Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare al suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.
Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.
Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi ed israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.
Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – o “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.
Hanno scelto la seconda opzione, per ora. Visto che si era arrivati ad un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.
Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.
In pratica la flotta nell’Oceano Indiano, a debita distanza dai missili iraniani, può fare ben poco. E se lo fa crea più problemi di quelli che dovrebbe risolvere.
Vediamo in dettaglio. La situazione attuale dello Stretto è di “apertura selezionata” sotto il controllo iraniano (era completamente libero prima dell’inizio dell’aggressione, il 28 febbraio). Possono passare cioè soltanto le navi dei “paesi amici” e di quelli neutrali disposti a pagare un pedaggio (per le petroliere circa un dollaro al barile). Poi molte navi esitano a farlo perché non si capisce se la guerra è davvero sospesa oppure no...
Le navi da guerra Usa dovrebbero perciò fermare proprio queste navi e controllare se hanno pagato o no il pedaggio che Trump ha definito “illegale” (come se questa guerra avesse un briciolo di legalità internazionale).
Primo problema: se hanno pagato, lo hanno fatto in rial iraniani, yuan cinesi o criptovalute fuori dai circuiti occidentali, cui gli Usa non hanno accesso. Insomma, non possono saperlo con certezza.
Secondo problema: se una nave sudcoreana, filippina, indonesiana, indiana o pakistana (paesi alleati o comunque in buoni rapporti con gli Usa) porta greggio iraniano o saudita (o di altri paesi del Golfo), cosa fa quel povero comandante Usa mandato a fare la guardia di finanza in mezzo al mare? L’affonda? La ferma? La rimanda indietro? Apre insomma un contenzioso diplomatico con paesi che l’America vorrebbe tenere dalla propria parte?
L’unico effetto pratico dell’annuncio di Trump sul “blocco” è insomma un balzo del prezzo del petrolio (salito del 7-8% sulle piazze asiatiche nella notte) e una parallela caduta delle borse. Un po’ di occasioni per fare soldi, mentre l’economia globale dà segni di recessione.
Anche l’intemerata contro questo papa – statunitense, cautissimo, critico della guerra giusto quel tanto che è obbligatorio per qualsiasi papa – dimostra che Trump e i suoi si sono impigliati in una serie di trappole che loro stessi hanno seminato. Il consenso dei cattolici, in questo modo, se lo gioca. E le prossime elezioni di midterm diventano sempre più un Himalaya difficile da scalare.
E non saranno decisivi neanche gli aiuti promessi da alcuni servitori europei, in primis quel cadavere politico di nome Starmer – qualche nave dragamine per provare a togliere qualche ostacolo nello Stretto, sempre che gli iraniani non si mettano a lanciare missili e droni. Ma tra il dire e il fare c’è davvero di mezzo il mare e ci vorranno settimane perché arrivino da quelle parti.
Sul piano più seriamente diplomatico, intanto, si è mossa la Russia, con Putin che si propone come mediatore supplementare, al fianco del Pakistan (sostenuto fin qui dalla Cina).
La guerra d’aggressione contro l’Iran e il Libano si sta insomma internazionalizzando. E questa può essere una notizia buona oppure pessima, a seconda dell’evoluzione.
Buona se il peso – economico, politico, militare e nucleare – dei “pezzi grossi” non occidentali comincerà a spingere anche Trump e i suoi verso una soluzione razionale, inevitabilmente poco gradita a Washington (e ancor meno a Tel Aviv). Ma tutto sommato ci sarebbe poi tempo e modo di imbastire una “narrazione” che faccia passare le rinunce per “vittorie”, contando anche sul fatto che a Teheran ci sono teste più intelligenti e ancorate alla realtà. Che se ne fregano di come gli imperialisti se la vogliono raccontare, ma badano al sodo, ossia ad accordi con garanzie serie.
Cattiva se prevarranno gli interessi unilaterali di un imperialismo in decisa crisi e dunque incapace di scelte più equilibrate. Se non altro per restare in vita.
Vita o morte, per tutti, insomma.
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