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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2023

Alitalia – ITA, il tribunale di Roma scardina il segreto voluto da UE e governi italiani

Oggi 15 giugno è stato depositato, sulla base della produzione del contratto di cessione segreto Ita-Alitalia, il dispositivo della prima sentenza favorevole a 77 dipendenti ex Alitalia, tra cui molte donne, che sono stati tutti reintegrati nel posto di lavoro vedendosi riconosciuto anche il diritto a un anno e mezzo di arretrati. Una prima tappa contro l’ingiustizia e la disapplicazione delle leggi italiane, con il riconoscimento da parte del giudice del Lavoro di Roma che il contratto con il quale è nata ITA – ostinatamente tenuto segreto da un’azienda a capitale pubblico – altro non era che una cessione di ramo d’azienda.

USB esprime oggi grande soddisfazione ma non può fare a meno di sottolineare con rabbia come non sia stata ascoltata nella sua dura critica alla nascita di ITA, basata su un progetto industriale enormemente limitato che, invece di essere un volano dopo la ripresa economica e post pandemica, provoca oggi l’attesa messianica dell’ingresso di Luftansa, un ingresso senza garanzie di sviluppo e chiaramente già scritto nei piani di Bruxelles quando la UE decretò la condanna a morte di Alitalia. Tutto già scritto e tutto denunciato fin dal primo momento da USB, con assemblee, manifestazioni e convegni fin sotto le finestre del Parlamento e del governo.

ITA avrebbe dovuto dare lavoro a tutta una platea di dipendenti dei vettori, dopo il commissariamento di Alitalia, le crisi del 2020 e le chiusure di AirItaly, di Blue Panorama ed altre. Invece la discontinuità si è trasformata in assunzioni privilegiate senza oggettività e proprio in questi giorni assistiamo alle stabilizzazioni di CTD provenienti da altri bacini e da compagnie low cost mentre migliaia sono ancora i lavoratori a casa pagati dallo Stato.

Sono più di 1.100 le cause pendenti per chiedere la reintegra nel posto di lavoro e a queste potrebbero adesso seguirne altre da parte dei 3500 dipendenti che non hanno avviato i ricorsi e che oggi sono ancora in Cigs (saltuariamente pagata) a zero ore, scesi in piazza questa mattina con USB a Roma per reclamare reddito e lavoro. La stima dei costi in caso di ulteriori vittorie dei ricorrenti è di parecchie decine di milioni di euro, tali da mettere in discussione la svendita a Lufthansa.

Grave quindi è stata l’imprudenza della politica tutta: dei ministri dell’Economia Franco (governo Draghi) e poi di Giorgetti con l’attuale governo Meloni, che hanno forzato in ogni modo il passaggio di discontinuità negando le leggi italiane; del management di Ita Alfredo Altavilla, responsabile di spaventose discriminazioni nelle assunzioni, in un percorso condiviso dal sindacato confederale e di categoria nell’accettazione di contratti al ribasso e oggi del salario d’ingresso. Si tratta di modalità che neppure oggi sono state corretto dall’attuale management cioè dal presidente Turicchi e dall'AD Lazzerini.

Ora le conseguenze potrebbero essere anche politiche, oltre che economiche. Soprattutto, ci deve essere una severa valutazione dell’operato degli attori che con disinvoltura hanno distrutto un’azienda e messo migliaia di famiglie in enorme difficoltà. Calpestando oltretutto le leggi della Repubblica Italiana, con l’ostinata segretezza imposta al contratto che ha sancito la trasformazione di Alitalia in ITA, un segreto di pulcinella, scardinato oggi per la prima volta dal giudice del lavoro del Tribunale di Roma.

USB Lavoro Privato

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28/09/2016

I cinque operai Fiat vincono su Marchionne

Il licenziamento di Mimmo Mignano e degli altri quattro operai è nullo, la Fiat li deve riprendere tutti al lavoro. Lo ha deciso il Tribunale di Napoli in sede di appello riformando così le due precedenti sentenze della sede di Nola, che avevano invece dato ragione all'azienda. Mimmo e gli altri avevano protestato dopo il suicidio di Maria Baratto, ennesimo tra gli operai cassaintegrati in Fiat, con una rappresentazione satirica fuori dall'azienda e dall'orario di lavoro. E l'azienda li aveva licenziati per "rottura del rapporto di fiducia".

Quello dei cinque operai Fiat è stato un licenziamento politico che colpiva la libertà d'opinione degli operai come cittadini della Repubblica. Questo abbiamo sostenuto in questi mesi assieme a loro e a militanti e rappresentanti sindacali e politici, giuristi, intellettuali, artisti. Questo aveva dimostrato Pino Marziale nella sua argomentatissima arringa in difesa degli operai. Ora anche il giudice afferma che è proprio così.

Per l'arroganza di Marchionne e del suo modo di pensare ed agire è un duro colpo. I lavoratori non sono sudditi medioevali sui quali l'impresa abbia diritto di potere assoluto, dentro e fuori il posto di lavoro. Oltre il mercato, il profitto, il potere ci sono i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Costituzione che non a caso non piace al capo della Fiat, alla banca Morgan e naturalmente al loro referente politico, Matteo Renzi.

La sentenza di Napoli mostra la forza che si può creare, quando la mobilitazione democratica incontra e sostiene persone che non si arrendono e che sono disposte a rischiare tutto per la giustizia. E dobbiamo ricordare ora i terribili giorni trascorsi da Mimmo Mignano a cinquanta metri di altezza su una gru nel centro di Napoli.

Quando la determinazione di un gruppo di operai che crede nelle sue e nelle nostre ragioni diventa un movimento civile e morale, quando chi lotta dalla parte e per le ragioni della giustizia incontra finalmente un giudice sensibile solo alle ragioni del diritto, e non a quelle del mercato, dell'impresa, del potere. Quando tutto questo si verifica, la libertà si afferma e il potere autoritario e prepotente viene sconfitto.

Grazie a Mimmo e agli altri quattro compagni che ci hanno dato ragioni e forza in più per lottare. Grazie a chi si è mobilitato per loro. E grazie ai giudici di Napoli che hanno tenuto la schiena dritta.

E come ci siamo detti nelle tante iniziative di solidarietà di questi giorni, diamoci da fare perché al referendum del 4 dicembre vinca il No. E così vengano ancora sconfitti Renzi, Marchionne e tutti coloro per i quali i principi sociali della nostra Costituzione non dovrebbero più valere nulla di fronte all'impresa e ai suoi affari.

Mimmo e gli altri sono stati reintegrati perché, come lavoratori anziani, usufruiscono ancora dell'art. 18. Se fossero stati tra gli assunti con il Jobs Act – per i quali quell'articolo non c'è più – il giudice non avrebbe potuto comunque fare nulla.

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