Negli USA almeno sette università hanno raggiunto un accordo con gli studenti sulla trasparenza degli investimenti e l’inizio del processo di disinvestimento da Israele.
Un delle più grandi istituti del sistema universitario statale della California seguirà una strategia che prevede il dis-investimento da “società e fondi che traggono profitto da genocidi, pulizie etniche e attività che violano i diritti umani fondamentali”. L’annuncio della Sacramento State è arrivato nella tarda serata di martedì, dopo nove giorni di accampamenti di protesta nel campus della scuola, in cui gli studenti hanno chiesto alla loro università di tagliare i legami finanziari con Israele.
“Penso che sia molto significativo quello che abbiamo fatto qui, perché stiamo essenzialmente alzando il livello per tutte le università“, ha detto Michael Lee-Chang, studente al secondo anno, alla testata The Intercept, leader nel giornalismo d’inchiesta.
“Abbiamo ricevuto ogni singola richiesta, ed è così che dovrebbe essere. Siamo qui per la Palestina e il potere degli studenti non dovrebbe essere sottovalutato. Non posso che essere entusiasta e non vedo l’ora di vedere come la nostra vittoria aiuti anche altri campus a raggiungere le loro vittorie“.
La Sacramento State è una delle sette università a livello nazionale che hanno accettato almeno alcune delle richieste degli studenti che manifestano a proposito alla complicità con la violenza di Israele in Palestina. Le dotazioni delle università, che possono raggiungere i miliardi di dollari, sono spesso gestite con molta opacità sugli investimenti diretti o indiretti.
Le richieste degli studenti variano nella loro specificità da un istituto all’altro, ma in generale chiedono alle loro istituzioni una piena trasparenza su questi investimenti e di disinvestire dai produttori di armi o da altre aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana della Palestina, così come dalle stesse istituzioni israeliane.
In linea di massima, le scuole che hanno raggiunto un accordo con gli studenti hanno evitato di riprodurre uno scenario in cui la violenza è diventata la risposta della governance e delle istituzioni, in cui gli amministratori delle università hanno dato “un giro di vite” alla libertà d’espressione invitando la polizia a brutalizzare i loro stessi studenti e docenti.
“Negli ultimi sette mesi abbiamo visto il movimento per una Palestina liberata rafforzarsi. C’è un cambiamento, il disinvestimento dal genocidio dei palestinesi da parte di Israele diventerà una richiesta mainstream, e qualunque grado che assumerà la violenza della polizia ed il militarismo negli accampamenti studenteschi può invertire la marea che è arrivata“, ha dichiarato a The Intercept Ahmad Abuznaid, direttore esecutivo del gruppo di advocacy U.S. Campaign for Palestinian Rights.
“Le persone moralmente consapevoli non si tirano indietro perché capiscono che noi, il popolo, abbiamo il potere di creare cambiamenti politici reali e vinceremo“.
Questo cambiamento è stato in parte stimolato dalla Columbia University. Mentre due settimane fa il presidente Minouche Shafik ha annunciato la fine dei negoziati con gli studenti che manifestavano e ha chiuso il campus a quasi tutti, tranne che al Dipartimento di Polizia di New York, gli studenti osservano con cauto ottimismo come altre scuole lavorano per trovare un terreno comune con i loro studenti.
Johannah King-Slutzky, studentessa della Columbia, ha notato che gli studenti della Vanderbilt sono stati i primi a lanciare una protesta nell’accampamento, con meno clamore mediatico, ma lì i manifestanti hanno imposto il disinvestimento da Israele come argomento di conversazione nelle sale del potere, un passo essenziale verso il disinvestimento vero e proprio. “È una vittoria enorme per il movimento“.
Lo scorso martedì sera la Sacramento State ha pubblicato tre aggiornamenti, in risposta agli studenti che avevano iniziato un accampamento di solidarietà a Gaza il 29 aprile. In una nota del preside, la scuola ha dichiarato di “opporsi e condannare tutti gli atti di genocidio, pulizia etnica, terrorismo e altre attività che violano i diritti umani fondamentali“. La nota descriveva anche le proteste e l’azione politica come “pietre miliari dell’istruzione superiore e della democrazia” e affermava i”l diritto degli studenti di impegnarsi in un attivismo pacifico.”
La scuola ha inoltre dichiarato di condannare inequivocabilmente l’odio e i pregiudizi in tutte le loro forme.
In una nota la Sacramento State ha dichiarato che “non si impegnerà in alcuna attività o stipulerà alcun accordo che sia in conflitto” con la sua opposizione al genocidio, alla pulizia etnica e altre violazioni dei diritti umani.
La scuola ha anche adottato una politica di investimenti che indica alle organizzazioni ausiliarie – tra cui la fondazione filantropica e di raccolta fondi – di “studiare strategie di investimento socialmente responsabili che includano l’assenza di investimenti diretti in società e fondi che traggono profitto dal genocidio, dalla pulizia etnica e da attività che violano i diritti umani fondamentali“.
La scuola ha fatto notare che attualmente non ha investimenti diretti di questo tipo e si è impegnata a mantenerli, oltre a studiare una strategia simile per gli investimenti indiretti. “Perseguiremo un approccio agli investimenti basato sui diritti umani“.
Alla domanda se Israele rientri nei criteri descritti, un portavoce dell’università ha dichiarato a The Intercept che la “politica è intenzionalmente intesa a coprire le molte atrocità e sfide che hanno luogo in tutto il mondo“.
Lee-Chang, uno studente della Sacramento State, ha detto che gli studenti non hanno perso di vista il fatto che “il preside dell’università Luke Wood sta rischiando molto facendo questo“, notando che i presidi delle università sono personale a tempo indeterminato del cancelliere e del consiglio di amministrazione della CSU. “Non ha mai chiamato la polizia e si è dimostrato relativamente amichevole durante l’intero processo”.
A circa 450 miglia a sud di Sacramento, l’Università della California Riverside ha inizialmente risposto a un accampamento di protesta riconoscendo che “la sofferenza a Gaza dall’inizio di questa guerra è stata inimmaginabile” – una nota che, secondo gli organizzatori, ha dato un tono positivo ai negoziati. Venerdì, la scuola ha accettato di adottare diverse misure per infondere trasparenza nel suo processo di investimenti.
Tra queste, la pubblicazione sul sito web della scuola di tutte le informazioni pubbliche sugli investimenti universitari, con l’intento finale di una completa divulgazione di tutti gli investimenti; l’istituzione di una task force di cui fanno parte studenti e docenti per esplorare la rimozione della dotazione della scuola dalla gestione dell’Ufficio Investimenti dell’Università della California, “e l’investimento di tale dotazione in un modo che sarà finanziariamente ed eticamente sano per l’università, tenendo conto delle aziende coinvolte nella produzione e nella consegna di armi“.
Mercoledì, il cancelliere Kim Wilcox ha inviato un’e-mail in cui affermava che la scuola non avrebbe disinvestito da Israele o da qualsiasi altro Paese, aggiungendo che le richieste degli studenti si erano “concentrate sul disinvestimento dalle aziende impegnate nella produzione e nella consegna di armi“.
L’accordo comprendeva anche la “revisione in corso della Sabra Hummus“, un’azienda che è bersaglio di boicottaggi perché il suo proprietario, il Gruppo Strauss, ha sostenuto in passato le Forze di Difesa Israeliane.
La scuola ha anche accettato di modificare i processi dei suoi programmi di studio all’estero “per garantire la conformità con le politiche antidiscriminatorie della UC” e ha dichiarato che la sua scuola di economia ha interrotto diversi “programmi globali“, tra cui uno che portava gli studenti in Egitto, Giordania e Israele.
Nella sua inchiesta The Intercept specifica che questo programma non compare più sul sito web della business school, mentre gli altri programmi che si diceva fossero stati interrotti sono elencati con “date imminenti“.
Nella sua mail Wilcox ha scritto che i programmi di studio all’estero della business school sono stati gestiti senza la supervisione dell’Ufficio affari internazionali dell’università, “mettendo a rischio gli studenti e la scuola“. Ha aggiunto che la facoltà di economia potrebbe richiedere nuovamente di gestire i loro programmi attraverso il processo formale di studio all’estero e che la scuola ha già sospeso i viaggi in Israele perché quel paese è stato designato come “a rischio di guerra“.
Gli organizzatori hanno dichiarato in un post che “Questa non è la fine dell’advocacy palestinese all’UCR, non è la fine della complicità dell’UCR“. “Continueremo a ritenere la nostra amministrazione responsabile“.
Sulla costa opposta anche gli studenti e gli amministratori dell’Evergreen State College, un college pubblico di Washington, hanno raggiunto un accordo importante sulla scia della protesta dell’accampamento. L’Evergreen è l’alma mater dell’attivista americana della nonviolenza Rachel Corrie, che nel marzo 2003 fu schiacciata da un bulldozer israeliano mentre protestava contro la demolizione delle case palestinesi a Gaza.
La scorsa settimana, la scuola ha emesso un memorandum d’intesa che istituisce una serie di comitati – composti da docenti, studenti e personale universitario – incentrati sulla definizione di investimenti socialmente responsabili e sul disinvestimento dalle aziende che traggono profitto dalle violazioni dei diritti umani e dall’occupazione dei territori palestinesi.
La Evergreen ha anche rilasciato una dichiarazione che difende il diritto d’espressione, chiede un cessate il fuoco a Gaza, il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi. La scuola si è impegnata a non approvare programmi di studio all’estero in Israele, a Gaza o in Cisgiordania a causa della guerra in corso, né in regioni in cui agli studenti viene negato l’ingresso in base alla loro identità di palestinesi o ebrei.
Andreas Malunat, senior di Evergreen, ha dichiarato che gli studenti e i docenti si impegnano a lavorare attraverso le task force e a riferire sui progressi compiuti verso il disinvestimento. L’impegno della comunità nel manifestare solidarietà con la Palestina è incarnato non solo dall’attivismo di Corrie, ha detto Malunat, ma anche dall’Olympia Food Co-op che nel 2010 è diventato il primo negozio di alimentari del Paese a boicottare i prodotti israeliani.
“Questo è stato un luogo cruciale di organizzazione nei campus perché tutte le università sono state distrutte a Gaza. Abbiamo visto gli amministratori dei college chiamare la polizia, come alla Columbia University, dove la polizia di New York ha arrestato centinaia di studenti e docenti piuttosto che impegnarsi con il proprio corpo studentesco e disinvestire da Israele“, ha scritto Malunat a The Intercept.
“Venendo incontro alle richieste degli studenti, le università statunitensi possono formare un fronte unito per porre fine alla nostra complicità nel genocidio e nel complesso militare industriale“.
Sulla costa orientale, sia la Brown University che la Rutgers University hanno accettato di discutere i loro processi di investimento con gli studenti. Gli impegni assunti dalla Brown, dove gli studenti avevano precedentemente inscenato uno sciopero della fame e un sit-in di protesta, sono stati più concreti e includono un voto del consiglio di amministrazione in autunno sulla proposta di disinvestimento degli studenti, nonché la garanzia che i partecipanti alla protesta non rischieranno l’espulsione o la sospensione.
La Rutgers, nel frattempo, ha riconosciuto che una proposta di disinvestimento avanzata in precedenza era sottoposta a un processo di revisione degli investimenti universitari e ha dichiarato che gli amministratori si incontreranno con i rappresentanti degli studenti per discuterne.
Sebbene molti accordi siano stati raggiunti senza che fosse “alzato il livello dello scontro”, almeno due scuole che hanno fatto intervenire la polizia per sgomberare gli accampamenti di protesta hanno poi raggiunto un accordo con i loro studenti.
Quattro giorni dopo che la polizia aveva tentato di disperdere la manifestazione nella Northwestern University, i manifestanti e la scuola hanno raggiunto un accordo che afferma i diritti di libertà di parola degli studenti e ristabilisce il Comitato consultivo sulla responsabilità degli investimenti della scuola; un organismo composto da studenti, docenti e personale che servirà come “tramite per l’impegno con il Comitato per gli investimenti del Consiglio di amministrazione“.
La scuola ha inoltre dichiarato che finanzierà docenti e studenti palestinesi in visita o “a rischio“, e fornirà ulteriore supporto agli studenti ebrei e musulmani all’interno degli uffici del campus dedicati alla fede.
Gli studenti dell’Università del Minnesota, una delle più popolose università pubbliche del Paese, hanno ottenuto parte delle loro richieste dopo oltre una settimana di proteste, durante la quale la polizia della scuola ha sgomberato l’accampamento. La scuola ha accettato di divulgare informazioni sui suoi investimenti e di permettere agli studenti di presentare il tema del disinvestimento davanti al Consiglio dei Reggenti.
Mercoledì scorso, l’università ha iniziato a rendere noti i propri investimenti, rivelando 2,4 milioni di dollari investiti in società quotate in borsa con sede in Israele e altri 2,6 milioni di dollari in altre società di interesse, come Caterpillar, Lockheed Martin e Boeing. Le percentuali sono una goccia nel mare dei 2,27 miliardi di dollari di dotazione della scuola.
Adam Abu, studente al terzo anno di biologia, ha dichiarato alla Minnesota Public Radio che “i pochi spiccioli” degli investimenti dovrebbero rendere più facile il disinvestimento.
L’ondata più importante e di successo delle campagne universitarie di disinvestimento si è storicamente concentrata sul Sudafrica dell’apartheid (negli anni ’70 e ’80) e, in anni più recenti, anche le scuole hanno accettato di disinvestire dalle società che producono combustibili fossili.
Tuttavia l’idea di fare lo stesso con Israele – con sforzi iniziati negli anni Duemila e ampliati seriamente nel 2010 – è stata per molto tempo fuori portata per tanti attivisti. Mentre un numero crescente di college in tutto il Paese inizia a prendere più seriamente la richiesta, gli studenti organizzatori affermano che questo è solo l’inizio.
King-Slutzky, studente della Columbia, ha detto che gli studenti devono rimanere lucidi sui loro obiettivi e non farsi distrarre da promesse senza impegni materiali di disinvestimento, idealmente quelli che fanno il nome di specifiche aziende.
“Sappiamo che le amministrazioni universitarie mentono per proteggere i loro investimenti di morte. Il nostro compito è quello di superare le pastoie burocratiche per ottenere impegni finanziari concreti come il genocidio reale e l’invasione del terreno di Rafah che si stanno preparando in questo momento“.
*****
L’emittente indipendente Democracy Now! ha fatto alcune interviste agli studenti protagonisti di queste proteste vittoriose di cui proponiamo alcuni stralci: alla Brown University, Rhode Island, Middlebury College e all’Evergreen State College di Washington
Rafi Ash (Brown University):
“E, sapete, credo che questi negoziati non sembrassero una possibilità prima dell’inizio di questi accampamenti, ma attraverso di essi siamo stati in grado di spingere per forzare un voto sul disinvestimento, un voto che non era mai avvenuto prima alla Brown e per il quale stiamo spingendo da molto tempo, ovvero che il nostro Consiglio di Amministrazione tenga prima una sessione informativa sul disinvestimento senza un voto, ma che sia poi seguita, nella riunione successiva, da un voto garantito.
E, sapete, questa non è la fine della storia. Abbiamo ancora molto lavoro da fare e dobbiamo assicurarci che quel voto sia un sì per il disinvestimento. Ma questo è stato un passo enorme che è scaturito da un accampamento in escandescenza”.
Duncan Kreps (Rhode Island):
“Abbiamo allestito il nostro accampamento, credo, la mattina presto di due domeniche fa e poi abbiamo iniziato a confrontarci con l’amministrazione il martedì della settimana successiva e da lì abbiamo avviato le trattative. Credo che una parte notevole della nostra esperienza sia l’atmosfera di relativa calma in cui ci siamo trovati.
Non abbiamo assistito alle controproteste di molti altri campus universitari, e anche la nostra amministrazione ha deciso di non mandare la polizia contro gli studenti, cosa che, vogliamo precisare, riteniamo sia il minimo indispensabile per qualsiasi risposta amministrativa all’attivismo studentesco e alla libertà di parola.”
Dopo gli avanzamenti nelle trattative gli studenti hanno votato per smantellare l’accampamento: “Riteniamo di poter destinare le risorse in altri modi per continuare a fare pressione, soprattutto sul disinvestimento, e per far sì che l’amministrazione risponda dei suoi commenti. E ora guardiamo alla prossima riunione del Consiglio di amministrazione in cui si discuterà del disinvestimento”
Alex Marshall (Evergreen)
“Il nostro accampamento è stato allestito martedì 23. Le trattative con l’amministrazione sono iniziate il giorno successivo, mercoledì 24.
Le nostre richieste sono state formulate attraverso un processo di consenso all’interno dell’accampamento. Ci siamo concentrati sul disinvestimento dalle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana della Palestina, sulla modifica della politica di accettazione delle sovvenzioni di Evergreen per non accettare più finanziamenti da organizzazioni sioniste che sostengono il soffocamento della libertà di parola degli studenti, sulla creazione di una struttura di Community Review Board dei servizi di polizia e sulla creazione di un modello alternativo di risposta alle crisi.
L’Evergreen ha anche accettato di proibire i programmi di studio all’estero in Israele, Gaza o Cisgiordania, fino a quando non arriverà il giorno in cui agli studenti palestinesi sarà consentito l’ingresso. Hanno anche accettato di rilasciare una dichiarazione che chiede un cessate il fuoco e riconosce l’indagine sul genocidio della Corte Internazionale di Giustizia.”
Aseel, uno studente palestinese della Rutgers
“Giovedì scorso abbiamo concluso il nostro accampamento. È stato un accampamento di quattro giorni. E come risultato dei nostri sforzi collettivi, siamo riusciti a far sì che la Rutgers, l’amministrazione della Rutgers, accettasse di impegnarsi per otto delle 10 richieste, cosa di cui siamo molto, molto felici. Vorrei anche sottolineare che questo accampamento è avvenuto nell’arco di tre settimane, quando abbiamo fatto un secondo accampamento, perché abbiamo rianimato la Tent State University. Questo è uno.”
L’Università si è impegnata ad accogliere 10 studenti di Gaza, un’estensione dello studio della Palestina con professori palestinesi e l’apertura di un centro culturale arabo, oltre all’impegno per “un’amnistia e nessuna sospensione per il nostro accampamento”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2024
Il Trinity College di Cambridge taglia i fondi per l’industria della guerra e per Israele
Alcune fonti avrebbero confermato a Middle East Eye che il Trinity College di Cambridge ha deciso di tagliare i fondi per il complesso militare-industriale, in un percorso cominciato già da mesi. Si tratta del più ricco dei college che costituiscono il complesso universitario di Cambridge. Sarebbe, insomma, un piccolo segnale, ma politicamente molto importante.
Il Consiglio del Trinity, secondo tre fonti vicine al sindacato che riunisce gli studenti dell’istituzione, avrebbe votato per la cancellazione degli investimenti nelle società belliche all’inizio di marzo. La notizia sarebbe stata tenuta nascosta per non sembrare un ‘premio’ dato alla contemporanea azione di protesta.
Infatti, l’8 marzo un attivista ha prima imbrattato il volto di un ritratto, e poi ha squarciato il quadro stesso all’interno del College. Il dipinto rappresentava Lord Balfour, autore di una famosa dichiarazione che, a ridosso della fine della Prima guerra mondiale, confermava il favore con cui il governo di Londra guardava alla creazione del futuro stato di Israele.
Questo atto è avvenuto dopo che sempre Middle East Eye aveva rivelato, il 21 febbraio, che il Trinity aveva investito milioni di dollari in compagnie statunitensi, britanniche e giapponesi direttamente coinvolte nel massacro di Gaza. Altri fondi erano impegnati nella più grande impresa militare israeliana, la Elbit Systems, che produce l’85% dei droni e dell’equipaggiamento terrestre utilizzati dall’IDF.
La ONG International Centre of Justice for Palestinians (ICJP) aveva subito inviato una nota ai vertici del College, avvertendo di possibili procedimenti legali se avessero mantenuto gli investimenti in soggetti complici dei crimini israeliani. Da ciò deve essere infine derivata la decisione di tagliare i legami con l’industria di morte coinvolta nel genocidio dei palestinesi.
La concomitanza del danneggiamento del quadro ha però spinto, a quanto pare, alla riservatezza sull’argomento. Non si è voluto far sembrare che il Trinity desse legittimazione alle proteste, soprattutto a quelle portate avanti con forme che il portavoce del Primo ministro ha definito come uno “stupido atto di vandalismo sfrenato“.
La vicenda mostra il grado di decadenza di tutta la classe dirigente, anche nel Regno Unito. Per quanto si possa amare l’arte, è stata la preoccupazione per un quadro a portare il governo a esprimersi, non la complicità con chi è sotto accusa per l’aver posto a rischio genocidio un popolo e per continuare a ignorare tutti gli avvertimenti in tal senso.
A dire il vero, sempre dall’esecutivo di Rishi Sunak sono arrivate recentemente nuove dichiarazioni che fanno presagire azioni forti contro i manifestanti pro-Palestina. Le tendate solidali con la resistenza palestinese si sono moltiplicate anche nel Regno Unito, e questo mette sempre più in difficoltà Downing Street.
Mentre il governo rilasciava queste dichiarazioni, 1700 tra docenti, studenti e personale di Cambridge pubblicava una lettera aperta per esprimere supporto agli attivisti per la Palestina e per denunciare ogni complicità con Israele. Ancora una volta, la dimostrazione che non ci sono ‘agitatori esterni‘, ma una comunità accademica unita contro le ingiustizie.
Nella lettera si legge che le manifestazioni “si uniscono a un’ammirevole tradizione di lotta emancipatoria che comprende le precedenti proteste studentesche contro l’apartheid sudafricano e la guerra in Vietnam“. Un terreno internazionalista su cui in passato si sono costruite le più avanzate ipotesi di trasformazione sociale.
Ora che il più ricco College di una delle università più rinomate al mondo ha deciso di ritirarsi dagli investimenti militari, la legittimità di estendere questa rivendicazione, e con essa le iniziative collegate, ottiene grande slancio. E questo vale per tutta Europa, dove altre vittorie si stanno concretizzando.
Il Trinity College, questa volta di Dublino, ha deciso di tagliare i rapporti con le aziende attive nei Territori palestinesi occupati, mentre 77 rettori spagnoli hanno deciso di rivedere, e nel caso sospendere, gli accordi con atenei e centri di ricerca israeliani. Purtroppo, la sospensione non è come la rescissione, ma è già qualcosa.
Il tentativo di nascondere il sangue ‘sotto il tappeto’ (o dietro un quadro rovinato) si sgretola in maniera sempre più veloce di fronte all’evidenza del genocidio.
Fonte
Il Consiglio del Trinity, secondo tre fonti vicine al sindacato che riunisce gli studenti dell’istituzione, avrebbe votato per la cancellazione degli investimenti nelle società belliche all’inizio di marzo. La notizia sarebbe stata tenuta nascosta per non sembrare un ‘premio’ dato alla contemporanea azione di protesta.
Infatti, l’8 marzo un attivista ha prima imbrattato il volto di un ritratto, e poi ha squarciato il quadro stesso all’interno del College. Il dipinto rappresentava Lord Balfour, autore di una famosa dichiarazione che, a ridosso della fine della Prima guerra mondiale, confermava il favore con cui il governo di Londra guardava alla creazione del futuro stato di Israele.
Questo atto è avvenuto dopo che sempre Middle East Eye aveva rivelato, il 21 febbraio, che il Trinity aveva investito milioni di dollari in compagnie statunitensi, britanniche e giapponesi direttamente coinvolte nel massacro di Gaza. Altri fondi erano impegnati nella più grande impresa militare israeliana, la Elbit Systems, che produce l’85% dei droni e dell’equipaggiamento terrestre utilizzati dall’IDF.
La ONG International Centre of Justice for Palestinians (ICJP) aveva subito inviato una nota ai vertici del College, avvertendo di possibili procedimenti legali se avessero mantenuto gli investimenti in soggetti complici dei crimini israeliani. Da ciò deve essere infine derivata la decisione di tagliare i legami con l’industria di morte coinvolta nel genocidio dei palestinesi.
La concomitanza del danneggiamento del quadro ha però spinto, a quanto pare, alla riservatezza sull’argomento. Non si è voluto far sembrare che il Trinity desse legittimazione alle proteste, soprattutto a quelle portate avanti con forme che il portavoce del Primo ministro ha definito come uno “stupido atto di vandalismo sfrenato“.
La vicenda mostra il grado di decadenza di tutta la classe dirigente, anche nel Regno Unito. Per quanto si possa amare l’arte, è stata la preoccupazione per un quadro a portare il governo a esprimersi, non la complicità con chi è sotto accusa per l’aver posto a rischio genocidio un popolo e per continuare a ignorare tutti gli avvertimenti in tal senso.
A dire il vero, sempre dall’esecutivo di Rishi Sunak sono arrivate recentemente nuove dichiarazioni che fanno presagire azioni forti contro i manifestanti pro-Palestina. Le tendate solidali con la resistenza palestinese si sono moltiplicate anche nel Regno Unito, e questo mette sempre più in difficoltà Downing Street.
Mentre il governo rilasciava queste dichiarazioni, 1700 tra docenti, studenti e personale di Cambridge pubblicava una lettera aperta per esprimere supporto agli attivisti per la Palestina e per denunciare ogni complicità con Israele. Ancora una volta, la dimostrazione che non ci sono ‘agitatori esterni‘, ma una comunità accademica unita contro le ingiustizie.
Nella lettera si legge che le manifestazioni “si uniscono a un’ammirevole tradizione di lotta emancipatoria che comprende le precedenti proteste studentesche contro l’apartheid sudafricano e la guerra in Vietnam“. Un terreno internazionalista su cui in passato si sono costruite le più avanzate ipotesi di trasformazione sociale.
Ora che il più ricco College di una delle università più rinomate al mondo ha deciso di ritirarsi dagli investimenti militari, la legittimità di estendere questa rivendicazione, e con essa le iniziative collegate, ottiene grande slancio. E questo vale per tutta Europa, dove altre vittorie si stanno concretizzando.
Il Trinity College, questa volta di Dublino, ha deciso di tagliare i rapporti con le aziende attive nei Territori palestinesi occupati, mentre 77 rettori spagnoli hanno deciso di rivedere, e nel caso sospendere, gli accordi con atenei e centri di ricerca israeliani. Purtroppo, la sospensione non è come la rescissione, ma è già qualcosa.
Il tentativo di nascondere il sangue ‘sotto il tappeto’ (o dietro un quadro rovinato) si sgretola in maniera sempre più veloce di fronte all’evidenza del genocidio.
Fonte
22/03/2024
Borrell straparla, la Cina (e non solo) si cautela
Quando parla Josep Borrell, “ministro degli esteri” dell’Unione Europea, è bene stare a sentire attentamente. Perché a dispetto del suo ruolo, che lo vincolerebbe ad un linguaggio diplomatico accorto, spara spesso senza “veli retorici” quali sono gli obiettivi o valutazioni dell’establishment euro-atlantico.
Sua era stata anche quell’altra perla – “noi viviamo in un giardino, fuori c’è la giungla” – che ha mostrato la patente di suprematismo bianco, occidentale e neoliberista a tutto il pianeta.
La sortita dell’altroieri è stata forse ideologicamente meno illuminante, ma sul piano concreto – ossia economico e finanziario – sembra invece più decisiva.
«Basta con i “ma”. Metto sul tavolo una proposta concreta e gli Stati dovranno dire se sono d’accordo oppure no» per usare i 3 miliardi di euro l’anno generati dagli extraprofitti straordinari dei beni russi congelati dalle sanzioni imposte a Mosca per l’aggressione all’Ucraina. «L’idea è quella di utilizzare la maggior parte di queste entrate per fornire a Kiev le attrezzature militari di cui ha bisogno per difendersi».
L’idea sembra un pelo meno estrema del sequestro puro e semplice dei beni russi, “limitandosi” a rapinare gli interessi maturati anno dopo anno. Anche la cifra finale – 3 miliardi – è considerevolmente minore.
Ma il problema sta nella violazione di qualsiasi regola internazionale e, quasi paradossalmente, nella messa in discussione della “proprietà privata” da parte dei campioni del liberismo più sfrenato.
A consigliare prudenza su questa ‘svolta disinvolta’ sono stati in molti, dal premio Nobel per l’economia Shiller alla stessa Bce, in base ad una constatazione quasi elementare (ma evidentemente troppo profonda per Borrell, che pure è stato avvertito da tanti: «alcuni membri si sono mostrati preoccupati per la base giuridica, per la conformità con il diritto internazionale, per le conseguenze sui mercati finanziari»).
Se ti appropri dei beni russi in Occidente (in Europa, in questo caso) tutti gli altri soggetti nelle stesse condizioni (a partire dai paesi petroliferi) salteranno sulla sedia.
E, soprattutto, cominceranno a ritirare i propri soldi dalle banche europee o a (s)vendere i propri asset. Non è accaduto in modo evidente quando la Gran Bretagna si è appropriata dell’oro venezuelano depositato da tempo immemorabile nella piazza londinese, ma chiaramente la Russia è un soggetto più “pesante”. Se viene espropriata lei, nessun altro può più sentire i propri averi al sicuro.
Questo pericolo aveva velocemente convinto Biden a lasciar perdere, per ora, mentre al soldato Borrell nessuno ha ancora bussato sulla spalla per sussurrare “ma che cxxxo dici?”...
Sta di fatto che, intanto, sui mercati finanziari sono cominciate le grandi manovre dei grandissimi investitori “sovrani” (gli Stati) che muovono migliaia di miliardi.
Il giornale cinese Global Times, per esempio, registra in tono decisamente sobrio il fatto che “Le partecipazioni cinesi del debito del Tesoro degli Stati Uniti sono scese a 797,7 miliardi di dollari a gennaio, ponendo fine all’aumento degli ultimi due mesi”.
Senza neanche dover sottolineare che le minacce di sequestro dei fondi russi sono iniziate proprio con l’invasione dell’Ucraina (febbraio 2022), il giornale sottolinea che “Dall’aprile 2022, le partecipazioni cinesi nel debito del Tesoro statunitense sono sempre rimaste al di sotto di 1 trilione di dollari”.
Non è difficile trarre l’equazione: se i nostri asset possono essere sequestrati in base ad una scelta politica da parte del governo (Usa o europeo non importa) allora è bene ridurre questi depositi o altro.
Poi questa decisione può comportare una “fuga precipitosa” oppure una diluizione progressiva, tale da non creare troppe turbolenze sui mercati (che si ripercuoterebbero inevitabilmente anche sull’economia cinese). Ma la direzione di marcia – perdurando discorsi dissennati come quello di Borrell – è presa.
Del resto, “Gli analisti hanno osservato che nel medio-lungo termine, la volontà dei detentori di capitali esteri di investire in titoli del Tesoro USA continuerà a divergere.
Da un lato, alcuni capitali privati stanno scommettendo sui profitti derivanti dalle partecipazioni nel debito statunitense a causa dei tagli dei tassi di interesse della Fed di quest’anno.
D’altra parte, le banche centrali d’oltremare continuano a promuovere costantemente la diversificazione delle loro riserve valutarie.
Un numero sempre maggiore di persone sta prendendo in considerazione l’allocazione dell’oro come alternativa al debito del Tesoro degli Stati Uniti a causa dell’inflazione, dei rischi geopolitici e di una maggiore diversificazione del sistema di valuta di riserva globale”.
Quel “numero sempre maggiore di persone“, com’è noto, è fatto di Stati in ascesa, con interessi sempre più divergenti da quelli statunitensi ed europei. Che non ci pensano neanche a farsi rapinare ancora da un imperialismo occidentale in crisi (anche) di nervi.
Insomma: volete giocare con le vostre regole e cambiarle quando vi fa comodo? Fatelo con i soldi vostri, please.
Fonte
Sua era stata anche quell’altra perla – “noi viviamo in un giardino, fuori c’è la giungla” – che ha mostrato la patente di suprematismo bianco, occidentale e neoliberista a tutto il pianeta.
La sortita dell’altroieri è stata forse ideologicamente meno illuminante, ma sul piano concreto – ossia economico e finanziario – sembra invece più decisiva.
«Basta con i “ma”. Metto sul tavolo una proposta concreta e gli Stati dovranno dire se sono d’accordo oppure no» per usare i 3 miliardi di euro l’anno generati dagli extraprofitti straordinari dei beni russi congelati dalle sanzioni imposte a Mosca per l’aggressione all’Ucraina. «L’idea è quella di utilizzare la maggior parte di queste entrate per fornire a Kiev le attrezzature militari di cui ha bisogno per difendersi».
L’idea sembra un pelo meno estrema del sequestro puro e semplice dei beni russi, “limitandosi” a rapinare gli interessi maturati anno dopo anno. Anche la cifra finale – 3 miliardi – è considerevolmente minore.
Ma il problema sta nella violazione di qualsiasi regola internazionale e, quasi paradossalmente, nella messa in discussione della “proprietà privata” da parte dei campioni del liberismo più sfrenato.
A consigliare prudenza su questa ‘svolta disinvolta’ sono stati in molti, dal premio Nobel per l’economia Shiller alla stessa Bce, in base ad una constatazione quasi elementare (ma evidentemente troppo profonda per Borrell, che pure è stato avvertito da tanti: «alcuni membri si sono mostrati preoccupati per la base giuridica, per la conformità con il diritto internazionale, per le conseguenze sui mercati finanziari»).
Se ti appropri dei beni russi in Occidente (in Europa, in questo caso) tutti gli altri soggetti nelle stesse condizioni (a partire dai paesi petroliferi) salteranno sulla sedia.
E, soprattutto, cominceranno a ritirare i propri soldi dalle banche europee o a (s)vendere i propri asset. Non è accaduto in modo evidente quando la Gran Bretagna si è appropriata dell’oro venezuelano depositato da tempo immemorabile nella piazza londinese, ma chiaramente la Russia è un soggetto più “pesante”. Se viene espropriata lei, nessun altro può più sentire i propri averi al sicuro.
Questo pericolo aveva velocemente convinto Biden a lasciar perdere, per ora, mentre al soldato Borrell nessuno ha ancora bussato sulla spalla per sussurrare “ma che cxxxo dici?”...
Sta di fatto che, intanto, sui mercati finanziari sono cominciate le grandi manovre dei grandissimi investitori “sovrani” (gli Stati) che muovono migliaia di miliardi.
Il giornale cinese Global Times, per esempio, registra in tono decisamente sobrio il fatto che “Le partecipazioni cinesi del debito del Tesoro degli Stati Uniti sono scese a 797,7 miliardi di dollari a gennaio, ponendo fine all’aumento degli ultimi due mesi”.
Senza neanche dover sottolineare che le minacce di sequestro dei fondi russi sono iniziate proprio con l’invasione dell’Ucraina (febbraio 2022), il giornale sottolinea che “Dall’aprile 2022, le partecipazioni cinesi nel debito del Tesoro statunitense sono sempre rimaste al di sotto di 1 trilione di dollari”.
Non è difficile trarre l’equazione: se i nostri asset possono essere sequestrati in base ad una scelta politica da parte del governo (Usa o europeo non importa) allora è bene ridurre questi depositi o altro.
Poi questa decisione può comportare una “fuga precipitosa” oppure una diluizione progressiva, tale da non creare troppe turbolenze sui mercati (che si ripercuoterebbero inevitabilmente anche sull’economia cinese). Ma la direzione di marcia – perdurando discorsi dissennati come quello di Borrell – è presa.
Del resto, “Gli analisti hanno osservato che nel medio-lungo termine, la volontà dei detentori di capitali esteri di investire in titoli del Tesoro USA continuerà a divergere.
Da un lato, alcuni capitali privati stanno scommettendo sui profitti derivanti dalle partecipazioni nel debito statunitense a causa dei tagli dei tassi di interesse della Fed di quest’anno.
D’altra parte, le banche centrali d’oltremare continuano a promuovere costantemente la diversificazione delle loro riserve valutarie.
Un numero sempre maggiore di persone sta prendendo in considerazione l’allocazione dell’oro come alternativa al debito del Tesoro degli Stati Uniti a causa dell’inflazione, dei rischi geopolitici e di una maggiore diversificazione del sistema di valuta di riserva globale”.
Quel “numero sempre maggiore di persone“, com’è noto, è fatto di Stati in ascesa, con interessi sempre più divergenti da quelli statunitensi ed europei. Che non ci pensano neanche a farsi rapinare ancora da un imperialismo occidentale in crisi (anche) di nervi.
Insomma: volete giocare con le vostre regole e cambiarle quando vi fa comodo? Fatelo con i soldi vostri, please.
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