Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/03/2026

Guerra e golpe, il rischiatutto di Trump

I problemi più seri, per il momento, l’amministrazione Trump li sta trovando in casa. Già sotto botta per gli omicidi dell’ICE a Minneapolis e in altre città, chiaramente invischiato nello scandalo degli Epstein files (solo negli Usa, finora, non c’è neanche un indagato per i reati lì descritti, mentre altrove si moltiplicano le dimissioni e gli arresti), criticato per la palese violazione di ogni regola con il violento rapimento di Nicolas Maduro e della moglie (mai visto prima nella storia), il tycoon deve ora fare i conti con l’opposizione palese e crescente alla guerra contro l’Iran.

Sia chiaro. Nel dibattito interno agli Usa non se ne fa una questione di “giustizia” – se fosse cioè giusto o no aprire il fuoco sugli ayatollah – ma di “legittimità” della decisione. Secondo la evanescente e aggirabilissima Costituzione Usa, infatti, un presidente può decide di aprire una guerra – che non sia chiaramente “difensiva” del territorio Usa da un’aggressione esterna – soltanto se autorizzato dal Congresso.

Ovvio che la discussione “legale” nasconda interessi e posizioni ben più concrete, ma il fatto che esista complica notevolmente la “libertà di azione” di una amministrazione di banditi (chi ha visto la procuratrice generale Pam Bondi o il capo dell’Fbi, Kash Patel, in audizione al Congresso ha potuto ammirare l’autodifesa classica di due rapinatori che negano di aver fatto “il colpo”).

L’amministrazione Trump, ovviamente consapevole di star violando regole interne “sacre”, ha provato comunque a far passare questa aggressione come “un atto di difesa preventiva” (al pari di quel genocida di Netanyahu, insomma), emanando una nota i cui si affermava che la diplomazia era stata la linea d’azione preferita dal presidente e che i suoi rappresentanti hanno lavorato estesamente e in buona fede per raggiungere un accordo che garantisse che “le capacità nucleari e missilistiche balistiche dell’Iran non rappresentassero una minaccia per la nostra patria. Sfortunatamente, il regime iraniano si è rifiutato di impegnarsi realisticamente con gli Stati Uniti”.

Più menzognero ancora era stato il discorsetto videoregistrato da Mar-a-Lago in cui Trump affermava che l’Iran era a “due settimane dal costruire una bomba atomica” e “stava per dotarsi di missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti”.

Anche un deficiente – se in buona fede – lo aveva sentito dire, qualche mese fa, che nella “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 era stato “azzerato” il programma nucleare iraniano (non era vero, ovvio; ma non è credibile coprire una menzogna col suo opposto). Ma soprattutto non ha portato neanche uno straccio di relazione dell’intelligence che potesse confermare almeno una delle due menzogne usate a copertura della “guerra difensiva”.

Il vice presidente della Commissione Intelligence del Senato, il senatore Mark Warner, ha dichiarato alla CNN di non aver visto alcun rapporto che indicasse che l’Iran fosse sul punto di lanciare qualsiasi tipo di attacco contro gli Stati Uniti d’America. Dunque il presidente, ha detto, “ha iniziato una guerra per scelta”.

Il senatore Richard Blumenthal, membro della Commissione Forze Armate del Senato, ha dichiarato in un’intervista che l’Iran e i suoi proxy Hezbollah e gli Houthi rappresentavano minacce continue per le basi statunitensi nella regione. Ma quei pericoli marginali venivano gestiti da anni con i sistemi di difesa aerea e missilistica statunitensi e alleati (israeliani, insomma). Nessuna urgenza, neanche minima, dunque.

Anche gli esperti non hanno visto un pericolo immediato prima degli attacchi. Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, un’organizzazione dedicata alla non proliferazione nucleare, ha sottolineato la scorsa settimana che l’Iran avrebbe bisogno di mesi per arricchire materiale sufficiente per un’arma e di anni per ricostruire le strutture nucleari danneggiate dai bombardamenti statunitensi di giugno 2025.

Ancora più problematica è la gestione della base “Maga”, che ha garantito a Trump la vittoria un anno e mezzo fa, ma che era stata adescata – fra l’altro – con la promessa che l’America non si sarebbe più impegnata in “guerre senza fine”.

Se però si pone come obbiettivo dell’attacco all’Iran un “cambio di regime” diventa logico – per l’esperienza fatta in 80 anni di guerre – che questo non è realizzabile con qualche omicidio mirato e tanti bombardamenti. Per smantellare un sistema di vita e di governo bisogna mettere boots on the ground, occupare un paese, subire i colpi della resistenza, perdere uomini in misura consistente e soprattutto intollerabile per dei “vincenti nati”. Senza neanche la garanzia di raggiungere l’obbiettivo.

Di fatto, dicono i sondaggi interni, soltanto un americano su quattro (il 25%) approva la politica guerrafondaia di quello che voleva il premio Nobel per la pace ancora prima di governare...

Il che mette un interrogativo grande come un grattacielo sui possibili risultati delle elezioni di midterm. Quasi tutte le elezioni suppletive che si sono svolte negli ultimi mesi sono state una tragedia per i repubblicani. E non solo nelle “progressiste” New York e Seattle (dove hanno vinto addirittura candidati dichiaratamente “socialisti”), ma persino nel Texas, da sempre cassaforte della reazione e delle nostalgie da “confederati”.

Anche la tentazione di “rubare” le elezioni avocando al governo federale il controllo delle liste elettorali – che per Costituzione spetta ai singoli Stati – depurandole dai possibili sostenitori dei “dem” (minoranze etniche e linguistiche, immigrati recentemente naturalizzati, abolizione del voto per corrispondenza, imposizione di nuove regole per l’ammissione al voto, ecc.) rivela una paura di perdere che spinge all’azzardo continuo.

Per come ha impostato la sua ultima stagione politica – Trump ha 80 anni, poco meno di Khamenei – il tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato: o il golpe interno o la sconfitta.

Con la prima scelta smetti di presentarti come “la vera democrazia”, con la seconda smetti e basta.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento