Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2016

Il lavoro centrifugato


Pubblicata su «Il Manifesto» del 6 gennaio 2016

Nell’ultimo secolo il lavoro salariato ha percorso un moto circolare che sembra averlo riportato alla sua condizione iniziale di assoluta mancanza di potere sociale. Il volume di Graziano Merotto, La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (DeriveApprodi, euro 50) descrive questo lungo movimento, ricostruendo la vicenda politica di una vasta porzione di classe operaia impiegata a produrre elettrodomestici nel cuore del Nordest, ovvero dalla provincia di Treviso fino a Pordenone. Come scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto in un’intensa postfazione, però, non siamo di fronte né a un esercizio di sociologia del lavoro né alla storia sociale di un distretto produttivo. Questa è la storia dell’altra Marghera, ovvero di un polo di insubordinazione operaia, forse meno conosciuto ma che da molti decenni non si adegua alla continue ristrutturazioni aziendali e alla deferenza che esse pretendono.

L’era dei metalmezzadri

Il processo di autentica conricerca emerge nella scrittura di Merotto e dalle molte voci operaie che restituiscono il senso politico della vicenda collettiva. La fabbrica non è però né il punto di partenza né quello di arrivo di questa storia, che ha come protagonista la rivolta del lavoro salariato. La fabbrica non istituisce lo scontro sociale, ma permette di continuarlo con altri mezzi. Il moto circolare del potere sociale del lavoro salariato va infatti da una precarietà all’altra. Il punto di partenza è la precarietà dei contadini che accettano il regime di fabbrica per liberarsi dalla condizione di mezzadri, fittavoli o coltivatori diretti. La fabbrica consente loro di scegliersi il padrone, liberandosi dal peso di tradizioni secolari e dalla fame. A lungo sono stati chiamati «metalmezzadri», per indicare il rapporto con il lavoro agricolo che spesso conservavano. La fabbrica è stata però ancora l’alternativa all’emigrazione, praticata in massa in tutti questi decenni per sfuggire tanto alla povertà quanto allo stesso regime di fabbrica.

Dal libro di Merotto emerge perciò con forza che la storia di quegli operai non coincide con quella dei diversi stabilimenti di una grande fabbrica che è inizialmente la Zoppas, per divenire poi Zanussi e, infine, Electrolux. Essi sono parte di una comunità colta sempre nel momento della sua trasformazione: è una comunità contadina che si disgrega, ma è anche la comunità che durante il grande sciopero del 1968 va oltre se stessa mobilitando energie collettive per sostenere un mese di fermo pressoché totale della produzione. Questa comunità non è tanto il luogo delle sane tradizioni, quanto l’insieme di relazioni che si mobilitano per confrontarsi con ciò che è sorto al di fuori della comunità. Come tutti gli altri attori in campo, essa deve registrare che la «comparsa di una classe operaia come soggetto collettivo era stato il fatto decisivo». Questa affermazione permette alcune considerazioni.

Gli «atomi» insubordinati

Sebbene oggi come allora esista il lavoro salariato, non sempre esiste una classe operaia che mentre si oppone al capitale ridetermina non solo i rapporti dentro la fabbrica, ma configura e orienta anche quelli al suo esterno. In questo momento, infatti, viene rotto il rapporto sociale che da sempre caratterizza il capitalismo, producendo uno scarto tutto politico anche nei rapporti comunitari che non trovano una loro ricomposizione quanto piuttosto una riconfigurazione complessiva. In questo momento viene dunque toccata quella «parte più alta del tempo» che rovescia la fabbrica sovvertendo il rapporto di potere su cui essa si fonda. Dilagano gli scioperi autonomi di reparto. I sindacati non riescono a governare l’insubordinazione operaia. Nei confronti dei membri della commissione interna vige una sorta di mandato imperativo con la clausola che, se le indicazioni non vengono rispettate, «noi facciamo sciopero». Lo sciopero è ingovernabilità e, contemporaneamente, creazione di differenti vincoli organizzativi e comunicativi. «Il dispotismo tecnico e gerarchico non riesce più a contenere gli “atomi” insubordinati; la massificazione stessa viene ribaltata in contropotere». Essendo un rapporto sociale di potere la fabbrica non esiste mai solo al proprio interno, ma investe costantemente il territorio circostante e il sistema politico.

Fuori dai cancelli

Il cancello della fabbrica non è mai stato un confine statico in grado di racchiudere un mondo. Gli anni Sessanta in fabbrica sono il momento di massima porosità di quel confine, quando il potere operaio diviene potere sociale imponendo la propria presenza politica contro gerarchie che tanto in fabbrica quanto nella società si pretendevano indiscutibili.

Negli anni Settanta la reazione a questo potere ridetermina i rapporti in fabbrica perché riesce a modificare quelli al suo esterno. I rapporti di dominio diventano globali relativizzando ogni forza accumulata in un solo punto. Gli anni successivi sono perciò quelli della lotta contro la crisi e soprattutto del mutamento di rapporto con il sindacato. Questo è un altro moto circolare che contraddistingue la parabola storica del lavoro salariato in Italia. All’inizio c’è la lotta per il sindacato, poi l’uso operaio del sindacato, ora il «confronto era che facevano passare sempre la loro linea». L’iniziativa operaia arretra e gli accordi sbandierati come modelli nazionali da seguire mostrano ben presto la loro inconsistenza pratica, soprattutto per quanto riguarda il numero degli occupati e le scelte produttive. La cassa integrazione e le fermate prendono il posto degli scioperi. La strategia dell’Eur ha ridotto i salari senza ottenere le promesse modifiche del quadro normativo.

Con il passaggio all’Electrolux viene aperto a Susegana un reparto confino grazie al quale i delegati non allineati e i lavoratori indisciplinati non hanno più contatti con il resto dei lavoratori. Il sindacato su questo non dice nulla, come si era d’altronde adeguato ai mutati rapporti di potere, finendo per garantire solo la propria posizione di mediatore. Il collettivo operaio è stato ormai spezzato: pochi al confino, ma molti se ne sono andati o hanno accettato gli incentivi al prepensionamento.

La grande ristrutturazione

Nonostante la riduzione del numero degli addetti la produttività cresce rapidamente. L’informatizzazione consente di risparmiare lavoro e di recuperare controllo sul ciclo produttivo. Cambiano i ritmi e cambia il tempo di lavoro. Per essere assunti, diviene usuale passare per il purgatorio delle aziende dell’indotto e per i contratti a tempo determinato. La fabbrica sembra relegata nel passato della produzione capitalistica, identificata con il posto fisso, con la garanzia del salario, contrapposta alla precarietà lavorativa ed esistenziale. Già negli anni Ottanta la fabbrica come posto fisso però non esiste più, non solo per i licenziamenti, le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, ma soprattutto perché una generazione di giovani operai a tutto pensa fuorché a passare tutta la vita in fabbrica.

La fabbrica nei decenni successivi è una prigione a ore i cui ritmi sono codeterminati da sindacato e direzione aziendale, il cui obiettivo comune è la competitività del sistema manifatturiero. La fabbrica diviene così indifferente, mentre aumentano l’individualismo e le forme di autotutela personale. «La sfera della comunicazione sociale e delle relazioni di potere della fabbrica vengono occupate dall’apparato, nel tentativo di assorbire l’intera esperienza del singolo». L’egemonia aziendale sulla forza-lavoro non si presenta come dominio sul collettivo operaio, ma su una massa di individui identificati dalla postazione che occupano e dai codici che maneggiano. Il salario viene predeterminato e si presenta in maniera esemplare come salario d’ingresso, quasi un pegno da pagare per poter lavorare. Così il moto circolare sembra davvero tornare al suo punto di partenza e la precarietà del lavoro salariato torna sovrana, mentre la perdita di potere sociale comporta anche l’erosione di ciò che era stato conquistato in termini di servizi e di tempo sottratto al lavoro.

La fabbrica torna a consumare prima di tutto gli operai, perché in essa il tempo comanda il fare. Il governo dello spazio al suo interno è funzionale al dominio su un tempo che non è però quello della fabbrica, ma il ritmo della società nel suo complesso. Trasferimenti e delocalizzazioni stabiliscono le condizioni di possibilità per intensificare globalmente i tempi di lavoro.

Il vicino Oriente

Nonostante i risultati di una recente ricerca dell’università di Padova, finanziata da Finmeccanica, rassicurino i committenti affermando che i lavoratori sono ormai «fuori classe» e si identificano con l’azienda, all’interno delle fabbriche si continuano a combattere conflitti di lavoro come conflitti sociali, scontri su pratiche diverse di società, come lotta di classe. La ricerca di Merotto mostra l’indisponibilità tutt’altro che residuale ad assumere l’ideologia del merito individuale come unica ideologia legittima. Piaccia o non piaccia, quella che a molti è sembrata la scomparsa della fabbrica, con la conseguente eclissi della lotta di classe dei salariati, deve fare i conti nella maniera più dirompente con un’esperienza che non si esaurisce nel nordest, ma continua nell’Europa orientale e nel lontano Oriente, ovvero in quelle zone economiche speciali dove la fabbrica e il lavoro operaio sono stati nascosti, per sottrarli al calcolo pratico dei rapporti di forza.

Le lotte di questi operai sono il sintomo più profondo della provincializzazione dell’Europa. La lotta globale per il potere sociale riapre la possibilità di rompere il cerchio dell’insicurezza e della precarizzazione collettiva dei lavoratori, rifiutando l’indecenza dello sfruttamento. Oltre ogni archeologia, e anche oltre qualsiasi nostalgia, il volto positivo di questo rifiuto risuona nelle parole di uno degli operai della Fabbrica rovesciata: «Si chiedeva l’aumento uguale per tutti: era una coesione a livello di base, sentirsi tutti compagni», che in dialetto veneto sta per uguali.

06/10/2015

Un rapporto di dominio. Sindacato, reddito, insubordinazione nel regime del salario

Lavoro Insubordinato è un collettivo di uomini e donne sull’orlo dell’occupabilità che hanno cominciato a discutere dell’organizzazione politica del lavoro precario in un momento in cui parlare di sciopero era un po’ come evocare un santo. Tra il 2012 e il 2013 l’esperienza degli Stati Generali della Precarietà, a cui abbiamo preso parte, ci aveva lasciato contemporaneamente il senso di una possibilità, un orizzonte politico sul quale investire e una considerevole dose di realismo. Da buoni atei abbiamo perciò cominciato a interrogarci a partire dai limiti, dagli ostacoli, dalle domande che le esperienze pregresse avevano aperto.

La prima considerazione è stata quella della difficoltà oggettiva di organizzare i precari e, anche per questa ragione, l’idea di uno sportello tecnico di supporto alle vertenze, nella sua innegabile utilità, ci sembrava lasciare aperto il problema della comunicazione politica, ovvero di processi organizzativi capaci di assumere una forma espansiva andando al di là della singola vertenza. Poi si è profilato all’orizzonte il Jobs Act. Lo abbiamo subito interpretato come il tentativo di accelerare e portare a compimento i processi di precarizzazione in atto da tempo. Il Jobs Act non ha inventato la precarietà, ma punta decisamente a darle una forma compiutamente neoliberale. Non si tratta più di colpire dove è possibile, di permettere alle imprese pubbliche e private di fare profitti sull’abbassamento costante del costo del lavoro grazie alla compressione dei salari. Si tratta di costringere il lavoro dentro a un sistema di vincoli che lo rendono sempre disponibile al prezzo più basso e con le minime garanzie normative. La vera innovazione del Jobs Act è il suo essere dichiaratamente elemento di un sistema che vuole produrre una costante disponibilità al lavoro, un sistema del quale fanno parte anche la riforma della pubblica amministrazione e della scuola, la revisione della spesa sanitaria e la tanto annunciata nuova politica fiscale.

Siamo perciò partiti da noi, sapendo che quanto stava avvenendo in Italia assumeva il suo reale significato nel quadro europeo e globale. Sapevamo anche che, proprio perché la precarietà è ormai la forma generale di tutto il lavoro, rendendo fatiscente ogni distinzione tra lavoro garantito e non garantito, il lavoro nel suo complesso è diventato una zona grigia per l’iniziativa politica, scomodo per i sindacati, scivoloso per i movimenti. Con il suo linguaggio trendy e la retorica della semplificazione, il Jobs Act si presenta invece esplicitamente come un discorso sul lavoro sebbene punti a stabilizzarne la crisi. Con la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato si dice ai lavoratori e a chi cerca, suo malgrado, di diventarlo, che il salario se lo devono conquistare continuamente. La retorica della ripresa dalla crisi nasconde nient’altro che un aumento del tasso di sfruttamento e del ricatto. Il primo passo, perciò, è stato partire da un’analisi di quanto accadeva con questa riforma del lavoro, cercare cioè di capire in che direzione andavano le sue trasformazioni. L’obiettivo non era solo informare o fare cronaca, né offrire soluzioni immediate di cui – ahinoi – non disponiamo, ma ragionare sui cambiamenti in corso nell’ottica di creare le condizioni per organizzarsi, individuare la controparte, fornire strategie utili per districarsi nella nuova situazione che si stava determinando.

Questa serie di articoli, pubblicati sul sito connessioniprecarie.org da aprile 2014 a luglio 2015, è nata perciò con lo scopo di comprendere e analizzare gli effetti politici e materiali del Jobs Act e le tendenze di lungo periodo alla base della riforma del mercato del lavoro in Italia. Nel cuore della crisi, o meglio della sua normalizzazione e delle politiche di austerità, il lavoro diviene sempre più informale, nel senso che perde ogni forma prestabilita, effetto di una contrattazione più o meno allargata. Le principali innovazioni apportate dal Jobs Act e dai suoi decreti attuativi appaiono inoltre come il naturale epilogo di un lungo processo transnazionale che punta tutto proprio su questa produzione di un lavoro informale.

Analizzando gli effetti di questa legge ci siamo resi conto che quello che si stava cercando di imporre era una ridefinizione complessiva dei rapporti di potere dentro e fuori i luoghi di lavoro. Abbiamo definito «regime del salario» questo rapporto di dominio dentro e contro il quale ci troviamo oggi a vivere. Il governo del capitale pretende che al suo interno la dipendenza dal salario sia assoluta, nonostante e spesso attraverso forme di compensazione come il reddito. Questo è possibile innanzitutto attraverso l’isolamento dei singoli lavoratori: la sconnessione definitiva del nesso sociale diritti/lavoro produce una segmentazione che si estende dentro e fuori i luoghi di lavoro. Il regime del salario è l’estensione del comando capitalistico anche al di là del rapporto di lavoro salariato in essere. Esso impedisce qualsiasi definizione omogenea e unitaria del lavoro salariato perché si impone attraverso la moltiplicazione delle forme contrattuali, le trasformazioni dei servizi e la monetizzazione del welfare. Il regime del salario non è un ritorno al passato capitalistico della mera coazione al lavoro, ma un rapporto di dominio più complesso nel quale il salario si scompone in forme e figure diverse della produzione sociale. Si tratta di un regime complesso proprio perché una moltitudine di figure che entrano ed escono dal rapporto di lavoro sono comunque dipendenti dal salario per la propria riproduzione. Esso dimostra che la mediazione del salario non è solamente un residuo fordista e nemmeno, come recita il desiderio del capitale, un intensivo e nascosto sfruttamento possibile solo nelle sterminate fabbriche asiatiche. Il regime del salario punta a imporre una disponibilità costante a essere occupati e questa è una condizione che in Italia milioni di lavoratori conoscono, da Melfi alle regioni metropolitane del Nordovest, dalle fabbriche verdi del meridione alle fabbriche piccole e grandi del Nordest.

In questa costante disponibilità just in time e just in space il lavoratore o l’occupabile – come si definisce oggi chi quotidianamente combatte per conquistare un salario – è costretto a pensare la propria riproduzione nei termini di un problema esclusivamente individuale. Come osserva Ferruccio Gambino nella Prefazione, arriva a essere messo in questione persino il «diritto alla generatività», ovvero alla possibilità di pensare oltre la mera sopravvivenza quotidiana. Nel regime del salario non è necessario che il denaro dato in cambio di lavoro garantisca la riproduzione di chi lavora, anzi. Il salario che – se va bene – entra nelle tasche del lavoratore, serve piuttosto come arma di ricatto: per ottenerlo, devi essere sempre flessibile e pronto a ogni esigenza ed esercitare il tuo appeal esibendo le tue innumerevoli competenze, sbandierando la tua «auto-imprenditorialità» e provvedendo costantemente alla tua formazione, alla tua previdenza e anche alla tua mobilità. Praticamente devi fare tutto tu.

Il regime del salario, perciò, ha molte facce: è precarizzazione, voucherizzazione, decontribuzione. Esso riguarda anche le condizioni meno visibili della precarizzazione: lo smantellamento e la finanziarizzazione del welfare, l’iperspecializzazione e la privatizzazione della formazione, l’imposizione della conciliazione al ribasso di famiglia e lavoro. A ciascuno di questi aspetti sono dedicati gli articoli raccolti in questo opuscolo. Mentre l’istrione del governo rivendica il rilancio dell’occupazione come tangibile risultato del Jobs Act, è chiaro che sul lungo periodo questa riforma rilancia soltanto il profitto dei padroni. Dove l’atipico diventa tipico, il contratto a tutele crescenti è una curiosa forma di lotta contro il tempo già vinta in partenza dalle aziende e l’unico aumento salariale possibile è ottenuto facendo confluire un TFR ipertassato in busta paga per ricavare più entrate fiscali. L’ulteriore liberalizzazione dei licenziamenti va a braccetto con la riforma della NASpI, un peculiare sussidio di disoccupazione, pensato anche per i lavoratori già abituati a saltare da un lavoro all’altro o da un tirocinio all’altro, che ben si adatta alle esigenze di aziende che non possono perder tempo dietro alle pretese dei lavoratori. Il rilancio dei voucher, così utili per le aziende – per così dire – «incerte» sulle assunzioni, il cui tetto massimo sale fino a 7000 euro, fa di uno strumento nominalmente nato per combattere il lavoro nero in determinati settori il mezzo privilegiato a disposizione delle aziende per liberarsi di qualunque responsabilità nei confronti dei lavoratori. Questi dovranno, loro sì, offrire delle certezze ai padroni, anzitutto garantendo la più completa disponibilità al lavoro in ogni sua forma, in ogni suo luogo, e rispondendo con prontezza alla chiamata dell’azienda di turno. In piena contraddizione con la natura stessa del rapporto che nasce, in teoria, come occasionale, il prezzo da pagare sarebbe la facile perdita del posto in quanto le aziende dispongono di un largo bacino di lavoratori. La scelta è quanto mai semplice: totale disponibilità o completa sostituibilità. Un divide et impera che agisce al cuore dei rapporti di lavoro e rende facile la gestione di quei lavoratori che sono più soggetti alle regole dell’occupabilità dettata dalla scarsità e dalla temporaneità del lavoro. Queste ultime cessano così di essere gli effetti congiunturali del cosiddetto mercato del lavoro per diventare sue caratteristiche strutturali. Dietro a questa trasformazione c’è appunto quella che abbiamo chiamato la normalizzazione della crisi, ovvero la consapevolezza acquisita dal governo del capitale che quelli che si erano presentati come suoi effetti transitori sono invece molto utili per ottenere il massimo di sfruttamento della forza lavoro.

Il regime del salario consegna all’incertezza la classe operaia e investe tanto il lavoro che nasce precario quanto il lavoro una volta chiamato garantito. Non si tratta però, è bene specificarlo, di dire che la precarietà è un fenomeno del tutto inedito, caduto dal cielo della crisi, o che il Jobs Act e le riforme che lo hanno preceduto hanno aggredito e deteriorato un mondo del lavoro pieno di garanzie e di sindacati eroici improvvisamente detronizzati. Oggi la classe operaia non sta in paradiso, ma non ci stava neanche ieri. La fine della contrattazione collettiva, l’attitudine settoriale o settaria dei sindacati, la perdita di potere delle lavoratrici e dei lavoratori sono processi di lungo periodo che hanno il loro specifico peso nella trasformazione in atto.

Il regime del salario crea le condizioni per una costante estorsione di obbedienza che impone un ripensamento dell’organizzazione e della comunicazione politica necessarie per mettere in pratica nuove strategie di insubordinazione collettiva. In questi anni, precarie e precari non sono rimasti a guardare a testa bassa: anche dove il comando è più violento si è sedimentata un’accumulazione di conoscenze, di esperienze e di comunicazione politica precaria. In questo senso, le lotte dei migranti e delle migranti offrono un bagaglio di esperienza imprescindibile. I migranti e le migranti hanno messo in atto strategie efficaci per rivendicare potere nelle fabbriche della logistica e di fronte alle questure, cercando di aggredire simultaneamente il loro quotidiano sfruttamento e le sue condizioni politiche – in Italia, il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini – e indicando al contempo la prospettiva necessariamente transnazionale dell’insubordinazione. Anche queste lotte si sono tuttavia scontrate con la frammentazione e con le gerarchie che attraversano i luoghi di lavoro, mentre la solidarietà, che pure occasionalmente si è manifestata, non è stata in grado di innescare processi di politicizzazione espansivi. Sono questi i limiti che hanno incontrato le esperienze di lotta degli ultimi anni, caratterizzate da una forte frammentazione che limita il potenziale politico delle loro iniziative. Proprio questi limiti – l’isolamento e l’individualizzazione dei lavoratori che la precarizzazione generalizzata ha prodotto e che il Jobs Act ha normalizzato – sono non a caso l’ostacolo con cui si è scontrata la nostra ambizione di costruire uno sportello politico per i precari.

A queste difficoltà una parte del movimento, coinvolta nel percorso dello sciopero sociale, sta cercando di dare una risposta. Si tratta della sfida di «organizzare l’inorganizzabile», sapendo che, se ormai la precarietà è la forma generalizzata di tutto il lavoro, non si tratta di organizzare chi non è rappresentato sindacalmente o chi non ha un rapporto continuativo di lavoro. La sfida che abbiamo di fronte investe la moltitudine di figure che dipendono da un lavoro sempre più informale. Nuovi discorsi politici hanno cercato di aggredire la svalorizzazione politica del lavoro come la richiesta di un salario minimo europeo, di un reddito e di un welfare incondizionati, di un permesso di soggiorno minimo europeo di due anni, il mutualismo, il sindacalismo sociale. Si tratta di strumenti pratici oltre che di discorsi che stanno cercando di affrontare il problema dell’accumulazione di potere in un contesto in cui le singole vertenze locali, le singole lotte e mobilitazioni, non riescono a innescare processi di lungo periodo e di lunga gittata, né riescono da sole a produrre una comunicazione politica precaria.

La serie di articoli raccolti in questo opuscolo risponde precisamente a questa esigenza. Abbiamo cercato di offrire una conoscenza utile a chi abita la jungla contrattuale e simbolica del lavoro informale, perché sappiamo che per innescare processi di organizzazione collettiva e per rompere l’isolamento a cui tutti sembriamo inesorabilmente condannati è necessario prima di tutto spezzare il ricatto che grava su ciascuno. Tra questa accumulazione di conoscenza e un’accumulazione effettiva di forza c’è una differenza sostanziale, ma i processi collettivi di organizzazione, la possibilità di insubordinazione e di sabotaggio del regime del salario, non possono prescindere da questo sapere. Qualsiasi forma di lotta che si occupi di riorganizzare una difesa sindacale al passo coi tempi o di supplire a un sistema di welfare evanescente, infatti, deve oggi necessariamente fare i conti con il comando esercitato dal regime del salario. Noi sappiamo che non è desiderabile, e probabilmente nemmeno possibile, opporsi al lavoro informale restaurando le precedenti forme contrattuali certe e obbligatorie. Sono stati le operaie, i precari e i migranti che per primi le hanno messe in discussione. Si tratta di conquistare spazi individuali e collettivi di libertà che i contratti semplicemente non possono garantire, anche se possono essere utili per assicurare posizioni. Deve essere chiaro che lo squilibrio di potere che attualmente caratterizza il regime del salario non può essere neutralizzato dalla concessione di un reddito di base che – come dimostrano le recenti sperimentazioni regionali e proposte governative – rischia se mai di alimentarlo. Noi condividiamo pienamente la richiesta politica di un reddito incondizionato, ma pensiamo che essa debba funzionare dentro al regime del salario e non al suo esterno ignorando le condizioni che esso costantemente pone.

Separare i due tempi significa pensare che un momento assolutamente individuale come il godimento di un reddito possa meccanicamente rovesciarsi in un’azione collettiva come la contestazione del regime del salario. Se, come il suo riconoscimento in diversi paesi europei e ormai anche in qualche regione italiana dimostra, il reddito può essere una parte integrante del regime del salario, la sua rivendicazione deve porsi chiaramente contro quel regime. Non esiste un ipotetico dopo in cui, grazie a un’accumulazione contingente di forze, sarà possibile restaurare meccanismi di contrattazione o di conflitto interno ai luoghi di lavoro. Il legame tra reddito e salario – come tra il regime del salario e il governo della mobilità, ovvero l’insieme di politiche orientate a mettere a valore per il profitto i movimenti del lavoro vivo attraverso e all’interno dei confini europei – richiede un ragionamento che parta dagli effetti reciproci e quindi dalla complessità del quadro. L’espropriazione sociale che avviene sul terreno dei diritti, delle forme di organizzazione, dei bisogni è prodotta e riprodotta dal rapporto di dominio che si esprime tramite il salario e viceversa. È dunque impossibile e in parte controproducente pensare un termine senza l’altro. La rivendicazione politica di un reddito incondizionato deve mirare ad agire puntualmente contro questa espropriazione, deve diventare parte delle lotte sui luoghi di lavoro, deve agire direttamente contro il regime del salario, non può essere una misura politico-amministrativa concessa per ottenere ulteriore occupabilità.

Lo stesso vale per le forme di sindacalizzazione che possono essere costruite dentro e contro il regime del salario. Se lo sciopero è sociale nel momento in cui registra l’impossibile distinzione tra garantiti e non garantiti, tra operai, precari e migranti, nel momento in cui assume che le lotte del lavoro riproduttivo sono lotte contro la produzione di questa società, allora il sindacalismo sarà sociale solo se saprà congiungere tutti questi momenti, se sarà in grado di aggredire teoricamente e praticamente il regime del salario in ogni sua manifestazione. Non è più possibile accettare politicamente una differenziazione degli ambiti lavorativi per poi appaltarli a tipi diversi di sindacalizzazione. La necessaria unificazione simbolica delle lotte che deve essere opposta alla attuale frammentazione deve aggredire il rapporto complessivo di dominio che il regime del salario ci pone davanti agli occhi. Abbiamo la responsabilità di riconnettere ciò che il regime del salario quotidianamente e sapientemente divide, il lavoratore e la sua condizione sociale, ripoliticizzando questo rapporto, riorganizzando il conflitto fuori dall’arena pacificata in cui è stato assorbito.

Oggi la sfida forse più urgente è quella di guardare con brutale onestà a queste trasformazioni a partire dai problemi che la dimensione globale del regime del salario, e il suo rapporto funzionale con il governo della mobilità, pone. Pur essendo il Jobs Act l’oggetto di analisi e di critica di questi articoli, sappiamo che le trasformazioni che abbiamo davanti hanno una portata globale, e di questa portata deve essere la nostra risposta organizzativa. Rovesciare il regime del salario non è e non può essere allora un problema locale ma deve essere la sfida che uno sciopero sociale transnazionale può raccogliere. È con questo orizzonte che abbiamo scritto le analisi che seguono, con l’obiettivo di chiarire il fine nascosto e la cornice complessiva delle riforme sul lavoro, fornendo indicazioni politiche contro l’obbedienza che questo regime impone.