delle partecipazioni statali attraverso interventi di “salvataggio” di imprese private in crisi: l’importanza di questo indirizzo crebbe con l’accentuarsi delle difficoltà per le imprese italiane alla fine degli anni sessanta e trovò una specifica sanzione legislativa con la creazione, nel 1971, di un nuovo ente, la Gestione partecipazioni industriali (GEPI) allo scopo di “concorrere al mantenimento e all’accrescimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà transitorie di imprese industriali”.
In una direzione di supplenza dell’iniziativa privata si mossero anche gli interventi compiuti dallo Stato nel settore chimico a favore della neonata Montedison, attraverso i quali si determinò una significativa ridefinizione dei confini tra pubblico e privato nell’industria italiana.
L’attività di sostegno e di salvataggio di imprese private si affiancò e si sovrappose ad altre direttrici di sviluppo delle imprese pubbliche e concorse a determinare l’accelerata crescita del settore dalla seconda metà degli anni ’60 ai primi anni ’70.
La ripresa degli investimenti delle imprese a prevalente partecipazione statale non svolse, però, una funzione di traino degli investimenti complessivi nella fase di ripresa del ciclo economico dopo la crisi del 1963-64, ma piuttosto si orientò a seguire con uno scarto di uno-due anni le tendenze che stavano manifestandosi nel settore privato.
Fu soltanto dopo il ciclo di lotte operaie del 1968-69 che gli investimenti delle imprese pubbliche assunsero un significativo ruolo di sostegno delle dinamiche industriali del Paese con tassi di aumento superiori al 50% a fronte di una rapida contrazione degli investimenti privati.
Il meccanismo di accumulazione e di crescita sviluppatosi in Italia negli anni’50 – ’60 entrò in crisi nella prima metà degli anni’70 per il brusco mutamento delle condizioni interne e internazionali.
L’Italia andò, a mano a mano aumentando la dipendenza dai costi delle materie prime e, in particolare, del petrolio.
Il disordine monetario causato dalla fine del sistema dei cambi fissi che era stato determinato a Bretton Wood nel 1944 e la drammatica accelerazione dell’inflazione interna rappresentarono fenomeni che incisero profondamente sui margini operativi dell’industria italiana, sia dal lato dei costi di produzione che da quello dei mercati di sbocco.
Tra il 1974 e il 1975 si verificò una repentina caduta anche degli investimenti pubblici: nel 1975 oltre agli investimenti anche il saggio annuale di sviluppo del prodotto interno lordo presentò, per la prima volta dal dopoguerra, un segno negativo, a sancire la fine della lunga fase di sviluppo postbellico.
Si aprì a quel punto una nuova stagione, sostenuta dal mantenimento di dati di crescita nel settore delle piccole e medie imprese, cresciute e aggregatesi nel corso dei due decenni precedenti.
Mutava il modello di sviluppo favorito dalla disponibilità e diffusione di nuove tecnologie ad alto contenuto elettronico e informatico che scalfirono la rigidità nell’impiego del fattore capitale e introdussero novità rilevanti nell’organizzazione del lavoro.
La crescita della domanda di beni s’indirizzò verso una diversa progressiva specializzazione e diversificazione dei prodotti.
I fattori di crisi si saldarono, quindi, con processi di trasformazione strutturale nel determinare la chiusura di una unga fase di sviluppo centrata sulla grande impresa.
Mancò la capacità e la visione progettuale di affrontare un profondo processo di ammodernamento e ristrutturazione, e l’affermazione di un diverso sistema “tecnologico” preferendo la via della ritirata, culminata appunto esattamente 15 anni fa con la messa in liquidazione dell’IRI.
Il risultato complessivo di questo cedimento appare evidente sotto gli occhi di tutti: le basi strutturali dell’industria italiana risultano estremamente limitate per la frammentazione e lo sviluppo solo parziale del mercato interno, che da molto tempo non è più in grado di assicurare linee di rifornimento e di sbocco privilegiato a imprese impegnate nella competizione internazionale nei settori strategici.
Da ciò deriva, in una fase ormai dominata da tempo dai fenomeni della finanziarizzazione dell’economia, della presenza di nuovi protagonisti dalle enormi dimensioni e disponibilità, della globalizzazione, una condizione di fragilità permanente che costituisce un fattore ormai stabile nel frenare qualsiasi ipotesi di nuovo sviluppo industriale.
Abbiamo così assistito al successo di una strategia di ”dominio” esterno accentuato dall’entrata in scena dei meccanismi monetaristi dell’Unione Europea e dagli errori strategici commessi a quel livello fin dal trattato di Maastricht e nella costruzione della moneta unica.
Un “dominio esterno” non contrastato da un potere politico corrotto e incapace di rilanciare una vocazione di intervento positivo nel campo della programmazione dell’economia, che ha causato la situazione di permanente debolezza nella produzione, nei livelli di occupazione, di ritardo nella crescita della ricchezza nazionale.
Paghiamo così con durezza le responsabilità storiche di un’inesistente “classe dirigente”.
Per redigere questo testo sono stati consultati: “Storia dell’Italia Repubblicana” III volume – G. Bruno “Le imprese industriali nel processo di sviluppo” (1953- 1975); IV volume – F. De Felice “Nazione e sviluppo, un nodo non sciolto”. – Einaudi Torino 1995
Fonte
31/07/2014
Cina, la purga di Xi Jinping
di Mario Lombardo
Con una comunicazione apparsa martedì sul sito web della Commmissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari del Partito Comunista Cinese (PCC), il governo di Pechino ha annunciato in maniera ufficiale l’apertura di un’inchiesta ai danni del potente ex membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou Yongkang, sospettato di “gravi violazioni della disciplina”. Mai nei 65 anni di storia della Cina “comunista” un esponente così autorevole della classe dirigente era stato messo sotto accusa per reati di corruzione.
72 anni ancora da compiere, Zhou si era ritirato dalla politica attiva nel novembre del 2012 dopo una carriera che lo aveva visto raggiungere i vertici del governo. Tra il 1988 e il 1998 era stato vice-presidente e poi presidente del colosso pubblico petrolifero China National Petroleum Corporation (CNPC), per poi assumere incarichi prettamente politici in qualità di ministro delle Terre e delle Risorse e segretario del PCC nella provincia di Sichuan.
Nel 2002 Zhou era entrato per la prima volta nel Politburo del partito e nel 2007 nel Comitato Permanente di quest’ultimo, di fatto il più alto organo decisionale della Repubblica Popolare Cinese. Tra il 2007 e il 2012, Zhou aveva assunto infine la guida dell’intero apparato della sicurezza, con competenza sulle forze di polizia, i tribunali e i servizi segreti civili.
Secondo quanto riportato a dicembre dalla Reuters, Zhou era stato messo agli arresti domiciliari già sul finire dello scorso anno, a conferma delle voci che circolavano sul suo conto e dopo che dal 1° ottobre precedente non era più stato visto in pubblico.
La decisione presa con ogni probabilità direttamente dal presidente cinese, Xi Jinping, era seguita alla creazione di una speciale task force con l’incarico di indagare sulle accuse di corruzione nei suoi confronti. Sempre secondo la Reuters, poi, nel marzo di quest’anno le autorità avevano sequestrato beni per il valore di quasi 15 miliardi di dollari a vari membri della famiglia e della cerchia di potere di Zhou Yongkang.
Agli arresti sono finiti anche il figlio di quest’ultimo, Zhou Bin, nonché la moglie, Jia Xiaoye, e il fratello, Zhou Yuanqing. Il figlio, in particolare, svolgerebbe un ruolo centrale nell’indagine interna al partito e, secondo il New York Times, avrebbe recentemente testimoniato contro il padre.
Complessivamente, più di 300 persone vicine a Zhou negli ultimi mesi sono state arrestate o interrogate nell’ambito delle indagini. In un’escalation di incriminazioni e condanne che hanno fatto terra bruciata attorno a Zhou, numerose personalità di spicco vicine a quest’ultimo sono state vittime di vere e proprie purghe negli ultimi due anni.
Nel dicembre del 2012, ad esempio, il vice-segretario del partito nella provincia di Sichuan, Li Chuncheng, era stato il primo importante politico alleato di Zhou a essere oggetto di un’indagine nell’ambito della crociata anti-corruzione della leadership da poco installata.
Il
numero uno della commissione incaricata di amministrare e
supervisionare le aziende pubbliche, Jiang Jiemin, finì invece sotto
inchiesta nel settembre del 2013. Tre mesi più tardi sarebbe poi toccato
a Li Dongsheng, vice-ministro per la pubblica sicurezza.
Fonti cinesi citate dalla stampa occidentale riferiscono che Xi intenderebbe punire Zhou per avere cercato di installare propri uomini ai vertici dello stato alla vigilia del 18esimo congresso del PCC nel novembre del 2012, in occasione del quale avvenne il decennale cambio della leadership cinese che portò al potere lo steso Xi.
In particolare, per mantenere la propria influenza all’interno dei supremi organi di governo e proteggere le ricchezze accumulate dal suo entourage, Zhou puntava tutto sul carismatico Bo Xilai, l’ex segretario del partito di Chongqing attualmente in carcere. Entrambi considerati fedelissimi dell’ex presidente Jiang Zemin, Zhou Yongkang e Bo Xilai hanno rappresentato o rappresentano uno dei principali ostacoli al consolidamento del potere di Xi Jinping e del primo ministro Li Keqiang.
Zhou e Bo, infatti, fanno parte di una fazione all’interno della classe dirigente cinese legata alle grandi compagnie pubbliche, in particolare del settore petrolifero, e che si oppone al processo di ulteriore ristrutturazione del sistema economico del paese in senso capitalistico.
L’agenda di libero mercato di Xi e Li, dietro indicazione degli ambienti finanziari internazionali, trova resistenze molto forti negli ambienti delle aziende di stato che potrebbero essere penalizzate dall’apertura di alcuni settori strategici. La condanna di Bo Xilai lo scorso anno per corruzione e abuso di potere e l’incriminazione - peraltro non ancora annunciata ufficialmente - di Zhou Yongkang rappresentano perciò il tentativo più clamoroso di rimuovere questi ostacoli.
Gli attacchi ai leader rivali del partito vengono portati con la scusa della lotta alla corruzione che ha rappresentato un altro dei capisaldi del programma di Xi Jinping al momento della sua ascesa alla guida del partito e del paese. Dal momento che la corruzione pervade praticamente tutti gli ingranaggi della Repubblica Popolare e che gli appartenenti all’élite “comunista” si sono arricchiti enormemente negli ultimi decenni con sistemi a dir poco discutibili, indagini o incriminazioni a causa di “violazioni” delle regole posso essere pilotate a piacere da chi controlla un sistema giudiziario tutt’altro che indipendente.
L’annuncio
dell’indagine aperta ai danni di Zhou indica dunque un certo progresso
da parte del presidente Xi nel superamento delle resistenze e delle
divisioni all’interno della leadership cinese circa la strada da
percorrere nel prossimo futuro. Non a caso, infatti, sempre martedì è
stato indetto per il mese di ottobre il quarto Plenum del Comitato
Centrale del PCC, durante il quale verranno ad esempio avanzate proposte
volte a “migliorare il clima per gli investimenti” e a “liberalizzare i
settori industriali ancora dominati dai monopoli statali”.
Molti commentatori si sono chiesti fino a che punto arriveranno le purghe ordinate dal presidente Xi, visto che appare evidente il rischio di inasprire le rivalità all’interno di un sistema di potere basato sul consenso e tradizionalmente caratterizzato da fazioni che fanno capo, tra gli altri, ai leader che hanno abbandonato le loro cariche ufficiali nel partito e nel governo.
Secondo una rivelazione pubblicata mercoledì dalla Reuters e basata su fonti cinesi, tuttavia, Xi Jinping avrebbe ottenuto il consenso dei due suoi predecessori - Hu Jintao e Jiang Zemin - prima di ordinare l’apertura di un’indagine formale per corruzione contro Zhou Yongkang. Per la stessa agenzia di stampa, ciò suggerirebbe che l’indagine a un livello così alto “non provocherà spaccature nel Partito Comunista”, anche se è possibile che “l’élite inizi a innervosirsi per l’allargamento della campagna anti-corruzione del presidente”.
Xi, d’altra parte, con l’indagine ai danni di Zhou avrebbe violato una regola non scritta della classe dirigente cinese che prevedeva una sorta di immunità per i membri e gli ex membri del Comitato Permanente del Politburo, cioè la casta intoccabile della Repubblica Popolare.
In un commento alla notizia di martedì, il Quotidiano del Popolo ha comunque prospettato nuove incriminazioni, sostenendo che la lotta alla corruzione “non si fermerà” e che “la caduta di Zhou Yongkang… è solo un passo del processo in corso” inaugurato dal presidente Xi.
Fonte
Con una comunicazione apparsa martedì sul sito web della Commmissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari del Partito Comunista Cinese (PCC), il governo di Pechino ha annunciato in maniera ufficiale l’apertura di un’inchiesta ai danni del potente ex membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou Yongkang, sospettato di “gravi violazioni della disciplina”. Mai nei 65 anni di storia della Cina “comunista” un esponente così autorevole della classe dirigente era stato messo sotto accusa per reati di corruzione.
72 anni ancora da compiere, Zhou si era ritirato dalla politica attiva nel novembre del 2012 dopo una carriera che lo aveva visto raggiungere i vertici del governo. Tra il 1988 e il 1998 era stato vice-presidente e poi presidente del colosso pubblico petrolifero China National Petroleum Corporation (CNPC), per poi assumere incarichi prettamente politici in qualità di ministro delle Terre e delle Risorse e segretario del PCC nella provincia di Sichuan.
Nel 2002 Zhou era entrato per la prima volta nel Politburo del partito e nel 2007 nel Comitato Permanente di quest’ultimo, di fatto il più alto organo decisionale della Repubblica Popolare Cinese. Tra il 2007 e il 2012, Zhou aveva assunto infine la guida dell’intero apparato della sicurezza, con competenza sulle forze di polizia, i tribunali e i servizi segreti civili.
Secondo quanto riportato a dicembre dalla Reuters, Zhou era stato messo agli arresti domiciliari già sul finire dello scorso anno, a conferma delle voci che circolavano sul suo conto e dopo che dal 1° ottobre precedente non era più stato visto in pubblico.
La decisione presa con ogni probabilità direttamente dal presidente cinese, Xi Jinping, era seguita alla creazione di una speciale task force con l’incarico di indagare sulle accuse di corruzione nei suoi confronti. Sempre secondo la Reuters, poi, nel marzo di quest’anno le autorità avevano sequestrato beni per il valore di quasi 15 miliardi di dollari a vari membri della famiglia e della cerchia di potere di Zhou Yongkang.
Agli arresti sono finiti anche il figlio di quest’ultimo, Zhou Bin, nonché la moglie, Jia Xiaoye, e il fratello, Zhou Yuanqing. Il figlio, in particolare, svolgerebbe un ruolo centrale nell’indagine interna al partito e, secondo il New York Times, avrebbe recentemente testimoniato contro il padre.
Complessivamente, più di 300 persone vicine a Zhou negli ultimi mesi sono state arrestate o interrogate nell’ambito delle indagini. In un’escalation di incriminazioni e condanne che hanno fatto terra bruciata attorno a Zhou, numerose personalità di spicco vicine a quest’ultimo sono state vittime di vere e proprie purghe negli ultimi due anni.
Nel dicembre del 2012, ad esempio, il vice-segretario del partito nella provincia di Sichuan, Li Chuncheng, era stato il primo importante politico alleato di Zhou a essere oggetto di un’indagine nell’ambito della crociata anti-corruzione della leadership da poco installata.
Fonti cinesi citate dalla stampa occidentale riferiscono che Xi intenderebbe punire Zhou per avere cercato di installare propri uomini ai vertici dello stato alla vigilia del 18esimo congresso del PCC nel novembre del 2012, in occasione del quale avvenne il decennale cambio della leadership cinese che portò al potere lo steso Xi.
In particolare, per mantenere la propria influenza all’interno dei supremi organi di governo e proteggere le ricchezze accumulate dal suo entourage, Zhou puntava tutto sul carismatico Bo Xilai, l’ex segretario del partito di Chongqing attualmente in carcere. Entrambi considerati fedelissimi dell’ex presidente Jiang Zemin, Zhou Yongkang e Bo Xilai hanno rappresentato o rappresentano uno dei principali ostacoli al consolidamento del potere di Xi Jinping e del primo ministro Li Keqiang.
Zhou e Bo, infatti, fanno parte di una fazione all’interno della classe dirigente cinese legata alle grandi compagnie pubbliche, in particolare del settore petrolifero, e che si oppone al processo di ulteriore ristrutturazione del sistema economico del paese in senso capitalistico.
L’agenda di libero mercato di Xi e Li, dietro indicazione degli ambienti finanziari internazionali, trova resistenze molto forti negli ambienti delle aziende di stato che potrebbero essere penalizzate dall’apertura di alcuni settori strategici. La condanna di Bo Xilai lo scorso anno per corruzione e abuso di potere e l’incriminazione - peraltro non ancora annunciata ufficialmente - di Zhou Yongkang rappresentano perciò il tentativo più clamoroso di rimuovere questi ostacoli.
Gli attacchi ai leader rivali del partito vengono portati con la scusa della lotta alla corruzione che ha rappresentato un altro dei capisaldi del programma di Xi Jinping al momento della sua ascesa alla guida del partito e del paese. Dal momento che la corruzione pervade praticamente tutti gli ingranaggi della Repubblica Popolare e che gli appartenenti all’élite “comunista” si sono arricchiti enormemente negli ultimi decenni con sistemi a dir poco discutibili, indagini o incriminazioni a causa di “violazioni” delle regole posso essere pilotate a piacere da chi controlla un sistema giudiziario tutt’altro che indipendente.
Molti commentatori si sono chiesti fino a che punto arriveranno le purghe ordinate dal presidente Xi, visto che appare evidente il rischio di inasprire le rivalità all’interno di un sistema di potere basato sul consenso e tradizionalmente caratterizzato da fazioni che fanno capo, tra gli altri, ai leader che hanno abbandonato le loro cariche ufficiali nel partito e nel governo.
Secondo una rivelazione pubblicata mercoledì dalla Reuters e basata su fonti cinesi, tuttavia, Xi Jinping avrebbe ottenuto il consenso dei due suoi predecessori - Hu Jintao e Jiang Zemin - prima di ordinare l’apertura di un’indagine formale per corruzione contro Zhou Yongkang. Per la stessa agenzia di stampa, ciò suggerirebbe che l’indagine a un livello così alto “non provocherà spaccature nel Partito Comunista”, anche se è possibile che “l’élite inizi a innervosirsi per l’allargamento della campagna anti-corruzione del presidente”.
Xi, d’altra parte, con l’indagine ai danni di Zhou avrebbe violato una regola non scritta della classe dirigente cinese che prevedeva una sorta di immunità per i membri e gli ex membri del Comitato Permanente del Politburo, cioè la casta intoccabile della Repubblica Popolare.
In un commento alla notizia di martedì, il Quotidiano del Popolo ha comunque prospettato nuove incriminazioni, sostenendo che la lotta alla corruzione “non si fermerà” e che “la caduta di Zhou Yongkang… è solo un passo del processo in corso” inaugurato dal presidente Xi.
Fonte
19/03/2014
Cosa ha salvato la Cina dalla recessione? La spesa pubblica e le aziende di stato
“Il lavoro lo crea il mercato, non lo stato”, dicono quelli parecchio intelligenti…
Se c’è un paese che ha applicato politiche keynesiane per combattere la “Grande Recessione” iniziata nel 2008, quel paese è la Cina. Di più, lo ha fatto in maniera innovativa, attraverso la spesa in investimento delle aziende pubbliche. E’ questa, in sintesi, la tesi di due studiosi, Yi Wen e Jing Wu, in un recentissimo paper pubblicato dalla Federal Reserve di St. Louis e intitolato “Withstanding Great Recession like China” (resistere alla grande recessione come la Cina).
“La Grande Recessione – spiegano i due economisti – è stata caratterizzata da due fenomeni correlati: (1) una ripresa senza creazione di posti di lavoro e (2) una riduzione permanente della produzione aggregata. I dati mostrano che gli Stati Uniti, l’Europa, e anche i paesi meno legati al sistema finanziario internazionale hanno subito perdite ingenti e durevoli di produzione aggregata e di occupazione a cominciare dalla crisi finanziaria, nonostante le iniezioni monetarie senza precedenti.
Tuttavia, i sintomi della Grande Recessione non sono stati osservati in Cina, nonostante un calo permanente del 45% nel suo export, uno dei più grandi crolli nel commercio nella storia del mondo dopo la Grande Depressione [1929].
La nostra analisi empirica mostra che il successo cinese nell’evitare la Grande Recessione è attribuibile a suo pacchetto audace e potente di stimoli di 4 trilioni di yuan lanciato a fine 2008.”
“Sosteniamo – scrivono nelle conclusioni Wen e Wu – che una differenza fondamentale tra il pacchetto di stimolo cinese ed i pacchetti di stimolo occidentali è che il pacchetto cinese è di natura fiscale, mentre quelli dei paesi industriali sono di natura monetaria. La Cina ha potuto godere dell’ampio settore di aziende pubbliche (SOE: State-Owned Enterprises) disponibile al momento della comparsa della crisi finanziaria al fine di difendere la propria economia dal rallentamento. Anche se è evidente che parte del pacchetto di stimolo di 4 trilioni di RMB in Cina è stato diretto al mercato immobiliare, invece che a infrastrutture e settore manifatturiero, la politica è da considerarsi un successo dal momento che ha stimolato la domanda aggregata e ha impedito una Grande Recessione in stile occidentale e una ripresa senza posti di lavoro. Nessuno può sapere cosa sarebbe accaduto se la Cina non avesse agito con decisione in modo anticiclico utilizzando le politiche fiscali.
Un paese in via di enorme sviluppo, con più di 1,3 miliardi di bocche da sfamare nel bel mezzo di una grande transizione in salita, come la Cina, non può permettersi una “Lost Decade” in stile giapponese. Una grande recessione con una ripresa senza creazione di posti di lavoro in Cina sarebbe stata catastrofica e avrebbe potuto spingere la Cina in una trappola del medio reddito che molti paesi latino-americani hanno sperimentato durante il loro processo di (transizione alla) industrializzazione. Nonostante la bolla immobiliare, almeno adesso la Cina può avere maggiori possibilità di continuare a crescere ad una velocità elevata (proiettata a circa il 7 % – 8 % per anno) per un altro paio di decenni a venire. Rispetto alla possibilità peggiore di un “decennio perduto” senza i pacchetti di stimolo anticiclici decisi, portati avanti attraverso le SOE, il costo della bolla immobiliare può essere considerato minore se la Cina riesce ad avere un atterraggio morbido controllando la bolla.
La lezione fondamentale imparata dalla Cina non è che le aziende di Stato di per sé siano auspicabili, ma piuttosto che le politiche fiscali credibili contano per eliminare una crisi da “fallimento del coordinamento” (coordination failure), considerando che le politiche puramente monetarie (o tiepidamente fiscali) non vi riescono. Crediamo che l’incapacità di attuare politiche fiscali aggressive e decise nei paesi occidentali, spieghi la persistenza ostinata della Grande Recessione e le rispese senza posti di lavoro negli Stati Uniti e in Europa, in contrasto con la recente rapida ripresa economica in Cina e la grande rispesa nel Regno Unito (nel 1930 – ’40) in seguito alla Grande Depressione.”
Di particolare interesse, all’interno dello studio, è il grafico che evidenzia gli investimenti effettuati dalle aziende pubbliche cinesi (SOE), paragonati con quelli delle imprese private (POE), che qui riportiamo:
Altrettanto interessante è notare come le politiche monetarie non convenzionali negli USA e in Europa non siano state sufficienti alla ripresa del credito, mentre la Cina ha conosciuto un’espansione creditizia senza precedenti che ha contribuito alla ripresa economica del colosso orientale:
Fonte
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Se c’è un paese che ha applicato politiche keynesiane per combattere la “Grande Recessione” iniziata nel 2008, quel paese è la Cina. Di più, lo ha fatto in maniera innovativa, attraverso la spesa in investimento delle aziende pubbliche. E’ questa, in sintesi, la tesi di due studiosi, Yi Wen e Jing Wu, in un recentissimo paper pubblicato dalla Federal Reserve di St. Louis e intitolato “Withstanding Great Recession like China” (resistere alla grande recessione come la Cina).
“La Grande Recessione – spiegano i due economisti – è stata caratterizzata da due fenomeni correlati: (1) una ripresa senza creazione di posti di lavoro e (2) una riduzione permanente della produzione aggregata. I dati mostrano che gli Stati Uniti, l’Europa, e anche i paesi meno legati al sistema finanziario internazionale hanno subito perdite ingenti e durevoli di produzione aggregata e di occupazione a cominciare dalla crisi finanziaria, nonostante le iniezioni monetarie senza precedenti.
Tuttavia, i sintomi della Grande Recessione non sono stati osservati in Cina, nonostante un calo permanente del 45% nel suo export, uno dei più grandi crolli nel commercio nella storia del mondo dopo la Grande Depressione [1929].
La nostra analisi empirica mostra che il successo cinese nell’evitare la Grande Recessione è attribuibile a suo pacchetto audace e potente di stimoli di 4 trilioni di yuan lanciato a fine 2008.”
“Sosteniamo – scrivono nelle conclusioni Wen e Wu – che una differenza fondamentale tra il pacchetto di stimolo cinese ed i pacchetti di stimolo occidentali è che il pacchetto cinese è di natura fiscale, mentre quelli dei paesi industriali sono di natura monetaria. La Cina ha potuto godere dell’ampio settore di aziende pubbliche (SOE: State-Owned Enterprises) disponibile al momento della comparsa della crisi finanziaria al fine di difendere la propria economia dal rallentamento. Anche se è evidente che parte del pacchetto di stimolo di 4 trilioni di RMB in Cina è stato diretto al mercato immobiliare, invece che a infrastrutture e settore manifatturiero, la politica è da considerarsi un successo dal momento che ha stimolato la domanda aggregata e ha impedito una Grande Recessione in stile occidentale e una ripresa senza posti di lavoro. Nessuno può sapere cosa sarebbe accaduto se la Cina non avesse agito con decisione in modo anticiclico utilizzando le politiche fiscali.
Un paese in via di enorme sviluppo, con più di 1,3 miliardi di bocche da sfamare nel bel mezzo di una grande transizione in salita, come la Cina, non può permettersi una “Lost Decade” in stile giapponese. Una grande recessione con una ripresa senza creazione di posti di lavoro in Cina sarebbe stata catastrofica e avrebbe potuto spingere la Cina in una trappola del medio reddito che molti paesi latino-americani hanno sperimentato durante il loro processo di (transizione alla) industrializzazione. Nonostante la bolla immobiliare, almeno adesso la Cina può avere maggiori possibilità di continuare a crescere ad una velocità elevata (proiettata a circa il 7 % – 8 % per anno) per un altro paio di decenni a venire. Rispetto alla possibilità peggiore di un “decennio perduto” senza i pacchetti di stimolo anticiclici decisi, portati avanti attraverso le SOE, il costo della bolla immobiliare può essere considerato minore se la Cina riesce ad avere un atterraggio morbido controllando la bolla.
La lezione fondamentale imparata dalla Cina non è che le aziende di Stato di per sé siano auspicabili, ma piuttosto che le politiche fiscali credibili contano per eliminare una crisi da “fallimento del coordinamento” (coordination failure), considerando che le politiche puramente monetarie (o tiepidamente fiscali) non vi riescono. Crediamo che l’incapacità di attuare politiche fiscali aggressive e decise nei paesi occidentali, spieghi la persistenza ostinata della Grande Recessione e le rispese senza posti di lavoro negli Stati Uniti e in Europa, in contrasto con la recente rapida ripresa economica in Cina e la grande rispesa nel Regno Unito (nel 1930 – ’40) in seguito alla Grande Depressione.”
Di particolare interesse, all’interno dello studio, è il grafico che evidenzia gli investimenti effettuati dalle aziende pubbliche cinesi (SOE), paragonati con quelli delle imprese private (POE), che qui riportiamo:
Altrettanto interessante è notare come le politiche monetarie non convenzionali negli USA e in Europa non siano state sufficienti alla ripresa del credito, mentre la Cina ha conosciuto un’espansione creditizia senza precedenti che ha contribuito alla ripresa economica del colosso orientale:
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