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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/10/2018

Il dilemma della cittadinanza, tra Ungheria e Calabria

In Ungheria e Calabria sono successi fatti “tecnicamente” identici, ma che nel Governo italiano e in buona parte del Paese generano reazioni antitetiche. Rivelando cioè: la falsità di certe prese di posizione, una profonda meschinità e la miseria della politica.

In Ungheria il Governo di Orbàn (tanto caro alla Lega) sta attuando la stessa politica di penetrazione imperialistica dell’Austria: sta concedendo la cittadinanza a popolazioni d’origine ungherese e che risiedono in paesi che un tempo facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. In particolare, Orbàn sta distribuendo in maniera estremamente disinvolta passaporti ungheresi nella regione ucraina della Transcarpazia.

L’Ungheria vuole cioè approfittare della profonda e irreversibile crisi ucraina per dare sfogo alle mai sopite pulsioni imperialistiche che oggi sono particolarmente vigorose e puntano ad un espansione territoriale. La situazione è paradossale, in quanto l’Ungheria si scontra con la UE per aver chiuso le proprie frontiere ai migranti, ma poi regala documenti della UE a cittadini extracomunitari: la cosa potrebbe far sorridere se non si trattasse dell’ennesima riproposizione del concetto di “Stato etnico”, prodromo di tante sciagure.

A prescindere da ogni ovvia valutazione politica su questo preoccupante andazzo, si deve sottolineare un aspetto puramente tecnico: l’Ungheria sta forzando il Diritto concedendo la cittadinanza europea a degli extracomunitari (la Transcarpatia è in Ucraina, quindi fuori dalla Comunità Europea). Questa condotta di Orban non ha minimamente scandalizzato il Governo italiano o quelle forze politiche che con quell’individuo intrattengono ottimi rapporti.

Ciò che accade in Ungheria è “tecnicamente” identico a quanto fatto dal Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che dava i documenti a degli extracomunitari. Il Sindaco calabrese però da molti è trattato come un criminale. Senza voler entrare nel merito del caso calabrese o nel fatto se sia giusto o meno forzare il Diritto, è interessante fare un raffronto tra le due vicende.

Si è affermato un doppio standard dovuto al fatto che gli episodi sono “tecnicamente” identici, ma “politicamente” antitetici. Infatti quella di Orban è una politica razzista di penetrazione imperialistica, mentre quello di Riace (giusto o sbagliato che sia) è un gesto d’amore, inclusione e umanità.

Al Governo italiano questo doppio standard non fa esplodere alcuna contraddizione, perché quello che non può accettare di Riace non è l’aspetto tecnico (inerente la legalità), bensì quello politico. Dato che non hanno strumenti per colpire un gesto d’amore, sfruttano un tecnicismo che però si guardano bene dal far valere anche rispetto ai propri compari ungheresi. Infatti, dagli xenofobi italiani non si è udito levarsi alcun grido di protesta contro quell’Ungheria che fa entrare in Europa dei cittadini extracomunitari. Il motivo è semplicemente il razzismo, che se istituzionalizzato porta alla segregazione e alla creazione di stati “etnicamente puri”. Messa in questi termini, la questione si mostra in tutta la sua gravità.

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06/08/2018

Kiev-Budapest: un nazionalismo contro l’altro

Mikhail Denisenko, al secolo il patriarca Filaret, capo della Chiesta ortodossa autocefala ucraina, ha proclamato che il signore è venuto in soccorso dell’Ucraina concedendole una guerra. Lo ha dichiarato al canale ucraino Prjamij in un’intervista, peraltro sostanzialmente incentrata sui rapporti tra i patriarcati di Kiev e di Mosca. “Il nostro obiettivo” ha detto Filaret, “è la crescita del patriarcato di Kiev. E in questo ci aiuta il Signore. In che modo? Ha fatto sì che ci fosse una guerra. Le persone vedono chi sia a difendere lo stato ucraino: è il patriarcato di Kiev che li difende, mentre quello di Mosca difende l’aggressore. Prendete ad “esempio il Donbass” ha detto ancora, “la chiesa ucraina nel Donbass appartiene al patriarcato moscovita e sostiene in pieno i separatisti e la Russia”.

Insomma, tra un “Hitler mandato dalla provvidenza” e un onnipotente che comanda di attaccare i senzadio del Donbass, sembra proprio che Denisenko-Filaret non possa stare più di qualche settimana senza mettersi l’elmetto, a difesa di quello “stato ucraino” che, però, dà sempre più segni di agonia, non solo a est.

La situazione non è nuova e si è arricchita in questi giorni di un nuovo capitolo nei rapporti Kiev-Budapest. Dopo ripetute reciproche punzecchiature; dopo la questione della cittadinanza ungherese concessa a cittadini “ucraini”, nel solco della “politica antiucraina” che l’Ungheria, secondo Pravyj Sektor, conduce “su ordine di Putin”, ecco che ora il governo magiaro ha insediato un incaricato ad hoc per la Transcaparzia.

Già coordinatore dei rapporti ugro-ucraini e commissario del governo ungherese per la cooperazione tra la provincia di Szabolcs-Szatmar-Bereg e la Transcarpazia, la nuova figura è ora qualificata come “plenipotenziario per le questioni dello sviluppo della Transcarpazia e delle istituzioni prescolastiche del bacino dei Carpazi”.

Kiev ha immediatamente accusato i vicini occidentali di ingerenza negli affari interni ucraini e definisce “non amichevoli” i passi del governo magiaro, che a parere di Kiev riflettono un approccio di “confronto, invece che di collaborazione”, tipico di uno “stato aggressore” e “sulla scia delle posizioni filo-russe” di Victor Orban. Per parte sua, Budapest si oppone ai contatti UE con Kiev e ha posto il veto (gli scorsi febbraio e aprile, e ancora a metà luglio) alle sedute della commissione Ucraina-NATO, che dovrebbe tracciare la road map dell’ingresso del paese nell’Alleanza atlantica.

Il pretesto ufficiale, è la legge adottata dalla Rada lo scorso settembre, che limita sensibilmente i diritti delle lingue diverse dall’ucraino in tutte le scuole e istituti superiori: Budapest insiste perché nella Transcarpazia anche l’ungherese ottenga lo status di lingua ufficiale. Secondo il censimento del 2001, nella regione l’81% della popolazione sarebbe di lingua ucraina, solo il 2,9% russa e il 2,6% rumena, ma ben il 12,7% di lingua ungherese. Questo, a fronte dell’intero paese, in cui l’ucraino era dato quale lingua madre del 67,5% della popolazione; mentre, secondo un sondaggio Gallup, nel 2008 l’83% di persone usava la lingua russa.

In effetti, a Kiev avrebbero voluto che la legge riguardasse solo la lingua russa (usata da oltre il 90% degli abitanti delle aree meridionali e orientali, e anche di Karkhov e Kiev), ma, come osserva Aleksandr Zapolskis su iarex.ru, per darle una parvenza di “democraticità”, la Rada l’ha estesa a tutte le lingue delle minoranze nazionali presenti nel paese, comprese ungherese, moldavo, rumeno, polacco, bulgaro, slovacco, yiddish, gagauso, oltre ovviamente al russo, anche se almeno un quarto degli ucraini sembra far largo uso del cosiddetto “suržik”, un misto di russo-ucraino che non corrisponde appieno a nessuno dei due idiomi.

Ai tentativi di Budapest di risolvere “in via amichevole” la questione, Kiev ha opposto la “non ingerenza” nei propri affari interni; di contro, all’iniziale neutralità della NATO, ora anche Washington ha rinunciato a schierarsi per gli uni o gli altri, pur devolvendo ulteriori 250 milioni di dollari a Kiev per le necessità militari della junta.

Sul campo, si fanno però sempre più frequenti le azioni violente dei nazionalisti ucraini nella Transcarpazia: incendi alla Società di cultura ungherese a Užgorod; atti di vandalismo contro turisti ungheresi, scorribande nazionalistiche contro rom e chiunque abbia a che fare con l’Ungheria. Budapest ha dunque chiesto che venga resa permanente la presenza nella regione della missione OSCE, che in effetti monitora da anni la situazione, in particolare per le violenze contro i rom della Transcarpazia; ma il Ministro degli esteri ucraino Pavel Klimkin ha risposto che non c’è alcun bisogno di missioni: già così è chiara “la mano del FSB russo in queste provocazioni”!

Se non stupisce la reazione ucraina, il fatto però che la proposta ungherese sia stata tutt’altro che accantonata, non dovrebbe tranquillizzare Kiev: altre esperienze, nota Zapolskis, mostrano come l’introduzione di missioni di monitoraggio o forze di pace, costituisca l’anticamera a una divisione territoriale e, nel caso della Transcarpazia, sembra proprio che Budapest non faccia nemmeno tanto mistero delle proprie intenzioni, non solo linguistiche. Non a caso, il nuovo plenipotenziario ungherese ha tenuto la conferenza stampa di insediamento il 1 agosto non in Ungheria, ma a Beregovo, e ha ribadito la continuità degli aiuti di Budapest agli ungheresi transcarpatici.

Così, se a marzo l’Ucraina aveva deciso la riattivazione del distretto militare di Beregovo, vicinissimo alla frontiera con l’Ungheria (Užgorod, pur essendo capoluogo regionale, è prossima al confine slovacco) ora Kiev pianifica il dispiegamento in quel distretto di un battaglione della 128° brigata d’assalto di montagna e già il 2 agosto il Ministro della difesa golpista, Stepan Poltorak, è volato nella regione; dove, con il governatore Gennadij Moskal, ha deciso la realizzazione delle relative infrastrutture anche a Užgorod e Mukačevo, non da ora centro di scontri tra squadristi di Pravyj Sektor e padrini locali per il controllo del narcotraffico frontaliero e del contrabbando di materie prime.

Anche il capo della nuova OUN, l’organizzazione dei nazionalisti ucraini, Bogdan Cervak, che ricopre anche l’incarico di vice Presidente del Comitato di stato per radio e televisione, ha suggerito di considerare “la visita del plenipotenziario ungherese come inizio “dell’occupazione” e di arrestarlo immediatamente. Il governo ungherese”, ha dichiarato Cervak “ha superato la linea rossa. La nomina di un “plenipotenziario per le questioni della Transcarpazia” è una diretta ingerenza negli affari interni dell’Ucraina, un attentato alla sua integrità territoriale”. Non solo: è anche “il risultato della mancanza di spina dorsale delle autorità locali, che ascoltano più Budapest di Kiev” e, come risultato, abbiamo oggi “insolenza e disprezzo per il paese. Il Ministero degli esteri ha consegnato una nota di protesta. Ma, a quanto sembra, questo è poco. C’è bisogno di passi decisi che dimostrino che l’Ucraina deve essere rispettata”.

Quali sono questi passi? Introdurre “unità dell’esercito nella Transcarpazia e prepararsi a combattere; presentare a Budapest le richieste di risarcimento morale e materiale, per i crimini commessi nel 1939 dagli occupanti ungheresi nei Carpazi ucraini. Infine, qualcuno dovrà pur rispondere delle vittime del passo di Veretskii, allorché centinaia di ucraini furono uccisi perché volevano vivere nel proprio stato”. E, per quanto riguarda personalmente il plenipotenziario: “Portiamolo al passo Veretskij: che si penta e chieda perdono; dopo di che, lo si può cacciare fuori dai confini statali: ma facciamolo in modo tale che dimentichi una volta per tutte la strada per tornarci”.

Il riferimento di Cervak è alla fucilazione da parte dei nazionalisti ungheresi di circa cinquecento ucraini dell’organizzazione Seč (accampamento) dei Carpazi, una delle varie formazioni armate nazionaliste presenti all’epoca in Ucraina; in seguito all’occupazione nazista, parte dei suoi componenti passò direttamente nelle file della Wehrmacht, parte andò a infoltire i ranghi della filonazista OUN-UPA di Bandera e Shukhevic.

Tra nazionalismi, è difficile che, prima o poi, la parola non passi alle canne dei fucili.

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20/07/2015

Kiev: Pravyj sektor vuole le dimissioni dell' “agente del Cremlino” Poroshenko


Pravyj sektor ha interrotto ieri il picchettaggio del palazzo presidenziale a Kiev, iniziato una settimana fa in coincidenza con la sparatoria di Mukačevo, nella Transcarpazia, per il controllo del fiorente contrabbando di sigarette. Ma già oggi il raggruppamento neonazista ha in programma una dimostrazione per chiedere le dimissioni del presidente, del governo e lo scioglimento della Rada suprema. Sulla pagina facebook di Pravyj sektor, ripresa ieri dall'agenzia Novorossija, si dice che . Secondo quanto riportato da Lifenews.ru, per il 21 luglio l'organizzazione ha in programma un'altra dimostrazione a Majdan, all'insegna dello slogan “Abbasso il potere dei traditori” e contro .

Slogan che Pravyj sektor, osteggiato nella sua battaglia contro il Ministro degli interni Arsen Avakov da una trentina di altri battaglioni armati, ha in comune invece con quelli più dichiaratamente nazisti, come Azov, Ajdar, OUN, Tornado.

Ancora una volta, tornano alla mente le diaspore interne a quei regimi criminali di cui specialmente italiani, tedeschi o spagnoli hanno triste memoria, con un potere centrale conquistato grazie al “lavoro sporco” di bande delinquenziali composte di elementi marginali o gruppi sociali disorientati dalla crisi economica, attratti da slogan di rivincita e di ordine, contro una parte del Paese che la propaganda dipinge come “estranea e nemica”; un potere centrale nato sotto la supervisione, il foraggiamento e nell'interesse di gruppi sociali (nel caso attuale dell'Ucraina, anche e soprattutto di potenze straniere) ben determinati che, dopo essersi servito di quelle bande per la scalata al vertice e averne fatto la punta di lancia dell'aggressione terroristica a una parte del proprio territorio, stante la relativa incapacità dell'esercito regolare, composto di giovani coscritti irreggimentati contro la propria volontà, di avere la meglio su combattenti motivati e coscienti; un potere centrale che si trova infine oggi a fronteggiare quelle bande naziste che gli presentano il conto dei propri servigi e con le quali dovrà giungere, presto o tardi, a un chiarimento estremo. Un potere che non sembra per nulla così forte e saldo in sella come lo erano quei “modelli” di ottanta e novant'anni fa e che quindi potrebbe fare fatica ad avere la meglio su quelle bande, in un'ipotetica ripetizione della “notte dei lunghi coltelli”. Washington e Bruxelles se ne rendono conto e perciò sembrano ancora attendere l'evoluzione dello scontro, pur se, evidentemente, una sconfitta della parte “presentabile” e “democratica” non pare loro auspicabile. Queste bande, i vari Pravyj sektor, Azov, Ajdar, OUN, Tornado, mentre nei loro rapporti con Porošenko ricordano l'arroganza di quei manipoli di camicie nere che, agli ordini di alcuni ras locali distintisi nel '21 e '22 per brutalità e spavalderia, rimproveravano poi allo stesso Mussolini una troppo “accondiscendente” facciata governativa, sembrano assommare, scatenate nel Donbass, l'efferatezza sanguinaria delle truppe marocchine che, agli ordini di Franco (e assistite dai “volontari” italiani), facevano strage dei contadini e degli operai repubblicani, nella loro risalita dal sud della Spagna. Ma in ogni caso, non si può certo escludere che il destino di queste bande, non più tanto romanticamente esaltate dai nostri quotidiani di regime, finisca in una riedizione di quello delle camicie brune teutoniche che, divenute scomode alleate di Hitler, finirono la loro esistenza nella notte di sangue di Bad Wiessee.

E' così che il leader di Pravyj sektor, Dmitrij Jaroš, parla di da parte di Porošenko e proclama che <è già il momento di parlare delle dimissioni del presidente>, dato che e chiama i suoi legionari a per la faccenda di Mukačevo, pur avendo agito . Secondo Lifenews, Jaroš ha invitato gli ultimi suoi seguaci che ancora si nascondono nei boschi della Transcarpazia ad arrendersi e ad entrare nelle file delle forze armate ucraine; dunque, per lavare non col proprio sangue, bensì con quello di altri civili del Donbass, la colpa di non esser riusciti a sopraffare la banda di contrabbandieri concorrenti a Mukačevo.

Al momento, la risposta di Kiev è l'invio di forze supplementari, supportate da mezzi blindati ed elicotteri, nella zona degli scontri (dove nei giorni scorsi, tra l'altro, sono stati fermati dieci cittadini siriani e due irakeni) tra truppe regolari e legionari di Pravyj sektor, che nel frattempo si sono spostati molto più a nord di Užgorod, tra Zabrid e Velikij Bereznij. Questo, anche se Rossijskaja gazeta scriveva ieri che, nonostante tutto, Porošenko non si è ancora deciso a iniziare una guerra vera e propria contro quello che appare il più “recalcitrante” tra i battaglioni ultradestri, mentre ha già adottato misure di ricambio nel complesso di tredici amministrazioni distrettuali della Transcarpazia.

E da parte di Pravyj sektor si continuano a organizzare, in risposta, posti di blocco agli accessi di alcune città, specialmente della parte nordoccidentale del paese; tra queste, L'vov è certamente la più importante, ma anche Ternopol e Čop e, fatto significativo dei rapporti di forza complessivi, dal Ministero degli interni si comunica che nessuna misura verrà adottata contro tali azioni dei “pravosektoristi”. Del resto, secondo la nota dell'ufficio stampa del Consiglio di sicurezza ucraino, anche la decisione del Consiglio stesso sull'avvio di una Operazione antiterrorismo (con la stessa definizione, ma solo come terminologia, ovviamente, Kiev sta terrorizzando da oltre un anno il Donbass) in Transcarpazia, rimane per ora solo una decisione: . E' evidente, come scrive Vzgljad, che sia le pretese ultimative avanzate da Jaroš, sia le mezze misure per ora solo annunciate da Porošenko, preludono all'ennesimo mercanteggiamento di posizioni, che potrebbe comunque portare a un confronto armato, tanto più che Pravyj sektor si sta rafforzando, in soldi e armamento, sia con le ruberie a danno delle intere famiglie assassinate nel Donbass, sia con le scorribande del contrabbando in Transcarpazia, sia con le “sottoscrizioni” dello stesso Porošenko. Numericamente, sottolinea Vzgljad, Pravyj sektor non è una grossa organizzazione, ma è strutturata in modo organico in cellule di combattimento e se il presidente rimanderà troppo l'inevitabile resa dei conti, la lotta potrebbe essere molto problematica per Kiev.

Intanto, mentre alla Rada suprema viene presentato un progetto di legge (da perfezionare, si dice, con l'apporto di specialisti stranieri: ma guarda!) per l'organizzazione di un esercito di riserva sulla base della Guardia nazionale e dei battaglioni “volontari”, da destinare, evidentemente nel Donbass, alla “guerriglia e alla difesa territoriale in caso di aggressione”, DNR e LNR hanno annunciato ieri l'arretramento di 3 km delle armi di calibro inferiore ai 100 mm. Dal momento che quelle di calibro superiore sono state da tempo arretrate di alcune decine di km, secondo gli accordi di Minsk - violati invece da Kiev che, con l'offensiva del giugno scorso, le aveva riportate a ridosso della linea di contatto - l'attuale passo dei DNR e LNR rappresenta una dimostrazione , come ha dichiarato il leader della DNR Aleksandr Zakharčenko. E ciò, a dispetto dei bombardamenti governativi sulle città del Donbass che, ancora nella notte tra sabato e domenica, hanno colpito diversi quartieri di Donetsk, provocando la morte di un civile e il ferimento di altri tre.

Le uniche eccezioni all'arretramento delle armi di calibro inferiore ai 100 mm, come sottolineato da Zakharčenko e dallo speaker del parlamento di Lugansk, Vladislav Dejnego, sono costituite dalle zone nord di Donetsk e Debaltsevo per la DNR e del distretto di Sčastje per la LNR che, complessivamente, coprono meno del 15% dell'intera linea del fronte.

Sia come sia, vale la pena di riandare con la memoria al destino di quei regimi europei che tanta parte hanno oggi nella iconografia degli “uomini forti” d'Ucraina. Se uguale sorte toccò allora, sia pure in tempi diversi e per mano di boia o di giustizieri differenti, ai “leader” fascisti e nazisti e alle loro bande armate, è certo che oggi a nessun democratico, per la guerra in procinto di scoppiare ai vertici golpisti di Kiev, verrà in mente di ripetere i lamenti dei Nibelunghi .

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14/07/2015

Scontro di potere in Ucraina. Frankenstein-Pravyj sektor si "ribella"

C'è l'accordo. Un accordo di principio. Al terzo giorno dai fatti, mentre gli uomini di Pravyj sektor continuano il picchettaggio del palazzo presidenziale a Kiev, il premier ucraino Jatsenjuk è resuscitato a Washington e ha incontrato il vice Presidente USA Joe Biden: insieme, si sono dichiarati d'accordo sul ruolo satanico di Mosca anche nella sparatoria tra polizia locale e fascisti a Mukačevo.

La prima sarebbe corrotta, al soldo degli oligarchi e, dunque, per assioma, diretta emanazione del Cremlino; i secondi non avrebbero fatto altro che tentare di arrestare tale malefica influenza russa ai confini con l'Ungheria, ora che stanno mordendo il freno in attesa di riprendere le stragi di civili nel Donbass. L'accordo è stato raggiunto a Washington, dove Jatsenjuk si è di nuovo recato – c'era stato nemmeno un mese fa e a Kiev era scoppiata la polemica per le decine di migliaia di dollari da lui spesi nel solo servizio di PR – con la mano tesa; se non riceverà i dollari, quantomeno gli verrà data qualche raccomandazione sulla politica interna; che, quella estera, non è di competenza locale.

ha detto Biden. La stessa identica e precisa motivazione utilizzata dal leader di Pravyj sektor Dmitrij Jaroš (che ora rischia di essere privato dell'immunità parlamentare) per giustificare le fucilate dei suoi uomini, da sabato scorso e fino a ieri, a Mukačevo: . Mafia che, come nel resto dell'Ucraina, non è nata oggi, ma ha potuto prosperare già negli anni passati, allorché, come ha dichiarato al quotidiano Vzgljad il politologo Bogdan Bezpalko, si è creato quel tipo di capitalismo in cui , negli anni in cui Presidente era Viktor Janukovič e Ministro dell'economia Petro Porošenko.

Gli avvenimenti legati alla sparatoria di Pravyj sektor, continua Bezpalko, rimandano piuttosto alla disputa tra Porošenko e  Nalivajčenko per il controllo sull'esportazione di petrolio e gas: e dove, aggiungiamo noi, sta instaurando il proprio personale controllo il più fidato “amico americano”, l'ex presidente georgiano Mikhail Saakašvili, da poco nominato governatore della regione dal presidente Porošenko.
 

Che nei fatti di Mukačevo abbia avuto buona parte, accanto a motivazioni più attinenti le lotte di cordata politico-oligarchiche centrali, anche la lotta per il controllo – e non per il suo estirpamento – del contrabbando sembra ormai accettato dalla maggior parte degli osservatori. Tanto più che l'originale posizione geografica della zona, l'ha resa da sempre abbastanza slegata da Kiev e le “famiglie” locali non hanno accettato l'intrusione degli armati venuti da fuori, volessero questi ultimi spartirsi il bottino o frenare il contrabbando. Contrabbando che, per limitarsi al solo traffico delle sigarette, alcune fonti oggi valutavano in questi termini: un carico di “bionde” spedito dall'Ucraina all'Italia (toh!) dà 470mila euro puliti (considerate cioè anche le mazzette alle frontiere) e dall'Ucraina partirebbero da 3 a 5 carichi a settimana. Pravyj sektor vorrà anche lottare contro la corruzione, ma si deve pur attrezzare per pagare i suoi uomini e rifornirsi di armi, oltre quelle che Varsavia e Washington inviano tanto sollecitamente.

Comunque, che il contrabbando e la corruzione c'entrino solo parzialmente, lo dicono anche questi fatti: Mikhail Lanjo, il principale “accusato” da parte di Pravyj sektor per il contrabbando in Transcarpazia, fa parte della frazione parlamentare “Volontà del popolo”, capeggiata da Igor Eremeev, proprietario del gruppo industriale “Kontinuum”, in affari con la cerchia di Porošenko e in contrasto con l'altro oligarca Igor Kolomojskij. Alla Rada, il vice presidente della frazione “Blocco Porošenko”, Aleksej Gončarenko si è opposto alla costituzione di una commissione d'inchiesta sui fatti di Mukačevo, come richiesto da altre forze e, a differenza dei sostenitori di Jatsenjuk, accusa di tutto Pravyj sektor , dove invece, evidentemente, ci sono “invasori stranieri”. ha detto Gončarenko : non lo è affatto usare razzi e mortai contro i civili alla frontiera con la Russia!

Come che sia, le azioni e le dichiarazione di Pravyj sektor sono chiare: . Che Jatsenjuk sia dalla parte di Pravy sektor (e viceversa) si è visto una volta ancora ieri, allorché il premier ha dichiarato che le accuse della formazione neonazista all'indirizzo della polizia, di essere legata al contrabbando e alla corruzione, sono pienamente fondate.

E, al di là della contrapposizione armata tra cordate oligarco-politiche, balzata in primo piano coi fatti di Mukačevo, alcuni osservatori mettono in rilievo anche la non remota possibilità della nascita di una Repubblica popolare transcarpatica, con la partecipazione di Pravyj sektor. Secondo il colonnello-generale ucraino Vladimir Ruban, citato oggi da  Novorossija, Non a caso, già sabato scorso, all'inizio della sparatoria al confine con l'Ungheria, rappresentanti di Pravyj sektor avevano parlato di voler dar vita a una “Repubblica del popolo”: evidentemente a modo loro e secondo gli intendimenti del colonnello Ruban! L'ipotesi non è affatto giudicata peregrina, considerata sia la posizione geografica della regione – ai confini con Ungheria, Slovacchia e vicina a Romania e Polonia - sia la composizione etnica della popolazione, in cui una larga percentuale di russi convive con ucraini, slovacchi, polacchi e ungheresi. Quante decine di migliaia di giovani si sono sottratti alla coscrizione e, pur di non andare a combattere nel Donbass, sono espatriati in Ungheria! Resterebbe da vedere quali forze potrebbero avere la meglio e quale carattere potrebbe assumere tale “Repubblica del popolo”.

E se fuori dall'Ucraina si comincia a parlare di Pravyj sektor e dei battaglioni “volontari” - il cui “romanticismo” ci è stato inoculato anche dalla nostra stampa di regime - come di un Frankenstein creato a Washington e Bruxelles e che ora non si riesce a fermare, c'è da chiedersi se veramente si intenda fermare il mostro, che può risultare utile per perfezionare le lotte intestine all'entourage golpista. In fondo, la “infamia di fronte al mondo” che teme Gončarenko, non preoccupa così tanto a Ovest, dove l'Ucraina non è che un mezzo a proprio uso e consumo. Hanno voglia, oggi, i deputati della Rada, di prendersi a pugni e di gridare che, a causa . Cos'è oggi l'Ucraina di euromajdan?


Fonte

13/07/2015

Ucraina. Pravyj Sektor si ritaglia a fucilate la propria fetta di potere

Il muro alla frontiera, contro i migranti, l'Ungheria di Viktor Orban probabilmente lo farà. Ma, per il momento, la frontiera che Budapest è costretta a rafforzare è quella con l'Ucraina. Gli scontri iniziati sabato tra neonazisti di Pravyj sektor e forze di polizia, nella città di Mukačeve nella regione della Transcarpazia (duecento chilometri a sudovest di L'vov e ad appena qualche decina di chilometri dalla frontiera con l'Ungheria) hanno convinto le autorità magiare a prendere provvedimenti per mettere un freno all'ingresso di cittadini ucraini sul proprio territorio. Sembra che iniziative in tal senso vengano prese anche da parte slovacca, il cui confine sorge a pochissima distanza dall'ucraina Užgorod, a due passi da Mukačeve.

Le sparatorie di sabato e domenica tra Pravyj sektor e polizia e, in generale, la mobilitazione armata dell'organizzazione di ultradestra, che dà prova di sé contro i civili nel Donbass e che da tempo sta mordendo i talloni al governo di Kiev per la sua presunta “fiacchezza” contro la Novorossija, sono all'ordine del giorno della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza e di difesa, convocata per questa mattina da Petro Porošenko.

Già da ieri le autorità ucraine hanno rafforzato i controlli lungo la linea di passaggio tra la regione di L'vov e la Transcarpazia, per impedire ulteriori afflussi di uomini di Pravyj sektor verso la zona della sparatoria. Sparatoria che ha fatto per ora tre morti e 11 feriti e che avrebbe avuto inizio per il controllo delle zone d'influenza tra organizzazioni di contrabbandieri: sembra che l'esportazione illegale di sigarette, legno e alcune materie prime, oltre a narcotici, rappresenti l'attività prevalente della regione; attività che i ras locali non avrebbero intenzione di condividere con “estranei” (Pravyj sektor) giunti da altre regioni del Paese. Questa è anche la versione che circola nell'entourage presidenziale, che tende a sminuire l'aspetto antigovernativo dell'azione di Pravyj sektor (estesasi nel frattempo ad altre regioni) e sorvola ovviamente sul fatto che la diversità di narrazione è solo nominale, dati i contrasti tra cordate oligarchiche, per il controllo del territorio ucraino, che si palesano a livello “politico” centrale nelle diverse anime affaristiche e variamente euroatlantiche del fronte golpista.

ha dichiarato ieri il capo della frazione parlamentare “Blocco Petro Porošenko”, Jurij Lutsenko che ha anche accusato le autorità politiche e di polizia locali di intesa con i contrabbandieri e i narcotrafficanti, differenziandosi appena di una virgola in questo da quanto dichiarato dall'addetto stampa di Pravyj Sektor, Artëm Skoropadskij, che accusa il deputato Mikhail Lanjo – membro della commissione della Rada per la lotta alla corruzione (!), considerato da Politrada.com come uno dei principali magnati-contrabbandieri della zona, conosciuto nel giro criminale come “Bljuk” – proprietario dello sporting club in cui ha avuto inizio la sparatoria, di essere il maggior narcotrafficante della regione. , ha detto Lutsenko, amplificando con ciò un'autentica vena di patriottismo che, secondo lui, dà pieno diritto, invece, di usare cannoni, carri armati, razzi e aerei 1.600 chilometri più a est, sulla popolazione civile del proprio paese.

Gli ultradestri di Pravyj sektor, spalleggiati da combattenti del battaglione neonazista “Azov”,  hanno intanto dato il via ad azioni di protesta armata e picchettaggio anche di fronte alle sedi delle amministrazioni regionali di Dnepropetrovsk, Kharkov, Zaporože,  L'vov e Čerkassov. Il loro leader Dmitrij Jaroš, che siede alla Rada e, da qualche mese, è stato promosso Consigliere militare del Ministero della difesa, sabato aveva dichiarato che le proteste dureranno fino alle dimissioni del Ministro degli interni Arsen Avakov e dei vertici della polizia della Transcarpazia e aveva messo i suoi seguaci in “allerta al combattimento”. Anche a detta di “Azov”, la sparatoria di Mukačeve è stata causata dal tentativo “legittimo” di Pravyj sektor di contrapporsi alla lotta di gruppi malavitosi per il controllo del contrabbando lungo la frontiera con l'Ungheria, alla cui testa ci sarebbero deputati della Rada suprema. Naturalmente, “Azov” richiama all'unità delle forze patriottiche, che, invece di scontrarsi, dovrebbero unirsi nella guerra al nemico numero uno: , contro il Donbass. Pravyj sektor, dopo che Dmitrij Jaroš ha ordinato ai battaglioni di lasciare il Donbass e concentrare le forze sui territori occidentali dell'Ucraina, ha istituito anche posti di blocco all'uscita della capitale Kiev e picchetti intorno all'edificio dell'Amministrazione presidenziale. Difficile, in tale situazione, limitarsi a parlare solo di scontri tra bande del racket di sigarette, a meno di non pensare alla Rada suprema come a una tabaccaia e dividere il “Gran Consiglio” ucraino tra fumatori e salutisti.


Del resto, da molto tempo non sono più una novità le sortite di Pravyj sektor lontano dal fronte del Donbass e attorno ai palazzi governativi di Kiev o delle varie amministrazioni regionali. Ultimissime, in ordine cronologico, le dimostrazioni di inizio luglio, allorché alcune migliaia di manifestanti di Pravyj sektor, rinfoltiti da uomini dei battaglioni neonazisti “Azov” e “Ajdar”, erano tornati in piazza a Kiev, chiedendo la . In quell'occasione i partecipanti si erano limitati a scandire slogan per l'immediata rottura del cessate il fuoco, chiedendo che il governo denunci agli accordi di pace di Minsk e passi all'attacco contro “gli invasori russi”.

Sabato scorso, in relazione agli avvenimenti di Mukačeve, il Blocco di opposizione, l'unica frazione parlamentare a opporsi al governo Jatsenjuk, ha chiesto lo scioglimento della “coalizione di guerra” alla Rada – l'unione cioè di tutti i gruppi parlamentari che, dalle elezioni dell'ottobre 2014, sostengono il sempre più malfermo governo Jatsenjuk – e l'indizione di nuove elezioni. L'opposizione dichiara che .

Ma ancora ieri Pravyj sektor, mentre rifiutava di deporre le armi e proseguiva nelle scaramucce a Mukačeve, annunciava di voler arrivare all'instaurazione della “sovranità del popolo” e, in caso di necessità, indirizzerà nella zona altri battaglioni di riserva, oltre ai due già presenti, contando sul fatto di poter disporre, in tutta l'Ucraina, di 18 o 19 battaglioni di riserva e di non aver problemi, se la situazione lo richiederà, a ritirarne altri dalla linea del fronte. Cosa che, già stamani, alcune agenzie (vedi, ad esempio, il sito di Komsomolskaja Pravda) davano per effettuata, con l'ordine impartito da Jaroš alle formazioni armate di Pravyj sektor di ritirarsi dal Donbass e confluire nelle zone occidentali dell'Ucraina. Un più che chiaro avvertimento ai palazzi presidenziale e governativi!

Secondo il politologo ucraino Sergej Slobodčuk, intervistato da RT, lo Stato ucraino ha perso uno dei caratteri chiave della statualità, il . Slobodčuk è convinto che, presto o tardi, questa situazione si muterà in un aperto conflitto: . In sostanza, scrive Lifenews, Kiev si trova ora di fronte all'alternativa: o dichiarare “veri patrioti” dei semplici banditi, oppure spartirsi con loro bottino e potere.

L'alto funzionario del Ministero degli esteri ucraino, Dmitrij Kuleba, teme che gli ultimi avvenimenti legati alle sortite di Pravyj sektor, mettano seriamente in discussione la continuazione dei colloqui per l'abolizione del regime dei visti tra Kiev e i Paesi dell'area Schengen che, secondo le assicurazioni di Porošenko, dovrebbe entrare in vigore già dal 2016. Per certi versi, il presidente potrebbe veramente muovere a compassione: ogni volta che si è detto convinto di un passo europeo nei confronti dell'Ucraina, è stato puntualmente e prontamente smentito dalle circostanze; è evidente che i suoi consiglieri d'oltreoceano devono ancora mettere a punto alcuni dettagli della sua “preparazione” politica. Quindi, nessuna meraviglia che ieri, in relazione ai fatti di Mukačeve, addirittura uno dei più diretti “istruttori” della leadership ucraina, il repubblicano John McCain, in un'intervista alla RBC abbia dichiarato che . Alla domanda dell'intervistatore, cosa avrebbero dovuto fare a Kiev, McCain ha risposto che avrebbero dovuto studiare meglio a scuola. Non per nulla, gli americani stanno investendo milioni di dollari nella preparazione “democratica” della nuova élite politica ucraina.

Intervistato da Komsomolskaja Pravda, il capo del Parlamento della Novorossija, Oleg Tsarev ha dichiarato che . Ma, in generale . E il Ministro degli interni Avakov, di cui Jaroš chiede ora le dimissioni, rappresenta .

Se in questa analisi non si menzionano i principali burattinai che dettano le linee della politica ucraina e impongono persino gli uomini che devono patrocinare gli interessi economici e geopolitici del polo di volta in volta più aggressivo, a Bruxelles come a Washington, non si può però non essere d'accordo su quanto ci sia da attendersi in Ucraina già nelle prossime settimane, tanto sul fronte del Donbass, come su quello dei palazzi governativi. In ambedue i casi, la parola è alle armi.

Pravyj sektor, mentre agisce – per proprio conto o in conto terzi: a favore di una o l'altra cordata oligarchica e orientato da chi impone le coordinate di tiro – in qualità di “paladino della legalità contro la corruzione” dei contrabbandieri di Mukačeve, richiama alla mente quei fascisti nostrani che, forse memori delle rivendicazioni sociali del “diciannovismo”, negli anni '20 prendevano a volte le parti dei braccianti licenziati e tentavano di imporne la riassunzione ai latifondisti, salvo venir immediatamente sbugiardati dai gerarchi governativi. I vertici in camicia nera, sia con l'effige del fascio, che con la croce celtica, sanno sempre contro chi debba essere davvero puntata la canna del fucile.

Sembra dunque che il potere di Petro Porošenko, se i padrini di oltrefrontiera smetteranno di puntare su di lui, possa veramente essere messo in pericolo da qualche stecca di sigarette.

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