Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Riders. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riders. Mostra tutti i post

22/09/2023

Milano - Assemblea dei rider contro i licenziamenti e lo sfruttamento

Oggi a Milano, alle ore 15 all’Anfiteatro Martesana, è stata convocata un’assemblea dei Riders per mobilitarsi contro i licenziamenti di Uber Eats e contro lo sfruttamento delle piattaforme di delivery.

Slang-USB denuncia in comunicato che
“Nonostante leggi e sentenze queste imprese continuano a sfruttare sistematicamente i riders obbligandoli a lavorare in condizioni di lavoro non sicure, con falsi contratti di lavoro autonomo e paghe a cottimo da miseria. Di luglio il licenziamento di 8.000 riders di Uber Eats che ora si trovano senza lavoro, senza disoccupazione e con il rischio di perdere il permesso di soggiorno. Completa il quadro il motivo della chiusura dell’azienda, dichiarato apertamente dal rappresentante di Uber in audizione in Regione Lombardia, ossia i disattesi profitti, non alti come speravano. Ciò tradotto significa che non sono riusciti a sfruttare i lavoratori quanto avrebbero voluto. Questo è un pericoloso atteggiamento che potrebbe facilmente in futuro essere replicato da altre compagnie di delivery. Infatti vediamo già i primi segnali: a causa dell’enorme mole di rider che si è riversata sulle altre piattaforme dopo il massiccio licenziamento da parte di Uber, Glovo ha ridotto ulteriormente la paga portando la tariffa base di un ordine a 1,12 Euro”.
Fonte

21/07/2023

I rider dicono no alle briciole di Uber

Tired of being taken for a ride! No to disrespectful and miserable agreements Riders are subordinate workers!

La proposta che mercoledì 19 Uber Eats ha reso pubblica stanziando 1 milione da dividere tra soli 2200 rider (mediamente 450 euro a lavoratore), ovvero quelli che hanno lavorato negli ultimi sei mesi è lesiva della dignità dei rider, che hanno lavorato per anni per questa azienda, pure durante la pandemia e lascia indietro moltissimi di loro che hanno visto il proprio account bloccato da Uber per i più svariati motivi.

Anche il metodo di suddivisione di queste briciole suona come una presa in giro, dipendendo dalla quantità di ordini effettuati appunto in questi ultimi sei mesi, in cui però il lavoro è andato via via scarseggiando sempre di più, per cui di nuovo non è certo la pigrizia dei rider ad aver loro fatto completare poche consegne.

Per questo insieme affermiamo che siamo stufi di essere presi in giro e ci opponiamo a questi accordi miserabili che ancora mostrano tutto il disprezzo che Uber ha avuto per le migliaia di rider che per lei hanno lavorato. I rider sono lavoratori subordinati e come tali hanno diritto di poter rientrare nell’applicazione della legge 223/1991 (procedura di licenziamento collettivo).

Riteniamo che sia fondamentale l’azione delle istituzioni, da quelle locali fino a quelle nazionali, nel farsi garanti del rispetto delle normative e dei cittadini che sul loro territorio vivono e lavorano di fronte a una multinazionale che ha depredato il territorio, non pagando decine di milioni di tasse, e sfruttato oltre il limite della legalità i suoi abitanti.

Sono queste le posizioni che porteremo all’audizione con la IV Commissione della Regione Lombardia “Attività produttive, istruzione, formazione e occupazione” giovedì 26 luglio.

Il comportamento di Uber non può diventare un precedente. Continuiamo sulla strada delle impugnazioni di licenziamento, decine dopo decine.

USB Slang

Fonte

17/01/2022

Nuro, emissioni zero e a caccia del lavoro dei rider



Giusto sei mesi fa segnalavamo qui come le evoluzioni delle driveless car andassero a caccia del lavoro della gig economy – autisti, rider soprattutto – incorporandolo nelle loro innovazioni in modo da rivoluzionare il lavoro nella logistica e nel delivery. Naturalmente stiamo parlando di progetti, per quanto alcuni molto avanzati, che devono ancora dare prova di diventare una produzione di massa.

Ma, allo stesso tempo, il numero e la qualità di questi progetti che premono sulla scena dell’innovazione tecnologica, e quindi del mercato del lavoro, impongono un’attenzione che va ben oltre i racconti sul futuribile. Nuro, che produce prototipi che si vogliono destinati a superare, o comunque a contenere, il ruolo dei rider nel delivery alimentare, giusto pochi giorni fa ha lanciato la terza generazione di prodotti

Si tratta di un modello che contiene una quantità maggiore di merce, diversi aggiornamenti nelle prestazioni e ha una sorta di airbag esterno in grado di scattare in caso di criticità emerse con altri veicoli. Stiamo infatti parlando di una azienda, la Nuro, considerata la più apprezzata dai regolatori pubblici in questo settore.

La terza generazione di prodotti Nuro ha due caratteristiche: il partenariato con la cinese OEM, azienda strategica per l’assemblaggio globale dei prodotti hardware, e un finanziamento di tipo D quello, nella classificazione dei fondi alle startup, utile a espandere sul mercato un prodotto che si ritiene maturo. Ce la farà Nuro a sfondare su larga scala? I tempi e i modi del successo, o del fallimento, di un prodotto come questo aprono lo uno spazio di analisi di grande interesse, legato alla morfologia reale della rivoluzione 4.0.

Siamo comunque di fronte a un modello a emissioni zero e a caccia del lavoro dei rider: diverse modalità del capitalismo delle piattaforme entrano in conflitto tra loro contendendosi il lavoro. In questo caso c’è un aspetto antropologico aggiuntivo: il capitalismo del lavoro dei non umani, in linea genealogica non la Maschinerie di Marx, contende velocemente lo spazio a quello degli umani, ricavato recentemente dalle ristrutturazioni complessive dei primi momenti della rivoluzione 4.0. Un tema, in più, non eludibile.

Fonte

28/02/2021

Servi all’ultimo stadio

di Daniele Sepe

In definitiva nella ristorazione sta succedendo quello che è successo nel campo della musica.

Non c’è differenza con la distribuzione digitale.

Io faccio l’album, ma chi guadagna un plusvalore da padroni del vapore dell’800 è Spotify. Tu fai la pizza, ma chi ci guadagna è Uber.

Che non fa ‘nu cazz. Il padrone col cilindro.

Hanno iniziato con noi perché siamo i più inutili, e poi al resto.

Se si pensa ai valigioni in cui viaggiano i panini di Just Eat si prende l’epatite, mica il Covid. Era più sicuro mangiare seduti al vostro ristorante, caso mai all’aperto.

Ma voi siete una pizzeria, mica una multinazionale. Avita murì, oppure state al gioco.

Sulla grande emergenza si misura anche la bussola politica dei vostri eletti, Conte o Draghi non cambia, sembra che i famosi vaccini non arrivano.

Pfizer e co. hanno preferito dirottare su Israele e Usa che pagano di più. L’Europa è la puttana più economica.

Detto per inciso il vaccino Pfizer costa 18€, lo Sputnik 2€, infatti a San Marino si so’ presi lo Sputnik.

Prenderei i compagni europeisti a calci nelle gengive, tutti borghesi ben pasciuti, com’è ovvio.

E state tranquilli, il Covid mica è l’unico, tra qualche anno potrebbe arrivare un virus che vi fa cadere il pesce nel bidè e le zizze nel lavandino mentre vi lavate.

Sempre che non siano i postumi del vaccino odierno...

Nel frattempo la gioventù antagonista, in gran parte, da quanto mi risulta scopa con la mascherina e esorta la popolazione a seguire le istruzioni dello sceriffo di Nottingham.

Anche insospettabili incendiari.

Abbè, io c’ho un età, me ne sono visto bene, ma voi che avete trent’anni avete un futuro di merda ad attendervi.

E non date la colpa a me.

Fonte

25/02/2021

Ingiunzione ai big del delivery. I rider devono essere regolarizzati

Alle maggiori società di delivery come Just Eat, Glovo Foodinho, Uber Eats e Deliveroo verranno recapitati i verbali con le sanzioni disposti dalla Procura della Repubblica di Milano che imporranno di trasformare i contratti dei rider da lavoratori autonomi a parasubordinati, cioè co.co.co, con contratto di lavoro coordinato e continuativo.

Ciò significa che almeno 60.000 rider dovranno essere assunti. Non più pagati a cottimo, – che tra l’altro e fino ad ora è vietato dalla legge – ma con un contratto fisso, con tanto di obbligo di visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature adeguate.

Tra gli indagati ci sono i vertici delle società, tra amministratori delegati, presidenti dei consigli di amministrazione e delegati per la sicurezza e in tema di contratto di lavoro. Le multe sono state comminate per violazione della legge 81, che nei suoi vari articoli prevede obblighi di prevenzione dei rischi, obbligo di visite mediche e protezione individuale e di formazione specifica per le attività: le presunte violazioni hanno portato poi “alla contestazione di una serie di reati contravvenzionali per il totale di 733 milioni“, che possono essere estinti pagando fino ad un quarto della pena massima. Le aziende hanno novanta giorni per adeguarsi, e non incappare in un decreto ingiuntivo.

L’ indagine era partita dalla Procura di Milano e si è via via estesa al resto del paese dove ogni giorno vediamo per le strade migliaia di fattorini.

L’agenzia Agi riferisce che nelle disposizioni dei magistrati viene condannato anche il “meccanismo del ranking“: “Perché non è affatto vero che hanno libertà di decidere quando andare a lavorare, perché chi non può farlo, anche solo per un giorno magari per motivi di salute, viene penalizzato dall’algoritmo” sostengono i magistrati.

“I rider sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica” – ha affermato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco – “In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone, sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne“.

Ma il magistrato ha anche precisato che “Ci troviamo davanti ad un’organizzazione aziendale che funziona attraverso l’intelligenza artificiale. Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli. E questo è un problema che ha dei risvolti giuridici". I nuovi tipi di lavoro pongono poi “problemi di competenza territoriale e giurisdizione“.

Su Uber Eats, è stata aperta a Milano anche una indagine di tipo fiscale. Il fascicolo ha l’obiettivo di “verificare se ci sia una stabile organizzazione occulta” che nasconde al Fisco italiano gli introiti delle grandi società di delivery.

I magistrati proveranno a verificare “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini“. Il capo dell’ufficio inquirente milanese ha spiegato che “i pagamenti” da parte dei clienti “sono effettuati online e non sappiamo dove vengono recepiti“.

Nei mesi scorsi sempre da Milano era partito il commissariamento per caporalato verso Uber Italy, la filiale italiana della multinazionale del delivery. Il tribunale aveva disposto l’amministrazione straordinaria, dopo aver scoperto delle ditte di intermediazione che pagavano i fattorini meno di 3 euro a consegna con la compiacenza di una dirigente di Uber. Il processo con rito abbreviato per la parte penale è ancora in corso.

Fonte

19/01/2021

Da commercialista a rider felice... ma non è una balla

Fare giornalismo non è difficilissimo, però richiede un po’ di onestà intellettuale. Il che già spiega perché la categoria – sebbene molto supponente – sia così mal considerata “tra la gente”. Fino a rischiare, in alcuni casi, l’aggressione fisica.

Facendo questo mestiere, conosciamo anche la differenza tra “dare una notizia” e “fare ideologia”. Se vogliano dire la nostra, la diciamo; se vogliamo esemplificare il nostro pensiero tramite fatti concreti, “diamo la notizia”, che dovrebbe parlar da sola o anche con minimo di “spiegazione”.

Ovvio che la notizia, per poter servire da esempio, deve esser vera. Ossia le parole devono corrispondere a un fatto reale. Altrimenti non solo si fa una pessima ideologia, ma si ottiene il risultato opposto a quello voluto.

L’incidente capitato al La Stampa, ex glorioso giornale di casa Fiat (oggi Stellantis, col Paris St. Germain nel cuore al posto della Juve, che infatti...), è un classico del wishful thinking neoliberista. Ossia un esempio di come l’ideologia possieda la mente fino a far prendere lucciole per lanterne. O, più banalmente, a dire una cazzata.

Il titolo del 15 gennaio era davvero “acchiappesco” (un grazie eterno a Gigi Proietti): «Da commercialista a rider felice». Conoscendo la vita dei rider, e avendone scritto spesso, già sentirne uno dirsi “felice” sa di farsa. Che poi un commercialista – mestiere come minimo più sedentario – possa riconvertirsi “felicemente” in porta-pizze in bicicletta, diciamolo, suonava un po’ incredibile.

Però la crisi è vera e grossa, anche i commercialisti ci vanno di mezzo: molte piccole imprese chiudono, è possibile che pure qualche commercialista resti senza clienti.

Ma il quotidiano torinese ora diretto dall’onnipresente Massimo Giannini decide di esagerare. La storia restituisce addirittura un nome e un cognome, tale Emiliano Zappalà, costretto a chiudere il suo studio a causa dell’emergenza sanitaria Covid19, per prendere – letteralmente – la strada del rider. E anche felicemente. Guadagna tanto (non ne abbiamo conosciuto uno...), si tiene in forma pedalando (parecchi li abbiamo visti finire in ospedale o peggio), non avverte nemmeno lo smog della grande città.

Citiamo: «All’inizio dello scorso anno ho chiuso lo studio che avevo avviato da poco, oggi guadagno in media più di duemila euro netti al mese e sto pure mettendo da parte i soldi per aprire un mutuo e comprare casa con la mia compagna. Insomma non mi posso lamentare».

Troppo bello per essere vero. E qualcuno decide di verificare...

La fonte iniziale sarebbe un altro articolo, questa volta de Il Messaggero, scomparso però prematuramente dall’archivio. Purtroppo per La Stampa, era stato però “salvato” da Dagospia.

I problemi, per rintracciare Zappalà, non mancano. Non risulta iscritto all’albo dei commercialisti, non è specificata la città in cui vive e lavora. Ma, come ricostruisce Open (testata online fondata da Enrico Mentana), esiste davvero. Peccato che lui stesso racconti la sua storia in modo un po’ diverso:
Ci sono inesattezze, il rider sono io emanuele zappala età 37 anni, ho studiato ragioneria, sono stato tirocinante in uno studio commercialistico addetto alle buste paga. Ho anche altre esperienze lavorative, non sono passato direttamente dal commercialista al rider, sicuro al telefono ci siamo capiti male. Detto questo come detto mille volte, ho guadagni per dimostrare il tutto, e sono a disposizione di chiunque voglia fare una giornata di lavoro con me, al signor danzi (Osvaldo, l’editore di SenzaFiltro, autore del post qui sotto, ndr) L'ho proposto mille volte, e ne approfitto per riproporlo. Saluti

Insomma, Zappalà conferma di essere un rider che guadagna discretamente facendosi un mazzo rilevante (anche 110 km al giorno, senza contare l’andata e il ritorno a casa sua), ma non di “aver chiuso lo studio da commercialista”.

La differenza è decisiva, perché in questo modo salta completamente l’operazione ideologica messa su da La Stampa (grosso modo: “a fare il rider si guadagna così tanto che conviene lasciare il posto da commercialista”). Un modo per “dimostrare” – a là Ichino – che la precarietà è bella, conviene, fa persino bene alla salute...

Al punto che anche il buon Osvaldo Danzi aveva avuto il sacrosanto sospetto: “ha il sapore amaro di un favore offerto a chi deve rifarsi il trucco dopo la recente condanna del Tribunale di Bologna per l’utilizzo improprio dell’algoritmo con cui si gestiscono i riders, dopo la delegittimazione del CCNL da parte di tutte le sigle sindacali e dopo la notizia della morte di un rider di qualche giorno fa.”

E, visto che ci siamo, vale la pensa di segnalare lo scambio di post tra Danzi e Zappalà, in cui si accusa quest’ultimo di fare il “difensore d’ufficio” di Deliveroo ogni volta che ci sono problemi...


Certo, in questo, La Stampa poteva vantare una “potenza di fuoco” e una credibilità maggiore.

Fino a ieri...

Fonte

15/12/2020

Il teatro? Pizza, panini e birra...

Sabato sera. Va in onda l’indigeribile insalata teatrale allestita dalla Rai 3 filogovernativa, i cui programmi culturali sono, evidentemente, coordinati dalla cabina di regia insediata al Mibact.

La mission della quale – con il Ministro Franceschini in testa – sembrerebbe, ormai da tempo, essere quella di azzerare non solo il pur considerevole patrimonio teatrale e culturale di questo paese, ma di annichilirne la coscienza e il pensiero critico. Trasformando il paese stesso in un immenso discount per merce artisticamente avariata.

“Ricomincio da Raitre”, questo il titolo del programma diretto dal borioso Stefano Massini che, tra retorica e cliché, pretenderebbe di restituire dignità al Teatro, mettendo insieme Valentina Ludovini e Glauco Mauri, Alessio Boni e Luca e Paolo, fino a Marco Paolini.

Tutto e il suo contrario, dove l’unico collante è la fama – giustamente o no – conquistata dal nome dei protagonisti nel corso della carriera.

Purtuttavia, dopo questo scempio, domenica mattina mi è toccato leggere Repubblica Napoli. E per la precisione, l’articolo del collega Alessandro Toppi.

Un articolo in cui – con sprezzo di ogni pudore e di ogni senso del ridicolo, che attenga non voglio dire alla cultura e al teatro quale forma di espressione artistica, ma al lavoro in quanto tale e quale pilastro costituzionale, piaccia o no, di questa Repubblica, che sul lavoro sarebbe fondata – ci viene raccontato, altresì con incomprensibile entusiasmo fanciullesco, di un nuovo format teatrale.

Format grazie al quale lo spettacolo subirebbe una vera e propria mutazione genetica di carattere alimentare, prevedendosi una consegna a domicilio, con tanto di attrice/attore rider ad eseguirla.

Trasecolo, salto dalla sedia e il mio iniziale stupore trasfigura immediatamente in rabbia. Nei tanti anni – dico tra me – in cui mi sono occupato di cultura in senso ampio, ne ho sentite di tutti i colori. Ma il teatro a consegna, il teatro da asporto, con gli attori che si trasformano in rider, mi mancava.

Siamo dunque ben oltre – o sotto – l’allegoria del teatro gastronomico creata da Brecht. Qui l’arte scenica e la cultura investono davvero il concetto del cibo. Pizza panini e birra!

E quel che è peggio, con una coincidenza di ruoli lavorativi, come vedremo, che rischia di diventare un azzardo sui tempi lunghi.

Perché, se è vero che l’attrice/attore indossa i panni e interpreta un/una rider, è anche vero che si reca effettivamente a domicilio a recapitare lo spettacolo. Come fosse una cena, avvenendo le consegne dalle 19:00 alle 22:00.

Attenzione quindi, non si recita semplicemente un ruolo. Si crea, a nostro seppur modesto parere, una vera e propria interferenza e confusione tra figure. Che non è il romantico confondersi tra vita e arte. Ma una distorsiva sovrapposizione tra soggetti economici, precari e a bassa produttività di reddito.

Anomalo e rischioso, considerando il dogma della flessibilità che domina il mercato del lavoro. E soprattutto, considerato il totale caos normativo che affligge le arti della scena, in termini di profili professionali e disciplina giuridica dei contratti. Caos che perseguita anche l’universo dei riders.

In un simile mare, ci permettiamo quindi di suggerire, la deriva è un’ipotesi che non può non essere valutata.

A confronto, il Netflix della cultura risulta essere l’iniziativa di un sovrano illuminato. Col delivery theater, infatti, si giunge all’elemosina volontaristica.

Un dispositivo che potrebbe anche essere adottato in futuro, invariabilmente, da impresari e ministri del Mibact senza scrupoli.

E non mi si venga a raccontare, ammantando il tutto con una scrittura tra il patetico e il piagnucoloso, che si tratta di un atto di resistenza culturale e di resilienza teatrale. Questa è mistificazione!

Perché, in realtà, si sta mortificando la figura professionale dell’attore e banalizzando il lavoro del rider. Del quale si pretenderebbe di sostenere, a quanto è dato capire, anche una difesa drammaturgica pseudo-sindacale, nel corso della performance casalinga.

E come no! A domicilio e in una dimensione privata, non collettiva.

Ma soprattutto, nel segno della più spietata e umiliante spettacolarizzazione ludica della merce. Umana e lavorativa.

Una frattura e una torsione gravissime in tempi di crisi così violenta.

D’altro canto, come abbiamo imparato in questi anni, tutto è possibile nel fantastico mondo del Capitale a trazione neoliberista.

L’iniziativa dunque – il format per essere più chiari – a nostro parere è da ritenersi una vera e propria idiozia. Pericolosissima sul piano del lavoro, scandalosa su quello più specificamente teatrale, e quanto meno umiliante su quello sociale.

Si chiama “Consegne” – creato dalla compagnia bolognese Kepler-452 e ripreso a Napoli dal collettivo LunAzione – e prevede uno spettacolo in live streaming che un attore/attrice – come accennato – nei panni di rider teatrale, consegna a domicilio, dopo un iniziale collegamento sulla piattaforma Zoom.

Spettacolo incentrato prevalentemente sui problemi lavorativi dei rider, di cui si stanno vestendo, quasi proditoriamente oserei dire, i panni; e il cui costo – che il cliente pagherebbe alla “consegna” – dovrebbe aggirarsi intorno alle 15€.

Insomma, ribadiamo il concetto della metamorfosi ovidiana dello spettacolo in merce gastronomica. Pizza, Panini e Birra.

Ma quello che più ci preoccupa, a differenza dell’apologetico giornalista di Repubblica Napoli, è la paradossale e caotica sovrapposizione di competenze e “ruoli” lavorativi, che squadernano interrogativi non da poco. Se non lo si comprende è grave!

Un miscuglio mortificante di elemosina lussuosa e cortigianeria pauperistica, di mecenatismo prêt-à-porter e di adattamento a qualunque condizione pur di sopravvivere – con buona pace di decenni di lotte per i diritti dei lavoratori – i cui rischi sono imprevedibili. Tanto per il Teatro e gli attori, quanto per i riders.

I primi – lavoratori dello spettacolo – costituiscono infatti la categoria, in questo momento delicato, forse maggiormente colpita e sotto attacco concentrico, considerando un settore completamente deregolamentato, l’assenza del riconoscimento delle figure professionali, l’inadeguatezza dei sindacati, le paghe non rispettate, il nero, i fitti degli spazi, un CCNL da sempre disatteso, il Covid e i vari Netflix e Chili.

Piattaforme lussureggianti, il cui scopo parrebbe quello di cancellare culture territoriali, tradizioni, sperimentazioni, ricerche; per accedere ad un’omologazione dei linguaggi e, in definitiva, ad un teatro di “classe”, con taglio orizzontale dei lavoratori stessi.

I quali, da una formula come quella del delivery teather, altrettanto deregolamentata e priva di un qualunque quadro normativo chiaro, non si comprende cosa abbiano da guadagnare, se non tutto da perdere.

Mentre i riders, dal canto loro, il cui durissimo e usurante lavoro è mal pagato da sempre, correrebbero il pericolo, secondo noi, di una semplificazione in tema di diritti.

E intendiamoci, non perché sia il teatro ad occuparsene, dato che il suo compito sarebbe proprio quello di farsi doppio e riflesso della società, incidendo culturalmente e politicamente nella coscienza di un paese. Ma per le modalità.

Una requisitoria domestica, privata, seppur appassionata e in buona fede, anche espressa con leggerezza e ironia, sull’uscio di case o sui portoni di palazzi evidentemente benestanti – che uno spettacolo di questo tipo possono permetterselo, pur in tempi di tregenda – acquisterebbe il sapore di un inutile, scolorito e momentaneo svago borghese.

Che finirebbe per relegare in un angolo remoto del cervello qualunque seria riflessione sul cupo destino lavorativo dei riders e degli attori stessi. Una performance postmodernista di scarso valore artistico e sociale. Un evento mordi e fuggi!

Per non trascurare altrettanto serie questioni. I protocolli di sicurezza igienica – distanziamenti, mascherine, pulizia delle mani – chi li farebbe rispettare in un simile contesto? Non è altamente rischiosa una formula siffatta, in un’Italia che conta centinaia di morti al giorno?

Non siamo dei fanatici del rigore claustrale e securitario, tutt’altro. Ma da esseri razionali non possiamo fare a meno di chiederci se una simile iniziativa non potrebbe essere percepita, dalla collettività, come la superficiale smania di protagonismo da parte di una categoria che pensa a fare spettacolo purché sia, addirittura a domicilio, nonostante il dramma che attanaglia il Paese.

Finendo così per danneggiare proprio quel teatro e quegli attori cui si vorrebbe dare un po’ di respiro.

Chi garantirebbe, inoltre, la sicurezza del pagamento? Esiste un contratto? Non è dato saperlo...

Al tirar delle somme, dunque, un errore madornale in tutti i sensi. Teatrali, lavorativi, sindacali.

Per tacere del fatto che ci si potrebbe aspettare – considerando il neoliberismo imperante e il suo relativismo morale – che un imprenditore della ristorazione a domicilio, possa, un bel giorno, chiedere ai riders di recitare i Sonetti di Shakespeare o il Calapranzi di Pinter (più in tema) ad ogni consegna.

In definitiva, in questo modo non si fa altro che omaggiare e celebrare inconsapevolmente il dogma della flessibilità, che ha polverizzato ogni diritto del lavoratore, dipendente ed autonomo.

Gli attori sono stati le prime vittime di questa macelleria sociale. Ma invece di lottare seriamente, di esigere il rispetto della propria dignità professionale, finiscono troppo spesso con l’ inchinarsi al sistema che li vuole, oramai, lavoranti a cottimo, sottopagati, e genuflessi alla volontà di una governance che, in pratica, chiede loro di auto-precarizzarsi e di procacciarsi una scrittura porta a porta. Mortificante è un eufemismo.

Saranno loro, difatti, a pagare sulla propria già ulcerata pelle, i disastri e i prezzi più alti di questa sciagurata e criminale gestione della pandemia.

Ma nel contemporaneo inattuale dell’eterno presente, si inneggia al Teatro da asporto. D’altronde, si viaggia con il motorino in stile Liberty, come scrive il giornalista di Repubblica. Una figata fashion, in fin dei conti. Con tanti saluti alla fatica reale di riders e attori.

È l‘ennesima balza di un girone infernale chiamato cultura. Un abisso di mediocrità, di estemporaneità e di improvvisazione, condita con una buona dose di ingenuità e, non di rado, di malafede giornalistica.

Un abisso di cui si fatica a vedere il fondo!

Fonte

21/06/2020

Milano - I riders si sono presi la città. Ora nessuno ignori le loro richieste


Ieri a Milano i riders si sono presi la città attraversandola compatti in una strike mass selvaggia, tutti insieme, fianco a fianco, per pretendere diritti per tutti i lavoratori e poter entrare ed uscire dalla città con le biciclette, nel nome di una ciclo mobilità sostenibile e del nostro diritto di circolazione.

Trenord ha detto che entro sabato avrebbe aggiunto vagoni per le biciclette e risolto la questione del trasporto delle biciclette sui treni. Dal 3 giugno la compagnia del trasporto pubblico locale ha vietato infatti il trasporto delle biciclette a pendolari, ciclisti e lavoratori (rider compresi) scelta più che assurda che ha creato non poche tensioni e una campagna di screditamento di tutto il mondo rider: durante il lockdown le aziende ci chiamavano “eroi” ed ora siamo già stati dimenticati.

A causa di questo provvedimento scellerato l’altra notte, uno dei rider del nostro network, sceso in piazza con noi mercoledì e giovedì scorso, è stato posto in stato di fermo e come tutti sanno percosso durante la notte di sabato, perché reo di non voler passare la notte in stazione e di voler tornare a casa propria dopo uno sfiancante giorno di lavoro, senza abbandonare la propria bici incustodita per strada.

Fortunatamente Emma sta bene, si sta riprendendo e tornerà presto a manifestare con noi. Nel frattempo sentiremo un avvocato e decideremo il da farsi con lui. Una cosa è certa, quello che è successo ad Emma poteva capitare a chiunque altro di noi, e non deve succedere né essere permesso.

Trenord deve trovare una soluzione al più presto e già da venerdì questo, garantirci il trasporto bici con sicurezza.

Fonte

31/05/2020

Uber commissariata per lo sfruttamento dei Rider. Ma potrebbe essere l’ultima volta

Il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria, ossia il commissariamento, di Uber Italy srl, la filiale italiana del gruppo statunitense, con l’accusa di caporalato. In particolare i magistrati indicano lo sfruttamento dei rider addetti alle consegne di cibo per il servizio Uber Eats. Ma su Uber Italy è in corso anche un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza .

Nell’inchiesta, che ha portato ad una serie di perquisizioni, viene contestato il reato previsto dall’articolo 603bis del codice penale, ossia la “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” per la gestione dei fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio per il servizio Uber Eats. Fattorini che, stando a quanto ricostruito, formalmente non lavorano per Uber ma per altre due società di intermediazione del settore della logistica, tra cui la Flash Road City che risulta indagata nel procedimento.

“La mia paga era sempre di 3 euro a consegna indipendentemente dal giorno e dall’ora” ha denunciato e messo a verbale un rider che ha lavorato per il servizio Uber Eats. In un’altra denuncia sono riportate le minacce dei datori di lavoro: “Da noi non lavorerai, perché ho bloccato il tuo account”, dice il responsabile in una conversazione con un rider avanzando anche minacce: “Ho solo minacciato di venirti a rompere la testa e lo ribadisco (...) ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il c...”.

I giudici parlano anche di sottrazione legalizzata delle mance e punizioni economiche per i rider. Per i giudici di Milano, Uber, attraverso società di intermediazione di manodopera, avrebbe sfruttato migranti provenienti da contesti di guerra, “richiedenti asilo” e persone che dimoravano in “centri di accoglienza temporanei” e in “stato di bisogno”.

La multinazionale Uber, ovviamente, scarica ogni responsabilità sulle sue diramazioni locali e formalmente indipendenti.

È proprio il meccanismo delle piattaforme e della logistica a consentire questi giochetti, lo scaricabarile e la deresponsabilizzazione del centro direttivo della filiera. “Uber Eats ha messo la propria piattaforma a disposizione di utenti, ristoranti e corrieri negli ultimi 4 anni in Italia nel pieno rispetto di tutte le normative locali. Condanniamo ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia” si legge in una nota del gruppo multinazionale dopo il commissariamento di Uber Italy da parte del Tribunale di Milano.

La magistratura dunque ha messo il dito nel verminaio, così come avvenuto in casi analoghi nel mondo della logistica. E qui si pone il problema di fondo, anzi i problemi.

Uno di questi è già visibile. La totale deregolamentazione del mercato del lavoro, consente ai grandi gruppi di esternalizzare funzioni e responsabilità in filiere che vengono in gran parte gestite da società o cooperative che adottano il caporalato come norma e non come eccezione.

L’aver eliminato quelli che vengono liquidati come “lacci e lacciuoli” che impedirebbero la libertà di impresa, ha liberato la strada alla moderna schiavizzazione della forza lavoro, soprattutto nei settori in espansione come quello della circolazione delle merci (distribuzione, logistica etc.). In questo settore è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie per scoprire il verminaio di sfruttamento, illegalità, sistemi intimidatori da parte dei datori di lavoro.

Il secondo problema, per ora meno visibile ma incombente, riguarda le condizionalità degli aiuti europei messi in campo per l’emergenza coronavirus. Colpisce molto il fatto che tra le riforme prioritarie che l’Italia dovrebbe adottare per stare nei parametri dei finanziamenti europei, ci sia la “riforma della giustizia”.

Che ai tecnocrati europei stiano a cuore le aule o le cancellerie dei tribunali, le condizioni delle carceri e dei detenuti, i tempi del codice di procedura penale, ci riesce francamente molto strano. Ragione per cui ci sorge il dubbio, che le istituzioni europee puntino ad una riforma della giustizia in Italia che riduca al minimo le possibilità della magistratura di intervenire sulla “libertà d’impresa”, magari per ragioni ambientali o violazioni dei diritti dei lavoratori e delle comunità.

Insomma incursioni della magistratura come quella contro Uber o sull’ex Ilva di Taranto, non saranno più gradite dagli investitori esteri in Italia. Questi vogliono mano libera per fare quello che vogliono, senza “lacci e lacciuoli” che consentano ad un giudice o ad un ispettore del lavoro e ambientale di mettere il naso nelle attività imprenditoriali, specie in quelle di multinazionali che sono abituate a fare il proprio comodo nei paesi che hanno reso subalterni a forza di austerity, delocalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro.

Fonte

13/05/2020

“Rider robot” e il lavoro nella logistica


Pizza bollente direttamente a casa, birra fresca pronta sull’uscio, sushi dal miglior “giapponese” con un click. Sì ok, ma la novità? La novità è che non si dovrà più dire grazie, o preparare qualche moneta per la mancia – per il pagamento della merce invece sembra tutto come prima...

Sbarcano infatti in Europa (ma tecnicamente non in Unione Europea) i “rider robot”, o ciclofattorini automatici, ossia miniautoveicoli autonomi a sei ruote per la consegna del cibo a domicilio.

Succede per la precisione a Milton Keynes, 80 km a nord-ovest di Londra, nel Buckinghamshire, città con poco più di 200mila abitanti, la più grande della zona.

A rendere per la prima volta commerciale l’operazione in Inghilterra è stata la Starship Technologies, una startup – informa il The Guardian – di consegna autonoma creata nel 2014 da nientemeno che i due co-fondatori di Skype, e che sta testando i suoi minirobot per il raffreddamento della birra in pubblico sin dal 2015.

L’occasione neanche a dirlo si è presentata con il lockdown causato dal coronavirus, strade libere, lavoratori (non tutti) a casa e file lunghissime all’entrata dei supermercati per gli approvvigionamenti dei beni di prima necessità.

«Siamo entusiasti che sia i residenti sia i lavoratori possano ora godere di questo servizio economico e vantaggioso nel centro della città, e speriamo che in futuro renda Milton Keynes un luogo di lavoro ancora più attraente», ha detto Andy Curtis, capo delle operazioni nel Regno Unito per la Starship.

Nel mondo del lavoro il progresso tecnologico sotto forma di automazione, robotica o intelligenza artificiale, ha riacceso – da alcuni ormai – un dibattito che ciclicamente è sempre emerso in concomitanza di importanti sviluppi potenzialmente “distruttivi di lavoro” per l’essere umano, o altrimenti detto, di disoccupazione tecnologica.

Il caso dei rider tuttavia è di particolare interesse perché fa parte di quel micro-settore, la logistica (di terra), al centro delle lotte più avanzate soprattutto nel nostro paese, che ha conosciuto e conosce condizioni di sfruttamento secondi forse solo a quello dell’agricoltura e che per caratteristiche intrinseche non può essere oggetto di delocalizzazione.

In queste lunghe settimane di quarantena il comparto della logistica non ha “abbassato le serrande” ma ha continuato a far correre i propri lavoratori su e giù per le strade del paese, fronteggiando l’impatto economico del Covid-19 grazie sia al protagonismo dell’e-commerce nei giorni di domicilio forzato, sia alla necessità di garantire la distribuzione dei prodotti di prima necessità – dal cibo ai farmaci.

In questo contesto, la concorrenza è feroce e le quote di mercato si conquistano puntando su prezzo e velocità di consegna.

Amazon ha fatto incetta di clienti garantendo proprio queste due condizioni, basando il proprio dominio sul possesso delle tecnologie che non permettono ai competitor di gareggiare con la propria organizzazione del lavoro, fino all’annuncio negli Stati Uniti – in piena pandemia! – dell’assunzione di 100mila nuovi dipendenti per coprire il fabbisogno raggiunto nella nuova (e futura?) situazione.

Ma se nello scorso giugno Amazon aveva presentato a Las Vegas il primo modello di drone capace di effettuare consegne in mezz’ora in un raggio di 15 km, la consegna di “pizza e birra” necessità però di una “stabilità maggiore”, onde evitare figuracce col cliente: ecco dunque dove intervengono le sei ruote dei rider robot.

Il lavoro, sentiamo gridare da ogni angolo informativo del paese, è un “costo” che incide moltissimo sulle capacità di operare di un’impresa, e allora lo sviluppo tecnologico si tramuta in un vantaggio competitivo che permette a questa di aumentare i profitti, mediante l’abbattimento dei costi, a discapito della concorrenza.

Non è un caso che la figura del rider sia stata caratterizzata dall’assenza totale di tutta una serie di tutele che normalmente sono garantite ai dipendenti di un’azienda, come paga e orari minimi certi, assicurazione per l’infortunio, contributi previdenziali, accantonamento per l’uscita dal mondo del lavoro, ecc.

Ma per “giocare” sul prezzo del servizio, visto che non sarebbe stato possibile influire su quello della farina o del malto, le aziende di consegna a domicilio come Deliveroo, Foodora, Glovo ecc., organizzate con piattaforme digitali, scelsero di spingere al ribasso i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici impiegate, fino a non riconoscerli come “dipendenti”.

In Italia, la “vicenda dei rider” ha conosciuto un primo passo di omogeneizzazione nello scorso autunno, quando il Parlamento ha varato una serie di disposizioni che riconosce ai fattorini un inquadramento professionale, aprendo però la via alla creazione di una figura professionale a tutele minime per il lavoratore contrattualizzato tramite piattaforme digitali.

In questo quadro di lotta per i diritti da una parte, e per la conquista di un mercato in continua espansione dall’altra, lo sbarco del rider robot è l’esempio di come la ricerca e lo sviluppo in un contesto dominato dal dogma del profitto sia prevalentemente orientata alla diminuzione del costo del lavoro e all’eliminazione di ogni “attrito” alla remunerazione del capitale investito.

Questo è infatti il motivo ultimo che ha spinto i co-fondatori di Skype a iniziare il nuovo business. Ma un paradosso salta agli occhi: «speriamo che in futuro renda Milton Keynes un luogo di lavoro ancora più attraente» è la dichiarazione del chief-Uk della Starship. Ma attraente per chi?

Se fossimo nel migliore dei mondi possibili, l’utilizzo della robotica farebbe risparmiare ad ognuno di noi un’enorme quantità di tempo per la riproduzione sociale della specie e dell’ambiente circostante, lasciando ampio spazio alle attività ricreative e di godimento del progresso raggiunto.

Gli antichi greci lo chiamavano “ozio” ed era basato sul lavoro degli schiavi (esclusi dal privilegio di affrancarsi dal “negozio”, ossia dal mondo degli affari antitetico appunto all’ozio) atto a riprodurre il necessario affinché la classe degli aristocratici potesse prosperare.

Ebbene, la schiavitù in senso stretto in questo pezzo di mondo non esiste più, ma lo sfruttamento – e la disoccupazione – a cui gran parte della classe lavoratrice è ancora soggetta rimanda a quella divisione del lavoro funzionale al dominio dei pochi sulle spalle dei molti.

Il rider robot ispira in prima battuta di certo simpatia, ma sulla sua bandierina di circostanza è stampato uno slogan, invisibile, che in assenza di un’alternativa all’organizzazione sociale odierna, recita così: “se non puoi delocalizzarlo, robotizzalo”.

Purtroppo, per ora il dibattito oltremanica sembra invece concentrato su una questione ben più mondana: come divideremo il marciapiede quando i delivery robot impazzeranno per la città?

Fonte

11/06/2019

Bologna. Volante della polizia travolge e uccide un rider

Oggi arriva la notizia dell’ennesima morte sul posto di lavoro, ieri sera un uomo di 51 anni che stava consegnando pizze a domicilio è stato travolto da una volante della polizia ed è morto. Come prima cosa vogliamo esprimere tutta la nostra vicinanza alla famiglia e a tutti i cari della vittima.

Questa morte però deve farci riflettere sulle condizioni di lavoro dei riders. Persone che ogni giorno rischiano la vita in sella a una bici o ad un motorino, costretti a ritmi disumani per via del sistema di ranking imposto dalle piattaforme che spinge anche a forzare ogni misura di sicurezza pur di aumentare la velocità delle consegne. Tutto ciò non fa che aumentare la competizione fra lavoratori e i profitti delle multinazionali della gig economy che obbligano anche le attività locali ad abbassare le retribuzioni per rimanere competitive e non essere spazzate via dal mercato e a pagarne il prezzo sono sempre i lavoratori.

Questo episodio smonta anche la retorica dei “lavoretti”, funzionale al mantenimento delle condizioni di precarietà e iper-sfruttamento a cui sono sottoposti i riders; quello del rider non è un “lavoretto per studenti” ma è un settore in cui si trovano lavoratori di tutte le età e che a volte devono anche mantenere una famiglia con i risibili guadagni che ne derivano.

Non possiamo farci bastare le dichiarazione d’intenti, dobbiamo lottare perché a questi lavoratori venga restituita la dignità che meritano e che vengano riconosciuti come dei lavoratori dipendenti a tutti gli effetti. Fine immediata del cottimo e riconoscimento del diritto alla malattia e all’infortunio.

Non possiamo più sopportare questa strage che si consuma sui posti di lavoro, vogliamo diritti e salari dignitosi per tutti! Per questo abbiamo deciso di mobilitarci e alle 18 saremo anche noi in Piazza del Nettuno!

Fonte

03/05/2019

"Se il reddito di cittadinanza farà di me una parassita, beh me ne farò una ragione"

Quando non hai un lavoro fisso la scansione settimanale è un po’ più confusa. Domenica, lunedì, venerdì, non fa molta differenza. Ci sono volte che ti capita di lavorare il fine settimana e volte che non hai niente da fare per tutta la settimana, il mondo dei lavori precari non è organizzato secondo calendari precisi; lavori quando qualcuno ha bisogno di te e il tutto si confonde in settimane come queste, piene di festività e relativi ponti, che scombinano anche il calendario esterno e sembra sempre sabato. Ho mandato altri curricula, ho ricevuto un paio di “le faremo sapere”, ho passato le feste in campagna, dai miei genitori e poi, l’altro giorno, mi sono ritrovata fra le mani la notizia della protesta dei rider. Ora non è compito mio giudicare le modalità e le forme della protesta, se hanno fatto bene o male, se hanno raggiunto i risultati che volevano oppure no; i rider protestano da un po’ e le loro rivendicazioni sono un po’ più strutturate di quello che è arrivato in tv in questi giorni; però stavolta la notizia è arrivata, se ne parla e a me la cosa che ha colpito di più non è la notizia in sé ma la reazione alla notizia di un sacco di gente.

Se qualcuno se lo fosse perso, i rider hanno pubblicato una lista di clienti ricchi che non danno mai le mance; ma proprio mai, neanche se piove o se è particolarmente tardi o fa un freddo cane; mai. A margine, quello delle mance non era neanche il punto principale della questione, ma visto che c’erano i nomi di personaggi famosi, alla fine ci si è ridotti a parlare di quello: ora a me verrebbe da pensare che se devi scegliere se stare dalla parte di un povero cristo che guadagna una miseria e un riccone che non ha voglia di cucinare e non si degna di darti la mancia nemmeno se fuori diluvia, scegli istintivamente il primo, a meno che tu non sia uno dei ricconi in questione; però non è andata esattamente così, se non ci credete potete andarvi a leggere i commenti su Facebook o su Twitter. A voi sembra normale? A me no.

In questo Paese, in questa nostra assurda società, se sei povero oggi spesso finisci per prendertela con altri poveri e stare dalla parte dei ricchi. Vivi con l’illusione che un giorno sarai ricco anche tu e che la tua ricchezza sarà la misura (l’unica disponibile e riconosciuta) del tuo successo e della tua realizzazione personale. Se sei povera, sei da disprezzare, soprattutto se non mostri l’asfissiante necessità di diventare ricca a tutti i costi. Se sei povera, non hai diritti, non te li meriti; se sei povera devi accettare qualunque cosa, se sei povera devi mettere da parte la tua dignità di persona perché, se sei povera, fondamentalmente sei un parassita. Qualcuno gliel’ha scritto nei commenti, ai rider, e più di qualcuno me lo dice quando parlo del reddito di cittadinanza. Perché il concetto fondamentale è che se sei povero è colpa tua e che lo Stato, la società in cui vivi, il modo in cui è organizzato in tutto questo non svolgano nessun ruolo e non abbiano nessuna responsabilità. Perché ormai non facciamo nessuna fatica ad accettare un mondo che sfrutti delle persone per fare consegne a domicilio pagandole una miseria e senza nessuna garanzia se si spaccano i denti o le ossa sotto la pioggia, ma facciamo fatica a pensare che lo Stato possa destinare una parte del proprio bilancio a far sì che la parte povera della popolazione possa vivere in maniera un po’ più dignitosa; la prima cosa ci pare forse sbagliata, ma del tutto normale; la seconda magari ci sembra anche giusta, ma guai se qualcuno si mette in testa di realizzarla.

Non ho la combinazione giusta di fisico ed età per fare la rider, non credo che ne uscirei viva, ma ne ho fatti diversi in passato, di lavori di questo tipo (e non escludo che sarò costretta a farne altri in futuro) e posso dire che c’è molta poca dignità nel modo in cui sono trattate le persone che li fanno e, come nel caso dei rider, quando protestano finisce anche che qualcuno finisca per far loro la predica; perfino parlare di ricchi o di poveri è una cosa che suona male, che ci disturba, che ci mette a disagio. Magari lo percepiamo anche che c’è qualcosa che non va, ma in fondo abbiamo metabolizzato il fatto che le cose resteranno così; e il reddito di cittadinanza sembra una cosa scandalosa perché rischi di prendere più soldi con il reddito che come rider; e poi chi lo farà il rider se mettiamo delle persone che muoiono di fame nelle condizioni di rifiutare un lavoro che rischia di essere disumano?

Ecco, se il reddito di cittadinanza metterà me o qualcun altro nelle condizioni di dire di no a lavori che non sono lavori, ma forme di sfruttamento che vanno oltre la decenza umana, e di vivere modestamente e dignitosamente tra un lavoro precario e l’altro, per me quello già quello sarà un risultato; se questo significa essere una parassita, me ne farò una ragione.

Fonte

29/04/2019

Io sto con i riders

Ha suscitato scandalo che un sito di riders, i fattorini che consegnano il cibo a casa, abbia pubblicato un elenco di attori, calciatori, cantanti, VIP riccastri, di manica stretta con le mance. Uno di costoro ha addirittura parlato di liste di proscrizione, di rischi di fascismo. Uno che cantava il ridicolo dei comunisti col rolex.

Altri moralisti da due soldi hanno detto che i riders dovrebbero pretendere una giusta paga e non le mance.

Ma guarda un po’ che sprovveduti questi lavoratori, che non lo sanno. Non sarà invece che hanno compiuto questa azione proprio per ricordare al mondo la loro condizione di sfruttamento e schiavismo? Sulla quale il governo con Di Maio aveva promesso di intervenire e poi non ha fatto NULLA. Nonostante una sentenza di Torino abbia riconosciuto alcuni diritti fondamentali dei lavoratori dipendenti a questi fattorini, che le imprese invece non vogliono riconoscere proprio come lavoratori.

Eppure senza i riders il business del cibo a casa non esiste, sono i fattorini che contano, non i manager delle multinazionali che li sfruttano. Questo han voluto far sapere i lavoratori con la lista dei ricchi tirchi. L’impresa del cibo a casa si fonda tutta sull’intelligenza e sulla fatica di chi lo consegna, a suo rischio e quasi a proprie spese.

I riders fanno bene a dare fastidio, anzi bisognerà sostenerli affinché ne riescano a dare di più. Perché hanno diritto ad un contratto, ad una paga dignitosa, alle ferie, alla malattia, all’assicurazione contro gli infortuni. Hanno diritto a ciò che secondo la nostra Costituzione è il LAVORO. Altrimenti è SCHIAVISMO. E gli schiavi fanno bene a ribellarsi, sempre e comunque, in modo materiale o virtuale, nelle strade o nella rete.

Lo scandalo non è la lista dei vip ricchi tirchi, lo scandalo è la condizione dei lavoratori.

IO STO COI RIDERS.

Fonte

07/11/2018

Il Governo consegna un pacco ai fattorini su richiesta delle multinazionali

Per capire quale sia la reale vicinanza di questo Governo alle sorti dei lavoratori basta guardare alla vicenda dei riders, riempiti di promesse dal neoministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio a poche ore dal suo insediamento e poi rapidamente abbandonati a se stessi nella giungla della precarietà. Per intenderci, i riders sono i lavoratori (attualmente circa 10mila in Italia) che, in bicicletta, si occupano della consegna dei cibi a domicilio. Questi non sono direttamente alle dipendenze dei ristoranti, ma lavorano per conto di grandi imprese che hanno fatto delle consegne a domicilio il loro business. Il meccanismo è piuttosto semplice: il fattorino ritira il cibo al ristorante e lo consegna presso il domicilio di chi l’ha ordinato; per questo servizio, il ristorante paga un corrispettivo alla ditta che gestisce la consegna (e nessuno vieta al ristoratore di caricare il costo della consegna sul prezzo finale imposto al cliente); la ditta delle consegne paga il fattorino per il lavoro effettuato.

Questo tipo di mansioni si inserisce all’interno di quella che viene definita “gig economy”. Dal lato dei lavoratori si tratta, in linea di principio, di tutte quelle attività che vengono spesso effettuate in modo saltuario per integrare il proprio reddito, senza specifici contratti e sotto forma di lavoro autonomo. Se da un lato i candidati “naturali” a svolgere questi pseudo-lavori sarebbero soggetti quali giovani studenti che vogliono mantenersi agli studi, una decade di crisi e disoccupazione galoppante ha catturato in questa rete anche adulti che, in mancanza di meglio, sono costretti a preferire l’iper-precarietà della “gig economy” al niente della disoccupazione e dell’assenza di reddito.

Si potrebbe obiettare che questi lavoretti sono sempre esistiti (le ripetizioni private, le baby-sitter, etc.). Tuttavia, queste attività stanno prendendo una connotazione ben diversa, perché organizzate su base sistematica e non occasionale e gestite da imprese che operano principalmente tramite piattaforme on-line (Uber, che fa della tua auto un taxi, o Airbnb, che fa della tua casa un albergo, etc.). Tecnologia al servizio dello sfruttamento dei lavoratori: spesso si tratta infatti di modelli di business fondati su paghe da fame e sull’abbattimento dei costi previdenziali, assicurativi e di sicurezza sul lavoro. Con il paradosso che questi lavoratori autonomi non hanno in realtà alcuna autonomia organizzativa, dal momento che il business ruota attorno alle piattaforme on-line gestite da pochi giganti del settore.

Proprio in virtù della saltuarietà dei rapporti di lavoro, non è facile stimare quanti lavoratori siano coinvolti nella gig economy. Il dato che meglio approssima il fenomeno è quello fornito dell’Istat sul “lavoro accessorio”, ovvero tutte quelle mansioni retribuite tramite voucher: i lavoratori coinvolti erano meno di 100.000 nel 2010, passati a 215.000 nel 2011 e giunti addirittura ad 1 milione e 800.000 nel 2016.

Tornando ai riders, fulgido esempio dello sfruttamento ai tempi delle app, la loro questione è recentemente tornata alla ribalta dopo mesi di silenzio: il prossimo tavolo di confronto tra Governo, rappresentanti sindacali dei ciclo-fattorini e responsabili delle piattaforme di consegna a domicilio del cibo (Foodora, Deliveroo e compagnia cantante) è previsto per domani, 7 novembre 2018. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una querelle che va avanti da tempo: i fattorini chiedono maggiori tutele in termini di condizioni e sicurezza sul lavoro, in primis l’eliminazione del lavoro a cottimo (spesso vengono pagati in base al numero delle consegne) e l’ottenimento di una paga oraria, oltre alla copertura previdenziale e assicurativa per eventuali infortuni sul lavoro. Il cottimo costringe il fattorino ad intensificare le consegne oltre ogni limite, trasformando quello che doveva essere un lavoretto in lavoro usurante e mettendo a rischio la sicurezza di chi sfreccia ogni giorno nel traffico delle grandi metropoli. La richiesta dei lavoratori è precisa: vogliono essere riconosciuti come subordinati, ipotesi che le aziende non intendono considerare.

Andiamo con ordine e proviamo a ricostruire le tappe di una vicenda che, come vedremo, fa emergere con chiarezza tutta l’ipocrisia del Governo sul tema del lavoro, oltre che le specificità dell’attuale assetto istituzionale che finisce sistematicamente per favorire le esigenze del capitale rispetto a quelle dei lavoratori. La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è stata contrassegnata da vari leitmotiv, tra i quali la lotta al lavoro instabile e non tutelato. Nei primi mesi di insediamento del nuovo esecutivo, lo stesso Di Maio, che ha solennemente dichiarato guerra al precariato, ha deciso di confrontarsi con i riders: al primo incontro del suo mandato, li ha definiti il “simbolo di una generazione abbandonata”. Dall’incontro con i rappresentanti sindacali dei lavoratori del food delivery affiorano tante belle parole, sintetizzabili in una apparentemente manifesta volontà del governo di riconoscere maggiori tutele ai ciclo-fattorini: Di Maio sembra intenzionato addirittura ad inserire il caso dei riders all’interno del “Decreto Dignità”, che sarà emanato a luglio.

Qualcosa, però, va storto. A dire la verità, qualche segnale di timidezza c’era già stato: in quell’incontro di giugno, facendo attenzione alle parole esatte a latere dei proclami propagandistici, Di Maio aveva detto che sarebbe stato compito del Governo quello di favorire “il confronto tra grandi gruppi internazionali e magari ragazzi di vent’anni o trent’anni che lavorano ogni giorno e chiedono diritti minimi”. In altre parole, Di Maio stava già facendo i conti con le possibili reticenze dei datori di lavoro: Foodora & company non avrebbero certamente visto di buon occhio un benché minimo provvedimento del Governo a favore dei riders, sul cui lavoro fanno profitto senza essere neanche disposti a riconoscere lo status di subordinati. Tant’è che il 18 giugno, proprio presso il Ministero del Lavoro, si è svolto un altro incontro sul tema, che stavolta ha però coinvolto Di Maio e i rappresentanti delle principali aziende che impiegano i ciclo-fattorini per le consegne a domicilio (nella fattispecie, Foodora, Deliveroo, JustEat, Glovo e Domino’s Pizza). Circola, nel frattempo, la prima bozza di un eventuale provvedimento sul tema. Si arriva, tra queste voci, al 3 luglio, data per cui è previsto un tavolo di concertazione che coinvolga tutte le parti in gioco: dalle grandi multinazionali a quelle emergenti, insieme a tutte le organizzazioni sindacali e alle nuove forme di rappresentanza di categoria. Quel tavolo, tuttavia, partorisce un radicale cambio di rotta: non più l’inserimento della questione dei riders all’interno Decreto Dignità, ma l’annuncio da parte di Di Maio della necessità di raggiungere un accordo tra parti sociali che avrebbe portato a qualcosa di ‘avveniristico’, ossia al primo contratto nazionale di settore d’Europa. Di Maio, a parole, sembra rilanciare in favore dei ciclo-fattorini: in realtà, nessun provvedimento viene al momento adottato. Da cosa nasce questo dietrofront? Perché la questione dei riders non può essere affrontata subito nel Decreto Dignità, ma viene di fatto rimandata a data da destinarsi? Alle multinazionali, quel disegno di legge non era ovviamente piaciuto: le multinazionali del food delivery che si erano sedute al tavolo del 18 giugno, quei giganti internazionali a cui Di Maio faceva riferimento mentre sviolinava proclami a favore dei riders, stavano iniziando a borbottare all’unisono. A testimonianza del malumore delle aziende potenzialmente coinvolte, il più scontento tra gli operatori, Foodora, arriva addirittura a paventare pubblicamente l’abbandono del mercato italiano qualora si fosse dato seguito alla bozza di testo legislativo (proprio Foodora, che era già stata coinvolta nel contenzioso che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei riders e che è stata recentemente acquistata da un altro gigante del settore, la spagnola Glovo). Di Maio riconosce pubblicamente, tramite la sua pagina Facebook, che “il managing director di Foodora Italia ha criticato alcuni punti della bozza del Decreto Dignità che riguarda proprio i riders”. In realtà, le piattaforme di food delivery stavano ben più minacciosamente dichiarando di essere disposte a lasciare l’Italia qualora fossero state attuate quelle misure a favore dei riders: in un’intervista al Corriere della Sera, il CEO di Foodora ha dichiarato, senza mezzi termini, che “se fossero vere le anticipazioni del Decreto Dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di riders incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia”.

Ecco spiegato il voltafaccia del Governo: nessun obbligo di assunzione per i ciclo-fattorini nel ‘Decreto Dignità’, bensì l’avvio della ‘strada della concertazione’ tra le parti. In altri termini, nessun provvedimento, fatta eccezione per una carta dei valori (nemmeno firmata da tutti gli operatori) che non ha alcun valore legale e si limita ad elencare alcuni possibili paletti entro cui potrà muoversi l’eventuale contrattualizzazione. Come se non bastasse l’arrendevolezza dei 5 Stelle, nella vicenda si inserisce la Lega, che sostiene di star lavorando ad una specifica normativa regionale sul tema e non gradisce che la materia diventi di competenza nazionale. La Lega, che sta cercando di portare avanti un blando provvedimento ad hoc attuabile per la regione Lombardia, si avvale addirittura di un giuslavorista per esprimere la propria posizione sul tema. L’avvocato Rotondi, consulente giuridico della Lega, asserisce: “Va tenuto fuori da questo ambito ciò che è previdenziale, altrimenti il business delle aziende non regge più. Questo non è un lavoro che può portarti alla pensione e che può essere incasellato nella classica distinzione tra autonomi e subordinati. Se si vogliono mantenere questi lavoretti, non si può aumentare troppo il costo del lavoro”. Parole sfacciate che, ancora una volta, ci permettono di capire chiaramente il posizionamento di classe della Lega, sempre e solo agli ordini del padrun.

In questo quadro desolante per i riders, ha luogo un altro incontro l’11 settembre 2018, che finisce con la promessa di rivedersi da lì a fine mese. Tuttavia, nessuna convocazione a stretto giro: ennesimo tavolo fissato per il 7 novembre, con i ciclo-fattorini sul piede di guerra: il soggetto politico che li aveva, a parole, presi in considerazione durante la campagna elettorale ed i primi mesi di mandato, ha di fatto voltato loro le spalle di fronte ai primi strepiti del grande capitale internazionale, a cui è bastato paventare la possibilità di lasciare l’Italia.

Questa vicenda, che verosimilmente si concluderà con un nulla di fatto, ci permette di giungere a due considerazioni. In primis, riscontriamo che ancora una volta il Movimento 5 Stelle si è limitato a fare propaganda sulla pelle dei più fragili. La strategia è ormai consolidata: quando si tratta di difendere i lavoratori, lo stato sociale, l’ambiente, i diritti, prima si promette (e si prova a capitalizzare il consenso), poi non si agisce di conseguenza. Questa non è che l’ennesima testimonianza della nulla volontà politica di agire a favore della collettività, soppiantata dalla propensione a piegarsi alle prime lamentele del nemico di classe.

In secondo luogo, la saga dei riders è la riprova di quanto siano attualmente sbilanciati i rapporti di forza tra capitale e lavoro: sotto la minaccia di abbandonare l’Italia con il loro business, le multinazionali delle consegne a domicilio hanno stoppato sul nascere anche la minima richiesta di considerazione da parte dei fattorini che attualmente sgobbano con paghe da fame e tutele praticamente azzerate.

Se il primo punto non fa altro che confermare quanto ormai dovrebbe risultare chiaro, ossia che il Governo penta-leghista non rappresenta in alcun modo una possibilità emancipativa per le classi subalterne, il secondo punto ci impone un’ulteriore riflessione sulle ragioni dell’attuale squilibrio nei rapporti sociali. Come insegna la vicenda dei riders, a tale sbilanciamento concorre con forza la possibilità del capitale di spostarsi agevolmente oltre le frontiere di un Paese, al fine di stabilirsi laddove le condizioni di contesto favoriscano la realizzazione del profitto. È la libertà assoluta di movimento dei capitali, uno dei principi su cui è stata fondata l’Unione Europea, che fornisce alle imprese l’arma di ricatto più affilata per piegare le aspirazioni a un salario dignitoso e al riconoscimento dei diritti basilari dei lavoratori: come dimostra Foodora, anche solo la minaccia di chiudere i battenti rappresenta una formidabile freccia all’arco del capitale nella lotta per la distribuzione del reddito.

Fonte

19/06/2018

Gig economy, la retromarcia di Di Maio

Avere a che fare con una mandria di neo-politici specializzati soltanto in “comunicazione” significa dover fare le pulci a quel che fanno, trovando lo scarto rispetto a ciò che dicono.

E’ il caso del “decreto dignità”, annunciato da Luigi Di Maio in pompa magna, anche se subito sommerso – mediaticamente – dalle sparate razziste o neonaziste del suo teoricamente pari grado leghista.

Di Maio se l’era preparata per benino, incontrando alcuni riders (fattorini in bicicletta o motorino) e garantendo loro il superamento di una condizione abnorme, tra precarietà, cottimo e paghe da fame. Sarebbe stato illogico attendersi una rivoluzione rispetto a quanto permesso dal Jobs Act alle aziende, ma sicuramente qualche miglioramento avrebbe potuto innescare una dinamica positiva tra l’ala grillina del governo e il mondo della precarietà pedalante.

Sulla bozza di decreto – immediatamente svelata da uno scoop del confindustriale Sole24Ore – era scattata la minaccia delle aziende, a partire dalla più nota, Foodora: “se è così chiudiamo tutto e lasciamo l’Italia”.

Tanto è bastato per cambiare progetto incorsa: niente legge presentata dal governo, per ora, e apertura di un tavolo di trattativa tra le aziende e i sindacati (CgilCislUil). La prima perplessità riguarda questi ultimi, notoriamente assenti dal settore, dove soltanto l’Usb – negli ultimi tempi – ha iniziato a organizzare i riders. Che proposte possono portare, se non conoscono neppure la materia e le condizioni reali di lavoro? Una risposta, agghiacciante, è subito arrivata da Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, preoccupato dalla possibilità che qualche diritto ai lavoratori costringa le aziende ad alzare i prezzi del servizio oltre i limiti della praticabilità: «Questo non giustifica paghe da fame e la mancanza di un giusto equilibrio. Ma se tu fissi un costo superiore a ciò che il mercato chiede stai decidendo che quello è un servizio che non potrà più funzionare». In pratica, il salario “giusto” per il lavoratore è quello che consente all’impresa di fare profitti anche praticando prezzi bassissimi...

Non c’è dubbio che con una impostazione sindacale tanto “combattiva”, da quel tavolo non potrà che uscire una presa per i fondelli.

Resta sul tavolo, ma parecchio scarica, la minaccia di Di Maio di affidarsi ad una legge in caso di mancato accordo. Anche se l’accordo non ci dovesse essere – ma con le premesse poste dalla Uil, ne dubitiamo – un eventuale decreto ministeriale dovrà comunque prendere atto dei desiderata delle imprese, annacquando di molto i contenuti previsti dalla prima bozza.

La quale, appunto, non prevedeva nulla di rivoluzionario, ma qualcosina sì:

Classificazione dei fattorini della gig economy come «lavoratori subordinati», anche quando si utilizzano mezzi propri; abrogazione dell’articolo 2 del Jobs act, quello che disciplinava le «Collaborazioni organizzate dal committente»; stop al cottimo per tutti i servizi intermediati da piattaforme online, come Foodora o Uber. E ancora, istituzione di «indennità di disponibilità» e «diritto alle disconnessione» per lavoratori assediati da notifiche.

Il che si portava dietro una serie di modifiche:

l’abolizione dell’articolo 2 del decreto legislativo 81/2015, ossia l’articolo del Jobs act “renziano” che stabiliva i confini precedenti fra collaborazione e subordinazione; l’obbligo di fornire un trattamento economico minimo, da parametrare a seconda dei minimi del contratto collettivo di categoria (articolo 2); il divieto di pagare a cottimo i lavori svolti per «piattaforme, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto» (articolo 4); l’istituzione di una «indennità di disponibilità» divisibile in quote orarie, oltre al diritto a ferie, malattia e maternità (5).

Per le aziende della gig economy, infatti, la cosa davvero inaccettabile è considerare “dipendenti” quelli che per loro debbono restare “collaboratori”. Il modello economico è del resto ben noto e praticamente identico per tutte le piattaforme digitali (che distribuiscano cibo o passaggi auto, come Uber): pochissimi dipendenti veri e propri (tecnici informatici, per lo più) e migliaia di “collaboratori” pagati a prestazione, ossia a cottimo. E’ il modello di business dell’intermediazione, in cui il guadagno è possibile se il prezzo per l’utente resta basso, quasi marginale, perché quel servizio offerto non è una necessità indispensabile, ma solo una comodità; il che significa che anche il salario del “collaboratore” deve essere molto basso. Comunque meno di quel che l’azienda chiede al cliente.

E quindi nessun diritto può essere concesso (figuriamoci – per esempio – se un’azienda del genere può mettersi a retribuire malattia e maternità).

Non è la modernità, ma un medioevo tecnologico.

Fonte

18/06/2018

“L’economia delle piattaforme” si regge solo con salari da fame


Le parole di Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora Italia, chiariscono meglio di un ponderoso saggio economico dove stia il segreto del successo dell’“economia delle piattaforme”: lavoro pagato poco, nessun diritto, nessuna responsabilità aziendale.

«Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia. Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle».

Per essere ancora più esplicito: «Il decreto ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso. Secondo una ricerca condotta in collaborazione con l’Inps solo il 10% dei rider lo considera un lavoro stabile. Il 50% sono studenti, il 25% lo esercita come secondo lavoro e un altro 10% lo considera un’attività di transizione. La durata media è 4 mesi, non di più».

Sorvoliamo sul dato psicologico (“i riders lo considerano un’attività di transizione”), perché un lavoro va valutato oggettivamente: faccio questo, in queste condizioni, e mi paghi tot. Soffermiamoci invece sui dai strutturali. E’ un’attività che non dà ai “collaboratori” di che vivere, richiede freschezza fisica e abilità nel traffico urbano, si fa nell’orario di pranzo e cena (“spezzato”, si dice normalmente), quindi non ci si può costruire una prospettiva di vita.

Per mr. Cocco il problema non è la forma contrattuale o il sistema di calcolo della paga (attualmente è il cottimo, ricompensa a consegna effettuata): «Non abbiamo problemi a sostituire il pagamento a consegna, con altre forme come il minimo garantito, la paga oraria oppure sistemi misti con base oraria più parte variabile. Oggi un nostro fattorino guadagna 5 euro per ciascuna consegna e in un’ora ne può fare anche tre. In busta paga gli entrano 3,60 euro, il resto è contribuzione Inps e Inail. Se ne può discutere rispettando però la sostenibilità del conto economico delle nostre aziende».

Il problema sono i margini di profitto, come sempre. Se possono continuare a pagare pochissimo, allora va bene tutto; ma se si contrattualizzano i fattorini allora ci si deve sobbarcare una serie di costi aggiuntivi che potrebbero essere coperti solo con l’aumento del prezzo finale al cliente. Il che, ovviamente, ridurrebbe di molto l’attrattività di quello che è e resta un “servizio”, non un’attività produttiva (il cibo lo confezione qualcun altro, Foodora lo consegna e basta).

Possiamo dunque tirare agevolmente le somme. Questo ramo della “economia delle piattaforme” può funzionare solo se il lavoro umano fisico viene pagato quasi nulla. Non è possibile delocalizzarlo, perché è un servizio. Si può fare ovunque, in qualsiasi paese con metropoli abbastanza grandi, dove le persone non hanno il tempo di rientrare a casa per mangiare. Esiste persino in India, con prezzi “competitivi” per quell’economia. Ma se si vogliono introdurre diritti e salari “veri”, salta tutto. E’ un’attività economica interstiziale, fondata su un bisogno reale ma risolvibile in cento modi (gli operai Fiat degli anni Sessanta, che non avevano la mensa, si portavano la “schiscetta” – un contenitore – da casa). Dal punto di vista dell'“imprenditore”, o il prezzo imposto è marginale, oppure scompare.

Non è modernità (se non dal lato della tecnologia utile a risparmiare su impiegati e telefonisti), ma medioevo tecnologizzato.

Fonte

19/05/2018

Milano, dove una gamba amputata a un fattorino non è un incidente sul lavoro

Mentre crescono le proteste dei lavoratori dopo l’ennesimo morto sul lavoro all’Ilva di Taranto – dal 1° gennaio i morti sul lavoro sono stati 266, molti di più gli infortuni con conseguenze anche molto gravi – pensavamo di aver letto e sentito tutto il peggio di un mondo del lavoro che non tiene più in alcun conto le persone che lo svolgono, ma non è così. L’incidente, che ha causato l’amputazione della gamba ad un giovane di 28 anni, probabilmente non sarà neanche considerato incidente sul lavoro visto che il suo “non” lavoro era quello di consegnare i pasti a domicilio per Just eat: obbligo la velocità. Bicicletta o moto devi sfrecciare per ore tra il traffico della città, ma secondo il Tribunale di Torino questi sono lavoratori autonomi. Sarebbe meglio dire a cottimo, visto che sono pagati in base al numero delle consegne. L’indignazione che prende nel leggere queste notizie diventa rabbia nel rendersi conto che nessun mezzo di informazione, almeno i principali, ha la correttezza di chiamarlo incidente sul lavoro, ma lo relega a spiacevole incidente stradale. Vedi il drammatico VIDEO dell’incidente.

Di seguito il comunicato dell’Unione Sindacale di Base

Milano, dove una gamba amputata a un fattorino non è un incidente sul lavoro

A 28 anni stava consegnando un pasto a domicilio e lo faceva correndo, come tutti i quasi 3000 fattorini che sfrecciano in bicicletta o in motorino in giro per Milano, ogni giorno. Gli hanno amputato una gamba perché è finito sotto ad un tram. Era un lavoratore di ‘Just eat’. Non possiamo sapere se gli verrà riconosciuto l’infortunio sul lavoro, perché anche se retribuito, poco e male; anche se tracciato in ogni suo spostamento, per la legislazione il suo non è un lavoro ma un job,un lavoretto non equiparabile al lavoro subordinato, anche se quel job lo fai ogni giorno per parecchie ore settimanali.

Infatti oggi nessun giornale parla di incidente sul lavoro: questa la triste realtà che vivono i riders, i fattorini che consegnano pasti a domicilio. La chiamano innovazione, lavoro digitale, gig economy, solo per non dare tutele a questi lavoratori, in primo luogo un’assicurazione e il riconoscimento della posizione di lavoratori subordinati, che garantirebbe loro l’uscita dalla schiavitù e il contratto di lavoro del trasporto merci e della logistica.

Eppure questi lavoratori, giovani e meno giovani, alcuni padri o madri di famiglia, senza contratto, vengono monitorati e i loro percorsi quotidiani tracciati attraverso algoritmi che ne valutano efficienza e produttività; controllati attraverso un moderno caporalato digitale capace di tagliare le commesse a chi non ha prestazioni di super efficienza. Scaricano una App sui loro cellulari, da lì inizia la moderna schiavitù: nessuna busta paga, ma carte di credito o prepagate su cui vengono accreditati i corrispettivi economici del lavoro svolto, guai a chiamarli stipendi. Sei in costante competizione coi tuoi ’colleghi’: più pedali o corri con il motorino e più commesse prenderai. Se protesti per le condizioni di lavoro e chiedi diritti non vieni licenziato, parola desueta, vieni sloggato, ovvero la tua app non ti permette più di lavorare non ti dà più commesse; stessa cosa se vai piano o se per qualche giorno non dai la tua disponibilità. Devi correre veloce, più del tuo amico, andare contromano, tagliare la strada, mettere a rischio la tua vita e quella degli altri per il lavoro, perché più corri veloce e più la tua app ti fa guadagnare. Niente diritti, tutele, sicurezze.

USB chiede che venga a cessare questo moderno caporalato, che venga istituito un salario minimo contrattuale per i riders e ritmi di lavoro normati e umani, oltreché un regolamento e l’applicazione del CCNL della logistica e del trasporto merci per far uscire dal sommerso questi lavoratori, che quotidianamente rischiano la vita. Per questo USB chiederà oggi stesso un incontro con l’Assessore alle politiche del lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani, per illustrare le nostre proposte e sentire quelle dei fattorini. È necessario che Milano si doti di un registro dei riders da cui le aziende possano chiamare i lavoratori e con il quale il Comune garantisca alcune tutele da costruire in un tavolo condiviso. È necessario che il comune ascolti questi lavoratori e i loro collettivi, costruendo il tavolo milanese di discussione tra lavoratori, istituzione e parti datoriali, arrivando in tempi brevi ad una carta condivisa delle tutele.

Chiediamo all’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Milano-Lodi di prendere atto delle condizioni di lavoro esistenti in tutte le aziende che a Milano consegnano pasti a domicilio e nello specifico che apra una indagine su ‘Just eat’ per verificare la posizione lavorativa del lavoratore a cui è stata amputata la gamba. Lo chiediamo ben sapendo che gli ispettorati del lavoro sono sottorganico e che gli Ispettori non riescono a garantire nemmeno il lavoro ordinario. Lo chiediamo nella consapevolezza che tutto questo fa parte di un unico progetto, quello di smantellare quei diritti e quelle garanzie che i lavoratori con le loro lotte si sono conquistati nel tempo, attraverso lo smantellamento della legislazione del lavoro e l’indebolimento se non la completa scomparsa dei controlli sulla sicurezza del lavoro volti a garantire condizioni di lavoro dignitose e appunto sicure.

Chiediamo ai funzionari di Vigilanza INAIL che facciano i controlli necessari per verificare se sussistano fenomeni di lavoro sommerso/irregolare e l’eventuale valutazione del rischio per i lavoratori, che facciano accertamenti sulle violazioni in materia previdenziale e che valutino la posizione assicurativa del fattorino vittima di questo incidente sul lavoro.

USB si stringe attorno alla famiglia del lavoratore ai suoi amici e colleghi e come organizzazione sindacale si mette a disposizione del lavoratore vittima dell’infortunio e di tutti i lavoratori ed i collettivi di riders Milanesi a cui chiediamo un incontro in tempi brevi.

Fonte

04/05/2018

La “sharing economy” e i nuovi orizzonti dello sfruttamento

Il 24 e il 25 aprile a Bruxelles sono stati organizzati, rispettivamente da Jeunes FGTB e dalla comunità degli antifascisti italiani in Belgio, due incontri che hanno portato al centro del dibattito la questione delle condizioni lavorative dei cosiddetti riders, i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (“food delivery”), come Foodora e Deliveroo.

Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.

Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di quel modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica. Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.

Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.

Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).

Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.

Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.

Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.

Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.

Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!

La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.

C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.

C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.

Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.

Fonte