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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/11/2018

Il Governo consegna un pacco ai fattorini su richiesta delle multinazionali

Per capire quale sia la reale vicinanza di questo Governo alle sorti dei lavoratori basta guardare alla vicenda dei riders, riempiti di promesse dal neoministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio a poche ore dal suo insediamento e poi rapidamente abbandonati a se stessi nella giungla della precarietà. Per intenderci, i riders sono i lavoratori (attualmente circa 10mila in Italia) che, in bicicletta, si occupano della consegna dei cibi a domicilio. Questi non sono direttamente alle dipendenze dei ristoranti, ma lavorano per conto di grandi imprese che hanno fatto delle consegne a domicilio il loro business. Il meccanismo è piuttosto semplice: il fattorino ritira il cibo al ristorante e lo consegna presso il domicilio di chi l’ha ordinato; per questo servizio, il ristorante paga un corrispettivo alla ditta che gestisce la consegna (e nessuno vieta al ristoratore di caricare il costo della consegna sul prezzo finale imposto al cliente); la ditta delle consegne paga il fattorino per il lavoro effettuato.

Questo tipo di mansioni si inserisce all’interno di quella che viene definita “gig economy”. Dal lato dei lavoratori si tratta, in linea di principio, di tutte quelle attività che vengono spesso effettuate in modo saltuario per integrare il proprio reddito, senza specifici contratti e sotto forma di lavoro autonomo. Se da un lato i candidati “naturali” a svolgere questi pseudo-lavori sarebbero soggetti quali giovani studenti che vogliono mantenersi agli studi, una decade di crisi e disoccupazione galoppante ha catturato in questa rete anche adulti che, in mancanza di meglio, sono costretti a preferire l’iper-precarietà della “gig economy” al niente della disoccupazione e dell’assenza di reddito.

Si potrebbe obiettare che questi lavoretti sono sempre esistiti (le ripetizioni private, le baby-sitter, etc.). Tuttavia, queste attività stanno prendendo una connotazione ben diversa, perché organizzate su base sistematica e non occasionale e gestite da imprese che operano principalmente tramite piattaforme on-line (Uber, che fa della tua auto un taxi, o Airbnb, che fa della tua casa un albergo, etc.). Tecnologia al servizio dello sfruttamento dei lavoratori: spesso si tratta infatti di modelli di business fondati su paghe da fame e sull’abbattimento dei costi previdenziali, assicurativi e di sicurezza sul lavoro. Con il paradosso che questi lavoratori autonomi non hanno in realtà alcuna autonomia organizzativa, dal momento che il business ruota attorno alle piattaforme on-line gestite da pochi giganti del settore.

Proprio in virtù della saltuarietà dei rapporti di lavoro, non è facile stimare quanti lavoratori siano coinvolti nella gig economy. Il dato che meglio approssima il fenomeno è quello fornito dell’Istat sul “lavoro accessorio”, ovvero tutte quelle mansioni retribuite tramite voucher: i lavoratori coinvolti erano meno di 100.000 nel 2010, passati a 215.000 nel 2011 e giunti addirittura ad 1 milione e 800.000 nel 2016.

Tornando ai riders, fulgido esempio dello sfruttamento ai tempi delle app, la loro questione è recentemente tornata alla ribalta dopo mesi di silenzio: il prossimo tavolo di confronto tra Governo, rappresentanti sindacali dei ciclo-fattorini e responsabili delle piattaforme di consegna a domicilio del cibo (Foodora, Deliveroo e compagnia cantante) è previsto per domani, 7 novembre 2018. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una querelle che va avanti da tempo: i fattorini chiedono maggiori tutele in termini di condizioni e sicurezza sul lavoro, in primis l’eliminazione del lavoro a cottimo (spesso vengono pagati in base al numero delle consegne) e l’ottenimento di una paga oraria, oltre alla copertura previdenziale e assicurativa per eventuali infortuni sul lavoro. Il cottimo costringe il fattorino ad intensificare le consegne oltre ogni limite, trasformando quello che doveva essere un lavoretto in lavoro usurante e mettendo a rischio la sicurezza di chi sfreccia ogni giorno nel traffico delle grandi metropoli. La richiesta dei lavoratori è precisa: vogliono essere riconosciuti come subordinati, ipotesi che le aziende non intendono considerare.

Andiamo con ordine e proviamo a ricostruire le tappe di una vicenda che, come vedremo, fa emergere con chiarezza tutta l’ipocrisia del Governo sul tema del lavoro, oltre che le specificità dell’attuale assetto istituzionale che finisce sistematicamente per favorire le esigenze del capitale rispetto a quelle dei lavoratori. La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è stata contrassegnata da vari leitmotiv, tra i quali la lotta al lavoro instabile e non tutelato. Nei primi mesi di insediamento del nuovo esecutivo, lo stesso Di Maio, che ha solennemente dichiarato guerra al precariato, ha deciso di confrontarsi con i riders: al primo incontro del suo mandato, li ha definiti il “simbolo di una generazione abbandonata”. Dall’incontro con i rappresentanti sindacali dei lavoratori del food delivery affiorano tante belle parole, sintetizzabili in una apparentemente manifesta volontà del governo di riconoscere maggiori tutele ai ciclo-fattorini: Di Maio sembra intenzionato addirittura ad inserire il caso dei riders all’interno del “Decreto Dignità”, che sarà emanato a luglio.

Qualcosa, però, va storto. A dire la verità, qualche segnale di timidezza c’era già stato: in quell’incontro di giugno, facendo attenzione alle parole esatte a latere dei proclami propagandistici, Di Maio aveva detto che sarebbe stato compito del Governo quello di favorire “il confronto tra grandi gruppi internazionali e magari ragazzi di vent’anni o trent’anni che lavorano ogni giorno e chiedono diritti minimi”. In altre parole, Di Maio stava già facendo i conti con le possibili reticenze dei datori di lavoro: Foodora & company non avrebbero certamente visto di buon occhio un benché minimo provvedimento del Governo a favore dei riders, sul cui lavoro fanno profitto senza essere neanche disposti a riconoscere lo status di subordinati. Tant’è che il 18 giugno, proprio presso il Ministero del Lavoro, si è svolto un altro incontro sul tema, che stavolta ha però coinvolto Di Maio e i rappresentanti delle principali aziende che impiegano i ciclo-fattorini per le consegne a domicilio (nella fattispecie, Foodora, Deliveroo, JustEat, Glovo e Domino’s Pizza). Circola, nel frattempo, la prima bozza di un eventuale provvedimento sul tema. Si arriva, tra queste voci, al 3 luglio, data per cui è previsto un tavolo di concertazione che coinvolga tutte le parti in gioco: dalle grandi multinazionali a quelle emergenti, insieme a tutte le organizzazioni sindacali e alle nuove forme di rappresentanza di categoria. Quel tavolo, tuttavia, partorisce un radicale cambio di rotta: non più l’inserimento della questione dei riders all’interno Decreto Dignità, ma l’annuncio da parte di Di Maio della necessità di raggiungere un accordo tra parti sociali che avrebbe portato a qualcosa di ‘avveniristico’, ossia al primo contratto nazionale di settore d’Europa. Di Maio, a parole, sembra rilanciare in favore dei ciclo-fattorini: in realtà, nessun provvedimento viene al momento adottato. Da cosa nasce questo dietrofront? Perché la questione dei riders non può essere affrontata subito nel Decreto Dignità, ma viene di fatto rimandata a data da destinarsi? Alle multinazionali, quel disegno di legge non era ovviamente piaciuto: le multinazionali del food delivery che si erano sedute al tavolo del 18 giugno, quei giganti internazionali a cui Di Maio faceva riferimento mentre sviolinava proclami a favore dei riders, stavano iniziando a borbottare all’unisono. A testimonianza del malumore delle aziende potenzialmente coinvolte, il più scontento tra gli operatori, Foodora, arriva addirittura a paventare pubblicamente l’abbandono del mercato italiano qualora si fosse dato seguito alla bozza di testo legislativo (proprio Foodora, che era già stata coinvolta nel contenzioso che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei riders e che è stata recentemente acquistata da un altro gigante del settore, la spagnola Glovo). Di Maio riconosce pubblicamente, tramite la sua pagina Facebook, che “il managing director di Foodora Italia ha criticato alcuni punti della bozza del Decreto Dignità che riguarda proprio i riders”. In realtà, le piattaforme di food delivery stavano ben più minacciosamente dichiarando di essere disposte a lasciare l’Italia qualora fossero state attuate quelle misure a favore dei riders: in un’intervista al Corriere della Sera, il CEO di Foodora ha dichiarato, senza mezzi termini, che “se fossero vere le anticipazioni del Decreto Dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di riders incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia”.

Ecco spiegato il voltafaccia del Governo: nessun obbligo di assunzione per i ciclo-fattorini nel ‘Decreto Dignità’, bensì l’avvio della ‘strada della concertazione’ tra le parti. In altri termini, nessun provvedimento, fatta eccezione per una carta dei valori (nemmeno firmata da tutti gli operatori) che non ha alcun valore legale e si limita ad elencare alcuni possibili paletti entro cui potrà muoversi l’eventuale contrattualizzazione. Come se non bastasse l’arrendevolezza dei 5 Stelle, nella vicenda si inserisce la Lega, che sostiene di star lavorando ad una specifica normativa regionale sul tema e non gradisce che la materia diventi di competenza nazionale. La Lega, che sta cercando di portare avanti un blando provvedimento ad hoc attuabile per la regione Lombardia, si avvale addirittura di un giuslavorista per esprimere la propria posizione sul tema. L’avvocato Rotondi, consulente giuridico della Lega, asserisce: “Va tenuto fuori da questo ambito ciò che è previdenziale, altrimenti il business delle aziende non regge più. Questo non è un lavoro che può portarti alla pensione e che può essere incasellato nella classica distinzione tra autonomi e subordinati. Se si vogliono mantenere questi lavoretti, non si può aumentare troppo il costo del lavoro”. Parole sfacciate che, ancora una volta, ci permettono di capire chiaramente il posizionamento di classe della Lega, sempre e solo agli ordini del padrun.

In questo quadro desolante per i riders, ha luogo un altro incontro l’11 settembre 2018, che finisce con la promessa di rivedersi da lì a fine mese. Tuttavia, nessuna convocazione a stretto giro: ennesimo tavolo fissato per il 7 novembre, con i ciclo-fattorini sul piede di guerra: il soggetto politico che li aveva, a parole, presi in considerazione durante la campagna elettorale ed i primi mesi di mandato, ha di fatto voltato loro le spalle di fronte ai primi strepiti del grande capitale internazionale, a cui è bastato paventare la possibilità di lasciare l’Italia.

Questa vicenda, che verosimilmente si concluderà con un nulla di fatto, ci permette di giungere a due considerazioni. In primis, riscontriamo che ancora una volta il Movimento 5 Stelle si è limitato a fare propaganda sulla pelle dei più fragili. La strategia è ormai consolidata: quando si tratta di difendere i lavoratori, lo stato sociale, l’ambiente, i diritti, prima si promette (e si prova a capitalizzare il consenso), poi non si agisce di conseguenza. Questa non è che l’ennesima testimonianza della nulla volontà politica di agire a favore della collettività, soppiantata dalla propensione a piegarsi alle prime lamentele del nemico di classe.

In secondo luogo, la saga dei riders è la riprova di quanto siano attualmente sbilanciati i rapporti di forza tra capitale e lavoro: sotto la minaccia di abbandonare l’Italia con il loro business, le multinazionali delle consegne a domicilio hanno stoppato sul nascere anche la minima richiesta di considerazione da parte dei fattorini che attualmente sgobbano con paghe da fame e tutele praticamente azzerate.

Se il primo punto non fa altro che confermare quanto ormai dovrebbe risultare chiaro, ossia che il Governo penta-leghista non rappresenta in alcun modo una possibilità emancipativa per le classi subalterne, il secondo punto ci impone un’ulteriore riflessione sulle ragioni dell’attuale squilibrio nei rapporti sociali. Come insegna la vicenda dei riders, a tale sbilanciamento concorre con forza la possibilità del capitale di spostarsi agevolmente oltre le frontiere di un Paese, al fine di stabilirsi laddove le condizioni di contesto favoriscano la realizzazione del profitto. È la libertà assoluta di movimento dei capitali, uno dei principi su cui è stata fondata l’Unione Europea, che fornisce alle imprese l’arma di ricatto più affilata per piegare le aspirazioni a un salario dignitoso e al riconoscimento dei diritti basilari dei lavoratori: come dimostra Foodora, anche solo la minaccia di chiudere i battenti rappresenta una formidabile freccia all’arco del capitale nella lotta per la distribuzione del reddito.

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19/06/2018

Gig economy, la retromarcia di Di Maio

Avere a che fare con una mandria di neo-politici specializzati soltanto in “comunicazione” significa dover fare le pulci a quel che fanno, trovando lo scarto rispetto a ciò che dicono.

E’ il caso del “decreto dignità”, annunciato da Luigi Di Maio in pompa magna, anche se subito sommerso – mediaticamente – dalle sparate razziste o neonaziste del suo teoricamente pari grado leghista.

Di Maio se l’era preparata per benino, incontrando alcuni riders (fattorini in bicicletta o motorino) e garantendo loro il superamento di una condizione abnorme, tra precarietà, cottimo e paghe da fame. Sarebbe stato illogico attendersi una rivoluzione rispetto a quanto permesso dal Jobs Act alle aziende, ma sicuramente qualche miglioramento avrebbe potuto innescare una dinamica positiva tra l’ala grillina del governo e il mondo della precarietà pedalante.

Sulla bozza di decreto – immediatamente svelata da uno scoop del confindustriale Sole24Ore – era scattata la minaccia delle aziende, a partire dalla più nota, Foodora: “se è così chiudiamo tutto e lasciamo l’Italia”.

Tanto è bastato per cambiare progetto incorsa: niente legge presentata dal governo, per ora, e apertura di un tavolo di trattativa tra le aziende e i sindacati (CgilCislUil). La prima perplessità riguarda questi ultimi, notoriamente assenti dal settore, dove soltanto l’Usb – negli ultimi tempi – ha iniziato a organizzare i riders. Che proposte possono portare, se non conoscono neppure la materia e le condizioni reali di lavoro? Una risposta, agghiacciante, è subito arrivata da Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, preoccupato dalla possibilità che qualche diritto ai lavoratori costringa le aziende ad alzare i prezzi del servizio oltre i limiti della praticabilità: «Questo non giustifica paghe da fame e la mancanza di un giusto equilibrio. Ma se tu fissi un costo superiore a ciò che il mercato chiede stai decidendo che quello è un servizio che non potrà più funzionare». In pratica, il salario “giusto” per il lavoratore è quello che consente all’impresa di fare profitti anche praticando prezzi bassissimi...

Non c’è dubbio che con una impostazione sindacale tanto “combattiva”, da quel tavolo non potrà che uscire una presa per i fondelli.

Resta sul tavolo, ma parecchio scarica, la minaccia di Di Maio di affidarsi ad una legge in caso di mancato accordo. Anche se l’accordo non ci dovesse essere – ma con le premesse poste dalla Uil, ne dubitiamo – un eventuale decreto ministeriale dovrà comunque prendere atto dei desiderata delle imprese, annacquando di molto i contenuti previsti dalla prima bozza.

La quale, appunto, non prevedeva nulla di rivoluzionario, ma qualcosina sì:

Classificazione dei fattorini della gig economy come «lavoratori subordinati», anche quando si utilizzano mezzi propri; abrogazione dell’articolo 2 del Jobs act, quello che disciplinava le «Collaborazioni organizzate dal committente»; stop al cottimo per tutti i servizi intermediati da piattaforme online, come Foodora o Uber. E ancora, istituzione di «indennità di disponibilità» e «diritto alle disconnessione» per lavoratori assediati da notifiche.

Il che si portava dietro una serie di modifiche:

l’abolizione dell’articolo 2 del decreto legislativo 81/2015, ossia l’articolo del Jobs act “renziano” che stabiliva i confini precedenti fra collaborazione e subordinazione; l’obbligo di fornire un trattamento economico minimo, da parametrare a seconda dei minimi del contratto collettivo di categoria (articolo 2); il divieto di pagare a cottimo i lavori svolti per «piattaforme, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto» (articolo 4); l’istituzione di una «indennità di disponibilità» divisibile in quote orarie, oltre al diritto a ferie, malattia e maternità (5).

Per le aziende della gig economy, infatti, la cosa davvero inaccettabile è considerare “dipendenti” quelli che per loro debbono restare “collaboratori”. Il modello economico è del resto ben noto e praticamente identico per tutte le piattaforme digitali (che distribuiscano cibo o passaggi auto, come Uber): pochissimi dipendenti veri e propri (tecnici informatici, per lo più) e migliaia di “collaboratori” pagati a prestazione, ossia a cottimo. E’ il modello di business dell’intermediazione, in cui il guadagno è possibile se il prezzo per l’utente resta basso, quasi marginale, perché quel servizio offerto non è una necessità indispensabile, ma solo una comodità; il che significa che anche il salario del “collaboratore” deve essere molto basso. Comunque meno di quel che l’azienda chiede al cliente.

E quindi nessun diritto può essere concesso (figuriamoci – per esempio – se un’azienda del genere può mettersi a retribuire malattia e maternità).

Non è la modernità, ma un medioevo tecnologico.

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18/06/2018

“L’economia delle piattaforme” si regge solo con salari da fame


Le parole di Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora Italia, chiariscono meglio di un ponderoso saggio economico dove stia il segreto del successo dell’“economia delle piattaforme”: lavoro pagato poco, nessun diritto, nessuna responsabilità aziendale.

«Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia. Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle».

Per essere ancora più esplicito: «Il decreto ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso. Secondo una ricerca condotta in collaborazione con l’Inps solo il 10% dei rider lo considera un lavoro stabile. Il 50% sono studenti, il 25% lo esercita come secondo lavoro e un altro 10% lo considera un’attività di transizione. La durata media è 4 mesi, non di più».

Sorvoliamo sul dato psicologico (“i riders lo considerano un’attività di transizione”), perché un lavoro va valutato oggettivamente: faccio questo, in queste condizioni, e mi paghi tot. Soffermiamoci invece sui dai strutturali. E’ un’attività che non dà ai “collaboratori” di che vivere, richiede freschezza fisica e abilità nel traffico urbano, si fa nell’orario di pranzo e cena (“spezzato”, si dice normalmente), quindi non ci si può costruire una prospettiva di vita.

Per mr. Cocco il problema non è la forma contrattuale o il sistema di calcolo della paga (attualmente è il cottimo, ricompensa a consegna effettuata): «Non abbiamo problemi a sostituire il pagamento a consegna, con altre forme come il minimo garantito, la paga oraria oppure sistemi misti con base oraria più parte variabile. Oggi un nostro fattorino guadagna 5 euro per ciascuna consegna e in un’ora ne può fare anche tre. In busta paga gli entrano 3,60 euro, il resto è contribuzione Inps e Inail. Se ne può discutere rispettando però la sostenibilità del conto economico delle nostre aziende».

Il problema sono i margini di profitto, come sempre. Se possono continuare a pagare pochissimo, allora va bene tutto; ma se si contrattualizzano i fattorini allora ci si deve sobbarcare una serie di costi aggiuntivi che potrebbero essere coperti solo con l’aumento del prezzo finale al cliente. Il che, ovviamente, ridurrebbe di molto l’attrattività di quello che è e resta un “servizio”, non un’attività produttiva (il cibo lo confezione qualcun altro, Foodora lo consegna e basta).

Possiamo dunque tirare agevolmente le somme. Questo ramo della “economia delle piattaforme” può funzionare solo se il lavoro umano fisico viene pagato quasi nulla. Non è possibile delocalizzarlo, perché è un servizio. Si può fare ovunque, in qualsiasi paese con metropoli abbastanza grandi, dove le persone non hanno il tempo di rientrare a casa per mangiare. Esiste persino in India, con prezzi “competitivi” per quell’economia. Ma se si vogliono introdurre diritti e salari “veri”, salta tutto. E’ un’attività economica interstiziale, fondata su un bisogno reale ma risolvibile in cento modi (gli operai Fiat degli anni Sessanta, che non avevano la mensa, si portavano la “schiscetta” – un contenitore – da casa). Dal punto di vista dell'“imprenditore”, o il prezzo imposto è marginale, oppure scompare.

Non è modernità (se non dal lato della tecnologia utile a risparmiare su impiegati e telefonisti), ma medioevo tecnologizzato.

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04/05/2018

La “sharing economy” e i nuovi orizzonti dello sfruttamento

Il 24 e il 25 aprile a Bruxelles sono stati organizzati, rispettivamente da Jeunes FGTB e dalla comunità degli antifascisti italiani in Belgio, due incontri che hanno portato al centro del dibattito la questione delle condizioni lavorative dei cosiddetti riders, i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (“food delivery”), come Foodora e Deliveroo.

Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.

Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di quel modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica. Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.

Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.

Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).

Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.

Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.

Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.

Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.

Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!

La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.

C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.

C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.

Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.

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12/04/2018

Foodora. Per il tribunale di Torino il licenziamento dei rider è legittimo

Il Tribunale del lavoro Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo.

Il verdetto nega di fatto l’esistenza di un rapporto di subordinazione, attribuendo ai giovani lo status di lavoratori autonomi. I legali dei riders, come l’azienda chiama i corrieri, hanno annunciato l’intenzione di appellarsi alla sentenza. “Se questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo, si espanderà”, commentano i legali dei rider, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, annunciando l’intenzione di appellarsi alla sentenza. “I rider di Foodora erano sfruttati, monitorati dall’azienda in ogni loro mossa. E chi si è lamentato è stato espulso” commenta l’avvocato Druetta. “E’ una discriminazione evidente. Il rapporto che legava i rider all’azienda aveva le caratteristiche del lavoro subordinato, anche se loro erano inquadrati come collaboratori autonomi – spiega il legale –. I ragazzi dovevano essere reperibili in maniera costante e continuativa e, tramite un’applicazione, erano monitorati, tracciati e valutati in ogni loro mossa. L’app era una sorta di braccialetto elettronico con cui prendere punti per riuscire a mantenere il proprio posto in azienda”.

“Questa causa trattava la situazione di sei ricorrenti, in un periodo specifico di tempo e che hanno prestato un’attività estremamente diversificata quanto a ore giornaliere, settimanali e mensili”, ha commentato invece l’avvocato Paolo Tosi, uno dei legali della multinazionale tedesca Foodora. “Questa è la prima causa che, a mia conoscenza, riguarda il fenomeno dei rider”, aggiunge Tosi, secondo cui “molte cose sono cambiate in questi mesi nell’azienda”.

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15/01/2018

Nuove lotte operaie nel mondo del lavoro che cambia (3° Puntata di Equilibrio Precario)

Dopo esserci occupati di scuole superiori e di università, in questa terza puntata della rubrica di approfondimento “Equilibrio Precario” ci occuperemo delle nuove lotte dei lavoratori nel mondo del lavoro che cambia, anche e soprattutto sotto la spinta del cambiamento tecnologico e della precarizzazione crescente.

La prima notizia interessante riguarda il mondo della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti (“gig” inglese) mediati da algoritmo che si sta diffondendo in misura crescente in tutto il mondo, Italia inclusa. La promessa di flessibilità offerta delle imprese della gig economy (dal servizio taxi offerto da Uber alla consegna di cibo a domicilio di Deliveroo e Foodora) per i propri lavoratori (chiamati con accattivanti nomi inglesi come “rider” o “driver”) può sembrare allettante. Una volta assunti si segnalano le proprie disponibilità tramite una app e un algoritmo provvede ad assegnare i turni in maniera efficiente. Peccato che ben presto la patina di lavoro “trendy” e “smart” si sia dissolta, per lasciare spazio ad una realtà di lavoro a cottimo ultraprecario.

Non sorprende quindi che anche in questo settore siano sorte le prime proteste, specialmente nel settore della consegna cibo a domicilio. Hanno cominciato i fattorini di Deliveroo a Londra nell’estate del 2016, ma la protesta si è ben presto allargata ad altri paesi europei (qui una mappa delle proteste finora). In Italia le mobilitazioni sono cominciate nell’autunno dello stesso, con un primo sciopero a Torino organizzato dei fattorini dell’azienda tedesca Foodora, seguito poi da altre mobilitazioni a Milano che hanno coinvolto anche altre aziende come Deliveroo.

A più di un anno dalle prime proteste, le lotte dei nuovi fattorini non sembrano fermarsi e novembre 2017 i fattorini bolognesi della gig economy hanno deciso di scioperare, dopo che una nevicata aveva reso particolarmente pericolose le loro condizioni di lavoro (le consegne, infatti, si svolgono solitamente in bicicletta o in moto). I contratti di lavoro parasubordinato solitamente offerti da queste aziende non prevedono infatti coperture assicurative, tantomeno il pagamento della malattia. E proprio sull’illegittimità dell’applicare dei contratti di lavoro para-subordinati a lavoratori che sono di fatto dipendenti si sta giocando la partita al tribunale di Torino, dove alcuni ex fattorini di Foodora hanno portato in tribunale l’azienda per licenziamento illegittimo. Sarà interessante osservare se in futuro queste lotte sapranno allargarsi ad altri settori della gig economy (magari coinvolgendo qui lavoratori la cui intermediazione con l’azienda è esclusivamente online, come nel caso della piattaforma Amazon Mechanical Turk).

Un altro settore che negli ultimi anni è stato attraversato da numerose lotte dei lavoratori è quello della logistica. Nel regime di accumulazione flessibile che ha seguito il fordismo la velocità di circolazione delle merci è diventata particolarmente importante, e con essa la logistica. Non è un caso che una delle aziende più importanti al mondo oggi insieme a giganti IT come Microsoft, Google ed Apple sia proprio Amazon, il cui CEO Jeff Bezos si contende con Bill Gates la palma di uomo più ricco al mondo. Il successo di Amazon si basa su una micidiale combinazione di tecnologie avanzate per la gestione del processo produttivo e imposizione di ritmi di lavoro intensissimi ai propri lavoratori. Una serie di inchieste giornalistiche hanno svelato i turni massacranti e le pressioni cui sono sottoposti i lavoratori per aumentare la performance. A questo si aggiunge un pesante clima antisindacale, con Amazon che sostiene (esattamente come le aziende della gig economy!) di credere in una relazione “diretta” fra lavoratori e management, senza l’intermediazione di “corpi intermedi” come il sindacato. E cosi’ perfino i sindacati generali sono arrivati alla proclamazione di uno sciopero il 24 Novembre, la giornata del “Black Friday” in cui l’azienda promuove prezzi scontatissimi con conseguente aumento della domanda e dei carichi di lavoro.

Contemporaneamente anche i sindacati in Germania hanno proclamato uno sciopero. Nonostante la solita guerra sulle adesioni (oltre il 50 per cento dei dipendenti secondo i sindacati, solo il 10 per cento a sentire ciò che dice l’azienda), inizialmente lo sciopero sembrava aver avuto un certo impatto sul management di Amazon, che si era detto disposto ad incontrare i sindacati. Peccato però che Amazon abbia disertato i successivi incontri previsti con i sindacati, portando alla proclamazione di un secondo sciopero al magazzino di Castel San Giovanni il 20 dicembre. Sarà certamente interessante vedere come si evolveranno le lotte in questo gigante della logistica, e se saranno in grado di connettersi con le tante altre vertenze del mondo della logistica, uno dei pochi settori ad aver visto un’alta conflittualità operaia grazie all’azione dei sindacati di base. Ne è un esempio lo sciopero di pochi giorni fa proclamato da USB contro il licenziamento di un delegato alla GLS di Crespellano (Bologna).

Chiudiamo infine con una notizia che riguarda la compagnia aerea irlandese low-cost Ryanair. Divenuta estremamente popolare grazie ai suoi biglietti a prezzi stracciati, anche il modello Ryanair si basa sulla compressione del costo del lavoro rispetto ai concorrenti. Una serie di denunce di lavoratori e lavoratrici in questi mesi hanno fatto infatti emergere come Ryanair utilizzi massicciamente agenzie di reclutamento per mantenere una forza lavoro flessibile e precaria, che si paga da se costosi corsi di formazione per accedere al lavoro, ha remunerazioni estremamente variabili (solo le ore di volo vengono retribuite) e addirittura viene minacciata di provvedimenti disciplinari se non vende abbastanza merendine o profumi a bordo.

Come le imprese citate in precedenza, anche Ryanair ha fatto di tutto per evitare la relazione con i sindacati, addirittura imbarcandosi in una costosa battaglia legale in Irlanda che l’ha vista ottenere un pronunciamento della corte suprema nel 2007 che ha sostanzialmente affossato una legge sul riconoscimento legale dei sindacati. Per anni è sembrato che Ryanair avesse ottenuto una vittoria totale al riguardo. La situazione però è cambiata nel corso dello scorso autunno, quando i piloti dell’azienda (la categoria con più potere contrattuale, perché difficilmente sostituibili) hanno iniziato ad organizzarsi a livello europeo, chiedendo all’azienda di riconoscere i sindacati, invece di utilizzare la contrattazione tramite degli organi creati dall’azienda stessa in ciascuna delle sue basi europee. L’azienda ha inizialmente rifiutato qualsiasi trattativa, portando alla proclamazione dello sciopero in prossimità del Natale in vari paesi europei (fra cui l’Italia). A quel punto, a fronte del rischio di dover erogare cospicui risarcimenti proprio in un periodo di massima domanda come quello natalizio, Ryanair ha ceduto, dicendosi pronta ad incontrare i sindacati dei piloti e degli assistenti di volo. Una vittoria storica per i lavoratori della compagnia low cost, anche se è ancora presto per capire che effetto avrà la decisione dell’azienda. Sembra comunque arrivato un punto di svolta, dopo anni di sconfitte e accettazione di un modello di relazioni industriali totalmente al ribasso.

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26/02/2017

Ragazzi senza età. L’incontro con un ad di Foodora

"Ho avuto un incontro molto franco con uno dei due amministratori delegati di Foodora.

È venuto a trovarmi su consiglio della sua agenzia di comunicazione, dopo un post in cui contestavo alcune prassi dell'azienda, come quella di pagare i rider molto poco, a cottimo, senza diritto alcuno né alla malattia né alle ferie, allontanando quelli che si erano permessi di protestare.

Non ha potuto smentire nulla, tranne i licenziamenti di chi ha protestato: sostiene che alcuni rider non sono stati richiamati solo perché ultimamente Foodora a Torino ha ricevuto meno ordini quindi è normale che l'algoritmo chiami meno persone.

Considera allo stesso modo del tutto normale che una persona prenda tre euro e mezzo a consegna, senza nessun diritto, a chiamata, anche sotto la pioggia, e che la bici debba procurarsela lui/lei, tutti comandati da un algoritmo, continuamente geolocalizzati: perché la concorrenza fa uguale, ha detto, o anche peggio; e perché "nessuno li costringe".

Era solo un po' stupito quando gli ho detto che l'ultimo rider di Foodora che ho visto era più vecchio di me, lui li chiama tutti "ragazzi". Gli ho detto comunque, in generale, che non sono ragazzi, sono persone. E gli ho raccontato di quando mio nonno socialista mi spiegava che l'abolizione del cottimo era una delle più grandi conquiste sociali del dopoguerra, e loro quella conquista l'hanno abolita tornando a prima, al passato, anche se sono una app, anche se hanno un algoritmo.

Alla fine mi ha fatto quasi compassione umana, lo dico davvero. Perché ha 29 anni, è uscito dalla Bocconi e nella vita non ha mai sentito parlare d'altro che di profitti e utili, non ha altri valori che quelli, e sgranava gli occhi quando gli chiedevo che cause stesse mettendo nel mondo, e che mondo vuole lasciare ai suoi figli.

Gli auguro ogni bene, e di illuminarsi strada facendo".

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23/11/2016

Foodora e le altre. La lotta di classe nei servizi “innovativi”

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo:

Gent.le redazione,

Siamo rider di Foodora Torino. Vi inoltriamo un comunicato, un appello che stiamo mandando a gruppi di fattorini (di Just Eat, Foodora, Deliveroo ed altre compagnie che svolgono un servizio analogo), ai solidali in tutta Europa, così come a numerose testate giornalistiche che hanno seguito il caso di Foodora. Insieme vi alleghiamo lo storico della lotta che si è sviluppata contro i contratti a cottimo e contro le condizioni generali del lavoro dei rider di Foodora a Torino.

L’azienda – Foodora – dopo un mese di proteste dei riders si è chiusa nel silenzio e continua a rifiutare una trattativa collettiva. Ha aumentato di 0,90 centesimi il pagamento a consegna ignorando tutte le altre rivendicazioni. Il cottimo, l’assenza di tutele, la precarizzazione pura e l’insicurezza di un monte ore lavorative mensili sono le parole d’ordine di queste nuove aziende della gig economy.

Con questo appello chiediamo una riflessione collettiva sulla precarizzazione completa del mondo del lavoro mascherata da flessibilità; chiediamo azioni solidali e consumo critico. Vogliamo organizzarci coi rider di Deliveroo a Londra, fare rete, con i fattorini in bici così come con gli operatori della logistica in tutta Europa. Chiediamo di diffondere il comunicato.

Deliverance Project

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LO STORICO DELLA LOTTA DEI RIDER DI FOODORA

La protesta dei rider non nasce in ottobre.

Non è lo sfogo scomposto di una minoranza scontenta e confusa che si ostina a non comprendere le enormi possibilità di guadagno derivanti dal cottimo.

Non è la strenua difesa dei "5 euro all'ora" né tantomeno la pretesa di un posto fisso con contratto a tempo indeterminato.

Date le imprecisioni riportate sui giornali (probabilmente inevitabili) e le falsità diffuse dall'azienda (palesemente strumentali), tracciare una breve cronistoria della protesta e della comunità che l'ha sorretta vuole essere un modo per fare chiarezza su un'esperienza atipica di lotta e di autorganizzazione.

Conoscere la storia di questa piccola lotta aiuta a capirne le potenzialità, i limiti e gli orizzonti. Aiutare a inquadrarla nel giusto modo rispetto al contesto e al periodo in cui si sviluppa è per noi la possibilità di rinnovare l'invito a sostenerla, a diffonderla e qualora si ritenesse opportuno a replicarla.

TROVARSI
Foodora sbarca a Torino nell'ottobre del 2015, ma solo a partire dal marzo del 2016 inizia ad accrescere significativamente l'organico della flotta dei rider. L'espansione della flotta è legata alle previsioni di crescita degli ordini in città. E' nei "punti di partenza" indicati per l'inizio dei turni che si sviluppano le prime brevi chiacchiere sulle condizioni lavorative. Brevi scambi di battute tra quattro o cinque colleghi, interrotti dalla secca "campanella" degli ordini via app. Filamenti di lagnanze, improperi e speranze intessuti tra le pieghe di un lavoro altrimenti atomizzante.

In quest'ambito si diffondono le prime voci circa la disparità di pagamento rispetto ai colleghi di Milano ed esce l'idea di creare una chat che raccolga i rider intorno alla proposta di chiedere che l'azienda copra almeno parte delle spese di manutenzione dei mezzi...

Il 25 marzo 2016 nasce "Foodora rimborsi danni", la chat su whatsapp per soli rider, strumento di organizzazione, riflessione e sfogo lontano (per poco purtroppo) dallo sguardo vendicativo e paranoico di capetti e padroncini.

INCONTRARSI
La chat raccoglie decine di persone: chi è già deciso a lottare, chi è curioso, chi spera di trovare qualcosa di meglio di Foodora e non si vuole mettere in gioco, chi vuole semplicemente conoscere i propri colleghi...

Il 10 aprile 2016 ci si dà il primo appuntamento in piazza Castello: finalmente ci conosciamo!
Ci si parla sopra, si urla, si beve, sembra più una festa che un'assemblea...

Eppure è in questo caos che si definiscono le linee della comunità di lotta dei rider di Torino: "Foodora è un lavoro che ci piace fare, non sarà quello che faremo per tutta la vita ma vale la pena di provare a migliorare le condizioni lavorative".

Un sindacalista della C.U.B. ha visionato i nostri contratti riscontrandovi diverse irregolarità: la cosa non può che legittimare un tentativo di rivendicazione...

Ma come reagirà l'azienda di fronte a delle richieste collettive?

E chi sono poi i nostri "capi"?

L'AZIENDA
Il 12 aprile 2016 un gruppetto di noi incontra Gianluca Cocco, uno dei due giovani country manager di Foodora (l'altro è l'evanescente Matteo Lentini). L'incontro verte su problemi tecnici legati all'applicazione installata sul nostro telefono per lavorare. Rispetto al clima amicale propinatoci dai responsabili torinesi, l'impatto col caporione milanese è spaventoso e illuminante allo stesso tempo. Annunciato da paternali non richieste sulla chat ufficiale di lavoro, il manager di persona dà il suo peggio: look alla Marchionne, demenziale utilizzo di parole inglesi italianizzate ("turni staffati", "giacche expensive"), arroganza da vendere e tanta, tanta inadeguatezza.

Attitudine accentratrice (salvo poi rimettere alla casa madre tedesca tutte le decisioni importanti... "Io sono solo un responsabile, non ci posso fare nulla!") e cieca attitudine gerarchica sono i tratti distintivi che marcheranno un solco ad oggi insanato tra "noi" e "loro". Un solco etico ancor prima che "di classe", una differenza tra forme di vita che acuisce la percezione di uno scontro tra interessi tutti volti a vantaggio di una dirigenza odiosa e a danno dei lavoratori. Nell'incontro viene negata ogni possibilità di parlare di aumenti di stipendio e la sera i manager sulla chat di lavoro annunciano, senza alcun senso del pudore, di aver scelto (loro per noi!) dei rappresentanti tra i rider per i futuri confronti con l'azienda. I colleghi in questione rifiuteranno sempre questa loro particolare elezione.

PUNIZIONI
Non è però la sbruffonaggine di Gianluca Cocco a rendere "evidenza" i nostri sentori circa la pessima gestione aziendale di Foodora, ma la quotidiana pratica nel reprimere ogni timida voce di lamentela o dissenso. Infatti con la crescita del volume di ordini il carico di lavoro per i rider si fa più pesante,
cresce il nervosismo e la chat di lavoro diventa una sorta di agorà, dove emergono scazzi e malumori.

Il 3 maggio 2016 avviene la prima punizione esemplare: per una parolaccia scritta in un momento di stress un collega viene "sospeso", ovvero viene espulso dalla chat e gli viene "tagliato" il turno con conseguente perdita in termini di guadagno. I capi fanno muro contro chi chiede come mai: "questa è un'azienda non un oratorio", "ha commesso uno sbaglio oggettivo", "che sia d'esempio per tutti". In barba al contratto che pure sancisce l'inattuabilità di misure disciplinari contro i "collaboratori".

Alla luce di ciò appare più subdolo e minaccioso il "consiglio" che sempre via chat il city manager di Torino da, qualche giorno dopo, ad un altro rider che faceva rimostranze perché il suo turno era stato "tagliato" (eh sì, "flessibilità" vuol dire anche essere mandati a casa a metà del turno per mere esigenze aziendali...): "pure io mi incazzo coi miei capi ti assicuro... ma ne parlo privatamente... lo dico per te... ti aiuterà in futuro"

CONTARSI
Le assemblee dei rider diventano più ordinate e partecipate e viene redatta una lettera di "proposte migliorative" da sottoscrivere e presentare ai manager. Le richieste principali sono: messa in pari della paga oraria con Milano (8 euro lordi all'ora, a fronte dei nostri 5.60), convenzioni aziendali con ciclofficine per la riparazione delle bici e dei motorini personali usati per lavorare, aumento di paga nei giorni festivi e rimborso delle spese telefoniche (internet e traffico voce). Il 12 giugno 2016 inizia la raccolta firme durante una festa organizzata in un parco.

Il 21 giugno 2016 dopo una raffica di sospensioni disciplinari la dirigenza chiude la chat di lavoro ("ce l'ha chiesto la Germania" sarà la patetica balla in proposito). In verità è la spia che il clima si è fatto pesante e l'azienda non tollera alcuna forma di critica.

Dal canto nostro affiniamo metodi e proposte di mobilitazione: assenza di leader o portavoce (per non esporsi a vendette e non replicare la miseria organizzativa aziendale), raccolta firme che "proponga" e non "richieda" (per non fomentare le paranoie antisindacali dei dirigenti), rifiuto del dialogo "face to face" coi capetti in favore di incontri collettivi.

Imporsi piano piano come forza collettiva in un'azienda che vorrebbe il lavoratore sempre e solo, atomizzato e docile.

APRIRE LE DANZE
Il 28 giugno 2016 viene presentata la lettera corredata da 85 firme di colleghi (su una flotta di circa 120 rider). Ci presentiamo in gruppo e strappiamo al city manager un periodo di due settimane entro il quale ottenere una risposta. La dirigenza reagisce stizzita: Gianluca Cocco fa trascorrere le due settimane senza dare una risposta, poi via whatsApp annuncia di poterci ricevere a patto di essere inserito nella chat dei riders. Una provocazione inaccettabile che viene respinta.

L'udienza ci viene concessa soltanto il 21 luglio e si rivela una farsa: a parole la dirigenza accetta di fare le convenzioni con le ciclofficine e promette qualcosa circa il rimborso delle spese internet. Viene negata ancora la possibilità di discutere di aumenti salariali.

La scelta di Foodora di dilatare i tempi della "trattativa" fino a ridosso delle vacanze sembra pagare: con l'arrivo di agosto e il netto rigetto delle nostre istanze si smorza il cima di entusiasmo delle assemblee.

Continuano gli episodi di sospensione punitiva: un collega privato per settimane della possibilità di ottenere turni di lavoro lascia l'azienda.

SBILANCIAMENTI
Il 10 agosto 2016 personale della digos fa visita agli uffici di Foodora e Pony Zero (che cura le assunzioni dei rider di Just Eat, diretto competitor di Foodora). Il motivo è la comparsa in giro per la città di volantini che denunciano la paga bassa dei rider e incitano a riprendere la lotta. Il city manager di Foodora, agitatissimo, dapprima cerca di usare un collega come delatore per scoprire gli autori del gesto, poi convoca due rider per saperne di più. I colleghi ne approfittano per aprire una specie di trattativa dalla quale salta fuori la vaga promessa di un aumento per tutta la flotta a partire da gennaio (vincolata però ad una crescita esponenziale del volume di ordini a Torino). Per la prima volta emerge che una possibilità di trattare sulle paghe c'è...

L'agosto rovente di Deliveroo a Londra sembra indicarci metodi e orizzonti, basta solo tornare in sella belli compatti...

 COTTIMO
Se già a Milano Foodora aveva iniziato una nuova campagna di assunzioni senza pagamento orario a Torino è dai primi di Settembre che viene proposto il cottimo (per l'occasione ribassato a 2.70 a consegna, ma d'altronde "a Torino il costo della vita è minore" chiosano dall'alto). Col pretesto di una riorganizzazione generale della flotta in vista di pantagrueliche crescite di ordinazioni di cibo durante l'autunno viene condotta una scriteriata campagna di assunzioni con contratti al limite dello schiavismo... Ai rider con contratto ad ore non viene detto nulla, così come ai nuovi assunti i capetti si guardano bene dal dire che dei loro colleghi sono pagati per il tempo che versano all'azienda. Le assemblee riprendono con vigore e molti dei nuovi assunti vengono coinvolti perché il lavoro di critica all'azienda riguarda tutti. Viene formulata una nuova rivendicazione: paga mista (fisso orario
più qualcosa per consegna) e contrattualizzazione che tuteli i lavoratori dall'arbitrarietà che l'azienda si riserva nell'assegnare turni e dispensare punizioni.

IL TEMPO STRINGE
Molti rider col contratto ad ore visto il netto peggioramento delle condizioni di lavoro lasciano Foodora. Si diffonde la consapevolezza che questo sia uno degli obbiettivi della dirigenza: scorporare la comunità che si era riunita con la lettera firmata e le assemblee. In fondo il gioco è semplice: o vai verso la scadenza del contratto e poi ti adegui al cottimo o te ne vai...

Così come prendono consistenza le voci per cui l'azienda si serva di delatori per capire chi tiri le fila della "rivolta" (fatto questo poi confermato dagli stessi capetti).

Impossibilitati per mancanza di tempo a riorganizzare una raccolta di firme (al 30 novembre scadono tutti i contratti a tempo e l'unica possibilità per continuare a lavorare per Foodora sarà adeguarsi al cottimo), ci rivolgiamo ad un sindacato di base, il S.I.CoBas (conosciuto a Torino per la sua combattività e il suo radicamento nel settore dei lavoratori della logistica) per intraprendere la via della trattativa sindacale formale. I colleghi iscritti al sindacato sono sia "veterani" col contratto ad ore sia nuovi assunti con la paga a cottimo.

SOPERCHIERIE
Alla fine di settembre alcuni di noi (una quindicina) individuati dai capetti come i più riottosi vengono privati della possibilità di accedere alle tabelle orarie per prenotare i turni. A un collega che va in ufficio a chiedere spiegazione viene confermato che si tratta di una manovra per far fuori i rompiscatole. Questa serrata de facto suscita lo sdegno di moltissimi colleghi presenti sulla chat di lotta e partono le prime reazioni pubbliche: recensioni negative su Fb per colpire là dove l'azienda investe di più ma è anche più fragile, l'immagine pubblica. L'azienda per chiarire propone l'ennesimo incontro "a invito" includendo i rider puniti in una chat che preannuncia un incontro conciliatore col manager Gianluca Cocco. La nostra risposta è secca e proviene dagli uffici del sindacato: bando alle ciance, l'azienda ha 7 giorni di tempo per aprire una trattativa sindacale riguardante paghe e contratti.

L'ultimatum verrà disatteso con la solita boria (l'azienda non avendo formalmente dipendenti non riconosce la costituzione di sindacati al suo interno...). In più il 7 ottobre 2016 due promoter di Foodora vengono cacciate dall'azienda sulla base di voci che sostenevano la loro partecipazione ad una nostra assemblea ("che minchia c'entrate voi coi rider" tuona il capetto che le "licenzia" con una telefonata dopo aver chiuso loro il profilo per la prenotazione dei turni di lavoro). La misura è colma... e la sera del 7 di ottobre viene proclamato lo stato di agitazione sindacale.

ROMPERE IL SILENZIO
La mattina dell'8 ottobre ci troviamo in piazza Vittorio. Non siamo tantissimi ma la tattica scelta per essere "efficaci" è ben rodata: ce l'hanno suggerita i colleghi di Deliveroo che a Londra hanno sconfitto il cottimo. L'idea è semplice: a gruppi ben visibili (importantissimo il ruolo delle gigantesche bandiere) si entra nei locali che si appoggiano a Foodora e si volantina a clienti, esercenti e lavoratori delle cucine. Nel frattempo si fa partire una campagna sui "social" che inchiodi l'azienda alle sue responsabilità e ne denunci le ipocrisie e le vessazioni...

I fatti successivi e la loro portata su scala nazionale (e non solo) sono noti a tutti.

La massiccia copertura mediatica ha garantito a livello nazionale il diffondersi del dibattito sulla "gig economy". Lo spettacolo, l'opinione pubblica e i politici hanno preso le nostre parti in maniera unilaterale (anche se le risoluzioni da questi ultimi messe in atto si sono ad ora rivelate insufficienti e di facciata: cosa possono gli ispettori del lavoro se non sancire la propria impotenza davanti a decenni di smantellamento mirato delle garanzie dei lavoratori che finiscono per legalizzare situazioni "border line" come Foodora?) e sui social media lo "shitstorming" ha messo al tappeto mesi e mesi di impegno aziendale nel costruirsi una faccia presentabile. Col suo rutilante carico di volantinaggi, cortei, presentazioni e serate benefit la lotta ha portato in brevissimo tempo a concessioni da parte dell'azienda (certo, da 2.70 euro a ben 3.60 euro a consegna oltre alle tanto agognate convenzioni con le ciclofficine... sì, quelle che avevano promesso a luglio...).

Gianluca Cocco e Matteo Lentini sono letteralmente scappati ad ogni occasione di incontro (salvo
prodursi in un siparietto per presentare i benefici del cottimo... ricevendo una valanga di insulti) e hanno ingaggiato una costosissima unità di consulenza aziendale in comunicazioni (Barabino & Partners) per districarsi dalla figuraccia mediatica e dal conseguente calo di ordini a Torino. Hanno inoltre deciso di fare un'ulteriore campagna di marketing a Milano per "tenere botta" al diffondersi delle pratiche di boicottaggio (assurdo pensare a quanto spendano pur di non trattare meglio i propri fattorini...).

E se a Torino una grande difficoltà è ampliare il numero di colleghi partecipanti alle iniziative di lotta (le punizioni e la promozione capillare della competizione danno in fin dei conti i loro squallidi frutti) abbiamo salutato con gioia l'inizio di una mobilitazione a Milano e le tante testimonianze di solidarietà da mezza Europa.

Tirando le somme: la dirigenza, pur facendosi una pessima reputazione, non vuole scendere a patti coi lavoratori, cerca di prenderli "per fame" (ci sono colleghi cui non danno turni da più di un mese, ma sui giornali possono negare le punizioni in virtù del fatto che non sono state operate "rescissioni formali del contratto"...), persegue nell'imporre il cottimo e nell'insabbiare la lotta sperando di poter contare sul menefreghismo dei clienti e dei lavoratori; noi incassiamo qualche piccola vittoria, molte soddisfazioni e proseguiamo i nostri percorsi di solidarietà e denuncia del precariato.

E ORA?
Dopo più di un mese di lotta, nonostante i successi ottenuti e le piccole migliorie per i rider, la stanchezza si fa inevitabilmente sentire e la copertura mediatica della protesta tende a sparire. L'allargamento sociale della lotta (presso colleghi di altre aziende del food delivery e più in generale presso i precari) e delle riflessioni sulle nuove modalità di sfruttamento del lavoro precario resta una priorità insieme alla diffusione degli strumenti di critica al cottimo presso i colleghi più restii a mettersi in gioco. Gli spazi di manovra per quanto riguarda le possibilità di dialogo con l'azienda si assottigliano sempre di più e così le possibilità di ricevere una proroga del contratto per coloro che dall'inizio delle proteste sono puniti per aver protestato.

Ma stiano pur certi a Foodora che manager, capetti e spie non la spunteranno tanto facilmente e che i mezzi, la pazienza e la determinazione per scardinare questo infame dispositivo di caporalato digitale non ci mancheranno mai...

Ai solidali, ai simpatizzanti, ai colleghi e ai compagni che da ovunque intendano continuare a sostenerci l'appello resta invariato: denudare Foodora del manto "cool", "smart" e innovativo denunciando il cottimo e il caporalato, creare dibattito sul lavoro ultra-precarizzato, promuovere percorsi di consumo critico e sbizzarrirsi in esercizi di solidarietà attiva. Ma soprattutto intraprendere percorsi di autorganizzazione della lotta.

Per mesi abbiamo studiato l'azienda, l'abbiamo vissuta, l'abbiamo subita e ne abbiamo compreso punti di forza e di debolezza.

Nella lotta abbiamo messo in comune intelligenze, capacità pratiche, contatti utili, legami e fiducia. Ci siamo conosciuti e riconosciuti, siamo diventati qualcosa di più che dei semplici colleghi, qualcosa di diverso da atomi in corsa nel traffico agli ordini di un computer.

Nella lotta siamo diventati amici, complici, amanti. Abbiamo riscosso una solidarietà insperata.

La posta in gioco non è più solo strappare un contratto decente ad una manica di sciacalli (che pure han la faccia tosta di passare per benefattori), ma scoperchiare un sottobosco dove, nelle zone grigie del diritto e forti della gran massa di disoccupati a disposizione proliferano covate di nuovi arrivisti.

Se questa lotta ha un merito è sicuramente quello di aver indicato, proprio laddove veniva veementemente negato, quel vecchio solco insanabile tra chi sfrutta e chi, sfruttato, gli si oppone.

Torino, novembre 2016
Deliverance Project Torino

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Deliverance Project

INTERNATIONAL NEWS RELEASE

An extensive call to all riders of Europe

We are Riders at Foodora in Turin. We are workers in the world of home deliveries. We are the backbone of the company we are working every day: Foodora, start up "leader" of a maximum expansion in the sector but forces its workers to settle just for a crumb.

The Oct. 8 began our mobilization against contracts that promise simple earnings but actually are downloading all the risk of doing business on the workers.

Contracts that provide for a salary only focused on piece work (payment for each delivery made) without any guarantee on the number of deliveries per shift, without any protection during illness, without time off and above all without the slightest value of time – our time – made available by the company.

Co.co.co (Coordinated and continuing collaboration) contracts that frame us as self-employed workers, in a context where there is no place for autonomy, where autonomy clashes with the algorithms of an app that scans pace and amount of work, in a climate of exasperated competitiveness.

We hear managers talking about an alternative to inactivity, flexibility, a coordination that breaks down hierarchies using the app and technology, FOR US, FOR THOSE WHO WORK, THIS IS JUST TRANSLATED INTO ABSOLUTE INSECURITY, THIS IS WHAT WE CALL DIGITAL EXPLOITATION.

Incontestable directives, steady blackmail and exemplar punishments are the real made of unfulfilled promises, a start-up that creates a wall in front of the demands of its workers, rejecting all forms of productive dialogue. A start-up, like so many others, who refuses to recognize our work the dignity it deserves, that dignity without which work becomes mere exploitation. The urgensies which we hurled, go beyond our individual experience; they are affecting both young and old, students, temporary workers and unemployed tired to deal every day with a world of work from the food delivery to the call center and to the broader field of logistics, which are suffocating an entire generation. A generation deprived of its own future by the imposition of conditions of work that with the exploitation of the gray areas of the law and a very high unemployment rate, reject and trample on those rights won by workers with decades of struggle and sacrifice. It is time to say enough! It is time to give back to work and to workers the dignity they deserve. To require together what belongs to us. It's time not to be complicits.

Dynamic support, critical consumption and dignity for workers are the key words not to be defenceless spectators of a future that goes to hell. Defenceless spectators of a future that slowly they are stealing us.

It's time to take a stand on it and initiate a reflection that allows to put aside the rhetoric of false opportunities which are flaunted with slogans, a reflection that permits giving the right name to things.

Because “piece work” is exploitation even if you no longer work in the mine, but on the streets of the city riding your bike. It is exploitation even if to yell orders is the notification of an app and not the voice of a corporal. Our goal is to reflect, discuss and self-organize ourselves together to give voice to the real needs of those who every day live on their skin the real contradictions of a world of work which always holds less account of those who work. So that from a reflection could born a solidarity among workers, essential to impose from the bottom-up dismantled protections piece by piece over the past 20 years.

And you where you stand? What is your position on Foodora? Tell us! And ask yourself if you want to be an accomplice of those who, with false promises and advertising slogans, stakes a claim on a future that belongs to us.

November, 2016

Riders from Turin: Deliverance Project (ridertorino@gmail.com)

It’s an operating system to relate the various struggles of the new job 2.0 and to support reflection and
self-organization against precariousness and exploitation of labor. Join us!

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Deliverance Project

COMUNICATO STAMPA INTERNAZIONALE

Un appello esteso a tutti i riders d'Europa

Siamo rider di Torino. Siamo lavoratori del mondo delle consegne a domicilio. Siamo la spina dorsale
dell’azienda per cui tutti i giorni lavoriamo: Foodora, start up “leader” di un settore in massima
espansione che costringe però i suoi lavoratori ad accontentarsi delle sole briciole.

L’8 Ottobre ha avuto inizio la nostra mobilitazione contro dei contratti che promettono facili guadagni
ma che in realtà scaricano tutto il rischio di fare impresa sui lavoratori. Contratti che prevedono una
retribuzione incentrata solo sul cottimo (pagamento per ogni consegna effettuata) senza alcuna garanzia sul numero di consegne per turno, senza alcuna tutela in caso di malattia, senza ferie e soprattutto senza dare il minimo valore al tempo – il nostro tempo – messo a disposizione dell’azienda. Contratti-Co.co.co – che ci inquadrano come lavoratori “autonomi”, in un contesto dove per l’autonomia non c’è affatto spazio, dove l’autonomia si scontra con gli algoritmi di un’applicazione che scandisce ritmi e quantità di lavoro, in un clima di esasperata competitività. Sentiamo i manager parlare di alternativa all’inoccupazione, di flessibilità, di un coordinamento che abbatte le gerarchie ricorrendo alle app ed alla tecnologia, ma PER NOI, PER CHI LAVORA, TUTTO CIO’ SI TRADUCE SOLO IN ASSOLUTA PRECARIETA’. TUTTO CIO’ NOI LO CHIAMIAMO SFRUTTAMENTO DIGITALE.

Estrema competitività, direttive insindacabili, costante ricattabilità e punizioni esemplari sono il vero
volto di una start-up “smart” ed ammiccante fatta di promesse disattese, una start-up che fa muro
davanti alle richieste dei suoi lavoratori rifiutando ogni forma di dialogo costruttivo. Una start-up, come tante altre, che si rifiuta di riconoscere al nostro lavoro la dignità che merita, quella dignità senza la quale il lavoro diventa mero sfruttamento.

Le criticità contro cui ci siamo scagliati vanno oltre la nostra singola esperienza, riguardano giovani e
meno giovani, studenti, precari e disoccupati stanchi di confrontarsi ogni giorno con un mondo del
lavoro che dal food-delivery ai call-center, fino al più ampio settore della logistica, soffoca un’intera
generazione. Una generazione privata del proprio futuro dall’imposizione di condizioni di lavoro, che
sfruttando le aree grigie del diritto ed un altissimo tasso di disoccupazione, calpestano e disconoscono
quei diritti conquistati dai lavoratori con decenni di lotta e sacrificio.

È ora di dire basta. È ora di restituire al lavoro ed ai lavoratori la dignità che meritano e reclamare
insieme ciò che ci spetta. È ora di non essere complici.

Solidarietà attiva, consumo critico e dignità per i lavoratori sono le parole d’ordine per non essere
inermi spettatori di un futuro che diventa sempre più opaco.

É ora di prendere posizione e di avviare una riflessione che consenta di mettere da parte la retorica delle false opportunità sbandierate a suon di slogan, una riflessione che consenta di dare il giusto nome alle cose. Perché il cottimo è sfruttamento anche se non lavori più in miniera, ma per le strade della città in sella alla tua bici. È sfruttamento anche se a strillare gli ordini è la notifica di un app e non la voce roca di un caporale. Il nostro obiettivo è quello di riflettere, di discutere e di auto-organizzarci insieme perdare voce alle reali esigenze di quanti ogni giorno vivono sulla loro pelle le contraddizioni di un mondo del lavoro che tiene sempre meno conto di chi lavora. Affinché dalla riflessione possa nascere quella solidarietà tra lavoratori indispensabile per imporre dal basso le tutele smantellate pezzo per pezzo negli ultimi 20 anni.

E tu da che parte stai? Qual è la tua posizione riguardo a Foodora? Esprimila! E chiediti se vuoi essere
complice di chi, con false promesse e slogan pubblicitari, ipoteca un futuro che però appartiene a noi!

CONSUMO CRITICO E SOLIDARIETA’ ATTIVA: ECCO COSA VI CHIEDIAMO.

Torino, 17 novembre 2016

I riders di Foodora Torino: Deliverance Project (ridertorino@gmail.com)

E' una piattaforma per mettere in relazione le varie lotte del nuovo mondo del lavoro 2.0, e per favorire la riflessione e l’auto-organizzaizone contro la precarizzazione e lo sfruttamento del lavoro. Unisciti a noi!

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