di Silvano Cacciari
Dagli anni ’90, le teorie della guerra cercano di elaborare la sincronia tra guerra finanziaria e guerra sul campo come strumento per prevalere in ogni genere di conflitto.
L’Iran rappresenta, oggi, un ulteriore terreno di prova della necessità di questa sincronia per vincere la guerra, viste le prevedibili difficoltà incontrate dal conflitto sul campo. La crisi tra Washington, Tel Aviv e Teheran mostra, infatti, chiaramente come la guerra finanziaria contemporanea abbia superato la dimensione del semplice sanzionamento per diventare una disciplina bellica autonoma, in cui il denaro e i suoi derivati non sono più soltanto mezzi di scambio, ma proiettili di precisione.
In questo dominio, la moneta viene utilizzata come arma per erodere la sovranità nemica, agendo direttamente sulla fiducia degli investitori e sulla stabilità dei prezzi interni. L’esempio più plastico di questa strategia è offerto dalle recenti dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense che ha apertamente descritto le manovre sulla stabilità della valuta iraniana, non come misure burocratiche, ma come interventi volti a indurre il collasso del potere d’acquisto e la paralisi delle transazioni estere di Teheran. Questa pressione valutaria, orchestrata per via informatica e diplomatica, trasforma la conformità normativa in un vettore di sabotaggio strategico, dando vita a quella che definiamo Weaponizing Compliance (rendere la conformità un'arma).
La guerra finanziaria contro l’Iran non è più, quindi, solo una questione di sanzioni, ma un dispositivo stratificato in cui convivono strumenti consolidati e pratiche radicalmente nuove. Tra gli strumenti che si consolidano, le sanzioni secondarie – quelle che non colpiscono il paese target ma i suoi partner finanziari – agiscono ormai come un’infrastruttura permanente. Quello che era nato come strumento eccezionale è diventato un’architettura stabile capace di escludere dal sistema finanziario statunitense qualsiasi banca estera mantenga rapporti con l’Iran. Il dato è impressionante: nel solo 2024, novanta miliardi di dollari movimentati attraverso banche americane, sono risultati collegati a reti finanziarie iraniane e il sessantadue per cento di questi flussi confluiva in società con base negli Emirati Arabi Uniti.
Queste sanzioni secondarie e questo genere di flussi non colpiscono più solo l’Iran, ma cercano di costringere l’intero sistema finanziario globale a una sorveglianza permanente. Parallelamente, da parte iraniana, l’interdizione logistica opera come leva finanziaria primaria. Il blocco dello Stretto di Hormuz, anche solo minacciato, agisce come strumento finanziario poiché altera i prezzi del petrolio, i premi assicurativi e i flussi di capitale. Morgan Stanley stima che un aumento del dieci per cento del prezzo del greggio si traduca in uno 0,35 per cento di inflazione aggiuntiva negli Stati Uniti nei tre mesi successivi, rendendo l’interdizione fisica una leva macroeconomica a tutti gli effetti.
Guardando oltre la contingenza, se con la guerra finanziaria il dollaro si rafforza come rifugio sicuro nell’immediato, emergono però anche quelle crepe strutturali, che Forbes definisce un cambiamento epocale, con le quali per la prima volta investitori e governi dubitano della capacità della valuta statunitense di mantenere il suo ruolo in un mondo di conflitti simultanei. Usare il dollaro come arma, per vincere i conflitti sul campo ne mina, infatti, la credibilità come strumento finanziario e commerciale. Di questo rafforzamento del dollaro nell’immediato che ne mina la credibilità in tempi più lunghi, una espressione reale è rappresentata dal cosiddetto ‘congelamento selettivo in giurisdizioni terze’. Non si tratta di sanzioni dirette di Washington o di un’azione militare, ma delle misure di uno Stato del Golfo, finora considerato zona grigia per il finanziamento iraniano che, su pressione americana, valuta di congelare decine di miliardi di dollari di asset legati all’IRGC. Si tratta, quindi, di una esternalizzazione della guerra finanziaria, nella quale gli Stati Uniti trasformano i partner regionali in esecutori diretti. Questa dinamica si inserisce nella ‘finanziarizzazione della sovranità’, concetto analizzato da Wei Meng (2025), in cui l’aggressore combina sabotaggi infrastrutturali a posizioni corte nei mercati finanziari, scommettendo sul crollo del rating sovrano del nemico. È una guerra a doppio strato che monetizza l’instabilità generata, accelerando al contempo la ricerca di alternative da parte dei paesi BRICS e delle petro-monarchie, che iniziano a diversificare le riserve in oro e altre valute, rivelando i limiti strutturali dell’arma valutaria.
L’evoluzione della strategia americana nella guerra finanziaria si muove, quindi, su un crinale strettissimo, passando dall’imposizione unilaterale a un modello di enforcement distribuito, una sorta di franchising della guerra finanziaria in cui Washington fornisce le liste dei target e gli alleati eseguono i congelamenti, usando la leva della sicurezza regionale. Si tenta, così, di chiudere il circuito della doppia guerra, sul campo e finanziaria, dove l’attacco militare mira a creare uno shock petrolifero controllato a vantaggio dell’industria energetica statunitense e dei grandi gestori di fondi come BlackRock e Vanguard.
Il vincolo temporale resta, tuttavia, il nemico principale. Morgan Stanley e Lombard Odier concordano sul fatto che una guerra che superi le otto-dieci settimane trasformerebbe lo shock petrolifero in recessione, rendendo l’inflazione cumulativa e il debito pubblico statunitense, già a quota 38,8 trilioni, insostenibili sotto la spinta della spesa militare. La Federal Reserve si trova, oltretutto, in trappola: alzare i tassi raffredda l’economia senza produrre energia, mentre abbassarli alimenta l’inflazione. A ciò si aggiunge l’incalcolabile reazione dei proxy regionali iraniani, le cui azioni autonome contro infrastrutture critiche producono effetti finanziari immediati che nessun modello lineare può prevedere.
Il successo, per Washington, è dunque definito in una zona estremamente circoscritta: non la distruzione dell’Iran o il “regime change”, ma una sincronia tra guerra finanziaria e guerra convenzionale che provochi il riallineamento del Golfo alle esigenze di Washington attraverso il congelamento degli asset, la stabilizzazione dei prezzi del greggio da parte dell’OPEC+ e il ritorno dei fondi sovrani verso i Treasuries. La probabilità di successo, come rilevato nelle simulazioni sui sistemi complessi, ad oggi rimane bassa. Tuttavia, vince la guerra chi è in grado di sincronizzare perfettamente l’azione cinetica sul campo con la manovra finanziaria sui mercati, operando all’interno di un sistema adattivo complesso dove ogni mossa genera retroazioni sistemiche imprevedibili. E in uno scenario in cui il dollaro come arma può anche sfuggire di mano a chi l’ha adattato a questo ruolo, prendere decisioni strategiche significa entrare in un conflitto di tipo nuovo.
Aggiornamento bibliografico
Bloomberg Línea (2026). Dólar, bonos y acciones: el mapa de riesgos del conflicto en Irán
Confidence, N., Nnadi, M., McBride, K. (2025). The impact of financial currency warfare in civil war duration and severity: The case of the Nigerian-Biafran War. In Accounting History, Volume 30.
Lombard Odier (2026). Conflit États-Unis-Israël-Iran: scénarios macroéconomiques et d’investissement.
Meng, Wei (2025). System Modelling of Hybrid Warfare in Grey Zones: An Analysis of Synergistic Effects Between Disruptive Networks and Financial Market Manipulation. OSF Preprints/RePEc.
Morgan Stanley Wealth Management (2026). Iran Conflict: Seven Takeaways for Investors.
Fonte
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