di Sandro Moiso
Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini.
Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta bianca delle
pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e
odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su se stessi.
Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in
divenire. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si
poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica
dell’uomo, e vibrava di mistero.
(“La strada” – Cormac McCarthy)
Il 20 luglio di quest’anno Cormac McCarthy avrebbe compiuto 90 anni.
Per uno di quegli insondabili moti degli orologi biologici individuali
così non è stato e lo scrittore americano se n’è andato il 13 giugno,
nella sua casa nei pressi di Santa Fe, nel Nuovo Messico. Tornando a
quel mistero, di cui la morte individuale è la massima espressione e
manifestazione, di cui parlava nell’ultima riga di uno dei suoi romanzi
più conosciuti.
Se la letteratura americana migliore è impregnata del mistero della
morte, in tutte le sue possibili forme, Cormac McCarthy ne è stato forse
il cantore più coerente e inflessibile.
Morte per violenza, soprattutto, ma anche morte come fine di tutto: di una vita, di un ciclo, di un mondo, talvolta, come in Non è un paese per vecchi, del senso e di qualsiasi tentativo di dare un significato alle azioni degli uomini.
In un mondo che, invece, ha cercato di allontanare da sé la morte,
pur producendola in maniera esagerata, continua e con qualsiasi mezzo,
trasformandola narrativamente in un accidente, magari irrimediabile, ma
pur sempre tale. Un intoppo nel percorso di vite destinate all’eternità
non solo spirituale ma anche fisica e alla realizzazione di sé
attraverso il consumo e la produzione di ricchezza (quest’ultima
decisamente meno egualitaria della morte che, almeno e nonostante gli
sforzi di conservazione criogenica della carcassa individuale, in attesa
di un futuro migliore, arriva sempre e comunque per tutti).
Come scriveva già il sottoscritto, qualche anno fa, l’ossessione
ricorrente nella maggior parte della migliore letteratura americana
certo è
quella della morte. E del male. Che spesso la precede e sempre l’accompagna.
Sarà l’origine puritana di gran parte della cultura “bianca”
statunitense, ma da Herman Melville a William Faulkner, da Edgar Allan
Poe a Ernest Hemingway e da Jack London fino a John Williams la grande
mietitrice aleggia su gran parte delle vicende narrate. Anzi si potrebbe
forse dire che il “vitalismo” che sembra aver contraddistinto alcuni
dei suoi capolavori non avrebbe senso se non fosse accompagnato dalla
sua ombra costante.
Eppure quanta profondità, quanto nichilismo, quanta disperata
solitudine, quanta assenza di qualsiasi forma di salvezza contengono
quelle pagine. Dai racconti western di Bret Harte a Mark Twain e da
Howard P.Lovecraft a Larry McMurtry, solo per citarne alcuni e di epoche
diverse.
L’umorismo della frontiera nascondeva quasi sempre la solitudine
dell’uomo sulle Grandi Pianure e, per default, la sua eterna solitudine
davanti all’universo e alla morte. Mentre l’orrore cosmico non
costituiva altro che il suo logico corollario.
Morte mai consolatoria, come il cattolicesimo, inavvertitamente, ha
invece spesso suggerito anche ai romantici più agguerriti della
letteratura italiana. Male privo di salvezza che, nella migliore
tradizione luterana, non poteva e non potrà mai trovare consolazione in
alcunché.
Vite e vicende senza speranza, senza significato, senza via d’uscita o
possibilità di redenzione. Da Jim Thompson a David Goodis, dal Charles
Bukowski di Pulp alla grandissima, eppur cattolicissima, Flannery O’Connor di Un brav’uomo è difficile da trovare1.
McCarthy ha sempre suonato il controcanto del fasullo vitalismo
americano e per fare ciò ha smontato ogni mito, a partire da quello
della Frontiera e se Morte e Male costituiscono i due caratteri
dominanti della grande letteratura d’oltre oceano, allora Cormac
McCarthy ne ha rappresentato la summa. Non solo epocale o generazionale ma, forse, definitiva, tracciando, romanzo dopo romanzo, la storia della morte americana.
Morte e non Storia, soprattutto degli ultimi due
secoli. Quelli di solito più celebrati dalla cinematografia di Hollywood
e dalla letteratura mainstream. Quelli che hanno visto liberarsi al
massimo le forze produttive degli Stati Uniti e, contemporaneamente,
anche la loro più violenta forza distruttrice e la più determinata
volontà di dominio e rapina. La morte e il male appunto.
Che in Cormac McCarthy sono tutt’altro che metafisici. Sono ben
radicati negli individui e nei loro talvolta diabolici oppure talvolta
stupidi o, ancora, talvolta soltanto raffazzonati progetti. Vendicarsi,
arricchirsi, levarsi al di sopra degli altri uomini oppure semplicemente
cercare di sopravvivere o di “essere giusti”: tutto porta alla morte e
con sé, inevitabilmente, il male e il dolore.
Da coloro che cercano di usare a proprio vantaggio lo spietato killer di Non è un paese per vecchi,
fino allo sceriffo che rinuncia ad inseguirlo, perché sarebbe soltanto
inutile, pericoloso e fallimentare, al killer stesso che sopravvive solo
in attesa di portare ancora morte e dolore. Al padre che cerca di
proteggere il figlio dai pericoli di un mondo già morto nel romanzo La strada; da Meridiano di sangue,
ambientato alla metà dell’ottocento, in poi tutto traccia soltanto il
declino, privo di qualsiasi ascesa precedente, del sogno americano. Che,
in sostanza, finisce per rivelarsi soltanto per quello che è: un lungo
incubo e nient’altro.
Come afferma Malkina, la dark lady di origine argentina che si staglia al centro della vicenda di The counselor (Il procuratore,
Einaudi 2013), mentre confessa provocatoriamente i propri impulsi
sessuali irrefrenabili ad un parroco vile e spaurito, esaltando la
grazia e la bellezza e la ferocia dei grandi felini.
Vedere la selvaggina ammazzata con eleganza mi tocca
profondamente […] Una cosa del genere è sempre sessuale. Ma la grazia.
La libertà. Il cacciatore ha una purezza di cuore che non esiste da
nessuna altra parte. Credo che a definirlo non sia tanto quello che è
diventato quanto tutto quello che è riuscito a non essere. Non puoi
assolutamente distinguere quello che è da quello che fa. E quello che fa
è uccidere. Noi naturalmente siamo un’altra storia. Sospetto che siamo
inadatti per la strada che abbiamo scelto. Inadatti e impreparati.
Vorremmo stendere un velo su tutto questo sangue e questo terrore. Che
ci hanno portati qui. La nostra debolezza di cuore rischia di chiuderci
gli occhi su tutto questo, ma facendo ciò fa il nostro destino. Forse
non sarai d’accordo. Non so. Ma non c’è niente di più crudele di un
codardo, e probabilmente il massacro che verrà supera la nostra
immaginazione2.
D’altra parte la stessa Malkina è in qualche modo prodotto e
conseguenza di una narrazione letteraria e politica che nasconde la
menzogna e la violenza che sono servite a mantenere inalterato il volto
perbenista di una società che dopo aver artificialmente rimosso il Ricordati che devi morire
della tradizione latina, muore giorno dopo giorno nel dolore di cui,
troppo spesso, è essa stessa causa e di cui non vuole sentir nemmeno
parlare e in cui la morte e il male sono portati alle estreme
conseguenze, mentre solo chi ha già molto sofferto può tentare di
sopravvivere. «Non li ho mai conosciuti i miei genitori. Li hanno
buttati giù da un elicottero nell’Oceano Atlantico quando avevo tre
anni»3.
Scorrendo tutte le pagine dell’opera di McCarthy, per certi versi unico
vero erede del lato più tragico e provocatorio di William Faulkner, non
è difficile capire perché, proprio un attimo prima del raggiungimento
del successo con il romanzo All the Pretty Horses (1992 – Cavalli selvaggi,
Guida 1993 – Einaudi 1996) che vinse il National Book Award nel 1992,
tutte le sue opere precedenti (fino ad allora cinque) fossero uscite dal
catalogo della Random House nonostante il successo di critica, non
accompagnato però da un adeguato risultato nelle vendite e presso il
pubblico. Compreso quello che sarebbe stato poi considerato uno dei
suoi capolavori, se non proprio il capolavoro, Blood Meridian, del 1985 (Meridiano di sangue, Einaudi 1996).
L’autore americano aveva iniziato la sua carriera nel 1965, all’età
di 32 anni. Era un dropout dell’Università del Tennessee, privo di
agente letterario, quando aveva sottoposto il dattiloscritto del suo
primo romanzo proprio alla Random House. Manoscritto che per puro caso
finì sulla scrivania di Albert Erskine, colui che aveva fatto pubblicare
Ralph Ellison, Robert Penn Warren e lo scrittore che sembra aver
maggiormente ispirato McCarthy: William Faulkner. Erskine apprezzò il
“manoscritto” e così la Random House pubblicò il primo romanzo, The Orchard Keeper (Il guardiano del frutteto,
Einaudi 2002), un debutto ruvido, strano e decisamente non commerciale,
che però già conteneva alcuni dei temi tipici di tutte le sue opere
successive.
Se ne sono andati tutti, ormai. Scappati, banditi nella
morte o nell’esilio, perduti, rovinati. Sole e vento percorrono ancora
quella terra, per bruciare e scuotere gli alberi, l’erba. Di quella
gente non rimane alcuna incarnazione, alcun discendente, alcuna traccia.
Sulle labbra della stirpe estranea che ora risiede in quei luoghi, i
loro nomi sono mito, leggenda, polvere4.
Eccone qui il primo esempio: il Mito della Frontiera e dei suoi
uomini liberi e indipendenti, indifferenti alle leggi del progresso e
abitatori di una terra selvaggia non è altro che polvere ancor più che
polverosa leggenda. Come si afferma nel risvolto di copertina della
prima edizione italiana, le vicende «hanno come sfondo un paesaggio
arcaico, descritto con una prosa dalle cadenze bibliche che rimanda alla
tradizione faulkneriana. I personaggi di McCarthy convivono con una
natura che non ha nulla di idilliaco, ma è capricciosa e ostile proprio
come i suoi abitanti.»
Un altro dei temi di McCarthy è infatti proprio la Natura,
indifferente al destino degli uomini e alle loro storie e la cui
sacralità è definita non dall’idillio, ma dalla sua crudeltà e
impenetrabilità. Non a caso gli sfondi più spesso descritti dall’autore
non sono quelli di colline e paesaggi ameni, ma piuttosto quelli di
deserti soleggiati e ricchi di tempeste di polvere, di rocce granitiche e
di pianure riarse dal sole. Per precipitare poi, in uno degli ultimi e
più noti romanzi, The Road (2006 – La strada, Einaudi
2007) in uno scenario di ceneri e alberi bruciati. In cui la specie
muore insieme al mondo che ha finto di poter dominare, soltanto per
distruggerlo.
Erskine smosse mari e monti per promuovere il libro, sollecitando
autori come Truman Capote, James Michener e Saul Bellow affinché lo
leggessero, ma nonostante questi sforzo promozionale il romanzo vendette
poco. Così come il successivo del 1968, Outer Dark (Il buio fuori, Einaudi 1997).
Una storia scandalosa e crudele in cui un giovane insegue la sorella,
da cui ha avuto un figlio che lui ha cercato di uccidere subito dopo la
nascita, attraverso gli stati del Sud degli Stati Uniti all’inizio del
‘900. Una storia di incesto e povertà cui si sovrappone la violenza di
un mondo spietato e, come sempre, tinto di rosso cremisi. Con un epilogo
di inimmaginabile crudeltà, come se l’entità che sembrerebbe presiedere
nella più totale indifferenza le vicende umane avesse finalmente deciso
di svelare il proprio ghigno grondante sangue.
Quando la Random House chiese a McCarthy se avesse qualcuno a cui inviare il suo terzo romanzo, Child of God (1973 – Figlio di Dio,
Einaudi 2000) la storia di un assassino seriale e necrofilo che
terrorizza una contea del Tennessee, l’autore, con una lettera, rispose:
«Ed McMahon del Tonight Show, è un conoscente. Siamo stati a pescare
insieme a Bimini la primavera scorsa e poi a bere al Cat Cay (fino a
quando è caduto dal molo e hanno dovuto portarlo in aereo a Lauderdale
per ricorrere alle cure ospedaliere). Provate a fargli giungere una
copia del mio libro. Dovrebbe leggerlo (non come beve, certamente, ma
più o meno)5.»
Quel romanzo, ancora una volta, raccontava il trionfo assoluto del
Male, incarnato nella figura di Lester Ballard, uno dei tanti white trash
che popolano le catapecchie del Sud rurale, le campagne ferme nel tempo
in cui la Storia è scandita dai linciaggi e dalle pubbliche
impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto costituiscono la regola,
dove la miseria e l’abiezione sommergono qualsiasi forma di società
strutturata secondo i canoni della modernità. Un mondo destinato a
produrre mostri e su cui sembra campeggiare, come in ogni altro romanzo
di McCarthy, l’avviso: No politically correct, please.
Se la casa editrice contattò o meno McMahon non è dato sapere, però
anche quel romanzo vendette poco o nulla. Così come il quarto Suttree, pubblicato nel 1979 (Suttree,
Einaudi 2009). Romanzo che il critico Stanley Booth definì come il
«libro più esilarante di McCarthy, ma anche il più insopportabilmente
triste.» Popolato da una schiera di ladri, derelitti, miscredenti,
paria, poltroni, furfanti, spilorci, balordi, assassini, giocatori,
ruffiani, troie, sgualdrine, briganti, bevitori, ubriaconi, trincatori e
quadrincatori, zotici, donnaioli, vagabondi, libertini e debosciati
vari.
È il mondo di Knoxville, Tennessee, nel 1951 ed è quello in cui vive e
sopravvive Cornelius “Buddy” Suttree, il pescatore protagonista delle
vicende narrate. L’altra faccia dell’America perbenista narrata
dall’immaginario dell’American way of life dunque.
In quell’occasione l’autore aveva ottenuto il riconoscimento di
autorevoli premi letterari e borse di studio finanziate dall’American
Academy of Arts and Letters, dalla Fondazione Guggenheim e dalla
Fondazione Rockfeller, mentre nel 1981 ne ottenne anche una dalla
MacArthur che, come avrebbe scritto ad un amico, rappresentava una
piccola “manna” che gli avrebbe permesso «di rimanere nel “business”
ancora per un po’.»
Nel 1976 si era trasferito a El Paso dove si sarebbe in seguito
documentato e avrebbe iniziato a scrivere il suo quinto romanzo, Blood Meridian.
Un libro violentissimo, l’unico in cui compaiano i nativi americani
colti nel momento in cui guerreggiano selvaggiamente contro i bianchi
che invadono i loro territori sempre più in profondità e mentre un
branco di mercenari, comandati da uno dei personaggi più infernali
usciti dalla mente di McCarthy, il giudice, scorrazza sulle
pianure del Texas e del Sud-ovest, uccidendo e scalpando i membri delle
tribù distribuite a cavallo del confine tra Stati Uniti e Messico.
È la storia di un ragazzo che a quattordici anni lascia la casa
paterna nel Tennessee e si dirige avventurosamente, disperatamente,
coraggiosamente e incoscientemente verso l’Ovest, verso il West. Ma il
lettore non si aspetti un romanzo di formazione. L’America, come avverrà
poi nel terzo e ultimo romanzo della trilogia della Frontiera, Cities of the Plain (1998 – Città della pianura,
Einaudi 1999), non cresce o educa i suoi figli: li divora. In Vietnam
come in tante altre inutili guerre ai confini del suo impero, negli
slums delle metropoli come sulle pianure secche e aride del West. Tom
Sawyer in un romanzo di McCarthy non avrebbe mai avuto il tempo di
diventare saggio o adulto, avrebbe avuto soltanto il tempo di morire.
Possibilmente in maniera ingiusta e violenta.
E anche i nativi non sono da cartolina. Non sono soltanto pacifici
rappresentanti di un mondo in estinzione davanti all’avanzata dell’uomo
bianco. Non espongono la bandiera a stelle e strisce come avviene in Soldato blu6
nel tentativo di non essere massacrati. Combattono, aggrediscono,
uccidono, scalpano e stuprano (anche le “giacche blu”), riservando ai
bianchi ciò che questi ultimi hanno perpetrato su di loro. Non per nulla
Blood Meridian è stato definito, dal critico statunitense Harold Bloom, come «il western definitivo».
La brigata intanto si era fermata e vennero sparati i
primi colpi e il fumo grigio dei fucili ondeggiò tra la polvere mentre i
lancieri rompevano le file. Il ragazzo sentì il cavallo crollare sotto
di sé con un lungo sospiro compresso. Aveva già fatto fuoco col suo
fucile e adesso si sedette a terra e armeggiò con la giberna.[…]
Dappertutto c’erano cavalli a terra e uomini carponi, e ne vide uno
intento a caricare il fucile col sangue che gli colava dalle orecchie, e
vide uomini col revolver smontato che cercavano di infilare al posto
giusto il tamburo di riserva carico di pallottole, e vide uomini i
ginocchio che si piegavano di lato ad abbracciare la propria ombra sul
terreno, e vide uomini infilzati dalle lance e afferrati per i capelli e
scalpati in piedi, e vide i cavalli da combattimento calpestare i
caduti e un piccolo pony dal muso bianco con un occhio chiuso emerse dal
buio e cercò di morderlo come un cane e poi scomparve7.
È sempre una scrittura visionaria quella dell’autore statunitense,
in questo senso biblica per la forza delle immagini che sembrano andare
in sovrimpressione, soprattutto nella mente di chi legge. Ma nonostante
ciò, o forse proprio in virtù di tutto questo, anche il quinto romanzo
vendette poco, o nulla. Così a partire dalla seconda metà degli anni ’80
le prospettive di carriera dello scrittore si annunciavano ormai come
tetre e desolate.
Nel 1987 Erskine lasciò il suo posto alla Random House per andare in
pensione e McCarthy, nel 1989, ebbe modo di scrivere ad un amico: «Sono
stato uno scrittore professionale per 28 anni e non ho mai ricevuto un
assegno per i diritti d’autore. Penso sia davvero un record.» Ciò
significava, al di là dei riconoscimenti ricevuti e della successiva
fortuna editoriale, che lo stesso avrebbe dovuto cambiare il modo di
presentare i suoi libri agli editori. Soprattutto dopo il ritiro di
Erskine.
E così fu. In un contesto in cui le grandi corporation, proprio a
partire dagli anni Ottanta, avevano iniziato ad assorbire un grande
numero di case editrici, grandi, medie e piccole, che erano state messe
in ginocchio dall’aumento dei prezzi determinato dall’inflazione degli
anni Settanta che a parità di salari aveva fatto sì che il costo dei
libri aumentasse e i lettori diminuissero. Da lì in avanti alla
direzione delle case editrici più grandi furono messi uomini che non
venivano dalla “letteratura” (come agenti o editori), ma dal marketing.
Nel frattempo McCarthy aveva scritto a Lynn Nesbit (che
rappresentava, tra i tanti altri, autori come Joan Didion, Toni Morrison
e Tom Wolfe) in cerca di un agente. Per farlo, le aveva scritto le
seguenti parole: «Non ho mai avuto un agente prima d’ora, ma penso che
sia giunto il momento di averlo e così, se è interessata a parlarmi, può
chiamarmi prima di mezzogiorno, ora delle Montagne Rocciose (Rocky
Mountain time).»
La Nesbit passò la lettera ad una sua protetta, Amanda “Binky” Urban, che aveva letto Suttree
e lo aveva trovato stupefacente. Così Amanda Urban prese in carico lo
scrittore e progettò il suo passaggio dalla Random House alla Knopf,
dove un nuovo direttore editoriale, Sonny Metha, aveva bisogno di un
buon colpo iniziale. Quando la Urban gli propose McCarthy, stimato
borsista della MacArthur che però non aveva ancora venduto, con un
francesismo, un cazzo, Metha rispose: «Già lo amo».
La stessa Urban, in seguito, avrebbe affermato: «Non potevo credere
di stare per prendere in mano il telefono e chiamare un autore che fino
ad allora aveva venduto al massimo 2500 copie». Ma in quel frangente si
aprirono le porte del successo per McCarthy, con il romanzo Cavalli selvaggi,
che non è certo tra i suoi migliori, ma da cui fu tratta una versione
cinematografica, anch’essa risibile rispetto a quelle tratte da La strada e Non è un paese per vecchi, interpretata da un giovane Matt Damon.
Romanzo che apriva però quella trilogia della frontiera cui si è già accennato e di cui il secondo, The crossing (1994 – Oltre il confine,
Einaudi 1995), costituisce forse la summa della visione tragica e
nichilista della vita contenuta in tutta la sua opera. Ancora una volta
la storia di un giovane, Billy Parham, che lascia la casa di famiglia
per addentrarsi, alle soglie del secondo conflitto mondiale, “oltre il
confine” nel Messico. Tra deserti, montagne, cavalli, fantasmi di uomini
e rivoluzioni, fotografie sbiadite e zingari alla ricerca dei
proprietari delle stesse perché si riconoscano prima di svanire anche
loro nel tempo o più semplicemente nel nulla.
A farla da padrone è ancora una volta il paesaggio metafisico, ma
concretissimo, che assume il ruolo di testimone muto e spietato che
vedrà due fratelli cercarsi, perdersi, trovarsi e perdersi ancora su un
confine, quello del Sud-ovest, che più che una linea divisoria tra gli
stati sembra tracciare quella tra tra il mondo reale e quello narrato,
tra la Vita e la Morte, l’Essere e il Nulla.
Dovevano ancora venire altri romanzi, tutti di successo soprattutto
negli Stati Uniti, ma già in un’intervista dl 1992, rilasciata al
settimanale tedesco «Der Spiegel», McCarthy avrebbe dichiarato: «Le
classifiche dei bestseller non hanno nulla a che fare con la
letteratura. Ha mai guardato i titoli che sono in classifica? Pensa che
sia lusinghiero essere in quella compagnia?». E poi, a proposito
dell’America: «Più di ogni altro paese sulla terra, l’America è una
provvisorietà. Un’invenzione senza storia». In quell’occasione
l’intervistatore ebbe modo di osservare come l’autore, che abitava
ancora a El Paso «dove la città dei morti sembra provvisoria come la
città dei vivi:
È affascinato dalla prospettiva in cui l’astrofisica
colloca la storia umana, l’insensato arrancare dell’umanità e la sua
sofferenza. Ci sono molti elementi che suggeriscono, dice, che
l’esperimento umano sarà presto finito. E stranamente, come i
predicatori dei suoi romanzi, Cormac McCarthy è un moralista. Meno
fanatico, più rassegnato. Quando parla di sventura, non parla di
catastrofi ecologiche o economiche, ma della morte interiore dell’uomo,
della morte del significato. «Come si può vivere senza morale?», dice ad
un certo punto.[…] Ha sottotitolato il suo romanzo Meridiano di sangue
il “rosso della sera dell’Occidente”, un libro che, come i dipinti di
Hieronymus Bosch, fornisce metafore per la caduta dell’umanità8.
Certo un moralista, come lo sono stati Leopardi o Céline, eccessivi
perché perfettamente consci della condizione umana e delle menzogne di un secol superbo e sciocco. Consci che l’ingiustizia, la violenza, il dolore fanno parte di tale condizione e che non saranno le fregnacce liberali, new age, politically correct e della cancel culture
(tutte varianti di un unico perbenismo già morto e sepolto) a
modificarla. Anzi tali fregnacce son proprio ciò che è necessario
continuare a diffonder per nascondere la realtà. Non a caso uno
(Céline) è stato demonizzato, l’altro (Leopardi) sminuito a pessimista
gobbo e quasi cieco e McCarthy spesso inquadrato in un canone
americano di difesa di valori che non ha mai sicuramente apprezzato.
Proprio per questi motivi, in tempi di guerra e di crisi autentica
dell’Occidente e dei suoi “valori fondativi”, è consigliabile che il
lettore non si adagi sulle false sicurezze e le false speranze,
distribuite a piene mani sia da destra che da sinistra, e faccia
piuttosto un salto di paradigma iniziando subito a sprofondarsi nella
lettura dell’opera di McCarthy. Possibilmente integrale.
Note
Fonte