Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/03/2016

Nel segreto laboratorio di produzione (musicale) – Alcune note su UPM

Il progetto denominato Unità di Produzione musicale (UPM) ideato da Enrico Gabrielli e Sergio Giusti è dotato di una premessa molto accattivante, ovvero quelle di riunire – o per usare un'espressione marxiana “concentrare” – all'incirca una settantina di musicisti, suddivisi in dodici squadre, nello spazio di due capannoni industriali e metterli “al lavoro”.

In cosa consiste questo “lavoro” ? Sarà una delle questioni chiave che caratterizza questo bizzarro “film” a metà tra l'esperimento sociologico e il documentario, che non manca di richiamare alla memoria alcuni grandi pellicole novecentesche come “La classe operaia va in Paradiso” di Petri o “Prova d'orchestra” di Fellini.

Il dato paradossale e che gli stessi musicisti provenienti per lo più dalla scena “alternativa” e dotati delle più disparate abilità musicali, della competenza nei più strambi strumenti, non sono consapevoli di ciò a cui stanno andando incontro; o meglio, sanno che dovranno affrontare una “giornata lavorativa” che verrà ripresa e registrata.

Presto scopriranno di dover “lavorare” sul serio, all'incirca otto ore, suddivisi in squadre dotate di un operaio specializzato (selezionato tra gli stessi) avente la funzione di dare consulenza alla squadra. Saranno “costretti” a memorizzare il loro numero di matricola e a vestirsi tutti con la stessa tuta (l'unica variazione è cromatica per gli specializzati). Questi due elementi sono caratteristici di qualsiasi istituzione totale, tendono a livellare e a spersonalizzare.

Per quanto questa fabbrica appaia senza padroni, è dotata di “sottufficiali” (all'aspetto tecnici, ingegneri, medici, interpretati da persone esterne ai musicisti selezionati) che scandiscono turni, indicano luoghi di pausa, regole e che insomma esercitano quella funzione disciplinare che caratterizza un aspetto cruciale della fabbrica moderna.

Il lavoro dei musicisti consiste nel suonare e comporre. Le squadre saranno divise in reparti, a turno c'è chi scrive i brani e chi li dovrà eseguire. Qui sorgono le prime difficoltà, e c'è un primo momento nella pellicola che è in qualche modo “anarchico”: ognuno compone ciò che vuole e anche l'esecuzione assomiglia ad una sorta di jam-session dissonante. La registrazione, come nota uno dei musicisti in un momento di pausa, non avviene per singolo strumento ma avviene “a campo” e gli stessi musicisti hanno progressivamente l'impressione di coprirsi l'uno con l'altro, gli strumenti acustici sono coperti o da quelli elettrici o dalle batterie. C'è insomma qualcosa che non funziona, qualcuno parla pure di “tedio” o di “alienazione”. Il lavoro dei musicisti normalmente è svolto singolarmente o in una band: qui è caotico e scoordinato. Sorge un primo momento di riflessione: e se riuscissero a comportarsi come una sorta di “orchestra”? Il problema vero è la mancanza di un direttore, di un “piano” di lavoro che arrivi dall'alto o dagli stessi, cosi come di una partitura univoca che assegni ruoli in base ad utilità e competenze. Il fatto è che tra i musicisti c'è anche chi la musica non la sa leggere né scrivere, e non c'è un compositore che riesca in cosi poco tempo a valorizzare le singolarità nell'insieme. Vengono fatti dei tentativi, ed è proprio la comprensione stessa del problema a essere tardiva e a fare di qualcuno un proto-sindacalista “per l'unione e la semplificazione”, o a spingere altri verso derive più individualiste e silenti.

Una prima soluzione la si trova col conteggio delle note tramite la corrispettiva conta delle dita della mano e scrittura sugli spartiti, spingendo verso una composizione che è semplice ma riesce finalmente a far suonare gli strumenti seguendo una partitura. Ma è una situazione che non soddisfa completamente, qualcuno si perde e rimane della disarmonia.

La “soluzione” avverrà sul finale, i musicisti decideranno di scrivere una sola nota e suonarla dopo l'ultimo fischio dei controllori. Un gesto di sovversione rispetto alla regola ma anche di profonda uniformità e serializzazione.

La citazione che apre e chiude il film è di grande interesse: “Il lavoro è dappertutto\perchè non c'è più lavoro” di Baudrillard, uno dei teorici della fine della modernità e del marxismo e anche della smaterializzazione del lavoro. Verrebbe da chiedersi se l'esperimento non sia in realtà un'evocazione di uno spettro del passato, la fabbrica novecentesca in un universo dominato ormai dalla produzione simbolica o immateriale. Chi scrive è piuttosto lontano da questa prospettiva e crede che il lavoro esista ancora, anche se è cambiata radicalmente la sua organizzazione. Le nuove concentrazioni operaie nei paesi in via di sviluppo e il permanere seppur in parte terziarizzato del lavoro operaio nei paesi a capitalismo avanzato di fatto smentirebbero queste tesi sulla fine del valore di scambio e il dominio di quello simbolico.

La chiusura del film può far pensare al cammino della coscienza di classe e al livellamento di funzioni degli operai di cui Marx e Engels scrivevano nel Manifesto (opera il cui eco ho percepito per tutta la durata del film cosi come di alcuni capitoli del primo libro del Capitale) da coscienze singole disgregate (l'anarchia del primo momento del film) e da comparti differenti, lentamente si costruisce un'unione d'intenti volta alla sovversione dell'organizzazione del lavoro. Elemento indubitabilmente presente nel corso dei circa 80' minuti del film che potrebbe offrire un'interpretazione univoca e pure interessante.

Un'altra questione che affiora è quella della divisione del lavoro, la differenza tra chi scrive (lavoro intellettuale) e chi esegue (lavoro manuale) è portata ad un livello d'interscambio piuttosto accentuato e permette lo sviluppo della pellicola. Divisione del lavoro che spesso cade nei gruppi musicali che compongono ed eseguono i loro brani. Qui irrigidita e tra le cause di non pochi problemi, impedendo il libero gioco dei talenti individuali e dei repertori. Costringendo al confronto con la squadra esecutiva e in secondo luogo quella compositiva e più in generale con gli altri musicisti.

Forse si vuole suggerire che proprio i musicisti esposti alle intemperie del mercato, alla fine del supporto del cd e alla ribalta dello streaming in web (settore, questo sì, smaterializzato e informatizzato) che ha stretto i proventi per questi “liberi produttori d'arte” che si percepiscono isolati e ognuno per sé, dovrebbero forse dare vita a nuove forme di mutualismo? Di unione contro un mercato che li sta sempre più schiacciando?

13/01/2016

Il lavoro centrifugato


Pubblicata su «Il Manifesto» del 6 gennaio 2016

Nell’ultimo secolo il lavoro salariato ha percorso un moto circolare che sembra averlo riportato alla sua condizione iniziale di assoluta mancanza di potere sociale. Il volume di Graziano Merotto, La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (DeriveApprodi, euro 50) descrive questo lungo movimento, ricostruendo la vicenda politica di una vasta porzione di classe operaia impiegata a produrre elettrodomestici nel cuore del Nordest, ovvero dalla provincia di Treviso fino a Pordenone. Come scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto in un’intensa postfazione, però, non siamo di fronte né a un esercizio di sociologia del lavoro né alla storia sociale di un distretto produttivo. Questa è la storia dell’altra Marghera, ovvero di un polo di insubordinazione operaia, forse meno conosciuto ma che da molti decenni non si adegua alla continue ristrutturazioni aziendali e alla deferenza che esse pretendono.

L’era dei metalmezzadri

Il processo di autentica conricerca emerge nella scrittura di Merotto e dalle molte voci operaie che restituiscono il senso politico della vicenda collettiva. La fabbrica non è però né il punto di partenza né quello di arrivo di questa storia, che ha come protagonista la rivolta del lavoro salariato. La fabbrica non istituisce lo scontro sociale, ma permette di continuarlo con altri mezzi. Il moto circolare del potere sociale del lavoro salariato va infatti da una precarietà all’altra. Il punto di partenza è la precarietà dei contadini che accettano il regime di fabbrica per liberarsi dalla condizione di mezzadri, fittavoli o coltivatori diretti. La fabbrica consente loro di scegliersi il padrone, liberandosi dal peso di tradizioni secolari e dalla fame. A lungo sono stati chiamati «metalmezzadri», per indicare il rapporto con il lavoro agricolo che spesso conservavano. La fabbrica è stata però ancora l’alternativa all’emigrazione, praticata in massa in tutti questi decenni per sfuggire tanto alla povertà quanto allo stesso regime di fabbrica.

Dal libro di Merotto emerge perciò con forza che la storia di quegli operai non coincide con quella dei diversi stabilimenti di una grande fabbrica che è inizialmente la Zoppas, per divenire poi Zanussi e, infine, Electrolux. Essi sono parte di una comunità colta sempre nel momento della sua trasformazione: è una comunità contadina che si disgrega, ma è anche la comunità che durante il grande sciopero del 1968 va oltre se stessa mobilitando energie collettive per sostenere un mese di fermo pressoché totale della produzione. Questa comunità non è tanto il luogo delle sane tradizioni, quanto l’insieme di relazioni che si mobilitano per confrontarsi con ciò che è sorto al di fuori della comunità. Come tutti gli altri attori in campo, essa deve registrare che la «comparsa di una classe operaia come soggetto collettivo era stato il fatto decisivo». Questa affermazione permette alcune considerazioni.

Gli «atomi» insubordinati

Sebbene oggi come allora esista il lavoro salariato, non sempre esiste una classe operaia che mentre si oppone al capitale ridetermina non solo i rapporti dentro la fabbrica, ma configura e orienta anche quelli al suo esterno. In questo momento, infatti, viene rotto il rapporto sociale che da sempre caratterizza il capitalismo, producendo uno scarto tutto politico anche nei rapporti comunitari che non trovano una loro ricomposizione quanto piuttosto una riconfigurazione complessiva. In questo momento viene dunque toccata quella «parte più alta del tempo» che rovescia la fabbrica sovvertendo il rapporto di potere su cui essa si fonda. Dilagano gli scioperi autonomi di reparto. I sindacati non riescono a governare l’insubordinazione operaia. Nei confronti dei membri della commissione interna vige una sorta di mandato imperativo con la clausola che, se le indicazioni non vengono rispettate, «noi facciamo sciopero». Lo sciopero è ingovernabilità e, contemporaneamente, creazione di differenti vincoli organizzativi e comunicativi. «Il dispotismo tecnico e gerarchico non riesce più a contenere gli “atomi” insubordinati; la massificazione stessa viene ribaltata in contropotere». Essendo un rapporto sociale di potere la fabbrica non esiste mai solo al proprio interno, ma investe costantemente il territorio circostante e il sistema politico.

Fuori dai cancelli

Il cancello della fabbrica non è mai stato un confine statico in grado di racchiudere un mondo. Gli anni Sessanta in fabbrica sono il momento di massima porosità di quel confine, quando il potere operaio diviene potere sociale imponendo la propria presenza politica contro gerarchie che tanto in fabbrica quanto nella società si pretendevano indiscutibili.

Negli anni Settanta la reazione a questo potere ridetermina i rapporti in fabbrica perché riesce a modificare quelli al suo esterno. I rapporti di dominio diventano globali relativizzando ogni forza accumulata in un solo punto. Gli anni successivi sono perciò quelli della lotta contro la crisi e soprattutto del mutamento di rapporto con il sindacato. Questo è un altro moto circolare che contraddistingue la parabola storica del lavoro salariato in Italia. All’inizio c’è la lotta per il sindacato, poi l’uso operaio del sindacato, ora il «confronto era che facevano passare sempre la loro linea». L’iniziativa operaia arretra e gli accordi sbandierati come modelli nazionali da seguire mostrano ben presto la loro inconsistenza pratica, soprattutto per quanto riguarda il numero degli occupati e le scelte produttive. La cassa integrazione e le fermate prendono il posto degli scioperi. La strategia dell’Eur ha ridotto i salari senza ottenere le promesse modifiche del quadro normativo.

Con il passaggio all’Electrolux viene aperto a Susegana un reparto confino grazie al quale i delegati non allineati e i lavoratori indisciplinati non hanno più contatti con il resto dei lavoratori. Il sindacato su questo non dice nulla, come si era d’altronde adeguato ai mutati rapporti di potere, finendo per garantire solo la propria posizione di mediatore. Il collettivo operaio è stato ormai spezzato: pochi al confino, ma molti se ne sono andati o hanno accettato gli incentivi al prepensionamento.

La grande ristrutturazione

Nonostante la riduzione del numero degli addetti la produttività cresce rapidamente. L’informatizzazione consente di risparmiare lavoro e di recuperare controllo sul ciclo produttivo. Cambiano i ritmi e cambia il tempo di lavoro. Per essere assunti, diviene usuale passare per il purgatorio delle aziende dell’indotto e per i contratti a tempo determinato. La fabbrica sembra relegata nel passato della produzione capitalistica, identificata con il posto fisso, con la garanzia del salario, contrapposta alla precarietà lavorativa ed esistenziale. Già negli anni Ottanta la fabbrica come posto fisso però non esiste più, non solo per i licenziamenti, le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, ma soprattutto perché una generazione di giovani operai a tutto pensa fuorché a passare tutta la vita in fabbrica.

La fabbrica nei decenni successivi è una prigione a ore i cui ritmi sono codeterminati da sindacato e direzione aziendale, il cui obiettivo comune è la competitività del sistema manifatturiero. La fabbrica diviene così indifferente, mentre aumentano l’individualismo e le forme di autotutela personale. «La sfera della comunicazione sociale e delle relazioni di potere della fabbrica vengono occupate dall’apparato, nel tentativo di assorbire l’intera esperienza del singolo». L’egemonia aziendale sulla forza-lavoro non si presenta come dominio sul collettivo operaio, ma su una massa di individui identificati dalla postazione che occupano e dai codici che maneggiano. Il salario viene predeterminato e si presenta in maniera esemplare come salario d’ingresso, quasi un pegno da pagare per poter lavorare. Così il moto circolare sembra davvero tornare al suo punto di partenza e la precarietà del lavoro salariato torna sovrana, mentre la perdita di potere sociale comporta anche l’erosione di ciò che era stato conquistato in termini di servizi e di tempo sottratto al lavoro.

La fabbrica torna a consumare prima di tutto gli operai, perché in essa il tempo comanda il fare. Il governo dello spazio al suo interno è funzionale al dominio su un tempo che non è però quello della fabbrica, ma il ritmo della società nel suo complesso. Trasferimenti e delocalizzazioni stabiliscono le condizioni di possibilità per intensificare globalmente i tempi di lavoro.

Il vicino Oriente

Nonostante i risultati di una recente ricerca dell’università di Padova, finanziata da Finmeccanica, rassicurino i committenti affermando che i lavoratori sono ormai «fuori classe» e si identificano con l’azienda, all’interno delle fabbriche si continuano a combattere conflitti di lavoro come conflitti sociali, scontri su pratiche diverse di società, come lotta di classe. La ricerca di Merotto mostra l’indisponibilità tutt’altro che residuale ad assumere l’ideologia del merito individuale come unica ideologia legittima. Piaccia o non piaccia, quella che a molti è sembrata la scomparsa della fabbrica, con la conseguente eclissi della lotta di classe dei salariati, deve fare i conti nella maniera più dirompente con un’esperienza che non si esaurisce nel nordest, ma continua nell’Europa orientale e nel lontano Oriente, ovvero in quelle zone economiche speciali dove la fabbrica e il lavoro operaio sono stati nascosti, per sottrarli al calcolo pratico dei rapporti di forza.

Le lotte di questi operai sono il sintomo più profondo della provincializzazione dell’Europa. La lotta globale per il potere sociale riapre la possibilità di rompere il cerchio dell’insicurezza e della precarizzazione collettiva dei lavoratori, rifiutando l’indecenza dello sfruttamento. Oltre ogni archeologia, e anche oltre qualsiasi nostalgia, il volto positivo di questo rifiuto risuona nelle parole di uno degli operai della Fabbrica rovesciata: «Si chiedeva l’aumento uguale per tutti: era una coesione a livello di base, sentirsi tutti compagni», che in dialetto veneto sta per uguali.

23/10/2015

«A lavorare in fabbrica… si diventa MATTI»


«L’iniziativa parte da un dato preciso ed emblematico» spiegano i promotori. Da quando è iniziata la crisi a oggi il numero di persone che si sono rivolte ai Csm (Centri di salute mentale) è aumentato di un terzo e la stragrande maggioranza sono lavoratori dipendenti vittime delle dure conseguenze della crisi.
Da un lato, chi ha perso il posto di lavoro e cade in depressione e crisi esistenziale; dall’altro, chi è rimasto al lavoro ed è costretto a subire ritmi sempre più pesanti e alienanti. La crisi peggiora le condizioni di vita e di lavoro e questo impatta sulla condizione psicologia dei lavoratori. Da qui l’esigenza di provare a rispondere a questi bisogni.


Relazione introduttiva di Paolo Brini (responsabile Salute Ambiente Sicurezza della Fiom di Modena)

La scelta di organizzare questa assemblea, cui abbiamo voluto dare un titolo un po’ scherzoso, nello spirito della «Settimana della salute mentale» risiede nella volontà di affrontare un tema in realtà molto serio ed importante. Il peggioramento devastante delle condizioni di vita e di lavoro cui stiamo assistendo dall’esplosione della crisi economica del 2008 a oggi e l’impatto dirompente che questo sta avendo sulla salute mentale della classe lavoratrice. Parliamo di classe lavoratrice, di proletariato, perché non ci riferiamo solo ai metalmeccanici in senso stretto. È un fatto indiscutibile che tutte le categorie di lavoratori dipendenti sono state travolte dalla crisi. È altresì un fatto che tutte le categorie in un qualche modo sono legate a una forma di “catena di montaggio”, sia essa materiale o no, e a una forma di organizzazione del lavoro che le vessa. Dal centro commerciale al Mc Donald’s, dal call center alla Ausl, dal facchino al cooperatore sociale. Per dirla con una parola, al centro vogliamo porre o meglio vogliamo tornare a porre la condizione operaia. Se qualcuno pensa che si stiano affrontando temi desueti e antichi, lo invitiamo a guardare un po’ meno televisione e a soffermarsi un po’ di più anche solo sulle ultime leggi reazionarie varate da questo governo. Leggi che hanno riportato la condizione di lavoro e del diritto del lavoro indietro di almeno 50 anni. Per dirne una rimanendo in tema, nel Jobs Act si dà anche la possibilità al padrone di demansionare il lavoratore che abbia problemi di salute, fisici o mentali che siano. Naturalmente in questo mondo orwelliano ci raccontano che lo si fa per dare una opportunità in più al lavoratore di (testualmente) «migliorare le proprie condizioni di vita». Esattamente come quando ci raccontano che le guerre si fanno con missioni di pace.

I numeri parlano chiaro. Solo nel modenese dal 2008 a oggi la quantità di persone che si rivolge ai Centri di Salute Mentale è aumentato di oltre un terzo. La stragrande maggioranza dei nuovi utenti sono lavoratori dipendenti travolti da uno dei due opposti effetti che la crisi ingenera. Da un lato chi cade in depressione perché in cassa integrazione o licenziato vede crollare la propria esistenza senza alcuna prospettiva per il futuro. Dall’altro chi il lavoro non lo ha perso e proprio per questo si trova a dover lavorare il doppio. Per fare un esempio, solo nel settore metalmeccanico in questi anni si sono persi 300mila posti di lavoro. L’aumento degli ordinativi e della produzione che stiamo registrando in questi mesi in qualche settore della metalmeccanica si sta traducendo (checché ne millanti il governo con i suoi dati falsi) non in nuove assunzioni, bensì nell’aumento dei ritmi di chi al lavoro c’è già.

Questi dati ci inducono innanzitutto a formulare una prima considerazione. Il concetto teorico di fondo dei padri della cosiddetta “psichiatria alternativa” come Franco Basaglia, Franca Ongaro, Sergio Piro e qualche decennio prima di loro Wilhelm Reich è confermato nella pratica dai fatti. Concetto da essi traslato in ambito psichiatrico dal materialismo storico e dialettico di Marx ed Engels. Ovvero, è il sistema nella sua brutalità, nelle aberranti condizioni di esistenza che impone alla classe lavoratrice, la causa di fondo anche dell’insorgere dei problemi legati alla salute mentale. Il fenomeno che stiamo esaminando lo conferma in maniera inequivocabile proprio perché a essere investita da problemi di carattere psicologico e psichiatrico non è più solo quella parte di emarginazione che il sistema produce e che fino a qualche tempo fa rinchiudeva in un manicomio, in un Opg o in una clinica. Una emarginazione che il sistema poteva “facilmente” celare o dipingere come fenomeno inevitabile e tutto sommato trascurabile. Oggi invece sono i lavoratori – e cioè l’asse centrale attorno a cui ruota, volenti o nolenti, questo sistema – a esserne travolti e l’evidenza di questi dati non può più essere sottaciuta né negata.

In secondo luogo questa situazione ci spinge a proporre due riflessioni. Una rivolta al personale medico che è chiamato dalla propria angolazione ad affrontare questo fenomeno, e l’altra rivolta al sindacato, a noi della Fiom e alla Cgil.

Al personale sanitario l’invito e la sollecitazione che ci sentiamo di fare è di non affrontare questo problema in termini sanitari, medicalizzando il lavoratore che chiede aiuto ai Csm. Perché questo è un rischio che può esserci se non si contestualizza la questione. Si pensi solo alla definizione che ormai viene generalmente utilizzata di Stress Lavoro-Correlato. E’ una definizione sanitaria che spoliticizza un problema che al contrario è profondamente politico e sociale. Un problema presente da quando esiste la classe lavoratrice e che da almeno 150 anni ha un nome scientifico preciso: alienazione. Il che naturalmente non significa che nei casi in cui il personale competente lo ritiene opportuno e necessario per la salvaguardia del lavoratore stesso, non si debba affrontare la questione ANCHE dal punto di vista sanitario. La consapevolezza però che si deve avere e che in un qualche modo deve essere il motore anche dell’azione medica è che esiste una sola cura vera ed efficace per risolvere il problema e questa cura non è una goccettina né una pillolina né la seduta dallo psicoterapeuta. L’unica terapia efficace è che il lavoratore capisca che si deve organizzare con i propri compagni di lavoro e lottare assieme a loro per migliorare e cambiare la propria condizione, dentro e fuori la fabbrica. Dopotutto ci pare che questo sia anche lo spirito di fondo della «Settimana della salute mentale». Uno spirito che trae ispirazione dall’esperienza di quella Psichiatria Alternativa che ha fatto delle assemblee, delle riunioni, del decidere e lottare assieme – invece di delegare al medico o al sanitario – i propri motori propulsivi e la propria forza. Come “il matto” si riappropria dei propri diritti lottando in prima persona e non delegando alla clinica o alla pillola, così deve tornare a fare il lavoratore.

La seconda e più importante considerazione riguarda invece il sindacato. Se è vero come è vero, che in questi anni migliaia di lavoratori anziché rivolgersi al sindacato per i propri problemi di lavoro hanno preferito, perché lo ritenevano più efficace, rivolgersi al medico vuol dire che abbiamo un problema grosso come una casa. Il problema è che come sindacato stiamo perdendo credibilità agli occhi di chi lavora. Su questo dobbiamo aprire riflessioni serie e approfondite evitando di chiuderci in un fortino autoreferenziale. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento efficace dai lavoratori. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento di classe non per i lavoratori ma dei lavoratori, il mezzo attraverso cui i lavoratori si organizzano e lottano per difendere e migliorare la propria condizione.

Proprio perché queste due riflessioni debbono essere in un qualche modo intrecciate e il ruolo di medici e sindacalisti deve essere di grande sinergia, ci sentiamo di avanzare una proposta su cui come Fiom, non solo a livello locale ma anche nazionale, stiamo ragionando. Una proposta che naturalmente non pretende di essere esaustiva e che è assolutamente aperta, ma che vuole essere un primo tentativo di provare, come si suol dire, a prendere il toro per le corna. Proponiamo e ci proponiamo di istituire uno sportello organizzato dal sindacato con l’intervento del personale medico di riferimento. Uno sportello che riceva e aiuti i lavoratori con problemi psicologici.

Un tale strumento ci permetterebbe di contrastare la tendenza sempre più diffusa e preoccupante delle aziende a mettere a disposizione del lavoratore i propri psicologi “di fiducia”. Se non contrastiamo questa tendenza, “lo psicologo aziendale” diventerà uno strumento di controllo ancora più deleterio del Jobs Act! I lavoratori già sono costretti per vivere a regalare i propri muscoli e la propria fatica ai padroni, non possiamo permettere che siano costretti a dare loro anche la propria mente e i propri sogni.

L’obbiettivo che ci prefiggiamo attraverso questa proposta non è di limitarci a fornire un mero servizio al lavoratore. Al contrario vorremmo poter fornire un’assistenza che possa tradursi anche in militanza, ridando coraggio e fiducia ai lavoratori in se stessi non solo come individui ma come classe.

Insomma, come nella migliore tradizione del movimento operaio, l’idea è che sindacalisti e personale tecnico si mettano insieme al servizio della classe lavoratrice. Perché anche oggi, come in passato, è solo la classe lavoratrice che ha la forza per migliorare e cambiare questo mondo.

«A lavorare in fabbrica... si diventa MATTI» è il titolo scelto per l’iniziativa promossa per venerdì 23 ottobre dal sindacato metalmeccanici Fiom/Cgil Modena nell’ambito della rassegna sulla salute mentale «Màt» dell’Ausl di Modena.
L’incontro-dibattito è previsto per le 18 presso il salone Corassori della Cgil Modena (piazza Cittadella 36). Partecipano; Maurizio Marcelli responsabile salute-ambiente-sicurezza Fiom/Cgil nazionale; Teresa Capacchione presidente “Associazione Sergio Piro” per la psichiatria alternativa di matrice basagliana; la psichiatra Letizia Grossi del Dipartimento di salute mentale Ausl Modena; Paolo Ventrella delegato Rls Fiom/Cgil Ferrari Auto; Paolo Brini responsabile salute-ambiente-sicurezza Fiom/Cgil Modena
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Fonte

23/07/2015

“Hai mai conosciuto un essere umano più triste di un operaio ?”

di Sandro Moiso

Stefano Valenti, La fabbrica del panico, Feltrinelli 2013 – 2014, pp. 122, € 11,00

Recensisco soltanto ora, con colpevole anche se inconsapevole ritardo, uno dei testi narrativi più significativi pubblicati in Italia negli ultimi anni. Stefano Valenti, al suo primo romanzo, non solo ha vinto la cinquantaduesima edizione  del Premio Campiello per la migliore opera prima, ma ha scritto un testo cupo ed agghiacciante. Coinvolgente dalla prima all’ultima pagina, senza mai un calo della tensione che lo ha ispirato.
L’ennesimo noir? Un altro horror ben congegnato? No.

Soltanto un libro sulla fabbrica. Sulla condizione operaia. Sulla morte operaia. Un testo che cancella ogni forma di epica, un’opera assolutamente anti-eroica e anti-retorica. Sincera fino allo strazio. Un testo politico, profondamente politico ed umano. Come ben pochi altri.

Sarebbe troppo semplice annoverare il libro tra quelli dedicati, in anni recenti, alle problematiche del lavoro e dell’inquinamento ambientale e, più in particolare, alle malattie che ne derivano.
Certo il dramma è scatenato dall’asbestosi e dalla morte per mesotelioma del padre dello stesso autore, ma la narrazione scava più in profondità, non solo nell’animo di Stefano e nelle sue paure. Scava fino all’osso e all’essenza della coscienza e dell’odio di classe.


Scava l’autore basandosi innanzitutto, oltre che sulla sua drammatica esperienza, sulle vicende che hanno accompagnato la formazione e la lotta di una delle realtà più importanti di auto-organizzazione operaia degli ultimi decenni, quel Coordinamento Operaio di Sesto San Giovanni  da cui si sarebbe poi sviluppato il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio ancora oggi così vigile, attivo e combattivo per tutte le realtà di lotta createsi intorno alle questioni delle nocività sui posti di lavoro, dell’inquinamento ambientale e della devastazione territoriale.

Scava e non lascia spazio all’idealismo nella lotta di classe. Perché la coscienza di una classe non nasce dall’idea. La presa di coscienza scaturisce dalla paura, dal dolore, dalla solitudine, dalla vergogna, dall’odio, dalla morte dei compagni e dalla consapevolezza di non poter sfuggire altrimenti ad un destino già scritto nei contratti di lavoro. Nasce dalle regole di ingaggio degli operai della grandi e piccole fabbriche. Regole di ingaggio di una guerra sempre presente e mai dichiarata tra capitale e lavoro. Tra capitale e vita della specie.

La fabbrica non era la soluzione, era il problema, un problema più grave della disoccupazione […] In fabbrica faceva cose che non avrebbe mai fatto in vita sua. Obbediva a ordini  a cui non avrebbe mai obbedito […] Ogni giorno si chiedeva come fosse possibile accettare tutto questo, come fosse possibile accontentarsi, si chiedeva qual era il limite oltre il quale non era concesso, non era lecito andare e ogni giorno varcava questo limite” (pp. 47-48)

Hai mai conosciuto un essere umano più triste di un operaio? mi ha chiesto un giorno tuo padre, dice Cesare. Ha mai regnato sulla terra una tristezza pervasiva come quella che incartoccia l’operaio davanti alla macchina? mi ha chiesto, dice Cesare. E nella tua infelicità, isolato nel rumore, nella polvere, nella paura, ha continuato tuo padre, ti sei mai chiesto se esiste un essere umano che soffre di solitudine come un operaio?, dice Cesare. La coscienza di classe è consapevolezza di vivere una condizione uguale a quella di altri, ha concluso tuo padre. Non è dunque l’indigenza più della vergogna a unirci in un comune destino. Una vergogna determinata da un’urgenza che in fabbrica diventa necessità impellente, occorrenza estrema. Erano pensieri come quelli, pensavo, dice Cesare, parole come quelle a fare male. La consapevolezza che la vita era un’ingiuria, un’offesa continua” (pp. 60-61)

Ho saputo di operai che per liberarsi della fabbrica si procuravano mutilazioni volontarie, Ritenevano di esercitare il controllo. Una contusione, un’abrasione. Capitava loro di tornare a casa senza un dito, senza una falange. Comunque a casa, e in malattia […] Cento operai su cento soffrono di disturbi alle prime vie respiratorie, sia in fonderia, sia in forgia, sia alle macchine. Sessantasette operai su cento soffrono di bronchite cronica in fonderia, trentacinque alle macchine, quindici in forgia. Settantuno operai su cento soffrono di artrosi e reumatismi in fonderia e in forgia, trentacinque alle macchine. Sessanta operai su cento soffrono d’ansia alle macchine. Ventidue operai su cento soffrono di silicosi in fonderia” (pp.64-74)

Ne sono morti una ventina in reparto, diciannove operai su ventisei. E la direzione non ha detto niente perché a loro e al sindacato interessava il lavoro e di tanto in tanto concedevano qualche adeguamento di stipendio, nient’altro” (pag. 32) Gli operai muoiono, di mesotelioma, ma la macchina deve andare avanti. The show must go on! Lo spettacolo della produzione e della produttività deve continuare ad essere rappresentato, con la complicità del sindacato e del riformismo.

Lo imparano a loro spese gli operai. Proprio in fabbrica si scopre l’inutilità e la nocività delle dottrine del lavorismo. Lì nasce il rifiuto del lavoro coatto. Non di quello creativo che, per quanto negato all’operaio per default, può, come per la pittura nel caso del padre di Stefano, rappresentare l’unica fuga, l’unica momentanea salvezza individuale. Se non del corpo, ormai condannato, almeno della mente. Chiedere pane e lavoro per non morire di fame per poi morire di lavoro. Questa la drammatica, inutile e crudele contraddizione per la classe operaia del ‘900.

La sofferenza della morte industriale. Lontana anni luce dall’immagine stratta della morte. Non conosciamo altro modo di vivere, dice Cesare. Enormi fabbriche che rastrellano la terra facendo strage di tutta la vita che trovano. Meccanismi che distruggono le menti, l’habitat necessario alla specie, e rompono l’equilibrio biologico. Uno solo di questi mattatoi fumanti e rumorosi può uccidere decine e decine di uomini […] Negli anni sono stati introdotti divieti, ma queste misure non sono state sufficienti a porre un freno al disastro. Nuove devastanti modalità di produzione sostituiscono le vecchie. Il capitale sfida le convenzioni internazionali e l’opinione pubblica con una violenta e insensata caccia al profitto […] La nefasta pratica della produzione intensiva applicata a livello mondiale separa, trita, ingurgita” (pag.78)

Non vi è spazio per l’orgoglio operaio nelle pagine di Valenti. Non c’è spazio per l’orgoglio di categoria per gli operai di fabbrica. L’operaio-massa lavora e muore oppure si ribella, come gli antichi schiavi. Spartaco muore per liberare le potenzialità prometeiche della sua classe, ma può farlo soltanto combattendo.

Gli uomini che trascorrono la vita in fabbrica si chiamano operai. Esistono gli operai ed esistono gli altri uomini, dice Cesare […] Cesare ricorda il primo giorno in fabbrica, in fonderia, e dice Era come essere in guerra […] La vita dentro la fabbrica la conoscono gli operai, e gli altri uomini non la conoscono, dice Cesare. Nessuno conosce la fabbrica perché è organizzata come un carcere di massima sicurezza in cui a nessuno è consentito entrare, tranne ai carcerati, ai loro familiari e alle guardie, gli unici a cui è concesso vivere in quel luogo, dice Cesare” (pp. 78-79)

Ci si stupisce oggi del Jobs Act, dei provvedimenti e delle pretese di Marchionne. Drogati da decenni di riformismo e di vuoti statuti ci siamo forse dimenticati che: “La legge del capitale in fabbrica è il profitto di impresa, l’incondizionata accettazione da parte dell’operaio della regola dello sfruttamento intensivo del lavoro […] La riduzione dei costi. Ma dal momento che il lavoro in fabbrica è in gran parte illogico e detestabile, al fine di ottenere un’adesione degli operai al progetto d’impresa è necessario esercitare una pressione sul lavoratore, che finisce di frequente per cedere, in fabbrica accadono episodi inenarrabili. La sopraffazione è la norma, le umiliazioni una prassi, il ricatto un’abitudine” (pag. 79)

Non esiste un capitale democratico e non esiste via parlamentare verso la liberazione dal lavoro salariato. Anzi, tutte le riforme e tutti gli illusori diritti, raggiunti sempre e comunque a costo di lotte estenuanti, sembrano alla fine soltanto prolungarne la triste e feroce esistenza. Apparentemente indistruttibile, come l’amianto. “Incorruttibile, inestinguibile, non infiammabile, resistente all’attacco degli acidi e alla trazione. L’amianto è indistruttibile, facilmente friabile e altamente cancerogeno […] Gli operai non lo sanno e giocano a tirarsi palle di fibre di amianto” (pp. 81-82)

Fino a quando la classe operaia potrà ancora rinviare la negazione delle basi del proprio sfruttamento e delle condizioni materiali della propria sottomissione? Ma, soprattutto, fino a quando vorremo ancora partecipare a questo gioco mortale, le cui regole sono dettate dal capitale? Fino a quando vorremo lasciarci ancora illudere dagli esorcismi elettorali, parlamentari e referendari? Fino a quando attenderemo ancora, prima di lasciare esplodere la nostra frustrazione, la nostra rabbia, la nostra insoddisfazione e il nostro odio? Fino a quando? Grazie Stefano, per non esserti più tenuto dentro tutto ciò che tuo padre, la sua esperienza di fabbrica e la sua morte ti hanno trasmesso.

N.B.
E grazie anche all’instancabile lavoro di Michele Michelino (identificabile, nel romanzo, nella figura di Cesare), animatore, insieme a tutti gli altri operai, del Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli e del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro  e del territorio, cui si rinvia per altri due importantissimi testi: Michele Michelino, 1970-1983 La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni, Milano 2003 e Michele Michelino e Daniela Trollio, Operai, carne da macello. La lotta contro l’amianto a Sesto San Giovanni, Milano 2005 entrambi reperibili presso il Centro di Iniziativa Proletaria “Gianbattista Tagarelli” di Sesto San Giovanni (MI) – cap 20099 – via Magenta n. 88  tel. 0226224099 oppure al cell. 3394435957 o all’e-mail: michele.mi@inwind.it



Fonte

02/12/2014

Prima dell'articolo 18

Morte di Maria Margotti,
di Gabriele Mucchi.
“Se ci trovavano con un volantino della Cgil venivamo licenziati in tronco. Quando entravamo in fabbrica ci perquisivano le borse, per vedere se avessimo materiale politico. E se ci beccavano a parlare di questioni sindacali prima ci sospendevano, o ci demansionavano a tempo indeterminato. Poi poteva arrivare la perdita del lavoro” (Ernesto Cevenini, licenziato per rappresaglia alla Maccaferri di Bologna).

Dal 1947 al 1966 nelle fabbriche italiane si contarono più di 500.000 licenziamenti, di cui circa 35.000 per rappresaglia politica e sindacale contro ex partigiani, attivisti di reparto, membri delle commissioni interne. Era questo il modo in cui gli industriali dimostravano la propria riconoscenza verso coloro che, pochi anni prima, gli avevano salvato le fabbriche, impedendo il trasferimento dei macchinari in Germania, ricostruendo mattone su mattone i capannoni bombardati.

Nel corso degli anni ’50 e ’60 centinaia di migliaia di operai scesero in piazza a fianco dei licenziati, lasciando compagni morti sul terreno o chiusi nelle galere. Fu il prezzo da pagare per ottenere nel 1966 la prima legge contro i licenziamenti senza giusta causa.

Bologna con la sua provincia subì 8.550 licenziamenti per rappresaglia dal 1947 al 1966, di cui 3800 lavoratori metalmeccanici, 1000 tessili, 900 nell’abbigliamento, 1.500 nell’alimentare, 600 nel chimico, 500 nel comparto legno e 250 nel pubblico impiego. Si trattò di ritorsioni contro singoli militanti o gruppi politicizzati, ma in vari casi anche dell’espulsione dell’intero corpo operaio delle fabbriche ritenute troppo conflittuali: punizioni individuali o collettive per le lotte contro il cottimo, per il salario e il contratto, per la sicurezza, per gli asili nido, per la libertà di riunione e di parola.

Veniva punita la solidarietà di classe (che all’epoca si esprimeva in dimensioni vastissime) e soprattutto la politicità operaia, la capacità di andare oltre i confini della propria vertenza e di praticare obiettivi di ordine generale.

Dentro le fabbriche le condizioni di lavoro erano durissime. “Quando nevicava forte trovavamo sui banchi la neve, e il giorno dopo c’era meno tre, meno cinque, e si lavorava a quella temperatura… Solo negli ultimi anni misero dei bidoni da benzina, quelli da due quintali, con della segatura…. Quando avevo freddo mi avvicinavo più a questi “fogoni” per scaldarmi le mani, però poi c’era il capo officina che ti guardava e dovevi andar via subito…. Facemmo delle lotte per avere più legna, per avere i locali più riscaldati, non ci riuscimmo”…  “La polvere che c’era era una cosa incredibile. La sera andavi a casa che avevi la saliva rossa”… “Fui preso e messo al reparto confino, al reparto zincatura, che andando in quel reparto a 55 anni si moriva, perché c’erano gli acidi liberi per terra. I vestiti diventavano rossi e poi si stracciavano. I guanti, gli aspiratori, i ventilatori non esistevano” (Operai Ducati e Maccaferri).

1950, Bologna:
la Celere si appresta a sciogliere
una manifestazione sindacale.
Al ritorno a casa, poi, c’era la fame. “Avevamo delle paghe troppo basse. Le paghe erano una cosa … che si lavorava per niente. Chi aveva famiglia era un povero … ma povero povero” (Ovidia Galloni, impiegata alla Ducati).

Chi si opponeva a tutto questo prima o poi era fuori, ed oltre al licenziamento doveva subire l’accanirsi di prefetti, questure e tribunali.  “Io lavoravo alla Ducati, facemmo una grande manifestazione… Qualcuno gettò dei sassi contro questa vetrina perché era aperta. Io ero in tuta in mezzo a tutta la gente, e la polizia …sa quando vedevano quelli in tuta … mi arrestarono. Sono stato lì tre mesi”.

Potremmo dire che gli è andata bene, visto che oggi per una vetrina rotta c’è chi sta scontando 10 anni di galera. Ma sarebbe solo una battuta. Dal ‘48 al ’56 il bilancio della repressione contro il movimento operaio nel bolognese fu pesantissimo, con due morti, 795 feriti, 5.092 arrestati e fermati, 15.835 processati (di cui quasi la metà assolti, ma dopo anni di carcere) e 8.369 condannati a 5 ergastoli, 1.959 anni e 7 mesi di reclusione, 49.960.766 lire di multe.

Su questa Storia collettiva fatta di solidarietà e coraggio, di sbarre, fame e lutti, sputa oggi la fatua gioventù renziana e la sua meno fatua corte di ministri emanati da Confindustria, Legacoop e Fondo Monetario Internazionale. Una Storia collettiva che va di nuovo raccontata, per aver chiaro in quali tenebre vogliono sprofondarci, il valore di quello che ci stanno togliendo e quanto ci costerà riconquistarlo.

I licenziamenti per rappresaglia e la repressione antioperaia a Bologna e provincia nel dopoguerra
30 gennaio 1948.
Manifestazione di solidarietà
con i lavoratori della “Barbieri & Burzi”
A Bologna la Barbieri & Burzi fu la prima a inaugurare la stagione delle espulsioni politiche alla fine del 1947.

Da qualche mese il clima del paese era cambiato: la rottura dell’unità nazionale, l’espulsione delle sinistre dal governo e il varo del piano Marshall suggerivano agli industriali che era il momento di ricominciare ad alzare la testa, scrollarsi di dosso l’onta della collaborazione col fascismo e riprendere il potere in fabbrica.

Giorgio Barbieri, presidente dell’Associazione degli industriali bolognesi, si assunse l’onere della prima forzatura, licenziando assieme ad altri il direttore tecnico della sua azienda, Giorgio Barnabà. Alla Barbieri & Burzi il partigiano Barnabà era stato il punto di riferimento nella resistenza di fabbrica ai nazifascisti. Il suo licenziamento immotivato, assieme a quello di altri 40 operai, era una provocazione indigeribile. Fu subito sciopero ad oltranza, per 24 giorni, a cui seguì l’occupazione della fabbrica.

Gennaio 1948.
Operaie della “Barbieri & Burzi”
nella fabbrica occupata.
Per più di un mese i lavoratori diressero la produzione di ceramiche e laterizi tramite un consiglio di gestione eletto da loro.

Al loro fianco scese in strada la città, assieme agli operai ed ai lavoratori della terra di tutta la provincia. L’intero territorio si assunse la responsabilità della tenuta della lotta e della sopravvivenza materiale degli occupanti: le campagne inviavano aiuti alimentari, nelle fabbriche raccoglievano viveri e soldi, le Camere del lavoro coordinavano gli aiuti e le mobilitazioni.

Ma l’autogestione della fabbrica non riuscì a funzionare a lungo perchè le autorità decisero il blocco delle merci. La vertenza si concluse il 17 febbraio del ’48: Barbieri sui licenziamenti non cedette. Fu un pessimo segnale, e non solo per la Barbieri & Burzi, che si distinse per i licenziamenti politici anche negli anni a seguire.

Un anno dopo fu la volta della Ducati, e lo schiaffo contro gli operai bruciò ancora di più. Perché erano stati loro a ricostruirla pietra su pietra dopo che il bombardamento alleato del 12 ottobre ’44 l’aveva rasa al suolo. Erano stati loro a cercare i macchinari rubati o trasferiti, a riavviare la produzione. Loro, e non certo i fratelli Ducati, che dopo aver presieduto sotto l’occupazione tedesca la Confindustria locale e la casa del fascio, appena le cose si misero male se ne scapparono a Milano.

30 gennaio 1948. Manifestazione di solidarietà
con i lavoratori della “Barbieri & Burzi”.
Gli aiuti di San Giorgio di Piano.
Nel ’48 la fabbrica fu ceduta alle partecipazioni statali dai proprietari accusati di collaborazionismo, ma la gestione pubblica non si dimostrò migliore, decretando da subito la chiusura dello stabilimento di Bazzano. Il 13 novembre la mobilitazione popolare impedì il trasferimento dei materiali dall’officina bazzanese, ma non riuscì a fermarne la chiusura. Il 31 dicembre vennero licenziati 80 lavoratori.

Nel frattempo il contesto nazionale continuava a peggiorare, sgretolando le speranze (o le illusioni) di chi aveva creduto che la libertà e il diritto appena sanciti nella costituzione formale del paese avrebbero potuto diventare costituzione materiale nelle fabbriche. Da nord a sud braccianti ed operai continuavano a morire ammazzati nelle piazze: a Cerignola, a Pantelleria, ad Andria, a Trecenta, a Spino d’Adda, a San Martino in Rio…

Il 1948 fu l’anno della restaurazione sancita dalla vittoria elettorale della DC, a cui fece seguito l’attentato a Togliatti del 14 luglio. Nelle ore immediatamente successive all’attentato una rabbia spaventosa, contenuta a fatica dai vertici del Partito Comunista, si riversò per le strade di tutta Italia. L’esecutivo della CGIL proclamò lo sciopero generale quando ormai tutto il paese era già con le braccia incrociate.

30 gennaio 1948.
I braccianti alla manifestazione di solidarietà
con i lavoratori della “Barbieri & Burzi”.
Da Genova, all’Amiata, a Gravina di Puglia, con le fabbriche occupate, gli assalti alle sedi della DC e del MSI, migliaia di lavoratori impegnati negli scontri con la polizia, la situazione raggiunse livelli preinsurrezionali. A Bologna “sui tetti della Weber compaiono le mitragliatrici, alla Calzoni gli operai si asserragliano coi vecchi Sten pronti alla battaglia, mentre i loro colleghi si mettono a produrre i chiodi a tre punte per boicottare le colonne motorizzate della Celere. Alla Ducati, i lavoratori ex partigiani si appostano, anch’essi armati, a vigilanza delle cabine elettriche. Lo scenario è da guerra urbana con le camionette che circondano le fabbriche e i quartieri industriali, mentre un corteo imponente si dirige verso il centro“.

Dovettero intervenire con tutto il loro peso Longo, Secchia e l’organizzazione intera del PC e del sindacato per far star ferma la gente, dopo che un telegramma di Stalin aveva escluso che potessero darsi sviluppi rivoluzionari alla rivolta. Sul terreno degli scontri dal 14 al 19 luglio restarono comunque 19 morti (di cui uno a Bologna), oltre a 600 feriti e 7.000 fra denunciati e arrestati.

Le giornate del luglio ’48 dimostrarono l’entità della forza operaia, ma anche la volontà del Partito Comunista di non volerla usare fino in fondo. Da allora il fronte padronale riconquistò tutta la sua arroganza, forte anche della scissione sindacale della “Libera CGIL”, poi diventata CISL. “Fino al 1948 potevamo fare delle riunioni, potevamo discutere. Dopo il ’48 finì tutto, cambiò l’indirizzo del lavoro, della produzione, cambiò quasi tutto”. “Abbiamo cominciato a perdere per gradi tutte le libertà che avevamo. La libertà di parola, la libertà di riunione, ci voleva l’autorizzazione per qualsiasi cosa” (Operaio Weber).

30 gennaio 1948.
Manifestazione di solidarietà con
i lavoratori della “Barbieri & Burzi”.
In questo clima a Modena i proprietari della Fonderia Valdevit decisero di imporre la trasformazione del cottimo collettivo in cottimo individuale. Le maestranze reagirono con la strategia della non collaborazione e con scioperi intermittenti, ma al ritorno dalle festività natalizie del 1948 si trovarono davanti la serrata e il licenziamento collettivo di tutti i 228 dipendenti. La direzione assunse al loro posto 140 crumiri provenienti dal Veneto e dalla montagna, reclutati dai preti.

Nel febbraio successivo i dipendenti della imolese Cogne decisero di fare come la Galilei di Firenze: entrambe le fabbriche ricevevano pezzi dalla Valdevit, ma i loro operai si rifiutavano di lavorarli in appoggio ai licenziati modenesi. Per l’occasione l’amministratore delegato del Gruppo Cogne (il senatore DC Teresio Guglielmone) ritenne di inviare addirittura un colonnello per la gestione delle “relazioni sindacali” con i riottosi operai imolesi. Ma ci voleva ben altro per spaventarli !

I lavoratori della Cogne si erano già distinti nella resistenza al nazifascismo praticando il sabotaggio della produzione bellica, scendendo in sciopero, rischiando grosso sotto l’occupazione tedesca. La fabbrica, distrutta dalle bombe, se l’erano ricostruita con le loro mani. Gente tosta e determinata.

Per questo, nonostante le provocazioni del colonnello Borla, il Comitato di agitazione riuscì ugualmente ad imporre alla Cogne di ritirare dalla Valdevit i modelli per le fusioni dei suoi pezzi, e di ricollocarli in altre fonderie modenesi disposte ad assumere il personale licenziato. Fu una vittoria di tutto rispetto, tenendo conto che sia gli operai che la Direzione generale della Cogne avevano ben chiara la natura politica dello scontro in corso a Modena, come parte di un attacco generale agli spazi conquistati dai lavoratori durante la Liberazione. Proprio a Modena, da lì a poco lo scontro sarebbe stato portato alle estreme conseguenze, con i licenziamenti alle Fonderie Riunite e l’eccidio del 9 gennaio del 1950.

30 gennaio 1948.
Manifestazione di solidarietà con
i lavoratori della “Barbieri & Burzi”.
Per la loro solidarietà gli imolesi dovettero comunque pagare un prezzo: l’allontanamento dalla Cogne del direttore di stabilimento Carlo Nicoli, comandante partigiano e comunista, e del responsabile amministrativo Ester Benini, anche lui di sinistra. Anche in questo caso si trattò solo della premessa ad ulteriori licenziamenti per rappresaglia nella fabbrica ribelle.

Tornando a Bologna, il 26 febbraio del ’49 il dott. Mantelli, commissario giudiziale della Ducati, comunicava al prefetto la chiusura entro due giorni degli stabilimenti di Borgo Panigale, benchè fossero pieni di ordinazioni e di macchine pronte per la consegna. Con 2.000 operai sul lastrico la Camera del Lavoro indisse lo sciopero generale. La serrata durò fino al 15 marzo, poi il provvedimento di chiusura venne ritirato e i licenziamenti annullati, ma come vedremo, non per molto.

In primavera nelle campagne della provincia si avvicinava la data del grande sciopero bracciantile. Si lottava per il contratto nazionale ma anche per il controllo del collocamento, fondamentale per contrastare una delle forme più utilizzate per il licenziamento occulto degli indesiderati: la mancata riassunzione nella stagione successiva.

Il 16 maggio centinaia di braccianti, tante donne, presidiarono le campagne per impedire l’accesso ai crumiri. Intervennero la celere ed i carabinieri con bastonature, lacrimogeni, arresti, sventagliate di mitra, non solo in aria. La violenza si scagliava sulle persone ma anche sulle loro povere cose: gli autoblindo distruggevano le biciclette degli scioperanti, indispensabili ai lavoratori della terra per raggiungere i campi.

Il 17 cadde Maria Margotti, operaia della fornace cooperativa di Filo d’Argenta, che assieme alle compagne partecipava alla lotta delle mondine. Questa è una cronaca di quei giorni: “16 Maggio la polizia giunge a reprimere le manifestazioni in maniera particolarmente violenta: le donne vengono disperse a colpi di mitra, inseguite e malmenate. A Molinella 52 di esse sono ferite, 638 bastonate e 49 arrestate.

Loredano Bizzarri.
Il 17 viene organizzata una manifestazione di protesta. Maria è sul ciglio della strada, insieme ad altri e discute animatamente. All’improvviso arrivano camion e jeep carichi di armati. Un carabiniere in motocicletta passa veloce, intima a tutti di sciogliersi e, senza nemmeno aspettare di vedere se il suo ordine viene eseguito, spara con il mitra uccidendo sul colpo Maria Margotti”.

Lo sciopero proseguì più forte di prima. Il 12 giugno era ancora in corso, e Loredano Bizzarri, operaio di Calderara di Reno, stava dando man forte ad un picchetto contro i crumiri presso l’azienda agricola Lenzi di San Giovanni in Persiceto. Fu freddato a 22 anni da un colpo di pistola di una guardia campestre, tal Guido Cenacchi. Nessuno pagherà per la sua morte, mentre per quella di Maria Margotti il carabiniere Francesco Galeati si prenderà sei mesi. Poco più della pena per una vetrina rotta. (Continua)
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