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06/06/2012

Fallimento dell’Euro: perché?

La fine dell’Euro non è più fantascienza, ma una ipotesi considerata nel campo del possibile (anche se deprecata) da tutti i politici europei e dai banchieri di tutto il Mondo. Non è detto che finisca necessariamente così, ma tutti pensano che possa accadere. O perché ne esca la Grecia, avviando un processo a catena, o perché ne esca la Germania, facendo perdere senso a tutta l’operazione e spingendo tutti a tornare all’ovile della moneta nazionale. Nessuno più esclude che questo possa accadere. I presupposti ci sono tutti e anche il più sprovveduto capisce che:

a-la Grecia non sarà mai in grado né di restituire il suo debito né di pagare gli interessi che man mano si accumulano, in una dinamica  di ammortamento negativo

b-che il Portogallo non è in condizioni migliori

c-che il sistema bancario spagnolo non è in grado di reggere la pressione dei mercati internazionali

d-che l’Italia, forse, può sostenere il peso degli interessi alle scadenze, a condizione che la tempesta dello spread non superi certe soglie, forse potrà restituire qualche frazione del suo debito svendendo il suo asset, ma, comunque non sarà mai in grado di raggiungere la mitica soglia 60% sul Pil, perché, nel frattempo, la politica di austerità farà crollare il Pil, azzerando ogni miglioria

e-che il sistema bancario francese è troppo esposto con Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia, per cui  la crisi è destinata a rimbalzare su di esso

In queste condizioni, questo gruppo di paesi è tecnicamente fallito e si tratta solo di vedere se, con qualche giochino finanziario si riesce a prendere tempo o no; e pare che di tempo ormai ce ne sia davvero pochino: diciamo al massimo 5 o 6 mesi. George Soros è stato anche più drastico parlando di 3 mesi oltre i quali l’Euro perderà la fiducia dei mercati finanziari e crollerà (S24 3.6.12 p. 7).

Da un punto di vista finanziario la situazione non ha speranze perché non ci sono le condizioni strutturali per uscire dalla trappola: le banche hanno la pancia piena di titoli di stato inesigibili (oltre ad ogni altro tipo di spazzatura) e  gli Stati non sono in grado di invertire la tendenza che li ha travolti. Soros ha ragione a sostenere che la crisi europea, prima ancora che finanziaria è fiscale: in questo ventennio si è creata una enorme bolla di denaro finito nei paradisi fiscali della stessa Ue (a cominciare dall’Olanda o dall’Irlanda di qualche anno fa) o appena dal di fuori (si pensi alla Svizzera), Questa massa di denaro, alla ricerca di bassi prelievi, è fuggita proprio dai paesi che oggi hanno un alto debito, anche perché hanno compensato con il debito il gettito fiscale mancante.

Ma il fallimento dell’Euro è qualcosa di ben più profondo. La scommessa era che  la moneta unica avrebbe creato convergenza fra le economie di diversi paesi ed avrebbe fatto da traino al processo di unificazione politica. Non si è verificata né l’una né l’altra cosa. Le economie dei diversi paesi dell’Eurozona sono rimaste quali erano, anzi, i vantaggi della moneta unica, che consentiva anche a paesi tradizionalmente deboli e ad alto rischio finanziario, come appunto la Grecia, di piazzare i propri titoli di debito ad interessi bassissimi, ha incoraggiato la politica dell’indebitamento crescente, senza attuare alcuna riforma economica. Chi ha tratto i vantaggi maggiori è stata la Germania che ha potuto esportare massicciamente nei paesi vicini ed, alla fine, il differenziale fra i diversi paesi è rimasto lo stesso, quando non è ulteriormente cresciuto. Sinché le cose sono filate lisce nell’economia mondiale, il problema non si è posto, ma quando la crisi ha iniziato a mordere si è rotto il giocattolo e la moneta unica, non governata da nessuno Stato, è diventata una camicia di forza che tiene tutti in sofferenza.

Quanto all’unificazione politica, va detto che dopo la demenziale proposta di “trattato istitutivo” (detto anche “Costituzione”) della Ue -e la sua sonora bocciatura nei referendum di Francia, Danimarca ecc.- semplicemente non se ne è parlato più. Il punto è che gli stati non si inventano e non bastano le più spericolate acrobazie giuridiche a farli esistere. L’Europa, come nazione non esiste nella coscienza degli europei che, volenti o no, continuano a sentirsi prima di tutto tedeschi, francesi, danesi, spagnoli, olandesi ecc. E’ vero che sono sempre esistiti Stati pluri nazionali (dalla Cina all’Urss, dalla Svizzera alla Spagna) ma si è sempre trattato di stati  con un gruppo nazionale dominante che ha affermato la sua come lingua dello Stato e considerato gli altri come “minoranze nazionali” più o meno garantite e riconosciute, ma sempre marginali. Non era e non è questa la situazione dell’Europa, dove nessuno è in grado di porsi come nazione dominante. Né la cosa è risolvibile in modo negoziale: le alchimie giuridiche per cui la Ue è qualcosa di più di una alleanza, ma qualcosa di meno di una confederazione, non è uno Stato, ma assorbe funzioni statali come la moneta, ha un Parlamento comune che emana direttive che poi devono essere recepite dai parlamenti nazionali ecc. non ha incantato nessuno. Quello che veniva fuori erano testi indigeribili di 6-700 articoli ciascuno con una selva di commi e sotto commi, che descrivevano un processo decisionale farraginoso, lento ed incoerente. E, infatti le bocciature referendarie sono fioccate, mentre in molti paesi (compresi Italia e Germania) non ci si è neppure preoccupati di fare un referendum.

Le burocrazie degli stati nazionali  (sicuramente poco vogliose di vedersi declassate rispetto allo Stato confederale) hanno colto la palla al balzo per annacquare sempre di più il processo di unificazione politica di cui si è poi smesso di parlare. Con il risultato che, quello che doveva essere un momento transitorio (la moneta senza Stato) è diventato definitivo e tutti hanno pensato che, in fondo, andava bene così. E così, invece, non va affatto bene, come la crisi sta dimostrando. Questa situazione di una moneta sospesa nel vuoto e non  governata, ma che, anzi, vorrebbe governare gli Stati, è un assurdo politico ed economico, prima che giuridico, che è arrivato al capolinea.

Oggi le alternative secche sono due: o il debito dei vari paesi membri viene assunto dalla Ue in quanto tale e si va rapidamente ad un’unione politica (cioè ad uno Stato europeo), o la moneta salta in aria. Puramente e semplicemente: non ci sono alternative. In astratto, la soluzione più auspicabile sarebbe la prima, ma, personalmente non ci credo affatto: se l’unione politica non si è fatta in tempi favorevoli, quando il vento soffiava nelle vele dell’Europa, non si capisce perché dovrebbe riuscire ora che la crisi accentua tutti gli egoismi nazionali, con un ceto politico di mezza tacca in ciascuno dei paesi membri, dopo la raffica di fallimenti sul piano della politica estera (dove mai l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce), in una situazione sociale difficilissima. Qualcuno pensa che sono proprio le asprezze della crisi a poter fare il miracolo, costringendo gli europei a fare per forza quello che non sono riusciti a fare per amore. Certamente la situazione richiederebbe una soluzione del genere, ma avere bisogno di 1000 talleri ed avere 1000 talleri non è la stessa cosa, avrebbe detto, più o meno, Kant.

D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario.

Ed allora che si fa? Semplicemente non resta che prendere atto del fallimento politico dell’operazione Euro e cercare di guidare il processo di  scioglimento dell’Eurozona attraverso una exit strategy concordata. E magari farlo prima che salti tutto in aria, con costi ben peggiori da sopportare.

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