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16/11/2016

Piccoli razzisti crescono. Stephen Bannon alla Casa Bianca

La Lega anti-diffamazione ed i Democratici intervengono sulla nomina del dirigente della Breitbart

Il neo-eletto presidente degli Stati Uniti ha contattato Stephen K. Bannon, il discusso amministratore delegato della Breitbart News*, per ricoprire alla Casa Bianca l’incarico di “chief strategist”, e “senior adviser”, più o meno il corrispettivo del nostro consigliere “strategico”, o capo di gabinetto. L’incarico ha già scatenato la violenta reazione dei gruppi antidiscriminazione.

Bannon ed il sito web in cui ricopre una carica dirigenziale, sono collegati all’ala di estrema destra ultraconservatrice, denominata “alt-right” (abbreviazione di “alternative right”, destra alternativa), un gruppo di cittadini “molto nostalgici”, quasi una setta, costituito in larga parte, da suprematisti bianchi; per molti, il suo inserimento nella squadra governativa è un consenso alle posizioni estreme che molti sostenitori di Trump hanno sollecitato per tutta la campagna elettorale.

Inizialmente l’ex regista e produttore di Hollywood, nonché amministratore delegato della Goldman Sachs,** si credeva fosse stato scelto da Trump per ricoprire il ruolo di Capo dello Staff (figura di grande potere, a volte viene definito come il secondo uomo più potente a Washington), ruolo per il quale è stato poi scelto il Presidente del CEO, il Comitato Nazionale del Partito Repubblicano, Reince Priebus. In risposta all’annuncio della nomina di Bannon da parte di Trump, si sono levate una serie di critiche, a denunciare la sua scelta.

La Lega Anti-diffamazione, un gruppo a sostegno della comunità Ebraica, ha sottolineato la sua forte opposizione a Bannon. “E’ un giorno triste quando, un uomo che dirige un sito web di punta nel mondo della “alt-right” la destra estrema – un gruppo connesso ai suprematisti bianchi e sfacciatamente razzista ed antisemita – viene inserito nella lista per essere nominato consigliere esecutivo nello staff della “casa della nazione”, si legge nella dichiarazione della ADL.

Il “Southern Poverty Law Center”, un centro che monitora il crimine e la violenza negli States, ha dichiarato in un tweet che Bannon “è stato il deus-ex-machina, il vero traghettatore che ha guidato la Breitbart a divenire una fabbrica di propaganda etnico-nazionalista per l’uomo bianco”

Consulenti politici ed analisti strategici per conto del Governatore dell’Ohio John Kasich, già in corsa per la Casa Bianca, hanno ammonito su Twitter gli Americani, a “vigilare molto da vicino”, la figura di Bannon.

Anche diversi membri del Congresso sono intervenuti nel dibattito. Un portavoce per il Senatore Democratico Harry Reid, ha espressamente denunciato la scelta di Bannon nella dichiarazione che segue: “E’ facile capire perché il KKK (Ku Klux Klan, nome della più vasta organizzazione clandestina razzista d’America) guarda a Trump come al suo “campione”, se è lo stesso Trump a nominare uno dei principali propagandisti dei temi e della retorica suprematista bianca, all’apice della lista dei suoi assistenti”, dichiara il portavoce di Reid, Adam Jentleson, secondo il quotidiano americano “Politico”. Sempre su Twitter, il Democratico californiano Adam Schiff, ha definito la scelta di Bannon, prevedibile, ma “allarmante”.

Bannon aveva negato, in precedenza, di aver mai fatto commenti antisemiti, sebbene non avesse pubblicamente ancora rilasciato alcuna dichiarazione pubblica sulle reazioni alla sua nomina alla Casa Bianca.

Traduzione e cura di Francesco Spataro

*sito Americano di notizie “on-line” fondato da Adam Breitbart nel 2007 noto per le sue posizioni ultraconservatrici, dichiaratamente xenofobe e molto vicine alle idee dei “suprematisti bianchi”. Stephen Bannon, è stato amministratore delegato di una delle sezioni del sito, dal 2012 ad oggi.

** Una delle banche d’affari più importanti nel mondo. Si occupa quasi esclusivamente di investimenti finanziari.

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20/07/2015

Negli Stati Uniti ritorna il Ku Klux Klan

Il Ku Klux Klan è tornato. Anzi, in realtà non è mai andato via. E non è una battuta o un'esagerazione. Il movimento razzista statunitense, quello dei cappucci bianchi a punta, dei roghi, delle svastiche e del white power: proprio loro. E fondamentalmente fanno sempre le stesse cose, tanto che nelle ultime settimane i roghi delle 'black church' sono stati così tanti da spingere l'Fbi ad aprire una vasta indagine su larga scala: l'ultimo caso è stato registrato pochi giorni fa, a Houston in Texas, con la storica Fifth Ward Missionary Baptist Church completamente distrutta in un incendio doloso.

Domenica pomeriggio, a Columbus (South Carolina) sulle scale del palazzo del governo si è riunito un gruppo (neanche molto numeroso, in realtà) di suprematisti bianchi, tutti lì schierati per difendere la bandiera confederata, ammainata dopo la strage nella chiesa di Chesterton dalla governatrice repubblicana Nikki Haley in quanto ‘simbolo di odio e discriminazione’. Il vessillo sudista, negli Usa, viene considerato sempre più una istigazione all'odio, un cimelio dei tempi dello schiavismo e dei campi di cotone. Questo i razzisti del Kkk lo sanno bene e proprio per questo la difendono per ciò che rappresenta, anche se alcuni ingenui difensori della bandiera confederata fanno finta di niente: da queste parti il 'white power' si gioca a carte scoperte, in maniera molto più naif che nella vecchia Europa, dove il fascismo ha contorni sempre diversi, almeno di facciata: dalle nostre parti si usano termini come 'sovranisti', 'nazionalisti' o amenità del genere, dall'altra parte dell'Atlantico si espongono direttamente le croci uncinate. Così, per non lasciare margini di dubbio.

Il redivivo Ku Klux Klan, però, non fa più paura come una volta, a dire il vero: infatti mentre le teste rasate campeggiavano a Columbus, in strada sono arrivati quelli del New Black Panther Party, autoproclamatisi eredi del movimento afroamericano degli anni '60 e '70, impegnati a manifestare in favore degli insegnanti che manifestavano per i loro diritti e i loro stipendi. La tensione tra i due gruppi è salita alle stelle ed è esplosa nel giro di una manciata di minuti: inseguimenti, botte, un militante xenofobo immortalato mentre se la fa letteralmente sotto davanti ad un ragazzone di colore che gli inveisce contro e una bandiera sudista data alle fiamme. La stampa ha cercato di iniettare una qualche dose di buonismo spammando la foto di un poliziotto afro che aiuta un razzista con la coda tra le gambe. Il bilancio della polizia riporta: cinque arresti e ventitré feriti.

La questione del ritorno in pubblico del Kkk ha scosso l'opinione pubblica statunitense, anche se non si può certo parlare di sorpresa: non sono più gli anni '20 quando i simpatizzanti erano stimati in quattro milioni, ma si ritiene comunque che tra i 21 gruppi sparsi sul territorio nordamericano, i militanti della sigla – una delle tante dell’arcipelago razzista – siano circa quattromila. Si tratta di fazioni sparse, senza grande credibilità, con strutture interne discutibili e spesso in conflitto tra loro, ma le azioni violente non si sono mai realmente fermate.

In uno dei suoi ultimi film, Woody Allen sosteneva che «averne uno alla Casa Bianca non vuol dire che per un nero sia più facile prendere un taxi», adesso sappiamo anche che, almeno negli stati del sud, le teste rasate vanno ancora di moda.

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