Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/04/2020

Tempo

Il mio vicino di casa ha 89 anni. Ogni giorno, intorno alle 12, lo si vede tornare verso casa con due buste. In una il latte. Nell’altra il pane e il giornale.

Una volta il commesso si permise di chiedere perché non metta tutto in una sola busta, – “giovanotto” – rispose il mio vicino – “sa quante goccioline è capace di tirar fuori il cartone del latte nel tempo in cui torno a casa? Abbastanza da bagnare tutto il giornale! Su’ giovanotto, mi dia la seconda busta solo per il latte”.

Alle 12 di questo giorno d’Aprile il mio vicino di casa è sul balcone. Non ha nessuna busta con sé, ma questo fitto velo tra lui e la realtà non gli impedisce di vestirsi bene. Prende il sole sulla sedia di plastica con una camicia bianca e la cravatta bordeaux.

Quante goccioline cadono dal cartone del latte in dieci minuti? Se le raccogliessi in una ciotola, e riuscissi a dividerle per contarle, potrei dire d’aver toccato un istante?

C’è stato un tempo in cui credevamo di avere il tempo dalla nostra. Poi arriva il giorno – ce n’è uno nella vita di tutti – in cui il tempo che abbiamo davanti è inferiore a quello che abbiamo dietro. Forse è stato quello il giorno in cui il mio vicino acquistò una cravatta bordeaux.

Là fuori il tempo scorre e noi lo inseguiamo. A una velocità che fa del passato una landa sconosciuta più del futuro. Mi verso un bicchiere di vino senza far cadere nemmeno un secondo, per la prima volta scopro che mi piace il verde delle bottiglie e mi chiedo il perché dell’incavo sul fondo.

Mi chiedo se il sapore del vino è quello del primo sorso, quand’ero assetato, o questo fondo che bevo ormai ubriaco. Rivedo mio padre potare la vigna e vedo mio padre pensare a mio nonno che pota la vigna. Più indugiamo, più mondo scoperchiamo. Eppure, non si può vivere un tempo immobile. Non si può costruire vita nei nascondigli, solo proteggerla.

Sostituiamo le parole orale e scritto con dentro e fuori, in un brano da Opere, con l’Autografia d’un ritratto di Carmelo Bene, otterremo questo: “Fin dal nostro fiorire-sfiorire alla cecità della luce, il fuori ha la precedenza sul dentro: l’interno inteso come morte esterna. Il dentro è il funerale del fuori, è la rimozione continua dell’interno.”

E che dire della canzone di Giorgio Gaber, C’è solo la strada: “Nelle case non c’è niente di buono/ appena una porta si chiude/dietro un uomo/succede qualcosa di strano/non c’è niente da fare/è fatale quell’uomo/incomincia a ammuffire. [...] C’è solo la strada su cui puoi contare/la strada è l’unica salvezza/c’è solo la voglia e il bisogno di uscire/di esporsi nella strada e nella piazza. /Perché il giudizio universale/non passa per le case/e gli angeli non danno appuntamenti/e anche nelle case più spaziose/non c’è spazio per verifiche e confronti.”

Questo non è un invito a uscire, è un’ipotesi. L’ipotesi che questo non sia il tempo di cui abbiamo bisogno. E la formicolante urgenza di bonificarlo che si respira, sia foriera di un domani – e uno ieri – in cui ignoreremo tale bisogno. Siamo corpi che precipitano all’infinito, in un desiderio di futuro che sfugge a sé stesso in ogni presente.

O, per meglio dire, ciò che desideriamo non è nel futuro ma in un presente che ci è oscuro. E nella noia di quest’assenza nutriamo ambizioni fittizie.

Siamo quell’uomo di Carlo Michelstaedter, “quello che sogna di levarsi e quando s’accorge d’essere ancora a giacere, non però si leva ma si rimette a sognar di levarsi – così, né lavandosi né cessando di sognare, continua a soffrir dell’immagine viva che gli turba la pace del sonno e dell’immobilità che gli rende vana l’azione che sogna.”

Quello che era la velocità là fuori è lo spagnolo da imparare qua dentro, i libri da disporre per anno, la chitarra da riprendere in mano: bende per gli occhi che siamo noi a reclamare e che ci preservano quando rischiamo di avvicinarci troppo a noi stessi. Questo non è il tempo di cui abbiamo bisogno per incompletezza di informazioni. Su di noi, si intende. Perciò il mio vicino un giorno andò a comprare una cravatta bordeaux: per scoprire qual era il sapore del vino.

Ci sarà un tempo in cui il tempo finisce e i nostri cari si troveranno in un’intercapedine tra passato e presente, a raccogliere le cose che ci siamo lasciati dietro: vestiti in beneficienza, libri ben catalogati ma abbandonati dove erano, una chitarra scordata, una bottiglia di vino abbandonata a metà, la foto in cui sorridi e abbracci tuo figlio. Il nostro tempo diventerà peso: 18 chili e mezzo.

La moglie del mio vicino di casa dalla finestra lo tiene d’occhio – “Perché ti metti quella cravatta se non puoi uscire?”“Perché il tempo passa, anche se restiamo qui dentro. Bisogna pur farglielo sapere che lo notiamo”.

Giorgio Gaber, C’è solo la strada (Anche per oggi non si vola, 1974)

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (Adelphi, 1982)

Carmelo Bene, Opere, con l’Autografia d’un ritratto (Bompiani, 2018)

Fonte

18/06/2015

Perché sto dalla parte di Fedez

Fedez è quel giovane rapper, che quando resta a torso nudo sembra la Cappella Sistina e che qualche mese fa fece scempio di Giovanardi esponendolo al pubblico ludibrio. In altra occasione ballò la samba sulla testa di uno stralunato Gasparri. E volete che non mi stia simpatico uno così?

Certo, il personaggio è crudele: ma come, incontri uno nelle condizioni di Giovanardi ed infierisci? Vergogna! Però glielo perdono… via. Come sanno i miei studenti, stare dalla parte dei giovani mi diverte.

Da alcune settimane c’è una vera e propria campagna contro di lui: violento, opportunista, finto rivoluzionario, figlio di papà, tamarro, gioca a fare l’”uomo contro” solo per far soldi, specchietto per le allodole…

Insomma una aggressione mediatica in piena regola, un tentativo di distruggerne l’immagine. Mughini (intellettuale che io apprezzo sin dai tempi di “Giovane Critica” e di cui, nella differenza delle posizioni, ho sempre letto con interesse quel che scrive) è giunto a chiedersi perché si debba dare la parola ad un “mentecatto” venticinquenne come lui. Poi gli ha chiesto scusa e la cosa gli fa onore, confermando che Mughini è persona corretta che ha il coraggio di ammettere i suoi sbagli. Ma al di là delle scuse, vorrei dire a Mughini: ma caro Giampiero, abbiamo giornali e televisione invasi da politici come Matteo Salvini, Elena Boschi, Alfano, economisti come Boeri e Giavazzi, critici come Aldo Grasso, e tu te la prendi con uno come Fedez, che evidenzia quale è il livello dei vari Gasparri e Giovanardi? Forse trovi troppo pittoresco il suo look? Ma ti ricordi come giravi vestito ai tempi del maggio francese? Io qualcosa la ricordo… Non ti viene il sospetto che somiglia molto a quando avevi venticinque anni? Anche perché il ragazzo non è affatto banale e dice non di rado cose di grande buon senso (hai letto quello che ha detto degli scontri del 1 maggio a Milano?). Ha detto che l’Expo odora di mafia… che enormità, vero? Ne riparliamo a novembre, a stand chiusi.

Filippo Facci (altra penna che apprezzo, anche se la usa su “Libero” che non è la mia lettura preferita) si sente disonorato di dover scrivere un pezzo su un tamarro venticinquenne per quel che è accaduto al Just Cavalli. Ma non capisce che quel mondo di giovani che lui snobba (“gente che non legge i giornali ed è assai se conoscono i verbi all’infinito”) non è affatto quell’aggregato di bruti che lui pensa e che, comunque è qualcosa con cui potrebbe essergli molto utile confrontarsi per capire il mondo di questo tempo; che poi, capire il proprio mondo, è quello che un giornalista dovrebbe far sempre. E poi… Tamarro. Ma in un paese che ha un Presidente del Consiglio come Renzi, vi pare che si possa dare del tamarro ad un ragazzo che fa il rapper?

Il Corriere della Sera on line gli dedica un pezzo (tutto sommato equilibrato) in cui gli rinfaccia estremismi, esagerazioni, incoerenze e contraddizioni, che, peraltro Fedez ammette candidamente, rispondendo che “ogni grande artista lo è, anche Caravaggio”. Magari il ragazzo non è umilissimo, ma dice una cosa vera e vorrei suggerire un nome più vicino e che gli somiglia molto più che Caravaggio: Carmelo Bene. Ma ve lo ricordate cosa combinò quando aveva 25 anni e, alla fine di uno spettacolo orinò in faccia all’ambasciatore argentino? Quanto alla coerenza non ne parliamo proprio: Bene era la persona più contraddittoria del mondo e proprio questa incoerenza era la base delle sue provocazioni intellettuali. Andatevi a rivedere su youtube “Bene contro tutti”, la serata del Maurizio Costanzo show dedicatagli…

Non credo che oggi ci sia nessuno disposto a negare che si sia trattato del nostro maggior genio teatrale dal 1945 in poi.
Fedez è un giovane artista agli inizi, non sappiamo se ce la farà a diventare grande o si perderà per strada. Per ora mostra di essere talentoso e non banale. Ovviamente lo si può criticare anche con severità, ma non dimenticando che, se in poco tempo ha messo insieme decine di migliaia di follower ed ha venduto oltre mezzo milione di copie dei suoi cd, questo vuol dire che rappresenta qualcosa. Da storico lo considero un documento d’epoca, una sonda per capire gli stati d’animo del mondo giovanile di oggi. Poi forse fra due anni non sarà più così, forse alla fine deciderà di fare altro nella vita o finirà il feeling con il suo pubblico, non possiamo saperlo (ma io gli auguro di durare e di raggiungere il migliore successo), per ora può essere un ponte fra questo mondo giovanile e quello degli adulti sempre più sordo.

C’è una diffusa ostilità verso i ventenni da parte delle classi d’età più alte, un’antipatia ed una chiusura di cui questa campagna contro Fedez è una manifestazione. Ho l’impressione che proprio la mia generazione, quella del mitico sessantotto, non perdona ai ragazzi di oggi di avere quei venti anni che non abbiamo più noi. Personalmente sono convinto che il modo migliore di non invecchiare sia quello di accettare i propri anni e di stare dalla parte dei più giovani. Ma c’è ancora qualcuno che si pone il problema degli obblighi che abbiamo verso le generazioni future?

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