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11/04/2026

Quattro chiacchiere col dito sul grilletto

Partiamo con la buona notizia. I colloqui semi-diretti tra Stati Uniti e Iran stanno per iniziare ad Islamabad, capitale amministrativa del Pakistan. Le delegazioni dei due Paesi sono arrivate, guidate da esponenti di punta, per quanto molto diversi tra loro.

Per Teheran ci sono il ministro degli esteri Seyed Abbas Araghci e il presidente del Parlamento (nonché ex capo dei Guardiani della Rivoluzione) Mohammad Bagher Ghalibaf. Per Washington il vice-presidente J.D. Vance, noto per la sua contrarietà alla guerra ma fin qui incapace di pesare sulle decisioni del chief. Gli altri due – i soliti Witkoff e Kushner – sono considerati invece due truffatori che lavorano per Israele e non avrebbero mai potuto avere l’esclusiva della trattativa con l’Iran.

I colloqui si svolgeranno nell’hotel Serena, debitamente svuotato dei clienti e stipato di agenti della sicurezza delle tre parti in causa, con i padroni di casa ovviamente in soprannumero.

Il «dialogo» sarà comunque indiretto, con americani e iraniani in due sale diverse e i mediatori pakistani a fare la spola.

Esiste ancora un margine di incertezza sull’inizio effettivo perché l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che i colloqui inizieranno se l’altra parte accetterà le precondizioni poste dall’Iran per l’avvio dei negoziati. Ovvero lo stop ai bombardamenti sul Libano da parte di Israele e lo sblocco dei fondi depositati in banche occidentali e «sequestrati» in barba ad ogni convenzione internazionale (la rapina è del resto la vera natura del capitalismo occidentale...).

Qui c’è il primo vero ostacolo, visto che Israele prosegue i suoi attacchi proprio per far fallire qualsiasi trattativa.

Non è una nostra speculazione «dietrologica». Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, praticamente il foglio del Likud (il partito di Netanyahu), spiegava già ieri che un eventuale accordo di pace ridurrebbe le possibilità di normalizzazione e di alleanze tra Israele e i paesi arabi. Anzi, secondo alcune stime, gli Stati del Golfo potrebbero essere inclini ad avvicinarsi all’Iran e alla Turchia. Non tanto per un riavvicinamento politico, quanto per considerazioni di natura pratica e necessità di sicurezza (a nessuno, tranne Tel Aviv, conviene avere una guerra che blocca l’economia del Golfo).

Gli altri nodi sul tavolo sono tutti altrettanto ingarbugliati. La questione dello Stretto di Hormuz, se non altro, è indicativa della follia statunitense: ora Washington pretende lo «sblocco immediato» del traffico e l’abolizione di qualsiasi «pedaggio» da parte di Iran ed Oman (i due controllori della costa di Hormuz). Ma fino al 28 febbraio – data di inizio dell’attacco all’Iran – lo Stretto era perfettamente libero e senza costi. Senza l’aggressione sarebbe rimasto come sempre è stato.

Ora Teheran pretende di ricavare anche da lì un po’ di entrate (un dollaro al barile di petrolio, per gli altri tipi di carico si vedrà) a titolo di riparazioni di guerra, visti i gravi danni subiti ad infrastrutture e abitazioni civili.

Poi c’è la vexata quaestio dell’arricchimento dell’uranio, per uso civile secondo Teheran, a fini militari secondo Israele e Usa. Anche qui il problema è stato creato proprio da... Donald Trump, che l’8 maggio del 2018 ha disdettato l’intesa siglata tre anni prima da Obama, rispettando la quale l’Iran accettava il controllo dell’Aiea e dunque degli organismi internazionali.

Si potrebbe andare avanti a lungo con l’elenco dei problemi da risolvere, ma la questione fondamentale riguarda la completa assenza di fiducia tra le parti. E Teheran ha tutte le ragioni per non fidarsi, visto che per ben tre volte è stata attaccata mentre si stavano conducendo negoziati definiti anche dagli Usa «promettenti». Ci si siede insomma pronti a scattare, col dito sul grilletto... 

Non sappiamo ovviamente cosa potrebbe esser fatto per cambiare questo stallo che impedisce di fatto di arrivare a dei punti fermi su qualsiasi problema di merito. L’esempio principale è offerto proprio dalla questione del Libano, «compreso nell’accordo» mediato dal Pakistan sia secondo Islamabad che Teheran, e invece escluso per decisione unilaterale di Netanyahu, poi avallata dall’amministrazione Trump.

Un altro esempio è stato offerto dalla scorta di caccia pakistani intorno all’aereo che portava la delegazione iraniana a Islamabad. Tutti conoscono il «vizio» israeliano di bombardare gli interlocutori che siedono al tavolo delle trattative... 

A bocce ferme, un accordo sembra quindi molto difficile. Sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno bisogno di metter fine alla guerra, ma per ragioni completamente diverse e con urgenze profondamente differenti.

Per quanto doloroso sia subire attacchi che prendono di mira soprattutto infrastrutture civili, ospedali, vigili del fuoco, università, ecc., Teheran si è preparata da decenni a questa situazione. La sua inattesa resistenza, nettamente al di sopra dei calcoli fatti dagli aggressori, lo dimostra. Ovvio che voglia riprendere al più presto la vita normale di un paese che è molto più avanzato di quanto descritto dai media occidentali, ma ha anche più volte affermato esplicitamente che vuole un accordo risolutivo, di lunga durata, non un semplice cessate il fuoco temporaneo che lo separa da una nuova aggressione.

L’amministrazione Trump, al contrario, ha fretta di chiudere una guerra che gli sta costando già ora una serie di sconfitte elettorali clamorose e che anticipa il risultato delle elezioni di midterm, a inizio novembre, che potrebbe togliergli la maggioranza in entrambe le Camere, bloccandone molte iniziative o aprendo addirittura la strada per un impeachment.

La pressione generale – dei «mercati», degli «alleati», dei fondamentali economici e dell’inflazione (+1 % nel solo mese di marzo, in seguito alla guerra) – lo spinge a cercare sul piano diplomatico quella «vittoria» che non è riuscito ad ottenere sul piano militare. E qui si vede quanto pesi la batosta presa nel cercare di «rubare» l’uranio arricchito iraniano nel sito di Isfahan, malamente mascherato da «salvataggio dei piloti» di un F-15E abbattuto in tutt’altra regione.

A proposito: ne avete saputo più nulla? Una foto, un’intervista, una comparsata da qualche parte... Nulla. Scomparsi, come se non fossero mai esistiti... 

Il problema principale resta sempre Israele. Un paese diventato un killer seriale, un genocida per dna, senza altro orizzonte che lo sterminio perpetuo di qualsiasi vicino. Senza amici perché non ne vuole. Solo servi o morti. Un esempio, anche qui, serve a chiarire più di tanti discorsi.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver espulso la Spagna dal Centro di coordinamento civile-militare istituito nel Paese nell’ambito del «piano di pace» in 20 punti di Donald Trump, che ha costituito la base per il «cessate il fuoco» a Gaza. Un organismo inutile, ma che doveva simboleggiare una qualche compartecipazione della «comunità internazionale».

Una reazione rabbiosa alle moderate critiche che la Spagna sta muovendo alla guerra contro l’Iran, alle politiche israeliane a Gaza e nella Cisgiordania occupata, nonché alla sua sanguinosa campagna di bombardamenti e all’invasione del Libano.

«Israele non rimarrà in silenzio di fronte a chi ci attacca. La Spagna ha diffamato i nostri eroi, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), i soldati dell’esercito più morale del mondo», ha dichiarato Netanyahu. «Non sono disposto a tollerare questa ipocrisia e ostilità. Non intendo permettere a nessun Paese di intraprendere una guerra diplomatica contro di noi senza pagarne immediatamente il prezzo»

Vi pare possibile per il Mondo intero avere a che fare con gente simile?

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