di Francesco Dall'Aglio
Giorni fa dicevo che le munizioni a grappolo non servono né a sminare il terreno né a coprire l'avanzata delle proprie truppe contro un nemico trincerato, nonostante quanto affermato sia dal Ministero della Difesa ucraino che dagli USA.
Casomai servono a difendersi, andando a colpire le truppe nemiche che si preparano ad attaccare, e questo oltre a essere un segnale del fatto che non ci sono più munizioni convenzionali da mandargli e bisogna tamponare con queste, potrebbe anche indicare che più che ad attaccare, ora le FFAA ucraine pensano a difendersi. E infatti.
Oggi la Reuters cita la conferenza stampa di John Kirby, che ha comunicato che le cluster bomb sono già in uso "con buoni risultati". E dove sono in uso?
Kirby ovviamente non lo dice, ma ci pensa il Daily Telegraph che intervista alcuni artiglieri della 14a brigata motorizzata, che le hanno ricevute e "presto le utilizzeranno" (intanto che fanno, se le guardano? Ovvio che le stanno già usando).
La 14a è sul fronte di Kupjansk. Dove attaccano i russi, non gli ucraini.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/07/2023
12/07/2023
La nave della morte a Talamone
Il 28 giugno l’Osservatorio Weapon Watch aveva annunciato il possibile attracco della nave della compagnia Saudita Bahri nel porticciolo toscano di Talamone tristemente e storicamente usato per le esportazioni di materiale bellico e per operazioni coperte sia militari che dei servizi segreti.
Alle 8:00 del 7 luglio è arrivata puntualmente in rada la Bahri, la cosiddetta “nave della morte”, come è stata chiamata dai portuali di Genova.
All’alba dello scorso venerdì 7 luglio siamo stati a Talamone, per riprendere l’annunciata operazione di carico del materiale bellico sulla nave Bahri, il cui arrivo nel porticciolo toscano era stato annunciato dall’Osservatorio Weapon Watch per la mattina alle 10:00 dello stesso 7 luglio.
Arrivati sul posto prima del sorgere del sole ci siamo diretti verso l’ingresso della strada che porta al “Molo Santa Barbara”, l’unico molo del porto di Talamone da dove sono autorizzabili carichi e scarichi di esplosivi.
Già sulle siepi ai bordi della strada tra l’Idrovora di Fonteblanda e l’ingresso dell’omonima frazione del comune di Orbetello erano presenti cartelli che segnalavano la presenza di “Autocarri in manovra”, cosa che ci ha fatto presumere la presenza già in essere degli automezzi carichi di materiale bellico.
Allontanandoci dal posto sorvegliato ci siamo posizionati sulla vicina spiaggia pubblica da dove è stato possibile riprendere interamente i 4 camion con i carichi dotati di bollino arancione che segnala la presenza di materiale esplosivo parcheggiati sul piazzale antistante il molo.
La Bahri Abha ancora non era in vista e i 4 mezzi con i carichi erano parcheggiati nella direzione della gru che li avrebbe trasbordati su una chiatta per portarli fino al sottobordo della Bahri.
Una prima nota da sottolineare è l’evidente contrasto di questa operazione con lo stesso regolamento per la disciplina delle attività marittime e portuali del Porto di Talamone, emesso con ordinanza N°170/2014 dall’Ufficio Circondariale di Porto Santo Stefano.
Il quale all’Art 19 autorizza la presenza di “un solo automezzo carico di esplosivi per volta e strettamente per il tempo necessario al carico”, mentre 4 camion carichi di esplosivi sono stati sul molo dalla notte precedenza, in assenza di Vigili del Fuoco o altra Autorità, arrivati soltanto alle 7:12, quando il primo carico era già agganciato alla gru in preparazione del trasbordo su chiatta. Successivamente con l’arrivo della chiatta sono iniziate le operazioni di carico dei primi due container.
Nel giro di 2 ore 4 containers, che potenzialmente possono portare 27 tonnellate l’uno di materiale esplosivo, sono stati caricati dal Molo Santa Barbara sulla Bahri Abha alla luce del giorno e in mezzo a natanti civili.
Weapon Watch, nel comunicato dello stesso 7 luglio, cita l’assenza di relazione del Governo rispetto all’esportazione del materiale bellico avvenuto il 7 luglio, così come sta segretando altre esportazione in violazione della legge 185/1990 che venne scritta proprio per limitare i traffici illegali e illeciti di armamenti.
Cosa è passato la mattina del 7 luglio da Talamone sulla Bahri, che ha poi raggiunto Alessandria d’Egitto, non lo possiamo dare per certo, ma senz’altro l’operazione aveva una sua importanza, evidenziata anche dal passaggio sull’area di due elicotteri USA da ricognizione Sikorsky UH-60 Black Hawk e Boeing CH-47 Chinook al momento del secondo carico (non abbiamo le foto effettuate contro sole e non fruibili).
Che fossero merci già pagate da commesse estere e saltate per gli attracchi respinti dalle mobilitazioni dei portuali di Genova, da dove classicamente transitava in precedenza la Bahri Abha, o traffici diversi non lo possiamo sapere, sta di fatto che quest’operazione è nota solo ed esclusivamente al Governo e ai servizi d’intelligence militari.
Il porticciolo di Talamone è stato storicamente uno dei principali sbocchi per i traffici di armi più o meno illeciti, principalmente per le produzioni provenienti da Colleferro, dove sono ancora presenti Simmel Difesa e Avio.
La stessa Simmel Difesa (oggi di proprietà della francese Nexter Systems, che a sua volta – con la tedesca Krauss Maffei Wegmann – costituisce la Holding europea NKMW) sulla fine della prima decade degli anni 2000, soprattutto in seguito alla morte di un operaio nel 2007 a causa di un esplosione nello stabilimento di Colleferro, fu messa nel mirino delle mobilitazioni pacifiste per la supposta produzione delle bombe a grappolo – Cluster Bombs, che la stessa azienda ha ammesso di avere la capacità di produrre, pur non avendole mai esportate.
Nel catalogo attuale delle produzioni di munizioni Nexter vengono riportate le “FB557 e le FB 739A1 – Multipurpose”, multiuso, per le submunizioni che possono portare in dote nello stesso principio delle famigerate cluster bombs, vietate e “rinnegate” anche dal Governo Meloni; parole che nel quadro delle bugie che dominano la guerra non possono sicuramente rassicurare.
Molto più realistica la possibilità che si siano trovate delle forme più sofisticate di produzione di munizioni a grappolo, che non possono ancora essere pubblicizzate ai 4 venti.
Riportiamo qui di seguito il comunicato di Weapon Watch.
Talamone, 7 luglio 2023Fonte
La “nave della morte” ha caricato stamattina armamenti ed esplosivi ormeggiata in mezzo alla baia turistica di Talamone, tra barche a vela e surf.
Che cosa di preciso ha caricato e per quale destinazione? Perché a Talamone e non in un porto commerciale?
Puntualmente, come previsto dalla compagnia saudita, la nave «Bahri Abha» è giunta alle 8 nella rada di Talamone. Poche ore prima, testimoni oculari, immagini fotografiche e dalle webcam della zona hanno ripreso l’arrivo nel porticciolo di quattro camion con container contrassegnati dalle targhe arancio obbligatorie per il trasporto di esplosivi.
La nave ha svolto con le proprie gru le operazioni di carico dalle chiatte trainate sottobordo. L’area è stata posta al controllo di vigilanti armati e della Guardia di Finanza.
La presenza inoltre dei Vigili del Fuoco conferma che nel carico si trovava anche merce pericolosa (dangerous goods) esplosiva o infiammabile. Verso le ore 11,30 è ripartita con destinazione Alessandria d’ Egitto e il Medio Oriente.
LA DOMANDA CHE CHIUNQUE SI FA È PERCHÉ LA BAHRI ABHA NON HA CARICATO A LIVORNO O A CIVITAVECCHIA, I PORTI COMMERCIALI PIÙ VICINI ALLE PROBABILI FABBRICHE DI ARMI CHE SPEDIVANO LA MERCE, PORTI BENE ATTREZZATI E CERTAMENTE PIU’ SICURI PER OPERAZIONI DEL GENERE?
CHE COSA C’ERA DA NASCONDERE AGLI OCCHI DEI LAVORATORI PORTUALI, DELLE ORGANIZZAZIONI PACIFISTE E DELL’OPINIONE PUBBLICA?
L’osservatorio the Weapon Watch ha già pubblicato un precedente comunicato stampa in un post del 28 giugno scorso, in cui si chiedeva conto alle autorità competenti e al governo di queste operazioni che riportano all’attenzione pubblica il “porticciolo delle armi” di Talamone, per molti anni nel passato utilizzato per l’imbarco di bombe e armamenti pesanti prodotte dalle grandi aziende concentrate nella valle del Sacco (provincia di Frosinone e di Roma) e nel vicino “polo Tiburtino”.
Negli anni Ottanta e Novanta queste grandi aziende, come la Simmel Difesa (sotto controllo del capitale francese) e la Avio di Colleferro (indirettamente controllata da Leonardo) esportarono ingenti quantità di bombe e missili impiegate nei teatri di guerra dell’epoca.
Talamone fu anche il porto in cui si imbarcarono tonnellate di mine antiuomo prodotte dalla famigerata ditta Valsella di Castenedolo (BS), utilizzate massicciamente nella guerra Iran-Iraq, in Israele, in Sudafrica.
La campagna internazionale contro le mine antiuomo e il coinvolgimento di aziende italiane nei massacri in Iran e Iraq aprirono una riflessione pubblica che portò all’approvazione della legge 185, avvenuta 23 anni fa, il 9 luglio 1990. In quella legge è previsto l’obbligo che il governo presenti al Parlamento ogni anno entro il 31 marzo una relazione sulle autorizzazioni concesse per l’esportazione di materiale militare.
Ribadiamo la richiesta alle autorità competenti e al governo di fornire informazioni dettagliate sulla tipologia di armamenti imbarcati a Talamone, il loro valore e la destinazione, informazioni che dovrebbero essere contenute nella Relazione 2023 ai sensi della Legge 185 ma che il governo non ha sinora pubblicato impedendo così al Parlamento e all’opinione pubblica di svolgere le funzioni di controllo previste dalla legge.
Nelle immagini, si vede la “Bahri Abha» che entra verso le 8 nella baia e successivamente si ancora in rada di fronte alla spiaggia del camping degli appassionati di vela, per effettuare le operazioni di carico con le due gru di bordo da 120 t.
Nella terza foto alcuni camion con i container pronti al trasbordo sulla chiatta dal pontile di Talamone, fotografati all’alba di questa mattina. Si possono distinguere le ‘etichette’ arancioni obbligatorie per il trasporto degli esplosivi.
11/07/2023
Guerra in Ucraina - Bombe a grappolo. Il doppio standard che mette a nudo Usa e Ucraina
La rivelazione del New York Times secondo cui tra le forniture militari statunitensi all’Ucraina potrebbero arrivare anche le famigerate – e vietate – bombe a grappolo, sta provocando seri imbarazzi sia alla Casa Bianca che a Kiev.
“Riconosciamo che le munizioni a grappolo creano rischi per i civili, Kiev, però, si è impegnata per iscritto a minimizzarli”, ha detto il consigliere per la Sicurezza nazionale USA, Jack Sullivan, dopo l’imbarazzo manifestato da Germania e Francia, gli appelli di Onu, Human Right Watch e Amnesty International.
Il sottosegretario per la Difesa, Colin Kahl, ha giustificato la scelta della Casa Bianca con il fatto che Mosca avrebbe già fatto uso di queste munizioni in sedici mesi di guerra in Ucraina.
La convenzione ONU sulle bombe a grappolo è un trattato internazionale che proibisce l’uso di tali armi esplosive, il cui effetto è la dispersione su una certa area di submunizioni (“bomblets”).
La convenzione è stata adottata il 30 maggio 2008 a Dublino mentre l’apertura alle firme degli stati sottoscrittori è avvenuta il 3 dicembre 2008 a Oslo. La Convenzione è entrata in vigore nel 2010.
A settembre 2013, la convenzione risulta ratificata da 84 Paesi, tra cui l’Italia (21 settembre 2011). Alcuni stati produttori di munizioni non hanno firmato la convenzione, tra questi risultano esserci Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele, Pakistan e Brasile.
Tra il 2003 e il 2006 circa 13mila bombe a grappolo statunitensi e britanniche sono state sganciate sull’Iraq.
Le denunce erano tornate alla ribalta mondiale con la guerra in Siria (in questo caso però ampiamente sostenute dagli Usa e dalla stampa occidentale).
Già dal 2012 Human Right Watch affermava di temere che il regime siriano potesse utilizzare le cluster bomb, le micidiali ‘bombe a grappolo’, contro i covi dei ribelli tra le montagne della provincia di Hama.
Nel 2015 sempre Human Right Watch (Hrw) ha denunciato che l’offensiva militare di Russia e governo di Damasco in corso da fine settembre in Siria “ha incluso un ampio uso” di bombe e altre “munizioni a grappolo” in violazione della risoluzione 2139 dell’Onu.
Nel 2018 Amnesty International denunciava che il governo siriano aveva intensificato gli attacchi illegali contro la popolazione civile del governatorato di Idlib utilizzando bombe a grappolo, vietate dal diritto internazionale,
In Italia la campagna contro le bombe a grappolo, alcuni anni fa aveva individuato una fabbrica di produzione dei micidiali ordigni.
La Simmel Difesa di Colleferro (Roma) nel 2007 era finita nel mirino dei movimenti antimilitaristi con l’accusa di produrre le micidiali bombe a grappolo o cluster bombs.
L’azienda, passata nel 2007 dalla Fiat alla società inglese Chemring group (gruppo Nexter) per 77 milioni di euro, ha però negato di produrle. Sulla home page del sito spiega che pur avendo la capacità di produrre questo tipo di munizioni rispettando i requisiti di sicurezza internazionale “non ha mai prodotto né tantomeno esportato suddette tipologie di munizionamento”.
Ma da quando si erano manifestate la proteste contro la Simmel, (anche con sit in davanti ai cancelli della fabbrica e carovana di macchine sul territorio) il catalogo delle armi risulta oscurato: impossibile leggere la lista delle armi in produzione. Nel 2021 La Simmel Difesa spa ha fatturato 52 milioni di euro.
Fonte
“Riconosciamo che le munizioni a grappolo creano rischi per i civili, Kiev, però, si è impegnata per iscritto a minimizzarli”, ha detto il consigliere per la Sicurezza nazionale USA, Jack Sullivan, dopo l’imbarazzo manifestato da Germania e Francia, gli appelli di Onu, Human Right Watch e Amnesty International.
Il sottosegretario per la Difesa, Colin Kahl, ha giustificato la scelta della Casa Bianca con il fatto che Mosca avrebbe già fatto uso di queste munizioni in sedici mesi di guerra in Ucraina.
La convenzione ONU sulle bombe a grappolo è un trattato internazionale che proibisce l’uso di tali armi esplosive, il cui effetto è la dispersione su una certa area di submunizioni (“bomblets”).
La convenzione è stata adottata il 30 maggio 2008 a Dublino mentre l’apertura alle firme degli stati sottoscrittori è avvenuta il 3 dicembre 2008 a Oslo. La Convenzione è entrata in vigore nel 2010.
A settembre 2013, la convenzione risulta ratificata da 84 Paesi, tra cui l’Italia (21 settembre 2011). Alcuni stati produttori di munizioni non hanno firmato la convenzione, tra questi risultano esserci Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele, Pakistan e Brasile.
Tra il 2003 e il 2006 circa 13mila bombe a grappolo statunitensi e britanniche sono state sganciate sull’Iraq.
Le denunce erano tornate alla ribalta mondiale con la guerra in Siria (in questo caso però ampiamente sostenute dagli Usa e dalla stampa occidentale).
Già dal 2012 Human Right Watch affermava di temere che il regime siriano potesse utilizzare le cluster bomb, le micidiali ‘bombe a grappolo’, contro i covi dei ribelli tra le montagne della provincia di Hama.
Nel 2015 sempre Human Right Watch (Hrw) ha denunciato che l’offensiva militare di Russia e governo di Damasco in corso da fine settembre in Siria “ha incluso un ampio uso” di bombe e altre “munizioni a grappolo” in violazione della risoluzione 2139 dell’Onu.
Nel 2018 Amnesty International denunciava che il governo siriano aveva intensificato gli attacchi illegali contro la popolazione civile del governatorato di Idlib utilizzando bombe a grappolo, vietate dal diritto internazionale,
In Italia la campagna contro le bombe a grappolo, alcuni anni fa aveva individuato una fabbrica di produzione dei micidiali ordigni.
La Simmel Difesa di Colleferro (Roma) nel 2007 era finita nel mirino dei movimenti antimilitaristi con l’accusa di produrre le micidiali bombe a grappolo o cluster bombs.
L’azienda, passata nel 2007 dalla Fiat alla società inglese Chemring group (gruppo Nexter) per 77 milioni di euro, ha però negato di produrle. Sulla home page del sito spiega che pur avendo la capacità di produrre questo tipo di munizioni rispettando i requisiti di sicurezza internazionale “non ha mai prodotto né tantomeno esportato suddette tipologie di munizionamento”.
Ma da quando si erano manifestate la proteste contro la Simmel, (anche con sit in davanti ai cancelli della fabbrica e carovana di macchine sul territorio) il catalogo delle armi risulta oscurato: impossibile leggere la lista delle armi in produzione. Nel 2021 La Simmel Difesa spa ha fatturato 52 milioni di euro.
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