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02/04/2025

Giappone e Corea del Sud rafforzano il commercio con la Cina, contro i dazi USA

Il 30 marzo, a Seul, si è svolto un trilaterale tra i padroni di casa della Corea del Sud, il Giappone e la Cina. I ministri rispettivamente dell’Industria, dell’Economia e del Commercio si sono stretti la mano e hanno deciso di aumentare la cooperazione commerciale, e anche di rafforzare accordi e istituti regionali e multilaterali.

Nella dichiarazione congiunta si legge la volontà di creare “un campo di gioco globale equo [...] non discriminatorio, trasparente, inclusivo e prevedibile” per gli investimenti e, dunque, per le prospettive di crescita. Il convitato di pietra – neanche così nascosto – è la prossima introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense.

Per tutti e tre i paesi, gli States sono il principale partner commerciale. Sia per la Corea del Sud sia per il Giappone, la filiera dell’acciaio e dei chip potrebbe subire pesanti contraccolpi, e ancora di più l’automotive: per il paese del Sol Levante la filiera dell’auto ha rappresentato il 30% dei 145 miliardi di esportazioni verso gli USA nel 2024.

L’incontro risulta interessante per vari motivi. Il ministro coreano dell’Industria ha detto che i tre paesi devono muoversi in maniera congiunta di fronte “all’attuale ambiente economico e commerciale caratterizzato da una crescente frammentazione”. Ma, almeno sulla carta, non si è trattato di semplice retorica.

Innanzitutto, questo incontro è il primo di questo genere da cinque anni a questa parte, e ciò già dà il senso del passaggio storico che stiamo vivendo. È altrettanto significativo che, al summit, sia stata affermata la volontà di accelerare su un accordo di libero scambio che dovrebbe unire i tre paesi.

Il dialogo su questo dossier va avanti dal 2013, ed è difficile aspettarsi una risoluzione di tutti i suoi nodi a breve termine. Ma che ritorni nel dibattito proprio ora, dopo cinque anni di sostanziale stallo, non può passare inosservato. Senza contare le dichiarazioni effettuate su altre questioni che esulano dalle tre realtà dell’Estremo Oriente.

I tre ministri hanno espresso l’intenzione di rafforzare il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale firmato nel 2020 da 15 paesi dell’area dell’Asia-Pacifico, finalizzato ad aumentare l’integrazione tra le loro economie e a diminuire le barriere doganali.

All’incontro si è parlato anche di proporre una riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio affinché sia “più reattiva e resiliente nell’affrontare le attuali sfide commerciali”. Al di là dei contenuti della proposta, è interessante che i tre paesi vogliano rilanciare il ruolo di un’istituzione multilaterale che ha rappresentato il pilastro della globalizzazione post-Guerra Fredda.

Si parla pur sempre di intese sul piano economico, ma che rispondono alle richieste formulate dalla Cina poco più di una settimana fa, durante un altro vertice tenuto a Tokyo. Questa volta sono stati i ministri degli Esteri a incontrarsi, per la seconda volta in poco più di un anno (dopo un silenzio che, anche in questo caso, era durato oltre quattro anni).

I tre politici hanno parlato di Ucraina, mentre rimangono sul tavolo alcune questioni spinose come quella dell’arsenale nucleare della Corea del Nord e del suo legame con la Russia. Ma l’idea espressa dal Dragone di riprendere i colloqui sul trattato di libero scambio e di rafforzare il RCEP ha trovato risposta appena una settimana dopo.

Si delinea nuovamente una situazione che si era già vista in passato, ovvero quella in cui Seul e Tokyo fanno affari con Pechino, ma in politica estera rimangono sugli indirizzi dell’alveo occidentale. Questa volta, però, ci sono anche le parole di una ricercatrice di importanti think tank di Washington a dire che ci potremmo trovare di fronte a una svolta.

Patricia M. Kim, studiosa affiliata al Council on Foreign Relations (che pubblica la rivista Foreign Affairs), al National Committee on U.S.-China Relations e alla Brookings Institution (frequentata anche dall'italiano Mario Draghi), ha riconosciuto che questo incontro “ha un’importanza accresciuta” rispetto al passato, vista la nuova situazione internazionale.

Per Seul e Tokyo rimane una sorta di ‘vincolo esterno’ nella presenza militare statunitense, e senza dubbio i due alleati di Washington non nascondono la loro preoccupazione per il rafforzamento militare della Cina e le tensioni intorno alla questione Taiwan. Ma rimane il fatto che la politica commerciale di Trump potrebbe innescare effetti indesiderati.

L’incontro di qualche giorno fa ha mostrato la volontà di mantenere aree di libero scambio, ma innanzitutto in una dimensione regionale ed asiatica, e perciò confermando la tendenza alla frammentazione del mercato mondiale. E all’interno di questo orizzonte, i dazi potrebbero avvicinare ulteriormente gli ‘alleati’ degli Stati Uniti al nemico strategico principale, ovvero la Cina.

Anche in questo caso, non si potrà che aspettare che la polvere sollevata dall’introduzione dei dazi si sia posata per comprendere le tendenze più generali dello scenario internazionale.

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