La Cina uscita dall’emergenza Covid ha dimostrato ancora una volta la grande capacità del Partito comunista di mobilitare la popolazione, convogliando gli sforzi per affrontare l’epidemia. Al contempo Pechino dovrà fare i conti con conseguenze economiche che potrebbero mettere a repentaglio la sua stabilità politica.
In questo contesto, nel quale a pagare la crisi come ovunque nel mondo saranno le fasce più deboli della popolazione, potremmo scorgere il ritorno dei movimenti neomaoisti, mai tramontati dallo scenario politico locale e tornati in auge un paio d’anni fa durante lo sciopero di lavoratori supportato dagli studenti «maoisti» (arrestati e condannati dal Partito comunista).
LE PERIPEZIE dei neomaoisti, dalla morte del «grande timoniere» all’attuale «era» di Xi Jinping, costituiscono alcune delle tanti lenti attraverso cui leggere sia la storia politica della Cina dal 1976 a oggi, sia l’evoluzione della percezione da parte dei cinesi di tutto quanto è «esterno» al paese. Come spesso accade, i due termini del discorso in questione, i neomaoisti e il Partito comunista, hanno dato vita a rincorse, rotture e complicità capaci di modificare l’assetto politico del paese.
Quando nel 1990 Deng Xiaoping spiegò come la Cina avrebbe potuto crescere e mantenere la stabilità politica, indicando nel «socialismo di mercato» una linea guida valida ancora oggi, l’Occidente prese quelle parole per oro colato, talmente aveva bisogno della «fine della storia»: l’URSS sarebbe crollata nel giro di mesi, perché non attendersi allora il passaggio definitivo della Cina ormai spogliata dai residui maoisti nel mondo capitalistico e all’interno del cosiddetto Washington consensus?
D’altronde da lì a poco proprio gli Usa avrebbero a tal punto creduto nella possibilità di trovarsi di fronte a un paese completamente scevro da ideologia e finalmente sulla strada della democrazia, da accompagnare la Cina all’interno del mercato mondiale, sancito nel 2001 con l’ingresso di Pechino nel Wto. Una Cina, dunque, pacificata.
Il Partito comunista, in realtà, non aveva mai raccontato al mondo che all’apertura economica sarebbe seguito uno scivolamento politico verso la democrazia occidentale. E non solo, perché il discorso politico legato all’eredità di Mao non finì con l’epoca delle riforme di Deng così come non si ritirarono mai del tutto le voci negative sull’eccesso di apertura da parte di Deng, vissuto come una vera e propria svendita del paese.
QUESTO RESIDUO POLITICO che oggi si manifesta in molti modi, alcuni dei quali attraverso importanti agganci nell’élite del Partito comunista e che si oppone alla linea politica attuale sottolineando il «tradimento» nei confronti di operai e contadini, è oggetto del libro di Jude Blanchette China’s New Red Guards, the return of radicalism and the rebirth of Mao Zedong (Oxford University Press, pp. 206).
Come esplicita l’autore, il neomaoismo è un movimento politico «nato da un diffuso malcontento nei confronti della traiettoria politica ed economica della Cina, alimentato dall’accesso alle tecnologie dell’informazione come Internet e gli smartphone e sostenuto attraverso profonde connessioni con un piccolo, ma influente, gruppo di élite politiche».
Secondo Blanchette, «la longevità del neo-maoismo è sorprendente solo perché abbiamo sostanzialmente frainteso la natura dello sviluppo della Cina dopo la morte di Mao Zedong nel 1976. Nel nostro immaginario collettivo, gli anni ’80 e ’90 – l’era di Deng Xiaoping – hanno visto l’implacabile smantellamento dell’infrastruttura ideologica maoista»; analogamente abbiamo dato per scontato che la società cinese si fosse depoliticizzata in modo totale abbandonando per sempre la radicalità di certe posizioni. Non è così, naturalmente.
LA CONSTATAZIONE dell’esistenza del movimento neomaoista presuppone diverse direttrici: Blanchette analizza innanzitutto il modo con cui il partito ha fatto i conti con l’eredità di Mao, per passare poi ad analizzare l’ambiguo rapporto odierno tra PCC e gruppi maoisti.
La prima parte del volume, più storica, analizza i momenti salienti, i congressi del PCC, attraverso i quali si è compiuta la preparazione politica al cosiddetto «miracolo cinese». Blanchette indaga le resistenze dei neomaoisti e il loro, talvolta prudente, talvolta più muscolare, tentativo di creare una vera e propria galassia capace di ramificazioni tanto nell’alta politica quanto nella socialità civile.
Dalla nascita dello Youth Study Group, propulsore del movimento, fino al sito Utopia, spento e acceso a seconda della convenienza, ci troviamo di fronte a una danza continua: in alcuni momenti storici il Partito comunista ha utilizzato i neomaoisti per inserire all’interno del proprio corpus politico le parole chiave della «sinistra»; di fronte a un partito composto sempre più da miliardari, la dirigenza cinese utilizzava i neomaoisti per apparire comunque in grado di occuparsi dei problemi degli ultimi.
Questa spinta da sinistra – inoltre – puntando decisamente su elementi anche iper-nazionalisti, ha finito per essere utile al Partito comunista in diverse occasioni.
IL LIBRO Unhappy China di cui Blanchette si occupa è un esempio: scritto da Zhang Xiaobo, già noto in certe scene politiche, e pubblicato nel 2009, il volume sosteneva in modo netto la necessità da parte della Cina di mettersi alla guida del mondo e chiudere con ogni influenza esterna. Ma il nazionalismo, come ricorda Blanchette, se può essere utile per fomentare in certi momenti la popolazione (e il periodo attuale lo conferma), è anche un’arma a doppio taglio, perché il nazionalismo «promuove l’amore per la nazione, non per il governo».
I neomaoisti hanno trovato anche un loro rappresentante all’interno dei vertici del partito comunista: si tratta di Bo Xilai l’astro nascente, il predestinato, nonché boss di Chongqing nella seconda metà degli anni Duemila e fautore di una campagna maoista che coinvolse non solo aspetti folkloristici, perché diede vita a un vero e proprio modello economico-politico, il «modello Chongqing».
Una parabola finita male con Bo arrestato e condannato all’ergastolo e l’allora premier Wen Jiabao – era il 2012 – protagonista di un ultimo discorso prima del suo ritiro politico indirizzato proprio a sinistra, contro la sinistra.
RIEVOCANDO IL DISASTRO della Rivoluzione culturale, il vecchio Wen aveva sancito coram populo che quanto fatto da Bo Xilai a Chongqing non costituiva un «modello» bensì una pericolosa «deviazione», qualcosa che non sarebbe dovuto succedere mai più. Il discorso di Wen fu una ulteriore conferma di quanto aveva detto anni prima Deng Xiaoping, con la volontà di avvertire i suoi fedeli alleati dei pericoli da cui guardarsi: «Dobbiamo essere vigili con la destra, ma più di tutto con la sinistra».
Il discorso di Wen Jiabao, inoltre, «preparò» l’ingresso in scena di Xi Jinping che probabilmente, prima di salire sul trono, aveva chiesto certezze circa l’eliminazione di ambiziosi rivali politici. Era il 2013 e il neomaoismo appariva ancora una volta all’angolo, dato per morto.
Ma quando lo scontro con gli Usa si è ammantato di nuovi spunti, non solo economici, i siti neomaoisti, chiusi dalla fine di Bo Xilai, sono stati improvvisamente riaccesi. La danza è ricominciata.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/06/2020
10/12/2014
Cina, la caduta della “tigre”
L’arresto e l’espulsione dal Partito Comunista Cinese (PCC) dell’ex membro del Comitato Centrale Permanente, Zhou Yongkang, hanno segnato nel fine settimana la fase più acuta dello scontro in atto all’interno della classe dirigente di Pechino a partire dall’installazione della leadership guidata dal presidente Xi Jinping un paio di anni fa. La definitiva caduta e il prossimo processo (più o meno) pubblico di un uomo che fino al 2012 aveva il controllo di fatto dell’intero apparato della sicurezza in Cina - con competenza sulle forze di polizia, i tribunali e i servizi segreti civili - sono stati accompagnati da vari resoconti e commenti degli organi di stampa ufficiali.
L’agenzia statale Xinhua, ad esempio, ha elencato i reati contestati al 72enne Zhou, accusato di avere “approfittato della sua posizione per trarre profitto per sé, la sua famiglia e altri”, ma anche di avere “abusato del suo potere per aiutare parenti, amanti e amici a realizzare enormi profitti… provocando gravi perdite di ‘asset’ pubblici”. Zhou, infine, avrebbe fatto trapelare informazioni segrete, recando danni al partito e al paese.
A parte forse quest’ultima, le altre accuse rivolte a Zhou potrebbero però essere attribuite a molti, se non tutti, i dirigenti “comunisti” cinesi, arricchitisi a spese di centinaia di milioni di persone negli ultimi decenni segnati dal processo di integrazione del paese nei circuiti del capitalismo internazionale.
La famiglia dello stesso presidente Xi, come hanno messo in evidenza alcune recenti indagini giornalistiche occidentali, in parallelo con la sua ascesa ha avuto la possibilità in questi anni di ampliare i propri interessi negli affari, tanto che oggi vale complessivamente svariate centinaia di milioni di dollari. Questa realtà contribuisce perciò a indicare che la purga inflitta a Zhou, così come a molti altri all’interno del partito in questi due anni, si basa su motivazioni di natura esclusivamente politica.
Le voci circa possibili guai giudiziari per Zhou erano iniziate a circolare pochi mesi dopo la sua uscita di scena ufficiale dal Comitato Centrale del Politburo del PCC, di fatto il più alto organo decisionale della Repubblica Popolare Cinese, al termine del 18esimo congresso del partito nel novembre 2012.
Già sul finire del 2013, poi, secondo la Reuters l’ex dirigente “comunista” era finito agli arresti domiciliari, ma un’indagine formale nei suoi confronti sarebbe stata annunciata solo nel luglio successivo, dopo che la nuova dirigenza cinese aveva fatto terra bruciata attorno a Zhou con il pretesto di una battaglia senza precedenti contro la corruzione diffusa negli organi del partito.
La crociata promossa da Xi Jinping, secondo una stima del Financial Times, avrebbe già portato all’arresto o a misure punitive ai danni di più di 250 mila membri del PCC, tra cui una cinquantina di personalità con cariche ministeriali se non ancora più elevate. Praticamente tutte le vittime risultano essere nemici politici di Xi e della sua corrente, mentre finora risultano intoccabili i cosiddetti “princelings”, ovvero l’élite formata dai figli di membri di spicco del partito nei passati decenni, di cui fa parte lo stesso presidente.
La vastità dell’epurazione lascia dunque intendere la gravità dello scontro in corso nel partito e, di conseguenza, le dimensioni della posta in palio. La campagna anti-corruzione del presidente è infatti strettamente legata al suo progetto di “riforma” del sistema economico cinese, basato in sostanza sull’implementazione di misure di libero mercato per cercare di far fronte agli affanni registrati in questi anni in concomitanza con la crisi del capitalismo globale.
L’apparenza dell’impegno profuso nella lotta all’illegalità serve in primo luogo a dare un segnale al business estero della serietà della nuova leadership nel garantire la sicurezza degli invetsimenti in Cina e il rispetto degli standard internazionali. Inoltre e soprattutto, come già anticipato, processi e condanne per crimini fin troppo facilmente rilevabili come corruzione o abuso di potere servono a Xi per consolidare il potere e fare piazza pulita dei rivali interni al partito.
La colpa principale di Zhou Yongkang sembra essere stata quella di aver voluto installare nel Comitato Permanente un proprio uomo - com’è pratica comune tra i massimi dirigenti cinesi che lasciano formalmente ogni incarico pubblico per raggiunti limidi di età - in modo da mantenere una certa influenza sul processo decisionale.
Se Zhou, Bo e la fazione che a loro faceva capo non avevano sostanziali obiezioni alla piena restaurazione capitalistica in Cina, la loro opposizione all’agenda di Xi e della nuova leadership di Pechino riguardava soprattutto le questioni legate allo smantellamento o, quanto meno, al ridimensionamento delle grandi aziende pubbliche che operano in un virtuale regime di monopolio in competizione con le corporation internazionali. Sul fronte della politica estera, poi, questa fazione sosteneva un atteggiamento più intransigente nei confronti della crescente aggresività degli Stati Uniti in Asia orientale per contenere la crescita cinese.
Simili posizioni rappresentavano un chiaro ostacolo ai piani di apertura del mercato cinese al capitale internazionale del presidente Xi e del primo ministro, Li Keqiang, i quali vedono chiaramente la creazione di condizioni favorevoli agli investitori stranieri nel loro paese anche come un modo per cercare di neutralizzare le tensioni con Washington.
Lo stretto legame tra le vicende giudiziare che coinvolgono le “tigri” del Partito Comunista e le “riforme” strutturali perseguite dall’amministrazione Xi è stato confermato dal tempismo degli organi di stampa ufficiali cinesi, i quali nei giorni seguiti all’arresto di Zhou hanno sottolineato la necessità di una nuova politica economica per il paese.
Il Quotidiano del Popolo ha scritto martedì ad esempio che i programmi di “stimolo” all’economia devono essere usati con estrema cautela, mentre la priorità del governo deve essere appunto la “riforma strutturale” del sistema, anche a costo di una crescita più lenta. L’editoriale è apparso lo stesso giorno dell’apertura di un’importante conferenza a Pechino, cui partecipano i massimi dirigenti del partito per discutere le “priorità” economiche e finanziarie del prossimo anno.
I media occidentali, da parte loro, non hanno potuto che ammettere il vero obiettivo della guerra alla corruzione del presidente Xi, con il Wall Street Journal che l’ha definita come “il preludio necessario alla ristrutturazione economica” cinese. I leader di questo paese, d’altra parte, “sono ben consapevoli di come Pechino abbia la necessità di abbandonare il suo vecchio modello di crescita”, basato su ingenti investimenti pubblici e “sempre più dispendioso”, e di “reinventare un nuovo percorso di prosperità basato sui consumi [interni]”.
In altre parole, come ha scritto questa settimana Francesco Sisci sulla testata on-line Asia Times, l’obiettivo di Pechino sarebbe quello di evitare che la Cina cada nella “trappola sovietica dell’era Brezhnev, negli anni Settanta, quando potenti industrie [pubbliche] si suddividevano lo Stato, corrompendolo e trasformando il paese in un guscio vuoto” al servizio di pochi oligarchi.
Ben lontano dall’essere una battaglia per la giustizia o una premesessa per il miglioramento delle condizioni di vita della massa dei lavoratori cinesi, la campagna anti-corruzione di Xi Jinping serve insomma a spazzare via ogni resistenza interna all’avanzamento di un’agenda economica che intende gettare le basi del completamento dell’evoluzione del modello capitalistico di Pechino.
Un modello che prevede appunto l’apertura del paese sempre più al business internazionale, nella speranza o nell’illusione di contenere le enormi tensioni sociali generate dall’impetuosa e contraddittoria crescita cinese attraverso un’accelerazione delle misure che hanno contribuito a far esplodere quelle stesse tensioni che attraversano la futura prima economia del pianeta.
Fonte
31/07/2014
Cina, la purga di Xi Jinping
di Mario Lombardo
Con una comunicazione apparsa martedì sul sito web della Commmissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari del Partito Comunista Cinese (PCC), il governo di Pechino ha annunciato in maniera ufficiale l’apertura di un’inchiesta ai danni del potente ex membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou Yongkang, sospettato di “gravi violazioni della disciplina”. Mai nei 65 anni di storia della Cina “comunista” un esponente così autorevole della classe dirigente era stato messo sotto accusa per reati di corruzione.
72 anni ancora da compiere, Zhou si era ritirato dalla politica attiva nel novembre del 2012 dopo una carriera che lo aveva visto raggiungere i vertici del governo. Tra il 1988 e il 1998 era stato vice-presidente e poi presidente del colosso pubblico petrolifero China National Petroleum Corporation (CNPC), per poi assumere incarichi prettamente politici in qualità di ministro delle Terre e delle Risorse e segretario del PCC nella provincia di Sichuan.
Nel 2002 Zhou era entrato per la prima volta nel Politburo del partito e nel 2007 nel Comitato Permanente di quest’ultimo, di fatto il più alto organo decisionale della Repubblica Popolare Cinese. Tra il 2007 e il 2012, Zhou aveva assunto infine la guida dell’intero apparato della sicurezza, con competenza sulle forze di polizia, i tribunali e i servizi segreti civili.
Secondo quanto riportato a dicembre dalla Reuters, Zhou era stato messo agli arresti domiciliari già sul finire dello scorso anno, a conferma delle voci che circolavano sul suo conto e dopo che dal 1° ottobre precedente non era più stato visto in pubblico.
La decisione presa con ogni probabilità direttamente dal presidente cinese, Xi Jinping, era seguita alla creazione di una speciale task force con l’incarico di indagare sulle accuse di corruzione nei suoi confronti. Sempre secondo la Reuters, poi, nel marzo di quest’anno le autorità avevano sequestrato beni per il valore di quasi 15 miliardi di dollari a vari membri della famiglia e della cerchia di potere di Zhou Yongkang.
Agli arresti sono finiti anche il figlio di quest’ultimo, Zhou Bin, nonché la moglie, Jia Xiaoye, e il fratello, Zhou Yuanqing. Il figlio, in particolare, svolgerebbe un ruolo centrale nell’indagine interna al partito e, secondo il New York Times, avrebbe recentemente testimoniato contro il padre.
Complessivamente, più di 300 persone vicine a Zhou negli ultimi mesi sono state arrestate o interrogate nell’ambito delle indagini. In un’escalation di incriminazioni e condanne che hanno fatto terra bruciata attorno a Zhou, numerose personalità di spicco vicine a quest’ultimo sono state vittime di vere e proprie purghe negli ultimi due anni.
Nel dicembre del 2012, ad esempio, il vice-segretario del partito nella provincia di Sichuan, Li Chuncheng, era stato il primo importante politico alleato di Zhou a essere oggetto di un’indagine nell’ambito della crociata anti-corruzione della leadership da poco installata.
Il
numero uno della commissione incaricata di amministrare e
supervisionare le aziende pubbliche, Jiang Jiemin, finì invece sotto
inchiesta nel settembre del 2013. Tre mesi più tardi sarebbe poi toccato
a Li Dongsheng, vice-ministro per la pubblica sicurezza.
Fonti cinesi citate dalla stampa occidentale riferiscono che Xi intenderebbe punire Zhou per avere cercato di installare propri uomini ai vertici dello stato alla vigilia del 18esimo congresso del PCC nel novembre del 2012, in occasione del quale avvenne il decennale cambio della leadership cinese che portò al potere lo steso Xi.
In particolare, per mantenere la propria influenza all’interno dei supremi organi di governo e proteggere le ricchezze accumulate dal suo entourage, Zhou puntava tutto sul carismatico Bo Xilai, l’ex segretario del partito di Chongqing attualmente in carcere. Entrambi considerati fedelissimi dell’ex presidente Jiang Zemin, Zhou Yongkang e Bo Xilai hanno rappresentato o rappresentano uno dei principali ostacoli al consolidamento del potere di Xi Jinping e del primo ministro Li Keqiang.
Zhou e Bo, infatti, fanno parte di una fazione all’interno della classe dirigente cinese legata alle grandi compagnie pubbliche, in particolare del settore petrolifero, e che si oppone al processo di ulteriore ristrutturazione del sistema economico del paese in senso capitalistico.
L’agenda di libero mercato di Xi e Li, dietro indicazione degli ambienti finanziari internazionali, trova resistenze molto forti negli ambienti delle aziende di stato che potrebbero essere penalizzate dall’apertura di alcuni settori strategici. La condanna di Bo Xilai lo scorso anno per corruzione e abuso di potere e l’incriminazione - peraltro non ancora annunciata ufficialmente - di Zhou Yongkang rappresentano perciò il tentativo più clamoroso di rimuovere questi ostacoli.
Gli attacchi ai leader rivali del partito vengono portati con la scusa della lotta alla corruzione che ha rappresentato un altro dei capisaldi del programma di Xi Jinping al momento della sua ascesa alla guida del partito e del paese. Dal momento che la corruzione pervade praticamente tutti gli ingranaggi della Repubblica Popolare e che gli appartenenti all’élite “comunista” si sono arricchiti enormemente negli ultimi decenni con sistemi a dir poco discutibili, indagini o incriminazioni a causa di “violazioni” delle regole posso essere pilotate a piacere da chi controlla un sistema giudiziario tutt’altro che indipendente.
L’annuncio
dell’indagine aperta ai danni di Zhou indica dunque un certo progresso
da parte del presidente Xi nel superamento delle resistenze e delle
divisioni all’interno della leadership cinese circa la strada da
percorrere nel prossimo futuro. Non a caso, infatti, sempre martedì è
stato indetto per il mese di ottobre il quarto Plenum del Comitato
Centrale del PCC, durante il quale verranno ad esempio avanzate proposte
volte a “migliorare il clima per gli investimenti” e a “liberalizzare i
settori industriali ancora dominati dai monopoli statali”.
Molti commentatori si sono chiesti fino a che punto arriveranno le purghe ordinate dal presidente Xi, visto che appare evidente il rischio di inasprire le rivalità all’interno di un sistema di potere basato sul consenso e tradizionalmente caratterizzato da fazioni che fanno capo, tra gli altri, ai leader che hanno abbandonato le loro cariche ufficiali nel partito e nel governo.
Secondo una rivelazione pubblicata mercoledì dalla Reuters e basata su fonti cinesi, tuttavia, Xi Jinping avrebbe ottenuto il consenso dei due suoi predecessori - Hu Jintao e Jiang Zemin - prima di ordinare l’apertura di un’indagine formale per corruzione contro Zhou Yongkang. Per la stessa agenzia di stampa, ciò suggerirebbe che l’indagine a un livello così alto “non provocherà spaccature nel Partito Comunista”, anche se è possibile che “l’élite inizi a innervosirsi per l’allargamento della campagna anti-corruzione del presidente”.
Xi, d’altra parte, con l’indagine ai danni di Zhou avrebbe violato una regola non scritta della classe dirigente cinese che prevedeva una sorta di immunità per i membri e gli ex membri del Comitato Permanente del Politburo, cioè la casta intoccabile della Repubblica Popolare.
In un commento alla notizia di martedì, il Quotidiano del Popolo ha comunque prospettato nuove incriminazioni, sostenendo che la lotta alla corruzione “non si fermerà” e che “la caduta di Zhou Yongkang… è solo un passo del processo in corso” inaugurato dal presidente Xi.
Fonte
Con una comunicazione apparsa martedì sul sito web della Commmissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari del Partito Comunista Cinese (PCC), il governo di Pechino ha annunciato in maniera ufficiale l’apertura di un’inchiesta ai danni del potente ex membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou Yongkang, sospettato di “gravi violazioni della disciplina”. Mai nei 65 anni di storia della Cina “comunista” un esponente così autorevole della classe dirigente era stato messo sotto accusa per reati di corruzione.
72 anni ancora da compiere, Zhou si era ritirato dalla politica attiva nel novembre del 2012 dopo una carriera che lo aveva visto raggiungere i vertici del governo. Tra il 1988 e il 1998 era stato vice-presidente e poi presidente del colosso pubblico petrolifero China National Petroleum Corporation (CNPC), per poi assumere incarichi prettamente politici in qualità di ministro delle Terre e delle Risorse e segretario del PCC nella provincia di Sichuan.
Nel 2002 Zhou era entrato per la prima volta nel Politburo del partito e nel 2007 nel Comitato Permanente di quest’ultimo, di fatto il più alto organo decisionale della Repubblica Popolare Cinese. Tra il 2007 e il 2012, Zhou aveva assunto infine la guida dell’intero apparato della sicurezza, con competenza sulle forze di polizia, i tribunali e i servizi segreti civili.
Secondo quanto riportato a dicembre dalla Reuters, Zhou era stato messo agli arresti domiciliari già sul finire dello scorso anno, a conferma delle voci che circolavano sul suo conto e dopo che dal 1° ottobre precedente non era più stato visto in pubblico.
La decisione presa con ogni probabilità direttamente dal presidente cinese, Xi Jinping, era seguita alla creazione di una speciale task force con l’incarico di indagare sulle accuse di corruzione nei suoi confronti. Sempre secondo la Reuters, poi, nel marzo di quest’anno le autorità avevano sequestrato beni per il valore di quasi 15 miliardi di dollari a vari membri della famiglia e della cerchia di potere di Zhou Yongkang.
Agli arresti sono finiti anche il figlio di quest’ultimo, Zhou Bin, nonché la moglie, Jia Xiaoye, e il fratello, Zhou Yuanqing. Il figlio, in particolare, svolgerebbe un ruolo centrale nell’indagine interna al partito e, secondo il New York Times, avrebbe recentemente testimoniato contro il padre.
Complessivamente, più di 300 persone vicine a Zhou negli ultimi mesi sono state arrestate o interrogate nell’ambito delle indagini. In un’escalation di incriminazioni e condanne che hanno fatto terra bruciata attorno a Zhou, numerose personalità di spicco vicine a quest’ultimo sono state vittime di vere e proprie purghe negli ultimi due anni.
Nel dicembre del 2012, ad esempio, il vice-segretario del partito nella provincia di Sichuan, Li Chuncheng, era stato il primo importante politico alleato di Zhou a essere oggetto di un’indagine nell’ambito della crociata anti-corruzione della leadership da poco installata.
Fonti cinesi citate dalla stampa occidentale riferiscono che Xi intenderebbe punire Zhou per avere cercato di installare propri uomini ai vertici dello stato alla vigilia del 18esimo congresso del PCC nel novembre del 2012, in occasione del quale avvenne il decennale cambio della leadership cinese che portò al potere lo steso Xi.
In particolare, per mantenere la propria influenza all’interno dei supremi organi di governo e proteggere le ricchezze accumulate dal suo entourage, Zhou puntava tutto sul carismatico Bo Xilai, l’ex segretario del partito di Chongqing attualmente in carcere. Entrambi considerati fedelissimi dell’ex presidente Jiang Zemin, Zhou Yongkang e Bo Xilai hanno rappresentato o rappresentano uno dei principali ostacoli al consolidamento del potere di Xi Jinping e del primo ministro Li Keqiang.
Zhou e Bo, infatti, fanno parte di una fazione all’interno della classe dirigente cinese legata alle grandi compagnie pubbliche, in particolare del settore petrolifero, e che si oppone al processo di ulteriore ristrutturazione del sistema economico del paese in senso capitalistico.
L’agenda di libero mercato di Xi e Li, dietro indicazione degli ambienti finanziari internazionali, trova resistenze molto forti negli ambienti delle aziende di stato che potrebbero essere penalizzate dall’apertura di alcuni settori strategici. La condanna di Bo Xilai lo scorso anno per corruzione e abuso di potere e l’incriminazione - peraltro non ancora annunciata ufficialmente - di Zhou Yongkang rappresentano perciò il tentativo più clamoroso di rimuovere questi ostacoli.
Gli attacchi ai leader rivali del partito vengono portati con la scusa della lotta alla corruzione che ha rappresentato un altro dei capisaldi del programma di Xi Jinping al momento della sua ascesa alla guida del partito e del paese. Dal momento che la corruzione pervade praticamente tutti gli ingranaggi della Repubblica Popolare e che gli appartenenti all’élite “comunista” si sono arricchiti enormemente negli ultimi decenni con sistemi a dir poco discutibili, indagini o incriminazioni a causa di “violazioni” delle regole posso essere pilotate a piacere da chi controlla un sistema giudiziario tutt’altro che indipendente.
Molti commentatori si sono chiesti fino a che punto arriveranno le purghe ordinate dal presidente Xi, visto che appare evidente il rischio di inasprire le rivalità all’interno di un sistema di potere basato sul consenso e tradizionalmente caratterizzato da fazioni che fanno capo, tra gli altri, ai leader che hanno abbandonato le loro cariche ufficiali nel partito e nel governo.
Secondo una rivelazione pubblicata mercoledì dalla Reuters e basata su fonti cinesi, tuttavia, Xi Jinping avrebbe ottenuto il consenso dei due suoi predecessori - Hu Jintao e Jiang Zemin - prima di ordinare l’apertura di un’indagine formale per corruzione contro Zhou Yongkang. Per la stessa agenzia di stampa, ciò suggerirebbe che l’indagine a un livello così alto “non provocherà spaccature nel Partito Comunista”, anche se è possibile che “l’élite inizi a innervosirsi per l’allargamento della campagna anti-corruzione del presidente”.
Xi, d’altra parte, con l’indagine ai danni di Zhou avrebbe violato una regola non scritta della classe dirigente cinese che prevedeva una sorta di immunità per i membri e gli ex membri del Comitato Permanente del Politburo, cioè la casta intoccabile della Repubblica Popolare.
In un commento alla notizia di martedì, il Quotidiano del Popolo ha comunque prospettato nuove incriminazioni, sostenendo che la lotta alla corruzione “non si fermerà” e che “la caduta di Zhou Yongkang… è solo un passo del processo in corso” inaugurato dal presidente Xi.
Fonte
26/08/2013
Cina, processo a Bo Xilai. Confronto in aula con l’ex sodale Wang
L’incontro che tutti gli osservatori attendevano è giunto al terzo giorno del processo contro il deposto leader cinese Bo Xilai.
In aula nella Corte intermedia di Jinan c’è stato il faccia a faccia
tra l’ex numero uno Partito nella città di Chongqing e colui che un
tempo fu suo fidato alleato nella lotta contro le triadi, Wang Lijun. Il dibattimento ha riguardato la terza delle accuse contro il 64enne Bo, abuso di potere, che si accompagna a quelle di corruzione e appropriazione indebita,
l’unica per cui ammette una qualche responsabilità: il non essere stato
attento ai 5 milioni di yuan (610mila euro circa) in fondi pubblici
finiti a disposizione della moglie Gu Kailai, “la matta”, la “debole”, le cui accuse contro di lui sono frutto delle pressioni subite dagli inquirenti.
A febbraio dell’anno scorso fu la fuga di Wang al consolato statunitense di Chegndu ad avviare la successione di eventi che portarono al più grande scandalo politico in Cina da decenni e alla caduta del suo capo. Bo era allora uno tra i più popolari politici cinesi. Dal 2007, anno in cui fu spedito alla guida del Pcc a Chongqing – agli occhi di tutti una sede periferica – usò la città come trampolino per la propria carriera politica con richiami alla tradizione maoista e ai vecchi valori comunisti, portando investimenti, con progetti di edilizia popolare e prese di posizione a favore della redistribuzione della ricchezza, dichiarando guerra alla criminalità con una campagna “picchia il nero” considerata a posteriori anche un modo per levarsi di torno possibili avversari.
La testimonianza di Wang e la difesa di Bo sono servite a ricostruire come si arrivò a quei giorni concitati. Tutto prende le mosse dall’omicidio del faccendiere britannico Neil Heywood, il cui cadavere fu ritrovato il 14 novembre del 2011. Per questo delitto, ad agosto di un anno fa Gu Kailai fu condannata a morte, pena sospesa, di fatto commutata in ergastolo.
Il 28 gennaio 2012 Wang Lijun avvisò Bo delle indiscrezioni sul coinvolgimento della moglie nell’omicidio. Bo ebbe un primo confronto con Gu che, nel tentativo di dimostrargli la propria innocenza, gli mostrò il certificato di morte dell’uomo, deceduto ufficialmente per un attacco cardiaco. Il giorno dopo ci fu un nuovo confronto tra il politico e il super-poliziotto che si prese anche uno schiaffo. Passano alcuni giorni e Wang fu estromesso dagli incarichi, fino alla fuga.
Bo, nel chiamare doppiogiochista il vecchio sodale, ha negato le accuse di aver abusato del proprio potere per sviare le indagini contro la moglie che, secondo quanto emerso, avrebbe agito per paura che il britannico potesse vendicarsi sul figlio della coppia per questioni finanziare che lo legavano alla famiglia Bo. Una preoccupazione, quella di garantire l’incolumità del 25enne Bo Guagua, che sembra essere l’unica in comune oggi tra la coppia.
Unica concessione del leader deposto alle responsabilità cui lo si vuole inchiodare è l’aver ammesso di aver gestito male la vicenda della fuga di Wang al consolato, facendo errori che hanno avuto ripercussioni su tutto il Paese. Dal canto suo Wang Lijun, condannato a sua volta a 15 anni di carcere per corruzione e diserzione, ha detto di essere lui stesso una vittima dello scandalo e di aver cercato il sostegno Usa perché spaventato, mentre tutti i poliziotti che avevano indagato sul caso Heywood sparivano.
Ciò che è emerso in aula ricalca in qualche modo le indiscrezioni trapelate in quest’ultimo anno e mezzo sul caso che ha svelato le dispute interne al potere in Cina. Resta il dubbio se anche il processo stia seguendo la trama che alcuni ritengono sia stata data in pasto alla stampa, soprattutto occidentale, in questi mesi.
Fonte
A febbraio dell’anno scorso fu la fuga di Wang al consolato statunitense di Chegndu ad avviare la successione di eventi che portarono al più grande scandalo politico in Cina da decenni e alla caduta del suo capo. Bo era allora uno tra i più popolari politici cinesi. Dal 2007, anno in cui fu spedito alla guida del Pcc a Chongqing – agli occhi di tutti una sede periferica – usò la città come trampolino per la propria carriera politica con richiami alla tradizione maoista e ai vecchi valori comunisti, portando investimenti, con progetti di edilizia popolare e prese di posizione a favore della redistribuzione della ricchezza, dichiarando guerra alla criminalità con una campagna “picchia il nero” considerata a posteriori anche un modo per levarsi di torno possibili avversari.
La testimonianza di Wang e la difesa di Bo sono servite a ricostruire come si arrivò a quei giorni concitati. Tutto prende le mosse dall’omicidio del faccendiere britannico Neil Heywood, il cui cadavere fu ritrovato il 14 novembre del 2011. Per questo delitto, ad agosto di un anno fa Gu Kailai fu condannata a morte, pena sospesa, di fatto commutata in ergastolo.
Il 28 gennaio 2012 Wang Lijun avvisò Bo delle indiscrezioni sul coinvolgimento della moglie nell’omicidio. Bo ebbe un primo confronto con Gu che, nel tentativo di dimostrargli la propria innocenza, gli mostrò il certificato di morte dell’uomo, deceduto ufficialmente per un attacco cardiaco. Il giorno dopo ci fu un nuovo confronto tra il politico e il super-poliziotto che si prese anche uno schiaffo. Passano alcuni giorni e Wang fu estromesso dagli incarichi, fino alla fuga.
Bo, nel chiamare doppiogiochista il vecchio sodale, ha negato le accuse di aver abusato del proprio potere per sviare le indagini contro la moglie che, secondo quanto emerso, avrebbe agito per paura che il britannico potesse vendicarsi sul figlio della coppia per questioni finanziare che lo legavano alla famiglia Bo. Una preoccupazione, quella di garantire l’incolumità del 25enne Bo Guagua, che sembra essere l’unica in comune oggi tra la coppia.
Unica concessione del leader deposto alle responsabilità cui lo si vuole inchiodare è l’aver ammesso di aver gestito male la vicenda della fuga di Wang al consolato, facendo errori che hanno avuto ripercussioni su tutto il Paese. Dal canto suo Wang Lijun, condannato a sua volta a 15 anni di carcere per corruzione e diserzione, ha detto di essere lui stesso una vittima dello scandalo e di aver cercato il sostegno Usa perché spaventato, mentre tutti i poliziotti che avevano indagato sul caso Heywood sparivano.
Ciò che è emerso in aula ricalca in qualche modo le indiscrezioni trapelate in quest’ultimo anno e mezzo sul caso che ha svelato le dispute interne al potere in Cina. Resta il dubbio se anche il processo stia seguendo la trama che alcuni ritengono sia stata data in pasto alla stampa, soprattutto occidentale, in questi mesi.
Fonte
23/08/2013
Cina, Bo Xilai alla sbarra respinge le imputazioni e accusa il Partito comunista
Lo hanno messo in mezzo a due poliziotti altissimi
per farlo sembrare un uomo piccolo e indifeso, nonostante il suo metro e
novanta di altezza: è la foto simbolo del processo contro Bo Xilai,
l’ex leader del Partito Comunista di Chongqing, accusato di corruzione e
abuso di potere, espulso dal Partito e da un anno e mezzo agli arresti.
Ma contrariamente alle previsioni della vigilia Bo Xilai, anziché
confessare, ha dato vita ad una prima giornata di processo piuttosto
accesa, respingendo alcune delle imputazioni, accusando
anzi i propri detrattori di falsità e corruzione, dichiarando di aver
reso le prime confessioni sotto ‘pressioni’ degli investigatori del Partito. La Corte di Jinan lo accusa di aver ricevuto tangenti da due uomini d’affari cinesi, quando era sindaco della città di Dalian. Tra le imputazioni anche quelle fornite dalla moglie, Gu Kailai, già condannata all’ergastolo per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood,
attraverso una testimonianza scritta letta nell’aula dove sono stati
ammessi diciannove giornalisti, nessuno straniero. Il processo contro Bo
Xilai durerà due giorni, proseguirà domani e la sentenza è attesa per i
primi giorni di settembre.
Ci si aspettava il consueto processo farsa, invece l’atteggiamento di Bo Xilai nella prima giornata, seguita con molta enfasi dai media cinesi e con una straordinaria diretta su Weibo, il Twitter cinese, della Corte di Jinan, ha riservato alcune sorprese. Si tratta di un segnale della nota combattività del personaggio, capace di radunare intorno a sé una corrente all’interno del Partito attraverso le sue attività svolte nella città di Chongqing, in grado di portarlo tra i principini – Bo è figlio di uno degli Otto Immortali della Rivoluzione comunista cinese – più in vista del paese. Bo Xilai ha negato di aver mai ricevuto tangenti, ha negato di conoscere i piani economici della moglie e ha infine accusato i suoi principali detrattori (due uomini d’affari) di corruzione e di utilizzare il suo nome per chiedere clemenza alla corte. Un leone, che dimostra di voler vendere molto cara la pelle, dato che le imputazioni per le quali è a processo prevedono anche la pena di morte.
C’è chi sostiene che la troppa ambizione abbia finito per minare la sua carriera; di sicuro la sua ascesa è stata costante nel tempo, attraverso un recupero della terminologia e propaganda maoista e una lotta serrata alla criminalità organizzata. Nel mezzo delle sue campagne, però, sarebbero finiti molti avversari politici, pratiche poco rispettose dei diritti umani e tanti soldi finiti in molte tasche, comprese quelle della sempre più miliardaria, nel tempo, famiglia di Bo Xilai. La caduta di Bo, che ha innescato uno degli scandali più clamorosi degli ultimi trent’anni di vita politica cinese, è stata rapida, facilitata da un Partito che aveva bisogno di ritrovare la propria unità a pochi giorni dall’allora diciottesimo congresso del Partito Comunista.
Dietro la rovinosa morte politica di Bo Xilai, infatti, si nascondono diversi luoghi oscuri della società cinese. Intanto una vicenda di cronaca nera, con la moglie condannata alla pena di morte sospesa per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood. Un fatto ancora avvolto nel mistero, che ha visto le dimissioni del medico forense cinese, che si è dichiarata ‘disgustata’ per i metodi utilizzati dall’accusa. E nella vicenda è emerso anche un clamoroso scontro interno nel Partito Comunista che pare ancora non completamente sopito (viste le ultime indiscrezioni circa documenti interni riservati, fatti uscire recentemente dal New York Times).
Allora si disse che vinsero i liberali, capaci di provocare la fine del pericolo ‘neomaoista’ rappresentato da Bo Xilai. Oggi le direttive di Xi Jinping, a dire il vero, non sembrano così distanti da quelle di Bo. E il comportamento energico e battagliero di Bo Xilai al processo non salverà la sua carriera politica, né forse gli permetterà di avere una pena lieve da parte della Corte, ma di sicuro finirà per rinverdire quella fazione del Partito che non ha dimenticato Bo Xilai e che continua ad avere come punto di riferimento la pratica politica dell’ex principino rosso.
Fonte
Ho messo sta notizia tanto per rinfrescare la memoria a quelli che, come me, erano interessati ai risvolti dell'ultimo congresso del PCC e non hanno trovato un cazzo d'interessante da leggere.
Un po' come questo articolo che sostanzialmente non dice nulla.
Ci si aspettava il consueto processo farsa, invece l’atteggiamento di Bo Xilai nella prima giornata, seguita con molta enfasi dai media cinesi e con una straordinaria diretta su Weibo, il Twitter cinese, della Corte di Jinan, ha riservato alcune sorprese. Si tratta di un segnale della nota combattività del personaggio, capace di radunare intorno a sé una corrente all’interno del Partito attraverso le sue attività svolte nella città di Chongqing, in grado di portarlo tra i principini – Bo è figlio di uno degli Otto Immortali della Rivoluzione comunista cinese – più in vista del paese. Bo Xilai ha negato di aver mai ricevuto tangenti, ha negato di conoscere i piani economici della moglie e ha infine accusato i suoi principali detrattori (due uomini d’affari) di corruzione e di utilizzare il suo nome per chiedere clemenza alla corte. Un leone, che dimostra di voler vendere molto cara la pelle, dato che le imputazioni per le quali è a processo prevedono anche la pena di morte.
C’è chi sostiene che la troppa ambizione abbia finito per minare la sua carriera; di sicuro la sua ascesa è stata costante nel tempo, attraverso un recupero della terminologia e propaganda maoista e una lotta serrata alla criminalità organizzata. Nel mezzo delle sue campagne, però, sarebbero finiti molti avversari politici, pratiche poco rispettose dei diritti umani e tanti soldi finiti in molte tasche, comprese quelle della sempre più miliardaria, nel tempo, famiglia di Bo Xilai. La caduta di Bo, che ha innescato uno degli scandali più clamorosi degli ultimi trent’anni di vita politica cinese, è stata rapida, facilitata da un Partito che aveva bisogno di ritrovare la propria unità a pochi giorni dall’allora diciottesimo congresso del Partito Comunista.
Dietro la rovinosa morte politica di Bo Xilai, infatti, si nascondono diversi luoghi oscuri della società cinese. Intanto una vicenda di cronaca nera, con la moglie condannata alla pena di morte sospesa per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood. Un fatto ancora avvolto nel mistero, che ha visto le dimissioni del medico forense cinese, che si è dichiarata ‘disgustata’ per i metodi utilizzati dall’accusa. E nella vicenda è emerso anche un clamoroso scontro interno nel Partito Comunista che pare ancora non completamente sopito (viste le ultime indiscrezioni circa documenti interni riservati, fatti uscire recentemente dal New York Times).
Allora si disse che vinsero i liberali, capaci di provocare la fine del pericolo ‘neomaoista’ rappresentato da Bo Xilai. Oggi le direttive di Xi Jinping, a dire il vero, non sembrano così distanti da quelle di Bo. E il comportamento energico e battagliero di Bo Xilai al processo non salverà la sua carriera politica, né forse gli permetterà di avere una pena lieve da parte della Corte, ma di sicuro finirà per rinverdire quella fazione del Partito che non ha dimenticato Bo Xilai e che continua ad avere come punto di riferimento la pratica politica dell’ex principino rosso.
Fonte
Ho messo sta notizia tanto per rinfrescare la memoria a quelli che, come me, erano interessati ai risvolti dell'ultimo congresso del PCC e non hanno trovato un cazzo d'interessante da leggere.
Un po' come questo articolo che sostanzialmente non dice nulla.
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