Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2022

Estetiche inquiete. Banksy e dintorni nonostante il sistema arte

di Gioacchino Toni

Grosso modo a partire dall’ingresso nel nuovo millennio, l’interesse che si è generato attorno a quella nebulosa che viene genericamente definita street art, si è esteso al di là dei tradizionali – per quanto mai sopiti – contenziosi sul decoro urbano tra amministrazioni locali, comitati di cittadini e ambienti creativi giovanili, finendo per coinvolgere, oltre che sociologi, critici e studiosi d’arte e di fenomeni urbani, l’universo dei collezionisti, delle gallerie e delle case d’asta, insomma “il sistema arte” così come questo si presenta ai nostri giorni.

Il boom commerciale dell’arte contemporanea giunge all’apice negli anni Ottanta del vecchio millennio, quando una serie di artisti come Clemente, Schnabel, Haring, Basquiat, Koons ecc., vengono catapultati all’interno di prestigiosi musei ed influenti gallerie raggiungendo quotazioni altissime in un lasso di tempo brevissimo, cosa impensabile per gli artisti delle generazioni appena precedenti. Si è trattato, come argomentato da Fancesco Poli (Il sistema dell’arte contemporanea, Laterza 1999), di un fenomeno di breve durata, destinato a implodere già all’inizio degli anni Novanta, quando infatti, si è assistito al crollo di un sistema drogato in cui l’euforia speculativa, supportata e incentivata da una moda culturale gonfiata dai media, è arrivata a determinare la storicizzazione istantanea delle nuove stelle del firmamento artistico.

Si è pertanto assistito «a una riconfigurazione, peraltro non improvvisa, dei rapporti di forza tra produzione e consacrazione dell’arte, giocata sullo sfondo di interessi estranei alla sfera culturale. Se inizialmente l’arte d’avanguardia aveva tratto origine proprio dal rifiuto di quel supporto che l’arte tradizionale forniva storicamente all’ideologia dominante, nel tempo l’antagonismo nei confronti del sistema e del mercato dell’arte si è trasformato in una vuota spinta alla novità, richiesta da un sistema artistico sempre più succube della logica delle mode. Tutt’oggi, le strategie messe in atto al fine di “creare il nuovo” a tutti i costi, come necessità commerciale, vedono sempre più le gallerie, i musei, i mass media e la critica “fare sistema”» (Gioacchino Toni, Gianluca Ruggerini, Guida agli stili nell’arte e nel costume. L’età contemporanea, Odoya 2020).

È in un tale contesto che “il sistema arte” ha iniziato a guardare al variegato universo della street art tentando di assorbirla all’interno dei suoi meccanismi culturali e, soprattutto, economici lusingando i giovani “imbrattatori” di mura metropolitane di cui viene valorizzato persino l’agire fuorilegge sfruttando l’aura romantico-maledetta-bohémien che gli interventi furtivi al calar delle tenebre si portano dietro.

Il sistema arte contemporaneo, attraverso la sua propensione a quotare e stilare classifiche di opere e artisti, incide fortemente sulla notorietà e sulla fortuna di questo o quell’artista. Giorgia Ligasacchi (Il mercato della Street Art in asta, in «Art&Law» 1/2020), riprendendo i dati diffusi dal portale «Artprice» – il cui nome suggerisce con che occhi si guardi all’arte da quelle parti – evidenzia come nel periodo compreso tra luglio 2018 e giugno 2019, tra gli artisti nati dopo il 1945 che hanno venduto attraverso le aste il maggior numero di opere, figurino ben quattro street artist nelle prime cinque posizioni. Al primo posto figura Shepard Fairey, meglio noto come Obey, con i suoi 660 lotti, seguito da Kaws con 622, Banksy con 550 e Keith Haring con 482.

Ad essere battuti alle aste, ed a finire nelle gallerie, ai “graffiti staccati dai muri” si affiancano spesso opere che riproducono soltanto l’estetica delle produzioni urbane; in tutti i modi si tratta di opere che, decontestualizzate dagli scenari peculiari della street art pubblica, non ne trattengono gli aspetti sito-specifici e performativi.

Al di là delle scelte operate dai singoli artisti e della loro capacità, oltre che volontà, di mantenere contenuti, oltre che tracce estetiche, di arte pubblica urbana, e di renderle più o meno redditizie, a rendere la street art interessante resta il suo rapporto con il contesto cittadino in cui viene realizzata ed è con tale spirito che vale la pena guardare al volume di Alan Ket (a cura di) Pianeta Banksy (Mimesis 2022) ed alla sua imponente offerta di riproduzioni fotografiche degli interventi sui muri realizzate da Banksy e da altri artisti.

Le opere presentate qui si concentrano su temi comuni che sono stati esplorati da Banksy e da altri. Non sorprende che la polizia, il governo e la legge siano il soggetto centrale di molti artisti tra cui Dede (Israele), Keizer (Egitto), Hogre (Italia) e Mogul (Svezia). Rivolte civili, guerra e pace sono un altro tema diffuso tra gli artisti di tutto il mondo tra cui: Camo (Australia), Soon (Germania) e Icy and Sot (Iran). #codefc (Regno Unito) ne ha fatto il tema principale di uno dei suoi progetti più importanti. Altri, come Wild Drawing (Grecia), si occupano di problemi legati alla povertà e alla disoccupazione molto diffuse nella sua città natale, Atene. Tuttavia, per controbilanciare tutta la drammaticità che questi artisti portano nelle strade, ce ne sono molti altri che preferiscono diffondere arte ricca di divertimento e umorismo, come Ender (Francia), Ozi (Brasile) e Zuk Club Art Group (Russia), autore di una simpatica serie con protagonisti dei nani. Un’altra missione preponderante è quella che diffonde un senso di giocosità nella giungla urbana in cui molti di noi vivono. Animali fantastici cavalcati dai bambini prendono vita nell’arte di Run Dont Walk (Argentina), bestie enormi fanno sembrare formiche i pedoni nell’arte di Toxicómano Callejero (Colombia) mentre Be Free (Australia) dipinge una bambina spensierata che scarabocchia sul muro. Celebrità, eroi, martiri, angeli, la morte e molti altri temi affascinano gli artisti e sono fonte di ispirazione per la creazione di capolavori (p. 7).

Il volume fotografico è strutturato in sezioni che raggruppano le prove di diversi protagonisti della street art: Angeli e demoni; Giungla d’asfalto; Volti celebri; Umorismo; Ordine pubblico; Segni dei tempi; Guerra e pace.

Fonte

25/08/2015

Dismaland: Banksy inaugura il primo parco del decadimento


Statue disturbate, migranti affogati e personale scoglionato, non c’è niente di divertente nel parco giochi temporaneo creato dall’artista.

Erano incominciate a circolare delle voci quando su una spiaggia desolata del paesino inglese di Weston-super-mare è sorto un castello che ricordava quello delle favole ma con una piccola differenza: è sporco e diroccato, e sembra non fare parte di nessun lieto fine.

Nel giro di qualche giorno intorno al castello compaiono nuove strutture: una ruota panoramica, uno strano incastro di camion, poi una grande insegna sull’entrata del complesso con scritto Dismaland, la terra della decadenza.

È ufficiale, Banksy ha creato il primo parco dei divertimenti che divertimenti non ne ha, solo installazioni lugubri e giochi tristi.

Una nota sul creatore di questo luna park distopico è necessaria: Banksy nasce dalla street art, altrimenti detta: i graffiti. Si fa conoscere e riconoscere per le sue serie di stencil con cui «imbratta» illegalmente i muri delle città, che raffigurano scenette surreali o ribaltate, il suo graffito più famoso che avrete già visto è quello del black bloc che lancia non una molotov ma un mazzo di fiori. I suoi pezzi vengono riconosciuti molto in fretta come vere e proprie opere d’arte, i muri su cui sono disegnati acquistano rapidamente molto più valore dell’edificio in sé, incominciano le esposizioni nei musei e - si presume - un notevole flusso di entrate per l’artista che però rimane nell’ombra: non ne conosciamo né il nome né il volto, ancora troppe denunce per imbrattamento, o forse questa è una scusa che serve per preservare l’aurea dell’artista di strada quando ormai è entrato nel circolo dell’art-biz. Tutto quello che tocca però diventa oro, continua con gli stencil ma incomincia anche a fare statue e installazioni che già nell’uso dei materiali e degli strumenti sono più costosi e meno «street», rimangono i contenuti graffianti ma spesso la forma si imborghesisce, rincorre le esigenze delle sale dei musei o delle sale d’asta, a volte si fa ripetitiva.

I suoi primi grandi fan, writers e grafomani vari incominciano a dividersi nella domanda se sia un grande genio o solo un grande paraculo. Questa domanda se la pone lui stesso, lasciandola sospesa in un complessissimo gioco di specchi, in un film (a prescindere dalla sincerità del suo autore, un vero capolavoro) che forse è un documentario, forse no, e si intitola Exit through the gift shop, l’uscita è attraverso il negozio di souvenir, come in molti musei di arte contemporanea, in cui si interroga in una maniera assolutamente originale (nei contenuti ma soprattutto nella forma) tra il controverso rapporto fra arte e denaro.

Sia diventato anche uno scaltro imprenditore artistico, rimangono alcuni fatti. L’ultima «uscita» pubblica erano stati i murales sui muri superstiti di una Gaza devastata dalle bombe israeliane. Una torretta di guardia che si trasforma in calcinculo, un pensatore di Rodin su una porta rimasta in piedi tra le macerie, un gattino che gioca con (reale) groviglio di fili di rame. E una scritta: se ci laviamo le mani del conflitto tra potenti e impotenti ci mettiamo dalla parte dei potenti - non rimaniamo neutrali. Una dichiarazione molto più netta di quelle che avrebbero potuto fare molti artisti anime belle.

Di fronte a questa serie di contraddizioni, come valutare un museo-parco giochi in cui questo Banksy ha radunato altri artisti, sui quali il giudizio spesso tende maggiormente al paraculismo (Damien Hirsch per esempio, quello del teschio ricoperto di diamanti e degli animali in formaldeide)? Volontà artistico-politica o offerta di merce culturale «alternativa»?

Dismaland, che fa evidentemente riferimento al parco giochi per eccellenza (la Disney non ha voluto commentare in alcun modo) è una grande installazione temporanea, fra cinque settimane sarà smantellata, l’ingresso a tre pound è limitato a quattromila persone al giorno, che per i 36 giorni previsti arrivano alla somma di 400.000 sterline, e dato che non ci sono pubblicità all’interno è difficile stimare un qualche profitto.

Le installazioni all’interno si dividono in maniera relativamente equa tra colpi di genio, cose simpatiche e/o interessanti e alcuni strafalcioni. Nel primo gruppo rientra l’ingresso, un metal detector da fumetto in cui guardie dai cappelli di cartapesta vietano di portare all’interno granate e unicorni. Poi c’è la sirenetta distorta come in un vecchio vhs mal funzionante, o il gioco delle barchette telecomandate in cui si deve guidare un gommone di profughi tra i cadaveri annegati. Tra le scene più banalotte, la carrozza ribaltata di Cenerentola che fra paparazzi e inviti a fare «foto ricordo» richiama in maniera eccessivamente diretta la famose morte di Diana.

Ma probabilmente non sono le installazioni prese singolarmente da leggere e analizzare, ma l’esperienza in sé di un parco del decadimento e della tristezza, una grande messa in discussione di un fondamentale del sistema in cui viviamo, quello che ci vuole sempre felici e spensierati, che allontana o nasconde la miseria e i poveri, che pittura con i colori delle riviste patinate una realtà difficile, e che sarà sempre più difficile.

Dismaland è una grande banalità? Probabilmente no, in un mondo che accetta sempre di più le regole che gli vengono imposte, in cui la politica (o anche solo la società) è totalmente uscita dall’interesse della produzione artistica, anzi queste accuse hanno il sapore dei «gufi» renziani.

Fate così: kill your idols, abbandonate l’idea di dovere seguire degli eroi senza macchia. Banksy non è un rivoluzionario, è un artista con tutte le contraddizioni che questo ruolo comporta, e sono tante, ma ha qualcosa da dire che vale la pena ascoltare.

Anche pagando tre sterline.



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