Non appena è stato raggiunto uno straccio d’accordo per un semplice «cessate il fuoco», necessario per provare almeno a discutere i termini di una possibile pace, Israele ha concentrato tutta la forza del suo esercito contro il Libano.
Attenzione: non solo contro Hezbollah, movimento sciita e quindi naturalmente «solidale» con Teheran, ma contro tutte le componenti di quel Paese. Cristiani e musulmani sunniti sono stati attaccati con una violenza che non ha precedenti.
Perchè? La banda criminale guidata da Netanyahu – lo è «legalmente», in quanto ricercato con mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale – ha ritenuto di non essere legata all’accordo mediato dal Pakistan se non per la parte che riguarda l’Iran, decidendo unilateralmente che il Libano non faceva parte di quell’intesa.
A stretto giro, dai vertici della Casa Bianca si cominciava a cincischiare con le parole, provando a spiegare che le «bozze» ricevute dal mediatore – il presidente del Pakistan – erano diverse da quelle consegnate a Teheran, fino a dichiarare che “il Libano non faceva parte degli accordi per la tregua”.
Lo stesso Trump, nel profluvio di post su Truth, ne inseriva uno in cui afferma “Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per la persecuzione e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nelle aree circostanti fino a quando il VERO ACCORDO raggiunto non sarà pienamente rispettato”.
Come se ogni parte avesse in mano un testo differente e solo quello Usa fosse quello «vero».
Un falso da giocatori di tre carte, da truffatori di vecchiette. Un falso che mette indirettamente in dubbio la serietà del mediatore – un Paese musulmano sunnita, con 254 milioni di abitanti, per di più dotato di testate nucleari e tecnologia missilistica adeguata – e la credibilità dell’intera «trattativa».
A cominciare dalla credibilità personale del vicepresidente Usa, J.D. Vance, che sarà domani ad Islamabad per incontrare la controparte iraniana (si parla del presidente del Parlamento, Ghalibaf) sulla base dei «10 punti» proposti dall’Iran.
La risposta di Teheran alla gigantesca violazione del cessate il fuoco è stata pressoché immediata, ma ancora limitata: lo Stretto di Hormuz, aperto subito dopo l’annuncio dell’«accordo», è stato richiuso «per le navi di Paesi nemici» (praticamente Usa e Israele, gli europei possono contrattare un pedaggio).
Mettendo in fila questi passaggi essenziali abbiamo la risposta alla domanda iniziale: la guerra serve alla superpotenza imperialista e alla sua testa di ponte in Medio Oriente, Israele.
Lasciamo da parte le ipotesi su chi sia la vera guida di questa accoppiata – se il ricattato Trump o il genocida Netanyhau – perché il risultato finale non cambia: simul stabunt, simul cadent. È insomma l’imperialismo fin qui egemone ad aver necessità di andare avanti con le guerre pur di arrestare il proprio declino storico.
Se si guarda freddamente – nei limiti del possibile – lo scenario che abbiamo davanti, si nota che il cuore dell’imperialismo contemporaneo si è ristretto a questi soli due soggetti. Persino i servi europei, che si sbracciano pateticamente per non essere abbandonati, non sono più considerati parte integrante dell'“inner circle” imperialista.
La stessa Nato, pilastro centrale per 80 anni, è scaduta a ferrovecchio inutilizzabile secondo i variabili capricci dell’imperatore. Trump, ieri, subito dopo aver congedato il facente funzione di segretario dell’Alleanza, l’ologramma chiamato Mark Rutte, è tornato ad attaccarla: “Non c’era quando avevamo bisogno di lei e non ci sarà se avremo bisogno ancora. Ricordatevi della Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio mal gestito”.
È questo sistema malato e rinsecchito, ormai inviso a qualunque popolo, che preme sul pedale della guerra nell’illusione di poter sopravvivere.
Il resto del mondo – dallo stesso Iran ai «mercati internazionali», alle altra potenze storiche (Cina e Russia) o emergenti (India, Pakistan, Brasile, ecc.) – ha il bisogno esattamente opposto. Ma nessuno di questi altri soggetti può permettersi di subire l’aggressività imperialista senza opporre una resistenza intelligente, non soltanto militare ma soprattutto economica e diplomatica, che prepara un altro ordine mondiale «ordinato davvero».
Senza un dominatore in crisi senile che gioca con l’atomica perché ogni altra strumentazione militare, pur utilizzata a pioggia, è risultata risolutiva.
È una situazione terribile, che disegna un bivio dopo l’altro senza che ci sia una mappa ad indicare la direzione.
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