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venerdì 18 marzo 2011

Asse Tripoli - Tokio.

Affermare che la cronaca (internazionale) odierna ruoti intorno alle vicende libiche e giapponesi è banalmente scontato, come scontate sono le considerazioni che la stampa, per lo meno nazionale, ha tessuto intorno alla vicenda.
In merito alla situazione giapponese, incentrata sui disastri post terremoto/maremoto, ho letto le panzane disinformative più grandi degli ultimi anni, anche su testate che della professionalità e buona fede fanno da sempre bandiera, link 1 - link 2 (qui una bella sintesi di tutte le cazzate nucleari del post sisma).
All'indomani dell'11 marzo, le scosse telluriche che hanno devastato il Sol Levante, hanno anche deviato l'attenzione mediatica dagli sviluppi libici. I mezzi informativi ci avevano lasciato segnalando il rinnovato vigore delle forze fedeli a Gheddafi, che hanno ribaltato uno scenario in cui il colonnello veniva dato ormai per finito. La controffensiva lelaista è risultata talmente fulminante da annullare tutte le conquiste guadagnate sul campo dagli insorti, attualmente asserragliati a Bengasi, ultimo baluardo della rivoluzione.
L'inaspettato degenero del fronte libico, nei fatti non avrebbe alcuna assonanza con la catastrofe, naturale prima e nucleare poi, abbattutasi sul Giappone. Un punto di contatto, tuttavia, esiste e risiede nell'approccio che la comunità internazionale ha riservato ai due avvenimenti, trattati dal "resto del mondo" con un paritetico immobilismo che in più frangenti ha assunto i caratteri della paralisi totale.
In merito alla Libia si può affermare con ragionevole sicurezza che se la rivolta popolare andrà a puttane, il merito sarà esclusivamente di una comunità internazionale incapace di garantire e sostenere i diritti umani con cui cani e porci giornalmente si riempiono la bocca. L'incapacità dell'ONU di far fronte a situazioni come questa è nota e quindi non stupisce, ha invece stupito l'impasse che ha caratterizzato la diplomazia e la capacità decisionale di Europa e Stati Uniti. Passi l'interessato disinteresse dell'amministrazione Obama, sempre più incline a proferire grandi discorsi cui non fa seguito alcuna sostanza; completamente ingiustificabile è stato l'atteggiamento dell'UE, che s'è interessata alla questione solo quando l'Italia s'è messa a frignare per lo spauracchio immigrati (con magre figure di Maroni e Frattini da enciclopedia della rabbinata) partorendo una linea che di unitario non ha nulla e in ogni caso ha inciso zero sulla situazione contingente, demandando l'ultima parola all'ONU, che solo ieri è giunta a ratificare la tanto agognata zona di non volo sullo spazio aereo libico. La risoluzione ONU giunge in drammatico ritardo perché, nel momento in cui francesi e inglesi (i più determinati a darsi da fare, chissà come mai...) saranno pronti ad agire, Gheddafi potrebbe aver concluso l'opera di riconquista dei territori ribelli.
Ovviamente non è detto che il finale sarà su queste note. E' infatti probabile che la macchina militare anglo-francese sia pronta all'azione da almeno 10 giorni, perché l'Eliseo e Downing Street non hanno mai nascosto di perorare la causa dell'intervento armato in Libia. In ogni caso sarà fondamentale anche un'eventuale azione più o meno spionistica volta a sostenere gli sforzi sul campo dei ribelli, chiaramente incapaci di gestire armi e tattiche per fronteggiare le milizie mercenarie e la parte di esercito libico rimasto fedele a Gheddafi.
Dalla tripolitania alla prefettura di Fukushima il passo è breve. In poco meno di una settimana, mentre 3 reattori della centrale finivano fuori controllo, le istituzioni internazionali e dei paesi che contano sono rimaste alla finestra osservando gli sviluppi di una situazione che forse credevano sì sarebbe risolta da se, oppure i giapponesi avrebbero prontamente risolto da soli. Peccato che la centrale di Fukushima Daiichi sia in mano a una società (la TEPCO) non proprio affidabile sul cui operato pesa il canonico, composto, riserbo giapponese, che in questa faccenda pare volto a contenere la portata del problema, forse più grave di quanto sia pubblicamente ammesso e divulgato. Queste banali constatazioni fanno pesare come un macigno l'attendismo internazionale che ha fatto melina fino ad oggi tra dichiarazioni compite e proclami più o meno elettorali circa il ripensamento delle politiche energetiche del Paese di turno, fermo restando che tutti i clienti dell'atomo hanno fatto sapere di non essere disposti a chiudere con un passato sempre più ingombrante compiendo un passo che sarebbe stato d'obbligo 25 anni fa: una moratoria internazionale per un differente approccio all'energia che termini definitivamente il sodalizio da roulette russa che il mondo ha col nucleare (che non è solo pericolo d'incidenti più o meno catastrofici, ma soprattutto impossibilità temporale e tecnologica a gestire le scorie e conseguenti costi sociali insostenibili). Tutti, però, preferiscono stare alla finestra, spesso a contabilizzare quali speculazioni si potranno tessere sull'ennesima sfiga umana.

E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io...

2 commenti:

  1. E puntualmente, come era in effetti prevedibile, la Franza ha attaccato subito: ce li aveva veramente nel taschino gli aerei.

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  2. Con l'interventismo, Sarkozy sta tentando d'ipotecare le presidenziali francesi del 2012 e consentire alla Total d'inserirsi nello sfruttamento dei giacimenti libici insieme all'inglese BP.

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