Dopo la serie di attentati che hanno falcidiato i comandanti di campo più in vista, più capaci e rispettati – gli ultimi in ordine di tempo: Oleg Anaščenko, lo scorso 4 febbraio e Mikhail Tolstykh ieri – delle milizie di DNR e LNR, il leader della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko ha detto chiaro e tondo che è tempo di dichiarare il regime di Kiev “organizzazione terroristica”. “Non sono in grado di arrivare fino a noi sul campo di battaglia” ha detto Zakharčenko, “perciò agiscono in questo modo. Ritengo che il potere ucraino debba essere incluso nell'elenco mondiale delle organizzazioni terroristiche”. Riferendosi all'attentato di ieri, alla DNR hanno dichiarato che sono noti i nomi degli autori: “li troveremo e saranno puniti con tutta l'asprezza delle leggi del tempo di guerra”.
Non è un caso che a Kiev, da ieri, sia in corso una gara tra le più empie e squadristiche espressioni a proposito dell'assassinio di “Givi”. Quando non se ne incolpano – è il caso dell'assistente al Ministero degli interni, Anton Geraščenko – direttamente i “concorrenti” ai vertici delle milizie, in una lotta per potere, soldi e influenza, oppure si indica l'onnipresente “mano di Mosca", allora ci si sbizzarrisce nei giubili di gioia. Il deputato del Fronte Popolare (dell'ex primo ministro Arsenij Jatsenjuk) e comandante del battaglione neonazista “Dnepr-1”, Jurij Berëza, ha dichiarato che l'omicidio di Tolstykh è stato “un regalo per il mio compleanno”, che cade l'8 febbraio. Il consigliere del Ministro degli interni Avakov, Zorjan Škirjak, ha scritto su feisbuc che “il sanguinario omicida e terrorista “Givi” è diventato l'ennesimo passeggero “dell'ascensore rabbioso” ed è andato a raggiungere l'altra carogna terrorista, il suo amicone e bastardo Motorola”.
Il vice governatore militare della regione di Donetsk (la parte sotto controllo ucraino) Evgenij Vilinskij, aveva scritto ieri su feisbuc “meraviglioso inizio di giornata. Welcome to hell, givi!!!”. La rappresentante ucraina nel gruppo “umanitario” per il Donbass e vice speaker della Rada, Irina Geraščenko considera l'omicidio di Givi un “repulisti”. La nuovamente “favorita” occidentale, Julija Timošenko, ha dichiarato al canale 112.ua di non voler discutere “questi avvenimenti a così alto livello, perché in realtà, quest'uomo si è ucciso da solo nel momento in cui ha portato via la vita al primo ucraino” e, comunque, ha detto colei che tre anni fa voleva “bombardare con l'atomica i russi del Donbass”, dopo la morte di Givi “non è diminuita l'aggressione che oggi, a est, si è anzi ampliata con nuovo vigore”, intendendo per aggressore, ovviamente, la Russia. La pulzella del battaglione “Ajdar”, Nadežda Savčenko, anche lei su feisbuc, ha dichiarato ieri che “Porošenko sta facendo di tutto per scatenare un nuovo macello nel Donbass, ma dopo l'atto terroristico di oggi, non c'è alcuna chance di far tornare il Donbass in seno all'Ucraina”, aggiungendo che sparano alla schiena di coloro con cui hanno paura di scontrarsi in battaglia.
Considerando forse un po' più freddamente il colpo di bazooka che ha incendiato e distrutto completamente la sede di comando del battaglione “Somalia”, a Makeevka, uccidendo il comandante “Givi” e due suoi assistenti, Dmitrij Rodionov scrive su Svobodnaja Pressa che “attorno a Givi gravitavano molte spie ucraine” e che tale atto non sarebbe stato possibile senza un tradimento. A parere del politologo Eduard Popov, mentre l'omicidio di Anaščenko era diretto contro le strutture di comando della DNR, quelli di Motorola e di Givi sono piuttosto “colpi psicologici”, portati a segno secondo direttive da tempo impartite e pubblicizzate a Kiev, per l'eliminazione dei leader combattenti con azioni terroristiche. Secondo Popov, anche se gli esecutori di tutti questi omicidi verranno presi, ciò indica che ci sono problemi nelle Repubbliche; senza tradimenti, i sabotatori ucraini non avrebbero potuto arrivare a persone così protette. Si è detto ripetutamente che L-DNR sono piene di agenti ucraini, addirittura all'interno delle strutture militari e, secondo Popov, la corruzione che si sta espandendo nelle Repubbliche non aiuta a risolvere il problema.
Da un giorno all'altro comincerà una guerra in grande con l'Ucraina, scrive Popov, e a tutti i livelli, civili, ma soprattutto militari, è già pronta una “quinta colonna” di Kiev nelle Repubbliche popolari. E si pone la domanda “retorica”: dopo tali azioni terroristiche, l'Occidente che fa, tace? Dal momento che, di fronte ai bombardamenti ucraini con razzi e artiglierie sulle città del Donbass, l'Occidente invita “tutte le parti al cessate il fuoco”, figurarsi se avrà da dire qualcosa su questi omicidi, continua Popov. E' sufficiente, aggiungiamo noi, aver visto ieri i siti dei “maggiori” quotidiani italiani: su “Givi”, nemmeno un rigo; in compenso, lacrime di tristezza per i 5 anni (con la condizionale) inflitti ieri dal tribunale di Kirov al blogger-truffatore Aleksej Navalnij che ora, per la disperazione dei fans italiani, non potrà “sfidare” Putin alle prossime presidenziali; come se lo zerovirgola raccolto dalle formazioni liberali alle elezioni per la Duma dello scorso settembre non fosse già di per sé sufficiente a chiarire i termini della competizione.
Comunque, riguardo alle azioni terroristiche, agli alti livelli militari di L-DNR ritengono che tali omicidi, pur non determinando sviluppi al fronte, agiscano psicologicamente sul morale combattivo delle milizie, secondo un modello di conduzione della guerra, tipico delle missioni americane alla “Hollywood sanguinaria”: del resto, è da tempo dimostrato il collegamento tra i gruppi di sabotatori ucraini e i servizi speciali USA.
Sergej Iščenko, ad esempio, ancora su Svobodnaja Pressa, elenca una serie ristretta degli attentati più clamorosi degli ultimi 7-8 mesi (“Mačete”: giugno 2016; “Zarja”: luglio 2017; Motorola: ottobre 2016; Valerij Bolotov, il primo capo della LNR, morto improvvisamente e misteriosamente a Mosca lo scorso 27 gennaio. E prima ancora: i comandanti Mozgovoj, Bednov, Voznik, Ghilazov, Dremov...) e scrive che “Tutti questi casi sono simili almeno su un punto: ogni volta, i politici ucraini, all'unisono, si sono affrettati a giurare che il loro paese non aveva nulla a che fare”. Ma, si domanda Iščenko, se davvero nelle Repubbliche popolari, come sostiene Anton Geraščenko, è tutta una lotta interna così sanguinosa, com'è che da tre anni, sul campo di battaglia, Kiev non può venire a capo delle milizie? Le parole di Geraščenko, secondo cui “i servizi speciali ucraini non hanno ancora ricevuto l'ordine per operazioni” come gli attentati, continua Iščenko, non provano nulla, dato che dietro tali azioni non sta né il Ministero degli interni, né quello della difesa, bensì le cosiddette Forze per le operazioni speciali, istituite nel luglio 2016, poste agli ordini esclusivi del Presidente Porošenko e che, solo al momento della loro creazione, sono state foraggiate da Washington con 20 milioni di dollari. Composte da due reggimenti (3°, sigle А-0680 e В-2336; 8°, sigle А-0553 e В-4252), insieme al 140° Centro speciale (А-0661), tali forze sono addestrate nei poligoni di Krapivnitsk e Khmelnitskij sul modello dello Special Operations Command (SOCOM) USA США, che conduce operazioni speciali segrete contro i “terroristi” in Afghanistan, Pakistan e Medio Oriente.
L'Occidente non vede le bombe ucraine di Donetsk e di Lugansk: non le vedono gli osservatori Osce sul posto – “Farabutti che non servono a nulla”, “siedono in albergo e basta”, “non vedono e non sentono nulla”, dicono gli abitanti di Donetsk – figurarsi se le vedono a Bruxelles, a Berlino o a Roma.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2017
08/02/2017
Un’altra vittima dell’Orda d’Oro dell’Ucraina golpista
Se non fosse per il terrorismo sempre più sfacciato con cui stanno conducendo da quasi tre anni una guerra di annientamento contro il proprio popolo; se non fosse per la scia di attentati terroristici che si stanno lasciando dietro e che stamani (erano le 6.12 locali), ad appena tre giorni da quello contro il capo della direzione delle milizie della LNR, Oleg Anaščenko, è costato la vita al colonnello Mikhail Tolstykh (“Givi”), comandante del battaglione “Somalia” delle milizie della DNR; se non fosse per i metodi da SS “suffragati” da ideologie naziste evidentemente da sempre covate, allora, guardando ai vertici dell'Ucraina golpista, potrebbe sembrare di assistere dal vivo al vecchio aneddoto del parroco pisano che concludeva ogni parabola sui principali peccatori della storia sentenziando che fossero tutti livornesi; solo che, nella Kiev di majdan e delle stragi neonaziste nel Donbass, le parabole sono raccontate al contrario.
Se un rappresentante della razza umana si è distinto per la più celebre opera d'arte, quello era ucraino. Se si tratta di un'invenzione scientifica o tecnica: per forza, viene dall'Ucraina. Diritto costituzionale, capolavori della letteratura, della musica, della pittura; invenzioni militari e capostipiti religiosi: tutto ha avuto le proprie origini in Ucraina. Questo nel passato; per il presente, guai a mettere in dubbio la centralità cosmica di Kiev: gli attentati di Bruxelles di un anno fa furono attuati per distogliere l’attenzione mondiale dalla condanna di Nadežda Savčenko in un tribunale russo; le operazioni antiterrorismo in Siria sono state condotte per distrarre l'opinione pubblica mondiale dalla situazione ucraina. E via di questo passo. Così, dopo la Gioconda di Leonardo (ucraina), dopo Buddha (ucraino), dopo il Canada (donato al mondo dagli ucraini), dopo l'eroe leggendario Ilja Muromets (anch'egli nato non in Russia ma in Ucraina), dopo Čajkovskij e Dostoevskij ribattezzati ucraini, ora si apprende che anche Genghis Khan era nato in Ucraina, approssimativamente in un'area tra il Don e il Dnepr; sua madre si chiamava Elena e suo padre, ebreo, Isaak. Lo ha stabilito lo studioso di Kharkov, Aleksandr Zinukhov, secondo il quale non è vero che i mongoli arrivarono nell'antica Rus nel XIII secolo; è vero invece che vi tornarono, essendo originari della Khazarija (grosso modo un'area di espansione a partire dall'odierno Daghestan) e, per successive aggregazioni con popoli nomadi di origini turche, una parte di essi confluì nell'Orda d'Oro. Dunque anche Genghis Khan, nato nelle steppe khazare, solo in età matura si sarebbe spostato a combattere in Asia, con eserciti composti per lo più da tribù russe e turche.
Ma, se le cose stanno così – e questa volta, malauguratamente per Kiev, l'ucraino Zinukhov difficilmente può fregiarsi della primogenitura – come la mettiamo con quella “Orda”, come sempre più spesso a Kiev viene definita la Russia con intento dispregiativo, a significare che la totale dominazione tataro-mongola sui principati russi (in realtà solo due, a differenza invece di tutti quelli ucraini) ne avrebbe forgiato i caratteri tutt'oggi “barbarici”? Delle due l'una: se si attribuisce al grande Genghis, insieme alle sue origini “ucraine”, anche il merito storico di ogni successiva sua eredità, allora la qualificazione di “Orda” s'addice in primo luogo proprio a quelle steppe che gli avrebbero dato i natali. Dunque, anche l'Orda ebbe origini ucraine!
Ora, che a una larga parte delle civilizzazioni sviluppatesi in Asia centrale a partire dai secoli II, III e IV possano attribuirsi radici anche mongole e che popolazioni vissute nell'area attorno al mar Nero abbiano per forza abitato anche le steppe dell'odierna Ucraina meridionale, non trasforma per ciò stesso l'Ucraina golpista nel centro del mondo. Caso mai, se di orda, nel senso negativo del termine, può parlarsi, questa è tanto più riflessa negli atteggiamenti degli odierni neonazisti, di coloro che, come la star delle cronache occidentali Julija Timošenko, tanto per citare solo l'ultimo esempio, ha chiesto l'altro ieri di “adottare una legge sui territori occupati e introdurre la legge marziale nelle regioni di Donetsk e Lugansk, per farla finita con questa insolenza del commercio coi territori occupati" e affamare dunque la popolazione del Donbass. Un appello, quello della ex regina del gas, raccolto ieri alla Rada da chi incita i reparti neonazisti, che da giorni stanno bloccando la linea ferroviaria che unisce Dontesk a Gorlovka (nel segmento sotto controllo ucraino), a far uso delle armi nel caso altri militari o poliziotti ucraini tentino di fermarli.
Se di orda può parlarsi, allora la si vede nell'impiego di batterie missilistiche, lanciarazzi, mortai e artiglierie contro la popolazione civile, come continua a verificarsi da oltre una settimana e anche oggi lungo la direttrice di Mariupol; si vede nei cecchini che, nel tardo pomeriggio di ieri, hanno sparato contro la troupe di news-front.info nella zona di Kominternovo, forse per ritorsione contro le madri degli stessi soldati ucraini che, nella provincia di Kherson, avevano bloccato una colonna di carri armati diretta verso Mariupol.
Se c'è una nuova “orda” che minaccia l'Europa, senza che i suoi Alti Rappresentanti se ne preoccupino e, anzi, insistano a proclamare la necessità di “appoggiare l'Ucraina sulla strada delle riforme nella sfera economico-sociale”, allora è quella di coloro che continuano a inneggiare ai Bandera e ai Šukhevič; è quella di coloro per i quali le porte dell'Europa, pur solo a parole, ma a dispetto di quegli Alti Rappresentanti, “rimarranno chiuse finché persisteranno” a inneggiare alle SS e ai loro complici.
E' stato chiaro il leader polacco di Prawo i Sprawiedliwość (“Diritto e giustizia”), quel Jarosław Aleksander Kaczyński non certo campione di “socialismo” che, riferendosi all'OUN-UPA , ha dato l'altolà a quanti in Ucraina “hanno costruito il culto di persone colpevoli di un tale genocidio nei confronti del popolo polacco che, per quanto fosse difficile superare in crudeltà i massacri commessi dai tedeschi, essi riuscirono a superarli". In un'intervista al settimanale Do Rzeczy, (ripresa anche da altri media polacchi) Kaczyński ha riferito di aver detto “chiaramente al presidente Porošenko che, con Bandera, essi non entreranno in Europa. Abbiamo dato prova di grande pazienza, ma c'è un limite a tutto”.
Un limite che la UE e i suoi Alti Rappresentanti sembrano ignorare, nonostante la stessa Washington abbia appena revocato il visto d'ingresso al leader del Partito Radicale Oleg Ljaško, capo di quei deputati che alla Rada chiedono il blocco energetico ed economico del Donbass. Pensano gli Alti Rappresentanti UE di prendere il posto che, in Ucraina, si prospetta forse vacante per alcuni ripensamenti di Washington? Aspettano forse gli Alti Rappresentanti, appoggiando “le riforme in Ucraina”, che i nazisti di Kiev, con i loro fossati e i loro “valli europei”, dopo aver massacrato i Dremov, i Mozgovoj, i Motorola, i Givi, trasformino l'intero Donbass in un Konzentrationslager sul modello dei loro vecchi maestri? In tal caso ben si adeguerebbero a tali cervelli della UE le parole con cui il vecchio Engels bollava “quell'intelligenza miope e quella Dummschlauheit (stupida astuzia) del comune bottegaio speculatore, che persegue un fine ben stabilito, e con errate valutazioni delle cause e degli effetti, raggiunge esattamente quello opposto”.
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Se un rappresentante della razza umana si è distinto per la più celebre opera d'arte, quello era ucraino. Se si tratta di un'invenzione scientifica o tecnica: per forza, viene dall'Ucraina. Diritto costituzionale, capolavori della letteratura, della musica, della pittura; invenzioni militari e capostipiti religiosi: tutto ha avuto le proprie origini in Ucraina. Questo nel passato; per il presente, guai a mettere in dubbio la centralità cosmica di Kiev: gli attentati di Bruxelles di un anno fa furono attuati per distogliere l’attenzione mondiale dalla condanna di Nadežda Savčenko in un tribunale russo; le operazioni antiterrorismo in Siria sono state condotte per distrarre l'opinione pubblica mondiale dalla situazione ucraina. E via di questo passo. Così, dopo la Gioconda di Leonardo (ucraina), dopo Buddha (ucraino), dopo il Canada (donato al mondo dagli ucraini), dopo l'eroe leggendario Ilja Muromets (anch'egli nato non in Russia ma in Ucraina), dopo Čajkovskij e Dostoevskij ribattezzati ucraini, ora si apprende che anche Genghis Khan era nato in Ucraina, approssimativamente in un'area tra il Don e il Dnepr; sua madre si chiamava Elena e suo padre, ebreo, Isaak. Lo ha stabilito lo studioso di Kharkov, Aleksandr Zinukhov, secondo il quale non è vero che i mongoli arrivarono nell'antica Rus nel XIII secolo; è vero invece che vi tornarono, essendo originari della Khazarija (grosso modo un'area di espansione a partire dall'odierno Daghestan) e, per successive aggregazioni con popoli nomadi di origini turche, una parte di essi confluì nell'Orda d'Oro. Dunque anche Genghis Khan, nato nelle steppe khazare, solo in età matura si sarebbe spostato a combattere in Asia, con eserciti composti per lo più da tribù russe e turche.
Ma, se le cose stanno così – e questa volta, malauguratamente per Kiev, l'ucraino Zinukhov difficilmente può fregiarsi della primogenitura – come la mettiamo con quella “Orda”, come sempre più spesso a Kiev viene definita la Russia con intento dispregiativo, a significare che la totale dominazione tataro-mongola sui principati russi (in realtà solo due, a differenza invece di tutti quelli ucraini) ne avrebbe forgiato i caratteri tutt'oggi “barbarici”? Delle due l'una: se si attribuisce al grande Genghis, insieme alle sue origini “ucraine”, anche il merito storico di ogni successiva sua eredità, allora la qualificazione di “Orda” s'addice in primo luogo proprio a quelle steppe che gli avrebbero dato i natali. Dunque, anche l'Orda ebbe origini ucraine!
Ora, che a una larga parte delle civilizzazioni sviluppatesi in Asia centrale a partire dai secoli II, III e IV possano attribuirsi radici anche mongole e che popolazioni vissute nell'area attorno al mar Nero abbiano per forza abitato anche le steppe dell'odierna Ucraina meridionale, non trasforma per ciò stesso l'Ucraina golpista nel centro del mondo. Caso mai, se di orda, nel senso negativo del termine, può parlarsi, questa è tanto più riflessa negli atteggiamenti degli odierni neonazisti, di coloro che, come la star delle cronache occidentali Julija Timošenko, tanto per citare solo l'ultimo esempio, ha chiesto l'altro ieri di “adottare una legge sui territori occupati e introdurre la legge marziale nelle regioni di Donetsk e Lugansk, per farla finita con questa insolenza del commercio coi territori occupati" e affamare dunque la popolazione del Donbass. Un appello, quello della ex regina del gas, raccolto ieri alla Rada da chi incita i reparti neonazisti, che da giorni stanno bloccando la linea ferroviaria che unisce Dontesk a Gorlovka (nel segmento sotto controllo ucraino), a far uso delle armi nel caso altri militari o poliziotti ucraini tentino di fermarli.
Se di orda può parlarsi, allora la si vede nell'impiego di batterie missilistiche, lanciarazzi, mortai e artiglierie contro la popolazione civile, come continua a verificarsi da oltre una settimana e anche oggi lungo la direttrice di Mariupol; si vede nei cecchini che, nel tardo pomeriggio di ieri, hanno sparato contro la troupe di news-front.info nella zona di Kominternovo, forse per ritorsione contro le madri degli stessi soldati ucraini che, nella provincia di Kherson, avevano bloccato una colonna di carri armati diretta verso Mariupol.
Se c'è una nuova “orda” che minaccia l'Europa, senza che i suoi Alti Rappresentanti se ne preoccupino e, anzi, insistano a proclamare la necessità di “appoggiare l'Ucraina sulla strada delle riforme nella sfera economico-sociale”, allora è quella di coloro che continuano a inneggiare ai Bandera e ai Šukhevič; è quella di coloro per i quali le porte dell'Europa, pur solo a parole, ma a dispetto di quegli Alti Rappresentanti, “rimarranno chiuse finché persisteranno” a inneggiare alle SS e ai loro complici.
E' stato chiaro il leader polacco di Prawo i Sprawiedliwość (“Diritto e giustizia”), quel Jarosław Aleksander Kaczyński non certo campione di “socialismo” che, riferendosi all'OUN-UPA , ha dato l'altolà a quanti in Ucraina “hanno costruito il culto di persone colpevoli di un tale genocidio nei confronti del popolo polacco che, per quanto fosse difficile superare in crudeltà i massacri commessi dai tedeschi, essi riuscirono a superarli". In un'intervista al settimanale Do Rzeczy, (ripresa anche da altri media polacchi) Kaczyński ha riferito di aver detto “chiaramente al presidente Porošenko che, con Bandera, essi non entreranno in Europa. Abbiamo dato prova di grande pazienza, ma c'è un limite a tutto”.
Un limite che la UE e i suoi Alti Rappresentanti sembrano ignorare, nonostante la stessa Washington abbia appena revocato il visto d'ingresso al leader del Partito Radicale Oleg Ljaško, capo di quei deputati che alla Rada chiedono il blocco energetico ed economico del Donbass. Pensano gli Alti Rappresentanti UE di prendere il posto che, in Ucraina, si prospetta forse vacante per alcuni ripensamenti di Washington? Aspettano forse gli Alti Rappresentanti, appoggiando “le riforme in Ucraina”, che i nazisti di Kiev, con i loro fossati e i loro “valli europei”, dopo aver massacrato i Dremov, i Mozgovoj, i Motorola, i Givi, trasformino l'intero Donbass in un Konzentrationslager sul modello dei loro vecchi maestri? In tal caso ben si adeguerebbero a tali cervelli della UE le parole con cui il vecchio Engels bollava “quell'intelligenza miope e quella Dummschlauheit (stupida astuzia) del comune bottegaio speculatore, che persegue un fine ben stabilito, e con errate valutazioni delle cause e degli effetti, raggiunge esattamente quello opposto”.
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