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07/12/2024

Panetta propone un patto sugli Eurobond per finanziare il piano Draghi

Qualche giorno fa, al 20esimo Foro di dialogo Spagna-Italia a Barcellona, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha fatto una proposta molto precisa sulla ridefinizione della UE per stare al passo con la nuova fase internazionale: finanziare un quarto degli investimenti previsti dal rapporto Draghi sulla competitività con titoli di debito comune.

L’economista ha sottolineato come “il divario rispetto agli Stati Uniti si è aperto sul finire del secolo scorso con la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per poi ampliarsi con la rivoluzione digitale e infine con l’intelligenza artificiale”. E che dunque serve “un productivity compact che mobiliti investimenti pubblici e privati in beni comuni strategici”.

Serve, insomma, un mercato dei capitali europeo capace di spingere i soldi verso i settori centrali della competizione globale, nei modi e negli ordini di grandezza necessari. Sono due, secondo Panetta, i principali problemi che oggi impediscono di muoversi in questa direzione, e su cui già fornisce soluzioni da strutturare.

Innanzitutto, l’incompletezza dell’Unione Bancaria nella UE, che porta i membri a operare prevalentemente sui mercati nazionali. “L’istituzione del Meccanismo di vigilanza unico e del Meccanismo di risoluzione unico ha rappresentato un importante passo in avanti”, ha detto, “ma non è bastata a creare un mercato bancario europeo pienamente integrato”.

Secondo Panetta, è finito il tempo dell’approccio a piccoli passi, che non è più adatto alle sfide attuali. Ora bisogna fare un grande salto, e uno strumento fondamentale per farlo sarà la creazione degli Eurobond, un titolo di debito comune a livello UE privo di rischi, che “è essenziale per il funzionamento dei mercati dei capitali sviluppati”.

Esso “costituirebbe una forma di garanzia finanziaria utilizzabile in ogni paese e in tutti i segmenti di mercato, agevolando gli scambi interbancari collateralizzati e migliorando la capacità di diversificare i rischi per gli intermediari”. Inoltre, “un titolo privo di rischio attrarrebbe anche investimenti esteri, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro”.

Sintetizzando, la creazione degli Eurobond aiuterebbe l’Unione bancaria, lo sviluppo di un mercato integrato dei capitali, la stabilità dei titoli nazionali, e darebbe smalto all’uso dell’euro come valuta internazionale, in competizione con il dollaro. Ma questi titoli potrebbero essere usati anche per finanziare direttamente il potenziamento delle filiere europee.

“Se si decidesse di finanziare il 25% di un piano di investimenti da 800 miliardi all’anno per sei anni” – quello delineato da Draghi nel suo rapporto di settembre alla Commissione UE – “il debito comune europeo raggiungerebbe il 6% del PIL della UE nel 2030. Includendo i titoli NGEU e altri programmi gestiti dalla Commissione europea, si arriverebbe al 10% del PIL”.

Fino a oggi, ricorda Panetta, “quattro quinti degli investimenti produttivi europei sono stati finanziati da privati”, ma ora “è ragionevole attendersi un aumento della quota pubblica, poiché molti interventi – come la produzione di tecnologie innovative, la transizione digitale, la sicurezza energetica e la difesa – riguardano beni pubblici europei”.

Le voci di spesa citate sono quelle sulle quali la UE vuole assumere un ruolo di attore globale. Nelle conclusioni il governatore di Bankitalia ricorda la frase di Jean Monnet, per il quale “l’Europa si forgerà nelle crisi”, e questa a suo avviso dà l’occasione di portare a compimento il progetto imperialistico istituzionalizzato nella UE.

Panetta ha detto che ciò non implica necessariamente passare immediatamente all’unione fiscale, a cui sempre si sono opposti i falchi centro-nord europei a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, e che negli Eurobond ne vedevano il primo passo. Ma stavolta è stata addirittura Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ad affermare che “un’unione fiscale sarebbe un miglioramento”.

Lo ha fatto in audizione presso la Commissione affari economici e monetari del Parlamento Europeo. Lagarde ha detto: “il tema ha davvero a che fare con il completamento dell’unione monetaria. Ci sono diversi modi per arrivarci: gli Eurobond sono un’opzione, altrimenti, una capacità fiscale più forte, un finanziamento congiunto di beni comuni”.

Sul tema dei tassi Panetta non sempre è andato d’accordo con il Comitato esecutivo della BCE, chiedendo un taglio più deciso. Ma le parole della sua presidente sembrano questa volta nettamente in linea con le proposte fatte dal governatore di Bankitalia. Ma c’è di più.

Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, ha dichiarato al Financial Times che sarebbe auspicabile una riforma della norma introdotta nella Costituzione tedesca nel 2009 che impone di rimanere entro un indebitamento massimo dello 0,35% del PIL. Il rapporto debito/PIL della Germania dovrebbe chiudersi quest’anno al 63,5%, 25 punti sotto la media dell’Eurozona.

Può dunque sembrare poca cosa, ma si tratta in realtà di un vero e proprio terremoto della gabbia dei vincoli di bilancio a cui ci hanno voluto abituare negli ultimi decenni. Anche il candidato alle elezioni di febbraio per l’Unione Cristiano-Democratica, Friedrich Merz, ha già anticipato che potrebbe essere aperto a riformare il freno al debito.

Del resto, la Germania vive una situazione economica critica, ed è difficile che riesca a uscirne continuando a imporre la visione di base mercantilistica che era già morta ai tempi del Covid-19. E lo è in maniera tanto più evidente ora, quando persino i Bund tedeschi hanno smesso di essere il bene-rifugio per eccellenza (quel che, per esempio, non viene detto dai governanti italiani è che lo spread di Btp rispetto ai Bund tedeschi è molto diminuito soprattutto perché, in termini assoluti, è aumentata la “rischiosità” dei secondi; non solo e non tanto, insomma, per la “bravura” di Giorgetti & co.).

Sempre nell’audizione di Strasburgo appena ricordata, anche Lagarde ha dato un suo primo assenso. Rimane in ambito tedesco ancora una certa contrarietà al taglio dei tassi, ma è possibile che mentre l’economia crolla, i governi di Francia e Germania sono in crisi e la situazione inflazionistica non sembra ancora stabilizzata, all’incrocio di questi nodi si definisca un nuovo patto europeo.

Non sarà facile trovare una mediazione tra andamento dei tassi, definizione degli Eurobond, flessibilità sui conti pubblici (per Berlino, ma non per Roma o Parigi). Concedendo però da una parte e togliendo da un’altra, ai vertici della UE potrebbe esser trovato un accordo per implementare importanti cambiamenti dell’architettura comunitaria.

Ovviamente, a fare da bussola in questo salto di qualità nella competizione globale, volenti o nolenti, sarà ancora la visione strategica delineata da Mario Draghi, che negli ultimi dieci anni si è mostrato come l’esponente più lucido della classe dirigente europea. E dunque espressione, con la sua agenda, del nemico principale delle classi popolari del Vecchio Continente.

Fonte

21/07/2023

La guerra in Ucraina sta stressando l'austerità europea

Dopo 18 mesi di guerra statunitense in Europa (e contro l’Unione Europea, in specifico contro la crescente “egemonia tedesca”) gli effetti si fanno sentire. Per capirci qualcosa, però, bisogna evitare le trappole del pensiero “geostrategico”, o meglio di quella sua banalizzazione che riduce i problemi sistemici ed economici ad “affari tra gli Stati”.

Quel che è entrato in crisi è infatti un modello di governance delle economie continentali gestito da trattati, ma sorvegliato da una sovrastruttura sovranazionale relativamente indipendente dagli Stati che formalmente la compongono. Ma in definitiva orientata dal modello mercantilista di matrice ordoliberista, specificamente “tedesco”.

Secondo quel modello l’austerità nel controllo del debito pubblico, i bassi salari, la riduzione degli investimenti pubblici e soprattutto della spesa sociale dovevano produrre una duratura “crescita sostenibile” e senza squilibri.

Di fatto, come sappiamo, la crescita si è bloccata da molti lustri anche nel paesi-guida di questo modello (Germania e Francia). E prima la pandemia, ora la guerra, hanno fortemente eroso sia le condizioni per portarlo avanti, sia la sua credibilità nei confronti delle popolazioni.

La crescita in tutti i paesi UE dell’ultradestra parafascista è solo un riflesso – perverso e mostruoso – del venir meno del consenso sociale. Non è insomma questa crescita a determinarne la crisi, come vorrebbero far credere i governi parafascisti e nazionalisti. Demolendo, en passant, anche l’efficacia di qualsiasi richiamo “all’unità delle forze democratiche per impedire la vittoria delle destre” nelle varie elezioni.

La “riforma” della governance, come sempre nell’Unione Europea, avviene per “aggiustamenti successivi”, ma è importante notare come già i primi “aggiustamenti” mettono radicalmente in discussione i pilastri fondamentali dell’austerity “vecchio stile”.

Non certo per “svoltare” verso un modello sociale meno diseguale. Semmai per portare avanti i vecchi equilibri nelle nuove condizioni. Pesantemente scosse da una politica guerrafondaia statunitense che punta esplicitamente a fare dei paesi europei ex sovietici la punta di lancia di una riduzione “dell’Europa” a variabile dipendente dalla volontà di Washington. E delle multinazionali stelle-e-strisce.

Argomento complesso, certamente. Che bisognerà studiare più nei dettagli e nelle tendenze, ma che già ora solleva l’attenzione degli analisti più attenti. Il business as usual, in Europa, è finito.

Quello che lo va sostituendo viene monitorato molto da vicino. Forse anche troppo da vicino, col rischio che il dettaglio impedisca di vedere nelle sue reali dimensioni il processo in atto. Ma meglio informati che ignoranti...

Questo articolo di Francesco Ninfole, apparso su Milano Finanza, può aiutare a scuotere convinzioni e disinformazioni ormai fossilizzate...

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Si sta incrinando in Europa la linea tedesca sulle regole per gli Stati e le banche

Francesco Ninfole

Qualcosa si sta muovendo in Europa su Patto di Stabilità e bail-in delle banche.

I dogmi tedeschi, a lungo sostenuti anche da organismi europei, si stanno incrinando al di fuori della Germania. Perciò Berlino dovrà scontrarsi con più Paesi e anche con istituzioni come la Commissione Ue e la Bce, che si sono espresse a favore di una sostanziale revisione delle norme.

Sia chiaro, la Germania non vuole cedere. Basti pensare alle recenti dichiarazioni del ministro delle Finanze Christian Lindner che hanno confermato la tradizionale rigidità su regole fiscali e bancarie. Berlino ha ancora il potere di bloccare progressi su norme per gli Stati e Unione bancaria.

Ma si intravedono segnali di una maggiore consapevolezza in Europa degli errori della linea tedesca alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni. La pandemia e la crisi energetica hanno definitivamente evidenziato l’irrealizzabilità del Patto, mentre le crisi bancarie (anche quelle più recenti fuori dall’Europa) hanno indicato l’esigenza di maggiore flessibilità nella gestione dei dissesti.

La revisione del Patto

Riguardo al Patto, la Commissione ha messo da parte la regola del ventesimo, che imponeva un’automatica riduzione della parte del debito oltre il 60% del pil.

Il nuovo modello è basato sulla calibrazione della spesa e su piani concordati con gli Stati su un orizzonte di quattro anni, che può essere esteso a sette anni in caso di riforme e investimenti.

La Commissione, su pressione di Berlino, ha mantenuto alcune rigidità come l’obbligo per gli Stati di un aggiustamento fiscale annuo dello 0,5% per chi ha un deficit oltre il 3% del pil. Ma non c’è dubbio che l’approccio sia diverso da quello del passato.

Anche la Bce si è detta a favore di norme «attente alla crescita» e «più anticicliche» nella recente opinione ufficiale sulla riforma del Patto di Stabilità.

«Una stabilizzazione credibile dei rapporti debito pubblico/pil richiede politiche economiche favorevoli alla crescita, compresi gli investimenti pubblici, che devono essere adeguatamente incentivati», secondo la Bce.

La banca centrale non solo approva la direzione intrapresa ma accoglierebbe «con favore ulteriori progressi», come «un coordinamento più efficace dell’orientamento fiscale dell’area euro e l’istituzione di una capacità fiscale centrale permanente».

I tempi sono stretti per la riforma delle regole fiscali. La vecchia versione del Patto tornerà in vigore dal 2024. Perciò serve un accordo tra Stati prima di fine anno.

La Germania potrebbe approfittare della situazione per ostacolare la riforma, ma è anche vero che sempre più Paesi (tra questi anche la Francia) sono favorevoli a dare un’impostazione diversa alla normativa.

La normativa sui dissesti delle banche

Un altro netto cambio di rotta c’è stato in Europa sui dissesti bancari. La Commissione Ue nel 2015 ha impedito l’uso dei fondi di garanzia dei depositi nelle crisi (procurando un grave danno all’Italia), mentre ora proprio i Dgs (Deposit Guarantee Schemes) sono diventati un pilastro del nuovo sistema proposto. In mezzo c’è stata la sentenza su Tercas della Corte di Giustizia Ue.

Bruxelles ha allargato le risoluzioni alle banche medio-piccole consentendo un maggior ruolo nell’uso dei Dgs (tra cui l’italiano Fitd) attraverso l’abolizione della cosiddetta super-priority, come proposto da tempo dall’Italia, anche sulla base dell’esperienza delle crisi vissute sulla propria pelle.

I Dgs potranno contribuire alle svalutazioni richieste dal bail-in fino all’8% del passivo di una banca: così si possono evitare perdite per i depositanti, anche quelli non garantiti, cioè con conti oltre 100 mila euro (un’eventualità che sarebbe più probabile nelle banche medio-piccole).

Inoltre in questo modo si possono attivare in modo più semplice le risorse del Srf (Single Resolution Fund), un punto non gradito da Germania e Francia ma che sbloccherebbe denaro non utilizzato finora nelle crisi.

La Bce ha dato un giudizio positivo anche sulle proposte della Commissione Ue sulle crisi bancarie, in particolare riguardo al maggiore utilizzo dei Dgs. Come per le regole fiscali, per la Bce si dovrebbe semmai fare ancora di più, in particolare consentendo un’esenzione in caso di rischi per la stabilità finanziaria.

La clausola consentirebbe di accedere al Srf senza svalutare l’8% del passivo come richiesto dal bail-in, proprio per evitare in ogni modo che le perdite possano diffondere il panico tra i risparmiatori e innescare una crisi sistemica.

L’esenzione sarebbe possibile solo a condizioni stringenti. Per Lindner però «non è saggio» rinunciare alle perdite del bail-in perché «occorre avere la responsabilità degli azionisti e dei creditori».

La Bce ha evidenziato anche la necessità di maggior flessibilità nella procedura sulle ricapitalizzazioni precauzionali, usata in passato per Mps.

Inoltre Francoforte ha chiesto requisiti più stringenti sugli Ips (schemi di protezione istituzionale), al contrario di quanto vorrebbe la Germania.

Più in generale Francoforte ha osservato che occorre procedere con l’Unione bancaria definendo una garanzia comune sui depositi e attivando il Mes come backstop nelle crisi (un punto che invece rischia di essere un boomerang per l’Italia, unico Paese a non aver ratificato la riforma del Fondo).

La Bce ha chiesto una «rapida finalizzazione» delle proposte Ue sulle crisi bancarie ma non sarà semplice trovare un accordo prima della fine della legislatura europea. Berlino può ancora opporsi, così come per le nuove regole per gli Stati.

Ma l’Europa è sempre più consapevole, anche a causa degli errori del passato, che occorre cambiare rotta per garantire investimenti per gli Stati ed evitare che le difficoltà di una banca possano causare problemi sistemici.

Fonte