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14/04/2026

Quella tentazione di riaprire i tubi con la Russia

Di fronte al collasso delle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente, anche in Italia si sta riaffacciando la tentazione di riaprire i canali di rifornimento provenienti dalla Russia e interrotti unilateralmente da quattro anni dall’Unione Europea con le sanzioni o con gli attentati terroristici, come nel caso del gasdotto North Stream.

L’ultimo in ordine di tempo è l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, secondo cui bisogna eliminare il blocco delle importazioni di prodotti energetici russi e mettere al sicuro le forniture.

“Sul gas penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il 1 gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi che vengono dalla Russia”, ha detto apertamente Descalzi. Aggiungendo che “di gas ne abbiamo bisogno e bisogna rendersi conto di queste cose. Abbiamo una società che vive con questo gas”. Per queste ragioni, il blocco delle forniture dalla Russia viene visto come un ostacolo alla resilienza economica del Paese.

Per sostituire il gas che proveniva dalla Russia l’Italia ha aumentato le importazioni via gasdotto dall’Algeria e aumentato la quota di GNL tramite navi che proviene dagli Stati Uniti e dal Qatar – tra l’altro a prezzi piuttosto elevati – con questi due paesi che sono diventati i fornitori più importanti.

Ma il Qatar adesso ha dovuto fermare le forniture di GNL dopo l’aggressione israeliana e statunitense all’Iran e il divampare della guerra nel Golfo.

Prima della guerra in Ucraina, il gas dalla Russia costituiva circa il 40% del fabbisogno nazionale dell’Italia. Ora questa quota è scesa praticamente vicina allo zero. Nel resto d’Europa la situazione è un po’ diversa: la Commissione europea rileva che la quota di gas russo è scesa al 19% nel 2024 e che nel 2025 è atteso un ulteriore calo al 13%, Prima della guerra in Ucraina era il 45%.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, la UE ha aumentato le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) russo nei primi tre mesi del 2026, nonostante i piani della Commissione europea di graduale eliminazione delle forniture dalla Russia entro il 2027.

“Secondo i dati del gruppo di ricerca energetica Kpler, le importazioni dal progetto Yamal LNG in Siberia sono aumentate del 17% raggiungendo i 5 milioni di tonnellate nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025. Ciò ha comportato una spesa stimata di 2,88 miliardi di euro da parte degli Stati membri dell’UE per il gas proveniente dal vasto impianto, secondo le stime dell’organizzazione ambientalista non profit Urgewald” scrive il quotidiano economico britannico.

Il commissario europeo per l’energia, Dan Jorgensen, a marzo ha difeso l’imminente divieto dell’UE sul GNL russo, affermando che sarebbe “un errore ripetere gli errori del passato”, riferendosi alla forte dipendenza del blocco dalle forniture di GNL dalla Russia.

Ma questa dipendenza oggi sta diventando tale nei confronti degli USA. Per il GNL il primo fornitore dell’Europa sono infatti diventati gli Stati Uniti, che pesano per il 55% sul totale.

Nonostante le sanzioni, la Russia rimane ancora un importante fornitore con il 14,3%. In pratica tra gas naturale e GNL ci sono ancora circa 36 miliardi di metri cubi di gas russo che vengono usati nel continente europeo e che la Commissione europea vorrebbe azzerare entro il 1 gennaio 2027.

In pratica siamo di fronte ad un suicidio economico per l’Europa e ad un corrispettivo vantaggio competitivo per gli Stati Uniti, soprattutto davanti alla deliberata decisione statunitense di complicare e condizionare l’autonomia energetica dell’Europa strozzando le forniture dal Medio Oriente e facendo schizzare i prezzi con la guerra.

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