Premessa: Nevermind è senza
dubbio l'album più importante degli anni 90. Ed è anche uno dei più bei
dischi del periodo (periodo che arriva fino a oggi). Probabilmente non
il più bello (credo che per quello occorra andare in Irlanda, stesso
periodo: non gli U2, ovvio.), ma quello che più di ogni altro ha
modificato sia il mondo della musica mainstream che il modo di viverla
di generazioni. Più di tutti gli altri dischi degli stessi Nirvana (che
sono migliori, per irruenza, complessità è inevitabile disperazione),
più dei lavori delle altre band di Seattle del periodo. Dischi e band
che possono anche piacere di più e che, molte volte, sono formalmente
migliori. Ma questa è una questione per esteti che leggono la musica
solo come arte e non come storia.
Purtroppo per me e per molti altri della mia generazione la prima volta con Nevermind
non fu il massimo. Il periodo delle medie è troppo presto per essere
sconvolti dal male di vivere e dall'inadeguatezza: si vogliono, allo
stesso tempo, sicurezza e stordimento, ricerca del futuro e una
posizione nel piccolo mondo che ci circonda. Non è possibile capire che
la posizione che ci spetta è niente: la vita è una merda, poi muori.
A quei tempi, insieme coi miei
compagni, eravamo in avanscoperta nel mondo della musica, alla ricerca
di quello che potesse essere il nostro gruppo preferito: era necessario
per sopravvivere. Dopo vaghi tentativi con gli U2 (saputelli anche a 12 anni), gli Aerosmith (la droga era un'idea che non ci sfiorava ancora), gli onnipresenti Queen (l'ambiguità e il gioco delle parti erano incomprensibili per dei ragazzini), la scelta era ricaduta sui tamarrissimi Guns'n'Roses,
esteticamente potenti e musicalmente facili e tamarri. Senza
compromessi ma, allo stesso tempo rassicuranti. E' evidente che, con
quelle scelte, l'avvento in heavy rotation del video di Smell Like Teen Spirit
passò quantomeno in secondo piano. Ovviamente non si rimase
indifferenti: il video era angosciante e (ma lo capimmo dopo) perfetto,
l'impatto musicale devastante e la voce di Cobain quella di chi ti sta
raccontando tutto il male del crescere. Ma noi non stavamo ancora
crescendo e, quindi, passammo oltre.
Solo ad un certo punto sono stato (siamo, perché Nevermind è
il disco che ha segnato tutti quelli che oggi hanno intorno ai 30 anni:
non credo che i più grandi l'abbiano trovato così sconvolgente, avendo
vissuto in prima persona tutti i movimenti musicali più importanti di
sempre) in grado di capire quel disco e di innamorarmici in maniera
sconsiderata. Solo quando ho capito che raccontava di noi, della vita
nella periferia del tutto, e che l'unica risposta era urlare la rabbia
che uno ha dentro. Senza speranza, perché quella viene dopo, quando si
acquista la consapevolezza dell'esistere nel mondo e si trova la propria
posizione. Anche per questo Cobain, con estrema coerenza, ci ha
lasciato prima di trovarla. Ed è sempre per questo che continua ad
influenzare orde di ragazzini che si sentono lui.
Questo è un fenomeno potentissimo: in
questi 20 anni sono usciti dischi meravigliosi, ed è possibile, in un
attimo, scoprire i 100 anni precedenti, pieni di cose incredibili. Ma
niente influenza e sconvolge come Nevermind e i Nirvana. E' per
l'empatia immediata che si crea con chi ha perso e che, comunque, ti fa
nascer il germe del voler lottare, nonostante tutto.
death with violence / excitement right here
Luis Vega (1981)
Era una mattina come tante altre
indaffarato davanti al computer a seguir navi in giro per i mari di
tutto il mondo, quando su Skype mi arriva un messaggio del mio amico
Paolo che mi chiede se mi andasse di scrivere qualcosa visto che di lì a
qualche giorno sarebbe stato il ventennale dell’uscita di Nevermind.
Subito ma dico subito un brivido mi assale dai piedi sino la testa e
scuote quella parte di mente che sembrava addormentata, come se
appartenuta a qualcun'altro... ed invece no erano proprio i miei ricordi,
miei e di tanta altra gente che in quei giorni del lontano 1991 si
stavano preparando ad un cambiamento, una rivoluzione.
In verità la rivoluzione era nell’aria perchè i Nirvana
non erano nati il giorno prima e neanche a Seattle si stava con le mani
in mano anzi in quella città vi era un movimento di musica underground e
molto settoriale che aveva portato noi ragazzi di Livorno ad
abbracciare una certa filosofia di vita che ci faceva vivere ogni giorno
come se fossimo parte di una citta succursale di Seattle, eravamo anche
noi immaginari membri della SUB POP.
La SUB POP era un etichetta di Seattle che annoverava tra i suoi gruppi nomi come Melvins, Mudhoney, SeaWeed, TAD e molti altri, fu anche produttrice del primo album dei Nirvana, Bleach (1989), poi passati alla Geffen records. Al di sopra di tutti per noi c’erano i Sonic Youth i padri del Grunge, ricordo le trasferte per andare a
vedere
i loro concerti, ci portavamo sempre una chitarra con noi e prima del
loro concerto buttati sotto l’ombra di un qualche albero anche noi
facevamo la nostra parte quasi a dire ragazzi se oggi non avete voglia
suoniamo noi al posto vostro, tant'è che un giorno uno di noi riuscì a
passare la sicurezza e presentarsi davanti a Truston More con la
chitarra.
Nevermind è considerato da
molti critici come l’ago della bilancia tra quello che poteva essere un
rimasuglio di punk inizio anni '90 e l’inizio di una nuova era musicale,
il Grunge è quello lì appartenuto a Seattle and bands e fatto conoscere
al mondo dopo il '91: a venti anni di distanza siamo adesso in grado di
dire si, Nevermind cambiò il modo di fare musica. Dopo l’uscita dell’album i Nirvana
vennero consacrati al mondo dei media, alla vita da vere rockstar
insomma finirono per diventare I Nirvana che tutti bene o male
conosciamo. Ebbero quel successo tale in grado di schiacciare il loro
frontman, un ragazzo di periferia che neanche poteva immaginare
l’impatto che avrebbe avuto su milioni di giovani.
Venti lunghi anni sono passati da quel
giorno, ma loro i Nirvana sono sempre lì lo dimostra il fatto che ancora
oggi adolescenti girano con maglie dei Nirvana e la radio continua a
passare la loro musica. I Nirvana non moriranno mai e adesso
penso proprio che mi metterò su le cuffie e via con “Smell like teen
spirit” fino a spaccarmi i timpani. Grazie Paolo.
Marco Braccini (1977)
24/09/91: data emblematica per tutti
coloro che hanno un minimo a cuore la musica contemporanea. Si
contemporanea perché nella scala delle epopee socio/cultural/musicali,
questa è l’unica continuità dopo Elvis, i Beatles, la west-coast americana 60-70, il british rock e il punk. Ci sono album che segnano un’epoca come Sgt. Pepper dei Beatles negli anni 60 per esempio,
che, al di là dei gusti musicali ti fanno riflettere e capire la
differenza tra un ottimo album e un capolavoro; lo capisci quando ti
rendi conto dell’impatto del disco sulla gente. Non è un discorso di
vendite (Velvet Underground docet) o di nome importante ma di scossa
socio-culturale, un disco che ti fa pensare e che ti sconvolge per il
messaggio cosi nitido nonostante la possibile incomprensione gergale,
linguistica, la smania martellante e graffiante del messaggio musicale.
La voce graffiante e dolce del fragile
Kurt, il martello compressore di Chris, la foga e la patta
impressionante di Dave fanno si che Nevermind suoni come un disco dal
vivo anche se album registrato in studio; pezzi ormai divenuti classici
come Smells Like Teen Spirit, Lithium, Polly, Come As You Are fanno da cornice alla carriera dei Nirvana di allora e del futuro, lasciando marcato e indelebile il messaggio del disagio dell’epoca con la morte di Kurt nel ‘94.
Andrea “Ciro” Ferraro (1972)
Io sinceramente non sono stata una fan
accanita del trio di Seattle, ma sicuramente adesso se guardo al passato
non posso che dire di averli amati e di riconoscerli comunque come
pilastri della mia cultura musicale e di quella della mia generazione.
Non potendomi definire un esperta di musica non mi voglio lanciare in
una disquisizione sul grunge degli anni novanta quanto stimolare una
riflessione su cosa i Nirvana sono stati per la mia generazione
attraverso la mia esperienza e sui motivi che a mio avviso ne hanno
determinato un così prorompente successo nonostante la loro (prematura?) scomparsa.
La forza dei Nirvana, o almeno
la loro forza ai miei occhi, non era quella musicale, non stava nelle
note, ma nella rabbia e nella disperazione della voce e della figura di
Kurt Cobain, di questo giovane che nonostante fosse all'apice del suo
successo, nonostante una bellezza abbagliante si sentiva un ultimo, un
disadattato, e lo urlava al mondo in maniera disarmante. Per la prima
volta qualcuno portava sulla scena musicale internazionale il dolore e
la noia di vivere, tipica della adolescenza che stavo vivendo, ma anche
sintomo di una generazione, quella degli anni novanta, che si trovava a
vivere un mondo in cambiamento che andava sempre più verso la
massificazione e la globalizzazione, la precarietà lavorativa dovuta
alla recessione economica e si trovava sprofondata in una condizione di
apatia e di pessimismo per un futuro che già gli avevano rubato.
Valeria (1978)
Nevermind dette una scossa alla
scena musicale, molto ruvido nelle sonorità potente semplice nella
struttura delle canzoni ma efficace. Oltre l'aspetto musicale che è una
questione puramente personale se piace o meno, ebbe comunque il merito di
aprire una finestra sulla scena alternative facendone aumentare la sua
popolarità. I demeriti sono quelli della creazione dello stereotipo
rocksatr depressa dannata e drogata che focalizzava l'attenzione
sull'antieroe Kurt Cobain, creata ad arte dai manager per aumentare
l'attenzione mediatica e quindi le vendite a mio giudizio, mentre
metteva in secondo piano l'aspetto musicale della band stessa.
Roberto (1976)
“Nevermind” non è mai stato il
mio album preferito dei Nirvana. E’ sicuramente quello che più mi ha
fatto sognare e sentire vicino al turbolento e angoscioso spirito di
Kurt Cobain, forse per la maniera in cui è stato concepito, forse per la
sua malinconia e lungimiranza, forse per la sua perfetta unione di punk
e melodie pop. Chissà, l’unica cosa di cui sono certo è che “Nevermind”
è un disco immortale, che contiene canzoni bellissime (una su tutte “On A Plain”, probabilmente il mio brano preferito della band ma anche “Drain You”),
che a distanza di anni ti emozionano e ti rapiscono l’anima, più
“invecchiano” e più ti accorgi di quanto siano degli incredibili
capolavori. Probabilmente è uno dei pochi album della “History of
Rock’n’Roll” che ancora vende decine di migliaia di copie all’anno, che
ancora affascina i giovani che per la prima volta si affacciano alla
musica, quella vera, col cuore, fatta di una semplicità disarmante.
Quando, anche oggi, mi capita di ascoltare i Nirvana difficilmente metto
su “Nevermind”; gli preferisco di gran lunga “In Utero” o “Bleach”,
se proprio voglio sentirmi giovane in eterno. Ma, per questo storico
ventennale, credo che renderò di nuovo grazie, lode e gloria a questa
band che con tre accordi e liriche straordinarie ha rivoluzionato la mia
vita e quella di milioni di altri ragazzi.
Grazie Kurt, grazie Chris, grazie Dave. Ancora una volta possiamo fermare il mondo, per 42 minuti e 38 secondi.
Gabriele Centelli (1988)
Il ricordo che mi salta subito alla mente è abbastanza egoistico: quello delle pogate devastanti che partivano e che andavo a cercare appena le casse sparavano le pennate stoppate dell'inizio di smell like teen spirit, gli anni della mitica cava (…più o meno… non mi ricordo bene).
Sarò onesto, ho letto i commenti già
inseriti e… devo dire che sul momento io non vivevo quell’evento già
come il mito che è diventato dopo la morte di Cobain. Per quello che mi
ricordo in quei mesi la maggior parte della gente lo viveva più come
un album molto potente ma non così alto. Non so se era perché io ancora
non lo conoscevo, ma mi sembra che anche il termine o definizione di
“grunge” non fosse così presente. Dal mio punto di vista, era un album
che vivevo per me. Era una concessione, era una via legittimata e
comunemente accettata per poter urlare. Erano le canzoni che mi
permettevano di avere un senso di reale libertà nelle discoteche rock.
In quei momenti, nel buio tra i giochi di luce e la gente, potevo
finalmente sentirmi sparito. In mezzo alla gente se io ci fossi stato o
no… non sarebbe cambiato niente, nessuno avrebbe notato la differenza.
Solo in quella sensazione di non esistere sentivo la sconfinata
libertà di poter fare qualsiasi cosa… perché nessuno avrebbe notato la
differenza. Ecco, questo è quello che mi richiama alla mente Nevermind. Ed è un grande e bellissimo ricordo. Ripensandoci adesso gli sono grato perché dopo è successo veramente di rado.
Io quindi non ho vissuto subito questo album in maniera così epocale, anche perché ero preso dell’inconsapevole prosperità musicale di quegli anni. Era una continua scoperta di gruppi belli esagerati, comunque potenti e impetuosi, in alcuni casi anche con molta più tecnica (sono gli anni anche dell’hard blues dei Marshall a manetta!!).
Io quindi non ho vissuto subito questo album in maniera così epocale, anche perché ero preso dell’inconsapevole prosperità musicale di quegli anni. Era una continua scoperta di gruppi belli esagerati, comunque potenti e impetuosi, in alcuni casi anche con molta più tecnica (sono gli anni anche dell’hard blues dei Marshall a manetta!!).
Da un punto di vista di popolarità
Nevermind ha sicuramente rappresentato una della punte più alte
dell’iceberg “anni ‘90”. Io mi sono velocemente immerso in
quell’iceberg, fatto di Temple of the dog, Soundgarden, Pearl Jam, Alice in Chains, Blind Melon
e molti altri gruppi… un’esplosione musicale che oggi mi verrebbe da
paragonare agli anni ’70. Un’esplosione musicale che oggi mi manca
molto. Negli ultimi anni ho ripensato spesso a Nevermind: spero che ne arrivi presto un altro che mi faccia scoprire un nuovo iceberg.
Alessio Franchini (1976)
Alessio Franchini (1976)
In ogni caso non appena vidi il video di "Smells Like Teen Spirit" capii che il momento era quello giusto. La canzone era perfetta ed il video - girato da Samuel Bayer - funzionava a dovere per degli adolescenti sballottati in un mondo svuotato di ogni speranza. La messa in scena era adeguata alla nuova visione di un college rock che pur essendo legato al passato staccava con l'allegria che lo stesso solitamente esprimeva.
Anche il secondo "estratto" da Nevermind, "Come As You Are", poteva vantare un video di spessore oltre che un ritornello orecchiabile e che virava verso sonorità post-punk. Bisogna pero' sottolineare che il riff portante del pezzo è un vero plagio da "Eighties" dei Killing Joke - i quali rinunciarono dopo il suicidio di Cobain ad ogni risarcimento - e che in tutta la canzone l'ombra del grande gruppo di Coleman è pesante. Ciò non toglie comunque troppa qualità ad un pezzo significativo e con un testo davvero notevole.
"In bloom" usci' come terzo singolo quando ormai il gruppo aveva sfondato a livello planetario. Notevole qui il videoclip che mostrava una falsa esibizione televisiva dei Nirvana ambientata in un fittizio show tv in bianco e nero - in stile Beatles periodo ragazzine urlanti.
"Lithium" fu l'ultimo singolo estrapolato da Nevermind ed anche in questo caso fu accompagnato da un video ben fatto e che mostrava la forza che la band esprimeva sul palco.
Insomma al netto di ogni speculazione e di ogni critica - ammetto di aver sempre avuto poca simpatia per i fan in genere e quelli dei Nirvana mi sono sembrati ancora più "chiusi" così da farmi mal sopportare anche i Nirvana stessi - il gruppo di Cobain è stato l'ultimo che ha dato lustro al classico concetto del rock - basso, chitarra, batteria - e con NEVERMIND ha lasciato un testamento davvero ottimo, che seppur debitore dei classici - dall'hard-rock seventies passando per la wave attraverso il punk e spruzzando il tutto con l'indie-pop - a vent'anni di distanza dalla sua uscita riesce ad essere alla fine di ogni discorso anch'esso un classico.
Dopo tutti questi anni possiamo
serenamente constatare quanto i Nirvana fossero molto sopravvalutati dal
punto di vista musicale, ma sicuramente l'impatto che ebbero
sull'immaginario adolescenziale del periodo fu notevole. Attraverso una
grande dote cantautoriale, Cobain sapeva condensare le proprie influenze
musicali, che andavano dai Pixies fino a i Beatles passando dai Wipers e
dai Killing Joke, in brevi canzoni a loro modo perfette, in bilico tra
l'orecchiabilità pop e l'irruenza punk.
Oggi, a venti anni esatti dall'uscita di "Nevermind", la Geffen decide di ristampare l'album in diverse edizioni deluxe.
Pur facendo emergere materiale interessante e qualche piccola gemma,
l'operazione risulta palesemente commerciale e la casa discografica non
manca di utilizzare anche biechi mezzucci per attirare l'attenzione su
di se, come la pubblicazione dei mix effettuati da Butch Vig e
pubblicizzati come meno puliti e commerciali di quelli che conosciamo
tutti (se mai vi capitasse l'occasione di fare un ascolto comparato vi
renderete conto che forse le cose non stanno esattamente così), come se
l'album si possa finalmente apprezzare così come lo voleva Cobain, cosa
che non sembra affatto vera. Ad ogni modo "Nevermind" sembra reggere la prova del tempo. Buon riascolto.
Aldo De Sanctis (1974)
Aldo De Sanctis (1974)
Nevermind è il disco più importante. Potrei dire “per tutti” o “di tutti” ma mi limito a dire “per me”.
Mi
capita di pensare in maniera semplicistica che la magia arrivi in un
luogo e decida che le cose debbano andare in una certa maniera.
Chiaramente non credo che ci sia di mezzo soltanto il caso o la fortuna,
ma una serie di fatti che si sono incontrati e incastrati nel momento
giusto e al posto giusto. Non sempre però è così facile far collimare le
giuste vibrazioni. Basta leggere una qualsiasi biografia sui Nirvana
per capire quanto poco sarebbe bastato per far svanire tutto in una
bolla di sapone.
Dalla prima bozza di registrazione col produttore Butch Vig ed il vecchio batterista Chad Channing, all’annullamento delle sessioni per la totale perdita di voce di Kurt e quindi spostate a data da destinarsi. Questa pausa, apparentemente negativa se non distruttiva per quanto concerne l’esito del progetto in realtà consentì alle cose di andare al proprio posto. Trovare un’etichetta di maggior prestigio e con più risorse interessata al progetto, terminare la scrittura di un numero maggiore di canzoni e soprattutto il cambio di batterista. Dave Grohl, tanto giovane, quanto tempestoso, preciso e martellante nella sua maniera di suonare. Per me. Senza mezze parole, l’elemento che ha fatto quadrare il cerchio, probabilmente il personaggio più importante ai fini di Nevermind.
Lo ascolto ancora spesso e mi capita di provare, a distanza di anni, le solite emozioni nei soliti punti; sulla rullata introduttiva di Territorial Pissing, o sul passaggio di tom-timpano che introduce il ritornello di Breed, o l’esigenza di alzare il volume per entrare dentro a Something in the way, roba che se ci penso mi fa venire i brividi, adesso.
Poi capita di pensare che un uomo come Kurt Cobain, che tutto era fuorché un chitarrista tecnico, riesca a fare un solo di chitarra, nella sua lingua selvaggia e spartana che ti lascia di stucco, e questa cosa, la capisco adesso e non allora. Sono dovuto crescere. Ai tempi pensavo banalmente che la scarsa tecnica di Kurt fosse solo un punto a sfavore. Ero piccolo. Ascoltatevi il solo di In bloom. Oppure uno come Krist Novoselic, un bassista sicuramente limitato, ma in questo disco così coinvolgente e sempre puntuale nei propri “giri”.
Caratterizzato tecnicamente da un sound pieno e grintoso, Nevermind rimane nella storia dei Nirvana il disco tutto sommato più pop, dalle sonorità più accattivanti. Impossibile rimanere fermi di fronte all’efficacia dei pattern ritmici di Krist e Dave o alle chitarre debordanti di Kurt. Per non parlare delle parti vocali, la schiettezza, la semplicità, che erroneamente fa scivolare il giudizio sul termine “cura maniacale”, o almeno questo è quello che viene da pensare quando non riesci ad immaginarti una parola detta ed espressa in una maniera anche solo un poco differente rispetto a come è stata eseguita.
Non c’è troppo da girarci intorno. È un album che mi ha preso e portato sotto l’aspetto mentale da un’altra parte, alla tenera età di 13-14 anni. Sotto un punta di vista, più fisico e concreto, invece ha preso un basso, una tracolla e me li ha incollati addosso. Capii che esisteva una fetta di musica nuova per le mie acerbe orecchie. Un qualcosa che valeva la pena di essere provato sulla propria pelle e che forse potevo essere in grado di riprodurre io stesso o almeno di avvicinarmici. Col tempo ho in realtà capito che quella musica mi sembrava nuova perché lo era a prescindere dall’esperienza di un ascoltatore. E che mi coinvolgeva sotto l’aspetto della semplicità del messaggio e quella – apparente – dell’esecuzione marginale. E questo alla fine è ciò che fa la differenza.
Nevermind è paragonabile a quei fenomeni di massa che si verificano una volta ogni 25-30 anni cui la folla di persone segue spontaneamente un punto, un luogo, un’atmosfera, come se non ci fosse alternativa, come le api intorno al miele, aumentando sempre più di numero senza poter dire di no.
“Non so come, non so perché. Ma è successo ed eravamo in tre. Nevermind è senza dubbio la cosa migliore che sia riuscito a fare nella mia vita.” Krist Novoselic
Daniele Catalucci (1979)
Dalla prima bozza di registrazione col produttore Butch Vig ed il vecchio batterista Chad Channing, all’annullamento delle sessioni per la totale perdita di voce di Kurt e quindi spostate a data da destinarsi. Questa pausa, apparentemente negativa se non distruttiva per quanto concerne l’esito del progetto in realtà consentì alle cose di andare al proprio posto. Trovare un’etichetta di maggior prestigio e con più risorse interessata al progetto, terminare la scrittura di un numero maggiore di canzoni e soprattutto il cambio di batterista. Dave Grohl, tanto giovane, quanto tempestoso, preciso e martellante nella sua maniera di suonare. Per me. Senza mezze parole, l’elemento che ha fatto quadrare il cerchio, probabilmente il personaggio più importante ai fini di Nevermind.
Lo ascolto ancora spesso e mi capita di provare, a distanza di anni, le solite emozioni nei soliti punti; sulla rullata introduttiva di Territorial Pissing, o sul passaggio di tom-timpano che introduce il ritornello di Breed, o l’esigenza di alzare il volume per entrare dentro a Something in the way, roba che se ci penso mi fa venire i brividi, adesso.
Poi capita di pensare che un uomo come Kurt Cobain, che tutto era fuorché un chitarrista tecnico, riesca a fare un solo di chitarra, nella sua lingua selvaggia e spartana che ti lascia di stucco, e questa cosa, la capisco adesso e non allora. Sono dovuto crescere. Ai tempi pensavo banalmente che la scarsa tecnica di Kurt fosse solo un punto a sfavore. Ero piccolo. Ascoltatevi il solo di In bloom. Oppure uno come Krist Novoselic, un bassista sicuramente limitato, ma in questo disco così coinvolgente e sempre puntuale nei propri “giri”.
Caratterizzato tecnicamente da un sound pieno e grintoso, Nevermind rimane nella storia dei Nirvana il disco tutto sommato più pop, dalle sonorità più accattivanti. Impossibile rimanere fermi di fronte all’efficacia dei pattern ritmici di Krist e Dave o alle chitarre debordanti di Kurt. Per non parlare delle parti vocali, la schiettezza, la semplicità, che erroneamente fa scivolare il giudizio sul termine “cura maniacale”, o almeno questo è quello che viene da pensare quando non riesci ad immaginarti una parola detta ed espressa in una maniera anche solo un poco differente rispetto a come è stata eseguita.
Non c’è troppo da girarci intorno. È un album che mi ha preso e portato sotto l’aspetto mentale da un’altra parte, alla tenera età di 13-14 anni. Sotto un punta di vista, più fisico e concreto, invece ha preso un basso, una tracolla e me li ha incollati addosso. Capii che esisteva una fetta di musica nuova per le mie acerbe orecchie. Un qualcosa che valeva la pena di essere provato sulla propria pelle e che forse potevo essere in grado di riprodurre io stesso o almeno di avvicinarmici. Col tempo ho in realtà capito che quella musica mi sembrava nuova perché lo era a prescindere dall’esperienza di un ascoltatore. E che mi coinvolgeva sotto l’aspetto della semplicità del messaggio e quella – apparente – dell’esecuzione marginale. E questo alla fine è ciò che fa la differenza.
Nevermind è paragonabile a quei fenomeni di massa che si verificano una volta ogni 25-30 anni cui la folla di persone segue spontaneamente un punto, un luogo, un’atmosfera, come se non ci fosse alternativa, come le api intorno al miele, aumentando sempre più di numero senza poter dire di no.
“Non so come, non so perché. Ma è successo ed eravamo in tre. Nevermind è senza dubbio la cosa migliore che sia riuscito a fare nella mia vita.” Krist Novoselic
Daniele Catalucci (1979)
E tutti noi sappiamo cosa è stato il 1991 e tutti gli anni seguenti.
Dire cosa scatenò in me Nevermind è puro gossip. Ma spesso ci dimentichiamo l'importanza incredibile che ha avuto questo disco. In molti dicono "Cazzo, gran disco, ma per me non è il migliore dei Nirvana". E forse è vero, non è quello più "reale", non è come "Bleach" o qualche perla di "Incesticide" dove esce tutta l'anima dei Nirvana. Ma Nevermind è stato il primo disco Grunge (termine spesso abusato, nonostante il significato poco chiaro) a tendere la mano al cosiddetto mainstream. Da quel punto, da quel momento, tutto è cambiato. Gruppi come Pearl Jam, Soundgarden e tanti altri emuli del genere riuscirono a portare la propria musica in ogni parte del mondo, partendo da piccole cittadine dove quelle note, probabilmente, sarebbero rimaste in piccoli scantinati adibiti a sala prove.
Qualcuno storceva il naso, accusava i gruppi di essersi venduti al sistema; un sistema, quello musicale, dove il pop ormai la faceva da padrone. Ma senza Nevermind, in quei primi anni '90, dove la connessione globale di Internet era ancora un miraggio, tante splendide melodie e canzoni forse non le avremmo neanche sentite.
Ma un'altra cosa credo sia fondamentale. Nevermind è legato in modo inossidabile a quattro nomi: oltre ai tre Nirvana (Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl) troviamo un tale Butch Vig, il produttore artistico del disco. Vig ha inventato il suono del disco, ha dato forma e ordine alla confusione del Grunge, ha trovato il modo di rendere la musica cosiddetta "alternativa", convenzionale. Ma in tutto questo processo è riuscito a mantenere il disagio e il rifiuto di una generazione per ciò che stava intorno. Le chitarre di Kurt sono perfette, graffianti ma mai invadenti; la batteria è riportata con l'esatta potenza che Dave Grohl riusciva a produrre su quei fusti; il basso è l'ossatura perfetta dei brani; e la voce di Kurt è ripresa perfettamente nei suoi sbalzi d'umore: dai toni quasi impercettibili di alcuni brani a parti vocali "di gola" che racchiudono tutta la rabbia di alcuni testi. Nevermind è stato il miglior disco degli anni '90. Riascoltatelo.
Ma prima prendete in mano "Wasting Light", ultimo lavoro dei Foo Fighters, gruppo dell'ex batterista dei Nirvana. Vi piace? Adesso potete guardare di chi è la produzione artistica… non credo sia un caso.
Alberto Abi Battocchi (1981)
Fu alquanto facile incontrare Kurt Cobain e gli altri 2 del gruppo,
lui era seduto che si rollava una cicca di Drum noi ci sedemmo accanto a
lui e parlammo per una buona ventina di minuti. I Nirvana dovevano fare
5 date ma ne fecero solo 3 per colpa dello sciopero dei benzinai,
questa fu la prima cosa che ci bisbigliò questo ragazzo teneramente
triste, timido e con quel pizzico di pessimismo che si tramutò in gioia e
aggressività non appena salì sul palco, come a voler dire "questo è il
mio posto!". Suonarono 1 ora e mezzo, di quel che mi ricordo, il
concerto fu all'altezza e noi andammo via contenti e soddisfatti.
Un anno dopo, prima di partire per un mio concerto, mia madre mi
telefonò e mi disse che quel Kurt, del gruppo che piace a me, si era
ucciso. Ci avrò ripensato cento volte, quella testa china mentre era
seduto sul divanetto strideva troppo con quella furia sul palco. Era
fuori dalla vita Kurt chissà da quanto, ma quel che ha fatto è lì,
inestimabile e immortale.
Massimiliano Morandi (1971)
Massimiliano Morandi (1971)
Forse un po' tardi, ma l'importante è esserci arrivati.
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