Il governo mostra la corda, e come tutti prova a nasconderlo. Il problema centrale non è davvero “l’Arianna-gate”, ovvero il surreale caso di un’inchiesta che non c’è a carico della sorella di Meloni, coordinatrice della segreteria politica di Fratelli d’Italia.
C’è da dire che solo l’assenza agostana di notizie politiche – ci sono due guerre in corso alle porte del Paese, ma a quanto pare chissenefrega, ci pensano gli americani... – può giustificare l’abnorme attenzione dedicata a un “sospetto”: quello secondo cui la magistratura potrebbe indagare su Arianna Meloni per “traffico di influenze”.
Sorvoliamo sul fatto (importante) che questo reato è stato già molto depotenziato dagli interventi del governo in carica, quindi non avrebbe gli effetti devastanti ipotizzati, e concentriamoci sulla catena di evidenze che nessuno vuol notare.
Il Giornale, diretto da Sallusti, è di proprietà della Tosinvest, finanziaria della famiglia Angelucci. Il cui capo assoluto, Antonio, boss della sanità privata, è da quattro legislature parlamentare nelle varie formazioni del centrodestra, dal “Popolo delle libertà” di Berlusconi alla Lega.
Abbiamo quindi il caso “fortuito” di un giornale posseduto da un membro della maggioranza al governo, che senza alcuna prova evidente, lancia l’allarme su “manovre eversive” (della magistratura più retriva, accondiscendente e spesso incapace che si ricordi) contro il governo.
Lo stesso Sallusti, per corroborare il suo finto scoop, è arrivato a chiedere una smentita alla Procura di Roma, dimenticando che la magistratura – soprattutto quella inquirente – “parla attraverso gli atti”; ossia mandati di arresto, avvisi di reato, ecc. Altrimenti è obbligata a tacere (tutt’altra cosa, invece, per le associazioni di magistrati, abituate da sempre a interloquire con la politica).
Il tutto poi è partito da un’interrogazione parlamentare (uno degli atti più frequenti e pressoché inutili possibili in Aula) dei renziani. Come dire: se la suonano e se la cantano, a destra, passando amichevolmente la palla e gli assist.
Come ballon d’essai agostano è stato sicuramente efficace, ma solo nel coprire altro. E tutti gli analisti meno fessi hanno provato a guardare ai problemi che si delineano all’orizzonte, visto che è ora di scrivere la legge finanziaria (“di stabilità”, si chiama adesso) e di “tesoretti” in cassa non ce ne sono.
La botta più seria per il governo arriva dal quotidiano economico Milano Finanza, che pubblica un fondo di Angelo De Mattia, ex Direttore della Banca d’Italia. Non un giornalistucolo qualsiasi…
Anche lui parla di “voci” e non di atti pubblici, ma per la sua internità al mondo della finanza istituzionale ha chiaramente letto proposte circolanti in forma di bozza, prima che arrivino alla presentazione ufficiale.
Fin dal titolo l’attacco (al governo) è tranchant: “Nazionalizzare Bankitalia, un’ipotesi da colpo di sole”.
Il termine “nazionalizzare” può ingenerare confusione, ma solo perché lo statuto della Banca d’Italia favorisce gli equivoci, specie tra i non addetti ai lavori. L’istituto è infatti un ente di “diritto pubblico”, incaricato di tenere sotto controllo la stabilità dei prezzi; stampare denaro nell’ambito delle decisioni prese dalla Banca Centrale Europea, ecc. Dunque è di fatto una istituzione pubblica.
Ma la sua proprietà – le azioni del suo capitale – sono in mano a soggetti privati, ossia banche, assicurazioni, enti di previdenza italiani.
Un ircocervo prodotto dalle “privatizzazioni” anni ‘90 (quelle di Prodi, Bersani e tutto il centrosinistra d’allora), perché gli azionisti di riferimento di Bankitalia (la maggioranza azionaria relativa) era in mano alle “banche di interesse pubblico” gravitanti nell’ambito delle “società partecipate”.
In pratica erano banche semi-pubbliche, che avevano un tempo il compito di stampare moneta per conto dello Stato.
La privatizzazione di quelle banche, e le fusioni-acquisizioni successive (il “risiko bancario”), hanno portato alla situazione attuale.
Toccare questo sistema significa aprire molti fronti di guerra contemporaneamente. L’idea circolante nel governo sarebbe quasi da prima elementare, ossia da ignoranti totali: comprare le quote azionarie dai privati (una spesa relativamente bassa, circa 7,5 miliardi di euro, meno di quanto ha regalato lo Stato ai Benetton per riprendersi la società Autostrade dopo il crollo del Ponte Morandi).
Una volta preso il controllo, si potrebbero usare le “risorse” di via XX Settembre per sistemare i conti pubblici nel modo più consono ai diktat della Commissione Europea.
De Mattia chiarisce in pochi tratti la ragione per cui questa idea è da “colpo di sole”. Intanto la cifra da spendere (7,5 miliardi) “in base a una singolare stima che lega il valore dell’Istituto solo al suo capitale”.
Non secondaria nemmeno la disponibilità dei potenziali venditori delle azioni (“ammesso che i 173 attuali partecipanti al capitale fossero adeguatamente indennizzati e cedessero le rispettive quote”), potendo come minimo “tirare sul prezzo” visto che si paleserebbe una “domanda” fin qui inesistente.
L’ostacolo principale sarebbe comunque istituzionale e internazionale: “chiara violazione dell’autonomia e indipendenza dell’Istituto, anche finanziaria, tutelata, in quanto parte del Sistema europeo di Banche centrali, dal Trattato Ue che ha, per l’Italia, rango di legge costituzionale”.
In pratica “bisognerebbe acquisire il parere obbligatorio della Bce, che è facile immaginare”. A meno di non uscire da tutti i trattati, da Maastrcht in poi, non si può fare...
E infine il problema con “i mercati”, perché “si formerebbe l’effetto-annuncio che toccherebbe la politica economica e di finanza pubblica ingenerando il convincimento che si sia alla frutta nella gestione dei conti pubblici e, quindi, si ricorra a misure fin qui mai neppure concepite”.
È appena il caso di ricordare il singolare collegamento tra l’Arianna-gate e questa “idea balzana”: il ministro dell’economia, Giorgetti, è una delle figure di spicco della Lega. Come Angelucci (padrone de Il Giornale).
Non è neanche il caso, qui, di ricordare tutte le nostre critiche all’Unione Europea, alle sue regole e ai suoi diktat. L’idea di “nazionalizzare la Banca d’Italia” non sarebbe probabilmente una buona idea neanche dopo una rivoluzione socialista (“Un [ministero del] Tesoro proprietario totalitario della Banca centrale nazionale non è esistito neppure nell’Unione Sovietica all’epoca del più duro Gosplan”, ricorda De Mattia) e comunque andrebbe ragionata nell’ambito di una visione strategica del cambiamento sociale e di sistema economico, non come singola “misura spot”.
Resta insomma la straordinaria sensazione di pochezza della classe politica al governo (non solo quella ovviamente, viste le vicende del centrosinistra e dei Cinque Stelle).
L’obiettivo più realistico di questa “pensata” sarebbe com’è ovvio un “piano B” per nulla originale, “riproponendo la questione stracca e stantia delle riserve valutarie dell’Istituto, per non dire di quelle auree, e del loro impiego da parte del governo, dimenticando puntualmente, ogni volta in cui viene agitato questo tema, che le riserve sono a presidio della moneta e della sua stabilità e che, per il fatto che sono della Banca ente pubblico, non significa che possano essere stralciate dal suo bilancio e utilizzate per impegni di spesa”.
Alla fine, non potendo naturalmente metter mano su quel “tesoro”, il governo eserciterà con più ferocia del solito il consueto “taglio della spesa pubblica”, mettendo di nuovo mano a pensioni, sanità, scuola, università, cura del territorio, ecc.
Miseri pasticcioni della politica, deboli con i forti (la Ue e la Nato) e vandali contro i deboli. Facendo pure le vittime di “oscuri complotti”...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/11/2019
Le comiche politiche intorno alla tragedia del “nuovo MES”
Vedere un ministro “tecnico” ironizzare sui “presunti rischi” derivanti dal nuovo Meccanismo Europeo di Stabilità fa uno strano effetto; specie se premette “il trattato è già scritto ed è inemendabile”, e quindi il Parlamento non ci può fare niente. Da quando in qua un accordo “vantaggioso per il Paese” deve essere raggiunto nella più totale segretezza?
Della serie: siamo tutti noi i cretini, gli ignoranti o soltanto sospettosi, oppure è lui che mente buttandola in “coglionarella”?
In alcuni passaggi ha ricordato addirittura la versione italiana di “Alì il comico”, quel generale di Saddam che davanti alle telecamere ridacchiava negando che gli americani stessero avanzando, mentre in pratica stavano per apparire alle sue spalle...
Ricordiamo che su questi “pericoli” si erano espressi nella scorse settimane personaggi “tecnicamente” ben più influenti di noi, dal governatore della Banca d’Italia (Ignazio Visco), a ex senatori Pd ora in Confindustria (Giampaolo Galli), il presidente del Centro Europa Ricerche (Vladimiro Giacchè) e una massa di economisti di ogni livello che in genere plaudono a tutte le scelte dell’Unione Europea.
Last but not least, persino un veterano del neoliberismo più cieco come Francesco Giavazzi, ha speso un editoriale sul Corriere della Sera per dire che “ha ragione chi teme che le proposte di riforma del Fondo comportino dei rischi per l’Italia”. Salvo poi arrendersi subito, perché “sul Fondo salva-Stati ormai è tardi. Fra l’altro il precedente governo le aveva approvate prima dell’estate. Ora, contraddicendoci, potremmo solo opporre il nostro veto”.
Ma la vera fucilata contro la “comicità” del ministro Gualtieri è arrivata ieri mattina con un fondo a firma di Angelo De Mattia, che come economista esperto di finanza sicuramente “pesa” qualcosa più dell’ex tecnoburocrate europeo chiamato a fare il ministro. In fondo De Mattia può vantare una lunga carriera da dirigente in Banca d’Italia e ancora oggi guida l’ufficio studi della Fondazione Generali; mentre il ministro ha avuto una formazione da storico.
Il punto critico è colto con assoluta precisione. Passare – come Gualtieri ha ammesso – da requisiti impliciti a requisiti espliciti per la valutazione sulla sostenibilità del debito pubblico di un paese significa fornire un quadro certo non solo per la fornitura di prestiti, ma anche per l’iniziativa di qualsiasi speculatore sul mercato.
Se si è insomma certi che in determinate condizioni quantitativamente fissate uno Stato sarà costretto a ristrutturare il proprio debito (ossia a svalutare drasticamente i titoli di stato emessi e posseduti dalle banche, quasi sempre italiane), quella possibilità oggi solo ipotetica (l’Italia o altri paesi vicini al default) potrà diventare concreta con molta più facilità.
In secondo luogo, se è vero che il passaggio sulla “ristrutturazione del debito” non compare più nel testo dell’accordo già sottoscritto a giugno (con la Lega al governo!), altrettanto non si può dire sui working documents che stanno venendo fuori in questi giorni. Il Messaggero, per esempio, cita diffusamente un “allegato nascosto” – tra quelli che lo stesso Gualtieri ha definito “un lavoro sugli aspetti esterni” al trattato – che invece dovrebbe preoccupare anche il ministro. Vedi qui.
Tanto più che le decisioni del Mes non vengono prese all’unanimità (come nella Commissione Europea), ma a maggioranza, secondo le quote versate dai singoli paesi per il Fondo stesso. E lì, con Germania e Francia che da sole “pesano” per il 47% (rispettivamente 27 e 20), ci vuole un attimo a fare la maggioranza che ti stronca.
In effetti, a ben vedere, la sagoma di “Alì il comico” svolazza davvero anche sul palcoscenico italiano...
Angelo De Mattia – Milano Finanza
Nell’audizione tenuta ieri in Senato, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha esordito affermando di avere ascoltato con stupore e con divertimento le tesi infondate sostenute dai critici della bozza dell’accordo intergovernativo sul Meccanismo europeo di stabilita.
Ha abbondato nelle aggettivazioni e nel sarcasmo, definendo comica l’affermazione secondo la quale la riforma del Fondo salva-Stati sarebbe una «terribile innovazione».
Ma basta seguire gli sviluppi del suo ragionamento perché si constati il calo dell’asserita comicità.
Gualtieri afferma che la revisione ha mirato a prevedere per il Mes una funzione di backstop del Fondo di risoluzione delle banche finanziato dai contributi delle stesse banche. Su questo punto, per la verità, nessuno ha mosso obiezioni, se non quelle, più generali, che riguardano l’adeguatezza di tale fondo, a prescindere dal «paracadute», e il fatto che esso è il secondo pilastro dell’Unione bancaria, mentre resta inedificato il terzo, assai importante, pilastro che è quello dell’assicurazione europea dei depositi.
Quanto ai criteri di ammissibilità alle linee di credito del Mes, il ministro osserva che si è trattato di esplicitare indicatori, in precedenza impliciti, della situazione fiscale e degli squilibri macroeconomici, nonché altri criteri concernenti la sostenibilità dei bilanci.
Il passaggio da requisiti impliciti a requisiti espliciti, il cui controllo spetterà alla Commissione Ue e al Mes, è acqua fresca? Che, poi, questi requisiti, quantitativi e qualitativi, siano indicati in un allegato all’accordo intergovemativo che può essere modificato, ha detto Gualtieri, con maggiore facilità rispetto al testo dell’accordo, non suggerisce di proporre sin d’ora modifiche, anziché indugiare in una ironia a buon mercato?
Poi Gualtieri ha aggiunto che i criteri quantitativi, riportati in un allegato all’accordo, vanno rispettati solo «in linea di principio» e, dunque, sono sottoposti a un regime di discrezionalità.
Insomma, si deve far leva, ove mai fosse necessario accedere ai finanziamenti, sulla buona disponibilità dei partner europei perché si impieghi la discrezionalità in senso favorevole? Siamo anche qui all’apoteosi della flessibilità?
È indubbio, poi, che con la modifica del tipo di voto che le riguarda, le clausole di azione collettiva vengano rafforzate. Ma il punctum dolens resta: con esplicitazioni e rafforzamenti di specifiche previsioni, il giudizio sulla sostenibilità del debito diventa più duro e le conseguenze che se ne traggono sul debitonon sono per nulla irrilevanti.
Di fatto, anche a prescindere dalla terminologia adottata, vi sarà, nei casi di non sostenibilità, l’obbligo di una ristrutturazione del debito che sarà la condizione per ottenere i prestiti. A questa parteciperanno anche i privati portatori dei titoli.
È indubbio, poi, che il rango del nuovo Fondo, per le maggiori attribuzioni, salga di livello nei confronti della Commissione. Non interessa sapere, ora, di quanto il Mes si discosti dalla precedente versione, anche perché, se si innova e lo si vuole fare seriamente, non si devono trovare le giustificazioni in ciò che è già vigente e costituisce una stortura.
Sarebbe singolare avere la pretesa di dividere ciò che, secondo un assai superficiale giudizio, tutto sommato si potrebbe accettare ed è quel che ora viene inserito ex novo nell’accordo, da ciò che non va bene, ma è già presente nell’intesa e, dunque, non si potrebbe modificare, chissà perché, autolimitandosi a priori.
La sostanza del Mes non è ridimensionata seriamente dal ministro, che su di un solo punto ha ragione, quando solleva il problema dei progetti, in primis il «non paper tedesco», che vorrebbero introdurre l’assicurazione europea dei depositi, ma come condizione richiedono l’attribuzione di un coefficiente di rischio ai titoli pubblici ai fini della Vigilanza.
Qui Gualtieri giustamente dissente. Ma, se si è morbidi nei confronti del Mes in questione e non si agisce per le necessarie modifiche, ci si candida a sorbire l’amaro calice anche di una proposta non adeguata di assicurazione dei depositi, magari sciorinando all’ultimo momento, prima della firma, la solita litania sui danni della non sottoscrizione, senza ricordare che da tempo, secondo i patti, tale assicurazione avrebbe dovuto essere introdotta.
Fonte
Della serie: siamo tutti noi i cretini, gli ignoranti o soltanto sospettosi, oppure è lui che mente buttandola in “coglionarella”?
In alcuni passaggi ha ricordato addirittura la versione italiana di “Alì il comico”, quel generale di Saddam che davanti alle telecamere ridacchiava negando che gli americani stessero avanzando, mentre in pratica stavano per apparire alle sue spalle...
Ricordiamo che su questi “pericoli” si erano espressi nella scorse settimane personaggi “tecnicamente” ben più influenti di noi, dal governatore della Banca d’Italia (Ignazio Visco), a ex senatori Pd ora in Confindustria (Giampaolo Galli), il presidente del Centro Europa Ricerche (Vladimiro Giacchè) e una massa di economisti di ogni livello che in genere plaudono a tutte le scelte dell’Unione Europea.
Last but not least, persino un veterano del neoliberismo più cieco come Francesco Giavazzi, ha speso un editoriale sul Corriere della Sera per dire che “ha ragione chi teme che le proposte di riforma del Fondo comportino dei rischi per l’Italia”. Salvo poi arrendersi subito, perché “sul Fondo salva-Stati ormai è tardi. Fra l’altro il precedente governo le aveva approvate prima dell’estate. Ora, contraddicendoci, potremmo solo opporre il nostro veto”.
Ma la vera fucilata contro la “comicità” del ministro Gualtieri è arrivata ieri mattina con un fondo a firma di Angelo De Mattia, che come economista esperto di finanza sicuramente “pesa” qualcosa più dell’ex tecnoburocrate europeo chiamato a fare il ministro. In fondo De Mattia può vantare una lunga carriera da dirigente in Banca d’Italia e ancora oggi guida l’ufficio studi della Fondazione Generali; mentre il ministro ha avuto una formazione da storico.
Il punto critico è colto con assoluta precisione. Passare – come Gualtieri ha ammesso – da requisiti impliciti a requisiti espliciti per la valutazione sulla sostenibilità del debito pubblico di un paese significa fornire un quadro certo non solo per la fornitura di prestiti, ma anche per l’iniziativa di qualsiasi speculatore sul mercato.
Se si è insomma certi che in determinate condizioni quantitativamente fissate uno Stato sarà costretto a ristrutturare il proprio debito (ossia a svalutare drasticamente i titoli di stato emessi e posseduti dalle banche, quasi sempre italiane), quella possibilità oggi solo ipotetica (l’Italia o altri paesi vicini al default) potrà diventare concreta con molta più facilità.
In secondo luogo, se è vero che il passaggio sulla “ristrutturazione del debito” non compare più nel testo dell’accordo già sottoscritto a giugno (con la Lega al governo!), altrettanto non si può dire sui working documents che stanno venendo fuori in questi giorni. Il Messaggero, per esempio, cita diffusamente un “allegato nascosto” – tra quelli che lo stesso Gualtieri ha definito “un lavoro sugli aspetti esterni” al trattato – che invece dovrebbe preoccupare anche il ministro. Vedi qui.
Tanto più che le decisioni del Mes non vengono prese all’unanimità (come nella Commissione Europea), ma a maggioranza, secondo le quote versate dai singoli paesi per il Fondo stesso. E lì, con Germania e Francia che da sole “pesano” per il 47% (rispettivamente 27 e 20), ci vuole un attimo a fare la maggioranza che ti stronca.
In effetti, a ben vedere, la sagoma di “Alì il comico” svolazza davvero anche sul palcoscenico italiano...
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Quei tanti dubbi che ancora restano sul Meccanismo
Angelo De Mattia – Milano Finanza
Nell’audizione tenuta ieri in Senato, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha esordito affermando di avere ascoltato con stupore e con divertimento le tesi infondate sostenute dai critici della bozza dell’accordo intergovernativo sul Meccanismo europeo di stabilita.
Ha abbondato nelle aggettivazioni e nel sarcasmo, definendo comica l’affermazione secondo la quale la riforma del Fondo salva-Stati sarebbe una «terribile innovazione».
Ma basta seguire gli sviluppi del suo ragionamento perché si constati il calo dell’asserita comicità.
Gualtieri afferma che la revisione ha mirato a prevedere per il Mes una funzione di backstop del Fondo di risoluzione delle banche finanziato dai contributi delle stesse banche. Su questo punto, per la verità, nessuno ha mosso obiezioni, se non quelle, più generali, che riguardano l’adeguatezza di tale fondo, a prescindere dal «paracadute», e il fatto che esso è il secondo pilastro dell’Unione bancaria, mentre resta inedificato il terzo, assai importante, pilastro che è quello dell’assicurazione europea dei depositi.
Quanto ai criteri di ammissibilità alle linee di credito del Mes, il ministro osserva che si è trattato di esplicitare indicatori, in precedenza impliciti, della situazione fiscale e degli squilibri macroeconomici, nonché altri criteri concernenti la sostenibilità dei bilanci.
Il passaggio da requisiti impliciti a requisiti espliciti, il cui controllo spetterà alla Commissione Ue e al Mes, è acqua fresca? Che, poi, questi requisiti, quantitativi e qualitativi, siano indicati in un allegato all’accordo intergovemativo che può essere modificato, ha detto Gualtieri, con maggiore facilità rispetto al testo dell’accordo, non suggerisce di proporre sin d’ora modifiche, anziché indugiare in una ironia a buon mercato?
Poi Gualtieri ha aggiunto che i criteri quantitativi, riportati in un allegato all’accordo, vanno rispettati solo «in linea di principio» e, dunque, sono sottoposti a un regime di discrezionalità.
Insomma, si deve far leva, ove mai fosse necessario accedere ai finanziamenti, sulla buona disponibilità dei partner europei perché si impieghi la discrezionalità in senso favorevole? Siamo anche qui all’apoteosi della flessibilità?
È indubbio, poi, che con la modifica del tipo di voto che le riguarda, le clausole di azione collettiva vengano rafforzate. Ma il punctum dolens resta: con esplicitazioni e rafforzamenti di specifiche previsioni, il giudizio sulla sostenibilità del debito diventa più duro e le conseguenze che se ne traggono sul debitonon sono per nulla irrilevanti.
Di fatto, anche a prescindere dalla terminologia adottata, vi sarà, nei casi di non sostenibilità, l’obbligo di una ristrutturazione del debito che sarà la condizione per ottenere i prestiti. A questa parteciperanno anche i privati portatori dei titoli.
È indubbio, poi, che il rango del nuovo Fondo, per le maggiori attribuzioni, salga di livello nei confronti della Commissione. Non interessa sapere, ora, di quanto il Mes si discosti dalla precedente versione, anche perché, se si innova e lo si vuole fare seriamente, non si devono trovare le giustificazioni in ciò che è già vigente e costituisce una stortura.
Sarebbe singolare avere la pretesa di dividere ciò che, secondo un assai superficiale giudizio, tutto sommato si potrebbe accettare ed è quel che ora viene inserito ex novo nell’accordo, da ciò che non va bene, ma è già presente nell’intesa e, dunque, non si potrebbe modificare, chissà perché, autolimitandosi a priori.
La sostanza del Mes non è ridimensionata seriamente dal ministro, che su di un solo punto ha ragione, quando solleva il problema dei progetti, in primis il «non paper tedesco», che vorrebbero introdurre l’assicurazione europea dei depositi, ma come condizione richiedono l’attribuzione di un coefficiente di rischio ai titoli pubblici ai fini della Vigilanza.
Qui Gualtieri giustamente dissente. Ma, se si è morbidi nei confronti del Mes in questione e non si agisce per le necessarie modifiche, ci si candida a sorbire l’amaro calice anche di una proposta non adeguata di assicurazione dei depositi, magari sciorinando all’ultimo momento, prima della firma, la solita litania sui danni della non sottoscrizione, senza ricordare che da tempo, secondo i patti, tale assicurazione avrebbe dovuto essere introdotta.
Fonte
23/10/2019
L’ex Banca d’Italia De Mattia boccia Mario Draghi e la Bce
Tra qualche giorno finiranno gli 8 anni di mandato di Mario Draghi, presunto allievo del grande economista Federico Caffè, alla presidenza della Bce.
Se volete un bilancio su questi 8 anni compratevi Milano Finanza di oggi. Innanzitutto l’editoriale di Angelo De Mattia, ex direttore centrale di Banca d’Italia e del Direttorio al tempo del governatore Antonio Fazio, dall’eloquente titolo “Inflazione e Vigilanza, le due ombre degli otto anni di Mario Draghi.”
In sostanza De Mattia afferma che Draghi ha fallito nell’unico mandato concesso alla Bce, quello di ancorare l’inflazione sotto, ma vicino, al 2%. Questa soglia non è stata mai raggiunta, anzi, negli ultimi mesi l’inflazione nell’eurozona sta sempre più calando, con quella italiana quasi a livello di deflazione allo 0,3%.
Un altro fallimento è la Vigilanza Bancaria, di cui il consiglio della Bce sottoscriveva le direttive. Un esempio lo si è avuto in Italia con il bail in – che tra l’altro viola l’art. 47 della Costituzione a proposito di tutela del risparmio – di Popolare Etruria, Cassa Marche, Tercas, Popolari Venete ecc, sotto la direttiva Brrd.
Risoluzioni che hanno sconquassato il sistema finanziario italiano, con conseguente fuga di capitali verso Germania e Olanda, peggiorando il saldo Target2, ma anche con l’esplosione dei crediti deteriorati.
La Vigilanza è stata invece assente su Deutsche Bank e sui level 3 – titoli “illiquidi”, ossia carta straccia – vere bombe in mano a gruppi francesi e tedeschi. Feroce contro l’Italia, la Vigilanza Bancaria ha chiuso un occhio, anzi due, sui derivati in pancia a queste banche.
Circa il mancato raggiungimento del target inflazionistico, De Mattia lo imputa a fattori internazionali (immaginiamo la caduta dei prezzi delle materia prime) e a regole fiscali stringenti da parte dei governi.
Quel che De Mattia non dice (ma che sembra sottinteso) è che ad esempio il Fiscal Compact, da lui definito nel 2013 “incostituzionale”, è stato voluto dalla Bce nel 2011 con la famosa lettera di Trichet e Draghi al governo italiano.
Le riforme strutturali nell’eurozona, che la Bce ha voluto, hanno condotto all’estrema flessibilizzazione dei mercati del lavoro, all’esplosione della disoccupazione (per tenere bassi i salari) e alla deflazione salariale.
Non pochi economisti che non si sono adeguati, come Paolo Savona e Guido Salerno Aletta, riconducevano a consistenti aumenti salariali la via per tornare a target inflazionistici normali e a scongiurare la deflazione.
In realtà, l’immissione di liquidità con il Qe, in luogo di combattere la deflazione, ha portato 4.500 miliardi di euro (così stimati in un recente editoriale su Milano Finanza da Salerno Aletta) verso il sistema finanziario americano, finanziando lo sviluppo di quel paese in luogo dell’Eurozona.
La direttiva Brrd ha portato in Italia ad un aumento dei depositi a vista di 109 miliardi, con una diminuzione delle obbligazioni bancarie (mancando quindi fondi a medio-lungo termine per finanziarie l’economia reale); ma soprattutto, scriveva ieri Salerno Aletta su Teleborsa, ad un crollo di 259 miliardi di impieghi all’economia reale in 8 anni.
Le banche si sono rifatte dirottando la ricchezza verso fondi che investono all’estero e nel wealth management, con conseguente forte aumento delle commissioni, sempre dirottato all’estero.
Il fallimento della politica monetaria europea da parte di Mario Draghi lo certifica oggi, sempre su Milano Finanza, Jamie Dimon, amministratore delegato della più grande banca d’affari al mondo, JPMorgan, che invita la Fed a non avviare, come la Bce, i percorsi di tassi negativi che stanno sconquassando le banche europee.
In ultimo, sempre con la Vigilanza, e sempre su Milano Finanza di oggi, il ministro dell’economia Gualtieri metterà nella finanziaria 2020 una norma in base alla quale gli 80 miliardi di crediti semideteriorati che hanno le banche italiane avranno la garanzia pubblica, utile per poterle smobilizzare.
Un bilancio di Draghi dovrà essere fatto alla luce della lettera di agosto 2011 al governo italiano, che ha provocato la più devastante crisi economica dall’unità d’Italia. Ora Draghi rispolvera Keynes e forse Caffè. Troppo tardi.
C’è chi in modo educato e sottile – ma da pari a pari, come incarichi ricoperti e competenza tecnica – gli presenta il conto.
Fonte
Se volete un bilancio su questi 8 anni compratevi Milano Finanza di oggi. Innanzitutto l’editoriale di Angelo De Mattia, ex direttore centrale di Banca d’Italia e del Direttorio al tempo del governatore Antonio Fazio, dall’eloquente titolo “Inflazione e Vigilanza, le due ombre degli otto anni di Mario Draghi.”
In sostanza De Mattia afferma che Draghi ha fallito nell’unico mandato concesso alla Bce, quello di ancorare l’inflazione sotto, ma vicino, al 2%. Questa soglia non è stata mai raggiunta, anzi, negli ultimi mesi l’inflazione nell’eurozona sta sempre più calando, con quella italiana quasi a livello di deflazione allo 0,3%.
Un altro fallimento è la Vigilanza Bancaria, di cui il consiglio della Bce sottoscriveva le direttive. Un esempio lo si è avuto in Italia con il bail in – che tra l’altro viola l’art. 47 della Costituzione a proposito di tutela del risparmio – di Popolare Etruria, Cassa Marche, Tercas, Popolari Venete ecc, sotto la direttiva Brrd.
Risoluzioni che hanno sconquassato il sistema finanziario italiano, con conseguente fuga di capitali verso Germania e Olanda, peggiorando il saldo Target2, ma anche con l’esplosione dei crediti deteriorati.
La Vigilanza è stata invece assente su Deutsche Bank e sui level 3 – titoli “illiquidi”, ossia carta straccia – vere bombe in mano a gruppi francesi e tedeschi. Feroce contro l’Italia, la Vigilanza Bancaria ha chiuso un occhio, anzi due, sui derivati in pancia a queste banche.
Circa il mancato raggiungimento del target inflazionistico, De Mattia lo imputa a fattori internazionali (immaginiamo la caduta dei prezzi delle materia prime) e a regole fiscali stringenti da parte dei governi.
Quel che De Mattia non dice (ma che sembra sottinteso) è che ad esempio il Fiscal Compact, da lui definito nel 2013 “incostituzionale”, è stato voluto dalla Bce nel 2011 con la famosa lettera di Trichet e Draghi al governo italiano.
Le riforme strutturali nell’eurozona, che la Bce ha voluto, hanno condotto all’estrema flessibilizzazione dei mercati del lavoro, all’esplosione della disoccupazione (per tenere bassi i salari) e alla deflazione salariale.
Non pochi economisti che non si sono adeguati, come Paolo Savona e Guido Salerno Aletta, riconducevano a consistenti aumenti salariali la via per tornare a target inflazionistici normali e a scongiurare la deflazione.
In realtà, l’immissione di liquidità con il Qe, in luogo di combattere la deflazione, ha portato 4.500 miliardi di euro (così stimati in un recente editoriale su Milano Finanza da Salerno Aletta) verso il sistema finanziario americano, finanziando lo sviluppo di quel paese in luogo dell’Eurozona.
La direttiva Brrd ha portato in Italia ad un aumento dei depositi a vista di 109 miliardi, con una diminuzione delle obbligazioni bancarie (mancando quindi fondi a medio-lungo termine per finanziarie l’economia reale); ma soprattutto, scriveva ieri Salerno Aletta su Teleborsa, ad un crollo di 259 miliardi di impieghi all’economia reale in 8 anni.
Le banche si sono rifatte dirottando la ricchezza verso fondi che investono all’estero e nel wealth management, con conseguente forte aumento delle commissioni, sempre dirottato all’estero.
Il fallimento della politica monetaria europea da parte di Mario Draghi lo certifica oggi, sempre su Milano Finanza, Jamie Dimon, amministratore delegato della più grande banca d’affari al mondo, JPMorgan, che invita la Fed a non avviare, come la Bce, i percorsi di tassi negativi che stanno sconquassando le banche europee.
In ultimo, sempre con la Vigilanza, e sempre su Milano Finanza di oggi, il ministro dell’economia Gualtieri metterà nella finanziaria 2020 una norma in base alla quale gli 80 miliardi di crediti semideteriorati che hanno le banche italiane avranno la garanzia pubblica, utile per poterle smobilizzare.
Un bilancio di Draghi dovrà essere fatto alla luce della lettera di agosto 2011 al governo italiano, che ha provocato la più devastante crisi economica dall’unità d’Italia. Ora Draghi rispolvera Keynes e forse Caffè. Troppo tardi.
C’è chi in modo educato e sottile – ma da pari a pari, come incarichi ricoperti e competenza tecnica – gli presenta il conto.
Fonte
06/06/2014
Lotta alla corruzione e cambiamento di equilibri
Fin dall'apparire della cometa Renzi abbiamo scritto che questo "avvento" era da mettere in relazione a un cambiamento anche drastico nei rapporti di forza interni al blocco dominante. L'Unione Europea, infatti, tra le tante "riforme strutturali" ne chiede una che non può essere pubblicamente nominata ma risulta fondamentale per costruire gli equilibri adatti: la riduzione al minimo degli interessi "malavitosi", di quel vasto mondo che viaggia tra appalti, subappalti, corruzione ambientale, amministrazione pubblica, grandi e piccole opere finanziate con soldi pubblici, criminalità organizzata vera e propria.
Partita difficilissima, dall'esito non scontato. Ma che prevede - questo era chiaro fin da subito - un aumento delle inchieste giudiziarie nei gangli vitali in cui si annida quello "sporco" che condiziona lo sviluppo capitalistico di questo paese, la sua "assimilabilità" agli altri sistemi continentali.
Riduzione al minimo, non eliminazione. Perché questo blocco di interessi è solidale col potere in quanto tale, da esso indistinguibile. Ed ha anche diversi "pregi" non confessabili, a cominciare dal mettere in circolazione "redditi spendibili", tramite clientele più o meno vaste, che rendono più tollerabili le conseguenze sociali dell'austerità ufficiale. Fino alle ricadute "positive" in termini di consenso sociale ed elettorale, tanto da portare la contraddizione fin dentro la "proprietà privata" berlusconiana, con i Fitto in rivolta come prima i Fini e gli Alfano.
Expo, Caige, Mose (e in piccolo anche il ridimensionamento dei Caltagirone dentro l'Acea) sono dunque capitoli dello stesso romanzo di formazione: l'affermarsi di una "borghesia che si comporta come tale", di stampo anglosassone anziché "sanfedista", presentabile ed esportabile in Europa. Certo, c'è sempre il rischio che troppa efficacia repressiva della corruzione si rovesci in un risultato indesiderato: l'allontanamento dal paese di investitori esteri che non possono accettare la logica del "pizzo diffuso" (sia questo praticato a livello ministeriale, regionale, comunale o territoriale). Ma il passaggio andava fatto e comporta prezzi da pagare per tutti. Anche per il Pd, o almeno per la sua componente più legata alle pratiche ora sotto mira.
Il Renzi che tuona contro i "corrotti da trattare come l'alto tradimento", che chiede "il Daspo per i politici" (per gli imprenditori no, quelli va bene che paghino le mazzette?) è solo la faccia "distraente" dallo scontro in atto, ridotto a semplice "questione morale" (l'equivalente - all'interno del potere - del conflitto sociale ridotto a problema di "ordine pubblico").
C'è però un problema di strumenti operativi, di distribuzione di poteri effettivi (incidenti "sulle cause" del malaffare, più che sugli "effetti"). Strillare a "pene esemplari" è un modo di far rumore per nulla.
Il "programma" è spiegato oggi con la massima chiarezza non da un politico di mezza tacca appena ammesso al "cerchio magico" del presidente del consiglio, ma da un tecnocrate "progressista" di grandissima competenza ed esperienza come Angelo De Mattia. "Comunista non moderato", autore per oltre dieci anni di articoli di fondo su Il Manifesto, funzionario e poi dirigente in Banca d'Italia, per qualche tempo "responsabile credito" del Pci, poi di nuovo in Bankitalia come "uomo ombra" del governatore Fazio.
Oggi su Milano Finanza spiega come si dovrebbe combattere la corruzione sistemica dentro il sistema degli appalti pubblici e delle grandi opere. Da manuale. Riassumiamo soltanto i punti in scaletta, lasciandovi poi il compito di sapere come si (potrebbe) far pulizia senza indulgere alle frasi fatte dei "grillini" o de "Il Fatto". Tecnicamente. Se ci fosse volontà politica.
a) voluntary disclosure per il rientro dei capitali e anche per quelli in nero detenuti in italia. serviranno per la patrimonializzazione delle imprese.
b) colpire a fondo corruzione, evasione, contenzioso lavori pubblici e autoriciclaggio.
L'articolo di De Mattia.
Fonte
Partita difficilissima, dall'esito non scontato. Ma che prevede - questo era chiaro fin da subito - un aumento delle inchieste giudiziarie nei gangli vitali in cui si annida quello "sporco" che condiziona lo sviluppo capitalistico di questo paese, la sua "assimilabilità" agli altri sistemi continentali.
Riduzione al minimo, non eliminazione. Perché questo blocco di interessi è solidale col potere in quanto tale, da esso indistinguibile. Ed ha anche diversi "pregi" non confessabili, a cominciare dal mettere in circolazione "redditi spendibili", tramite clientele più o meno vaste, che rendono più tollerabili le conseguenze sociali dell'austerità ufficiale. Fino alle ricadute "positive" in termini di consenso sociale ed elettorale, tanto da portare la contraddizione fin dentro la "proprietà privata" berlusconiana, con i Fitto in rivolta come prima i Fini e gli Alfano.
Expo, Caige, Mose (e in piccolo anche il ridimensionamento dei Caltagirone dentro l'Acea) sono dunque capitoli dello stesso romanzo di formazione: l'affermarsi di una "borghesia che si comporta come tale", di stampo anglosassone anziché "sanfedista", presentabile ed esportabile in Europa. Certo, c'è sempre il rischio che troppa efficacia repressiva della corruzione si rovesci in un risultato indesiderato: l'allontanamento dal paese di investitori esteri che non possono accettare la logica del "pizzo diffuso" (sia questo praticato a livello ministeriale, regionale, comunale o territoriale). Ma il passaggio andava fatto e comporta prezzi da pagare per tutti. Anche per il Pd, o almeno per la sua componente più legata alle pratiche ora sotto mira.
Il Renzi che tuona contro i "corrotti da trattare come l'alto tradimento", che chiede "il Daspo per i politici" (per gli imprenditori no, quelli va bene che paghino le mazzette?) è solo la faccia "distraente" dallo scontro in atto, ridotto a semplice "questione morale" (l'equivalente - all'interno del potere - del conflitto sociale ridotto a problema di "ordine pubblico").
C'è però un problema di strumenti operativi, di distribuzione di poteri effettivi (incidenti "sulle cause" del malaffare, più che sugli "effetti"). Strillare a "pene esemplari" è un modo di far rumore per nulla.
Il "programma" è spiegato oggi con la massima chiarezza non da un politico di mezza tacca appena ammesso al "cerchio magico" del presidente del consiglio, ma da un tecnocrate "progressista" di grandissima competenza ed esperienza come Angelo De Mattia. "Comunista non moderato", autore per oltre dieci anni di articoli di fondo su Il Manifesto, funzionario e poi dirigente in Banca d'Italia, per qualche tempo "responsabile credito" del Pci, poi di nuovo in Bankitalia come "uomo ombra" del governatore Fazio.
Oggi su Milano Finanza spiega come si dovrebbe combattere la corruzione sistemica dentro il sistema degli appalti pubblici e delle grandi opere. Da manuale. Riassumiamo soltanto i punti in scaletta, lasciandovi poi il compito di sapere come si (potrebbe) far pulizia senza indulgere alle frasi fatte dei "grillini" o de "Il Fatto". Tecnicamente. Se ci fosse volontà politica.
a) voluntary disclosure per il rientro dei capitali e anche per quelli in nero detenuti in italia. serviranno per la patrimonializzazione delle imprese.
b) colpire a fondo corruzione, evasione, contenzioso lavori pubblici e autoriciclaggio.
L'articolo di De Mattia.
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