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30/12/2025

Netanyahu a Mar-a-Lago, tra Palestina, Somaliland e Yemen

Gli equilibri sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden si evolvono velocemente, palesando che la precipitazione bellica è una tendenza generale di questa fase storica, non un accidente dovuto a qualche “criminale”. Una tendenza che si nutre della crisi dell’imperialismo occidentale e, dunque, del “cane pazzo” israeliano che ne è l’avamposto nel Vicino Oriente.

I criminali, semmai, sono i rappresentanti di questa tendenza bellicista, e ieri il ricercato per crimini di guerra e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Mar-a-Lago, residenza del presidente USA Donald Trump, per discutere della situazione palestinese, ma anche degli altri nodi regionali.

Per ciò che riguarda la Siria, Trump si è limitato a dire che spera che Tel Aviv e Damasco vadano d’accordo. Intanto, continuano le violenze contro gli alawiti sulla costa. Sul fronte del paese dei cedri, non toccato nell’incontro ma accennato ai media da Trump, il disarmo di Hezbollah non è stato raggiunto entro la fine dell’anno, come voleva Tel Aviv.

Il problema, del resto, è che Israele continua a bombardare il sud del Libano, mostrando come le armi del gruppo sciita sono le uniche a poter garantire un minimo di deterrenza verso il terrorismo sionista, mentre Beirut è incapace di difendere i libanesi.

Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu sta premendo per riattaccare Teheran e il suo programma missilistico, e garantirsi anche un largo consenso in vista della grazia chiesta al presidente Herzog e alle prossime elezioni. Interpellato dalla stampa sul tema, il tycoon ha detto che se continuerà a procedere sul dossier dei missili, e soprattutto del nucleare, l’Iran verrà colpito di nuovo.

Su Gaza, è stata ribadita la farsa per cui il cessate il fuoco ha retto e funzionato, nonostante i centinaia di morti causati da Israele. Ad ogni modo, nonostante sia stato ripetuto che tutto è pronto per la fase 2 della tregua, rimane il convitato di pietra: Hamas. Trump lega questo passaggio al disarmo di Hamas, e il disarmo non avverrà senza l’autodeterminazione dei palestinesi, cosa contro cui Tel Aviv ha scatenato un genocidio.

Se, dunque, la situazione sul campo nella Striscia rende impossibile la fase 2, e getta ombre sul fatto che l’unico modo per avviarla sarebbe quello di completare l’opera genocidiaria, l’unico dossier su cui Trump ha voluto dare gli “ordini” a Netanyahu è stato quello della Cisgiordania.

Fonti statunitensi hanno detto ad Axios che Trump è preoccupato della violenza dei coloni contro i civili palestinesi, dell’instabilità finanziaria dell’Anp e dell’espansione degli insediamenti israeliani. Ovviamente, non perché abbia a cuore la causa palestinese, ma perché è convinto che ciò mette a repentaglio sia gli affari a Gaza, sia l’estensione degli Accordi di Abramo ad altri paesi.

Netanyahu avrebbe confermato che si occuperà della questione secondo i desiderata di Trump, ma questo sarebbe come spaccare il proprio governo con i rappresentanti dei coloni, come Smotrich e Ben Gvir. Perdere i 13 voti dei loro due schieramenti nella Knesset significherebbe una crisi di governo irreversibile, perciò ora la palla passa a loro. Rimane il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania continua, contro ogni ipotesi di stato palestinese.

Se il cardine intorno al quale ruotano gli eventi dell’area è la questione palestinese, certo per l’impatto umanitario di un genocidio, ma soprattutto dal lato geopolitico e strategico, non bisogna ignorare le propaggini di un conflitto che è regionale. Pochi giorni fa abbiamo reso conto delle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sono riesplose nello scontro tra proxy che operano nello Yemen.

Il 26 dicembre l’aviazione saudita ha colpito le postazioni del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il gruppo secessionista che mira alla proclamazione di uno stato dello Yemen meridionale. Per quanto gli emiratini, padrini del STC, abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, la distanza con Riad è evidente ed è stata sancita dai recenti bombardamenti.

Il controllo delle coste yemenite risponde alle volontà strategiche degli Emirati, che vogliono gestire lo stretto di Bab al-Mandab, accesso al Mar Rosso, e i traffici delle zone circostanti. Questo non farebbe che indebolire l’Arabia Saudita, costretta a guardarsi dai suoi confini meridionali, e indebolendo dunque la sua forza relativa nei confronti di Israele.

Gli Accordi di Abramo hanno sancito la convergenza tra le visioni di Tel Aviv e Abu Dhabi, e Netanyahu ha deciso un’ulteriore mossa per rafforzare la propria presenza a ridosso dello Stretto e allo stesso tempo minacciare gli Houthi nella parte nord-occidentale dello Yemen. Il tutto, però, a discapito definitivo della logora stabilità del Corno d’Africa.

Il governo israeliano ha infatti riconosciuto ufficialmente il Somaliland come stato indipendente. Quest’area aveva dichiarato la propria secessione dalla Somalia nel 1991, ma fino ad oggi non era mai stata riconosciuto sovrana da alcun membro delle Nazioni Unite. Questo getta benzina sul fuoco di un paese già “spezzetato” tra varie fazioni, e dove i raid statunitensi, insieme alle vittime civili, si contano a decine solo nel 2025.

È Netanyahu stesso ad aver detto che il riconoscimento del Somaliland si inserisce nello “spirito degli Accordi di Abramo”, ricollegando la scelta politica all’asse creato a livello regionale con gli Emirati. La promessa è quella di portare avanti la cooperazione in settori chiave come tecnologia, agricoltura e salute. Ma è evidente a tutti che la valenza è soprattutto militare e geostrategica, anche contro gli investimenti turchi nell’area.

Una maggiore presenza in un Somaliland indipendente e alleato offrirebbe a Israele e ai suoi partner un accesso privilegiato al porto di Berbera, completando la morsa sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Il 27 dicembre una dichiarazione congiunta di 21 paesi musulmani e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland. Gli Emirati non erano tra i firmatari.

Molto netta anche la presa di posizione del leader di Ansarallah, Abdul-Malik al-Houthi (appunto, il movimento degli “Houthi”). I media hanno diffuso un discorso in cui viene dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nel Somaliland è una minaccia alla sicurezza regionale e sarà considerata un obiettivo militare dalle forze yemenite.

Il 29 dicembre anche il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione condannando il riconoscimento del Somaliland, subito dopo che il suo omologo di Taiwan ha affermato che l’arcipelago, Israele e il Somaliland sono “partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”. Taipei e Tel Aviv stanno stringendo i rapporti quali avamposti dell’imperialismo statunitense in due aree del globo che per Washington sono strategiche.

La secessione del sud dello Yemen e quella del Somaliland sembrano ora due facce della stessa medaglia, che si collegano ai progetti coloniali su Gaza: un disegno strategico che mira a ridisegnare i confini della regione per porre una pietra tombale sull’autodeterminazione dei palestinesi e garantire il controllo delle rotte marittime globali, a costo di innescare nuovi e sanguinosi focolai di guerra.

Fonte

15/01/2024

Yemen - Morti due soldati Usa nell’attacco agli Houthi

di Francesco Dall'Aglio

Dopo un paio di giorni di traccheggiamento (più che giustificati, vista la situazione) viene comunicato che i due “marinai” statunitensi dispersi sono in realtà due Navy SEALS (tecnicamente, dunque, “marinai”), e viene fornito qualche dettaglio sulle modalità della scomparsa.

Secondo l’Associated Press giovedì notte, durante l’abbordaggio di una nave al largo delle coste somale nel Golfo di Aden, uno dei due è caduto in mare e l’altro, seguendo il protocollo dei SEALS, si è tuffato per prestargli soccorso scomparendo insieme a lui.

L’abbordaggio dunque non è collegato agli eventi del Mar Rosso, almeno non direttamente: si tratta di missioni di interdizione rivolte a bloccare carichi sospetti di armamenti diretti in Yemen, e vanno avanti da alcuni anni anche se in genere “a fari spenti” (sempre l’Associated Press riporta il caso di un sequestro avvenuto il 9 maggio 2021).

Questa però è la prima volta in cui, almeno ufficialmente, si registrano perdite.

Siamo arrivati intanto al quarto giro di bombardamenti sulle installazioni militari yemenite (AnsarAllah, ovvero “gli Houthi” controlla l’80% del territorio dello Yemen, inclusa la capitale Sana’a’ – de facto, anche se non de iure, è lo Yemen).

Non è chiarissimo cosa sia stato effettivamente distrutto: stranamente i centri informativi NATO, così prodighi di informazioni su quanto accade ai bersagli russi in Ucraina, sono abbastanza reticenti a fornire foto, filmati e bollettini.

Secondo il New York Times di oggi, ad ogni modo, anche se il 90% dei bersagli è stato colpito non più del 25% del potenziale militare yemenita è stato messo fuori uso.

Proprio l’identificazione dei bersagli si sta rivelando un problema, continua l’articolo, perché pare che negli anni passati non si siano fatti grandi sforzi di intelligence nella regione.

Del resto non è un mistero che, seguendo l’esempio iraniano, la maggior parte delle installazioni yemenite sia o mobile o ben nascosta, sfruttando le caratteristiche del territorio: non ci sono quelle belle basi evidenti, en plein air, come in Crimea.

Inoltre, nell’organizzazione del primo raid qualcosa è andato storto, con una fuga di notizie a qualche ora dall’inizio delle operazioni di cui ora USA e Gran Bretagna si rimpallano la colpa.

Ora si tratta di capire perché si è deciso di intervenire. Scartando l’idea della rappresaglia e della coincidenza con il round di accusa a Israele alla Corte dell’Aja, è probabile che si sia trattato di un attacco preventivo per cercare almeno di ridurre il potenziale missilistico yemenita, per un motivo di cui si è già parlato: il numero di missili a disposizione delle navi USA e UK nel Mar Rosso non è elevatissimo.

Ogni nave USA armata col sistema AEGIS ha a disposizione circa 100 missili SM-2, e le navi UK armate del sistema Sea Viper un’ottantina di Aster 15/30. Non possono essere rifornite in mare di nuovi missili, devono necessariamente abbandonare il teatro di operazioni ed attraccare.

Inoltre va considerato anche il costo dei missili: 2,1 milioni di dollari per ogni SM-2, 1 milione di sterline per ogni Aster 15 e 2 milioni di sterline per ogni Aster 30.

E infatti, il massiccio attacco di droni contro le navi USA/UK del 10 gennaio non ha provocato danni, perché tutti gli ordigni sono stati distrutti dai sistemi di difesa, ma ha portato il Segretario della Difesa britannico Shapps a dichiarare che si tratta di “una situazione insostenibile”, per le ragioni elencate sopra.

Soprattutto se AnsarAllah decidesse di impiegare contro le navi statunitensi e britanniche non più solo i droni, ma anche i missili balistici, ben più difficili da respingere. Sarebbe certamente un’escalation molto grave, e porterebbe altrettanto gravi conseguenze.

Fonte

28/11/2023

Gaza - Prosegue la tregua. Ostaggi rilasciati motivo di imbarazzo per il governo

Hamas ha confermato una proroga di due giorni della tregua con Israele, come annunciato dal Qatar. In una nota, il Movimento palestinese ha fatto sapere che il cessate il fuoco proseguirà alle stesse condizioni della precedente tregua in vigore fino ad oggi. Da venerdì, in base a questo accordo, sono stati rilasciati 39 ostaggi palestinesi e 117 prigionieri delle carceri israeliane.

Altri 24 ostaggi, per lo più thailandesi che lavoravano in Israele, sono stati rilasciati al di fuori dell’accordo tra Hamas ed Israele in quanto riconosciuti estranei al conflitto che oppone palestinesi e israeliani.

Anche il portavoce del governo israeliano Eylon Levy ha dichiarato di aver proposto ad Hamas una “opzione per un’estensione” della tregua nella Striscia di Gaza. “Vogliamo ricevere altri 50 ostaggi oltre questa notte per riportare tutti a casa”, ha dichiarato Levy ai giornalisti annunciando la mossa.

Un portavoce del governo israeliano ha fatto sapere che il numero totale degli ostaggi ancora detenuti a Gaza ammonta a 184, inclusi 14 stranieri e 80 israeliani con doppia nazionalità.

Ma il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua ad essere ambiguo sulla questione. “Ipotizzare il rilascio di altri dieci ostaggi ogni giorno è una benedizione. Ma dopo l’accordo torneremo al nostro obiettivo: eliminare Hamas”.

Akiva Eldar, giornalista di Haaretz, ha dichiarato ad Al Jazeera che la mancanza di informazioni sugli ostaggi israeliani liberati potrebbe essere dovuta in parte al desiderio delle autorità di Tel Aviv di negare ad Hamas qualsiasi pubblicità positiva.

“Stiamo assistendo a una campagna mediatica, una campagna pubblica. Le autorità israeliane stanno facendo del loro meglio per non mostrare alcuna compassione verso i palestinesi”, ha detto il collaboratore di Haaretz.

Parlando di Yocheved Lifshitz, 85 anni, liberata da Hamas prima dell’inizio della tregua, ha detto che “l’ospedale che ha curato uno dei primi ostaggi è stato criticato per aver offerto accesso ai media”.

“Alcuni hanno persino criticato la Lifshitz per aver espresso dichiarazioni pubbliche positive su Hamas per averla trattata con una condotta umana”, ha detto Eldar.

Israele vuole evitare che ciò si ripeta, ha proseguito. “I prigionieri che vengono rilasciati e raccontano storie positive sul modo in cui Hamas li ha trattati, non rendono un buon servizio alla campagna mediatica israeliana”.

Cisgiordania. Decine di palestinesi arrestati nei quattro giorni della tregua. Attacchi dei coloni

Mentre i riflettori tornano ad accendersi su Gaza, in Cisgiordania continua l’ondata di repressione da parte dei militari israeliani. Le forze di occupazione israeliane ieri hanno arrestano 56 palestinesi in Cisgiordania, portando a 260 il numero degli arrestati da quando è scattato la tregua a Gaza.

Mentre il ministro israeliano Smotrich aumenta gli stanziamenti per le colonie e la sicurezza dei coloni, gruppi di coloni israeliani hanno sradicato ieri centinaia di ulivi, mandorli e alberi di uva nella città di al-Khader, a sud di Betlemme, secondo il direttore dell’ufficio della Commissione per la resistenza al muro e agli insediamenti a Betlemme, Hassan Breijieh.

I coloni hanno demolito con i bulldozer la terra a sud della città, adiacente alla colonia illegale di Daniel, e hanno sradicato circa 1000 ulivi, mandorli e viti appartenenti a un residente locale. Breijieh ha detto che gli attacchi dei coloni sono continuati per il secondo giorno consecutivo dopo che ieri hanno sradicato 100 ulivi, mandorli e viti in un’area a sud-ovest della città.

Missili contro nave Usa nel Golfo di Aden. Condanna per i bombardamenti israeliani su aeroporto di Damasco

Due missili balistici sono stati lanciati dalle aree sotto il controllo delle milizie Houthi verso un cacciatorpediniere americano nel Golfo di Aden.

La Russia ha condannato lunedì gli attacchi all’aeroporto internazionale di Damasco da parte di Israele, descrivendoli come provocatori e pericolosi. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha detto che gli attacchi di domenica potrebbero aggravare le tensioni nella regione, già infiammate dalla guerra di Gaza.

“Condanniamo fermamente l’ultimo attacco provocatorio di Israele contro un’importante infrastruttura civile siriana”, ha detto Zakharova in una dichiarazione. “Siamo convinti che una pratica così viziosa sia gravida di conseguenze estremamente pericolose, soprattutto nel contesto di un forte aggravamento della situazione nella zona del conflitto israelo-palestinese e del conseguente aumento della tensione regionale”.

L’esercito siriano e un giornale filo-governativo hanno detto che gli attacchi aerei “israeliani” di domenica hanno messo fuori servizio l’aeroporto di Damasco e costretto i voli in arrivo a essere dirottati altrove.

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