Che i media generalisti si stiano trasformando in accessori al servizio della perversione social, è un fatto da qualche anno sempre più evidente. Le pagine dei principali siti d’informazione sono sempre meno contenitori, per quanto ideologicamente schierati, di notizie, e sempre più raccoglitori di likes e retweet. Sempre più le colonne destinate alle stronzate folkloristiche assumono centralità in quanto portatrici di valanghe di condivisioni che determinano la quantità di pubblicità e dunque di introiti delle maggiori testate nazionali. Tale fenomeno non può che riversarsi sulla carta stampata, imponendo una gerarchia delle notizie capovolta, per cui la priorità viene data non all’importanza oggettiva dell’evento ma alla sua potenziale “condivisibilità”. Se sommiamo questo fenomeno al contestuale obiettivo dei media mainstream, cioè quello di sviare l’attenzione dagli eventi centrali per focalizzarla sugli aspetti, nel migliore dei casi, sovrastrutturali della vita quotidiana, è possibile comprendere quale sarà il livello dell’informazione social del futuro, una valanga inarrestabile di notizie inutili su cui concentrare l’attenzione della grande maggioranza della popolazione. Internet, da questo punto di vista, lungi dall’aver generato forme di controinformazione o resistenza culturale di qualche tipo, ha evidentemente facilitato e accelerato un processo d’altronde già connaturato agli stessi strumenti informativi ufficiali (come d’altronde è la stessa rete, uno strumento controllato da multinazionali dell’informazione). Questo processo, d’altronde già evidente in tutti i mesi dell’anno, in agosto assume la sua forma più plateale. L’assenza (apparente) di notizie d’altro tipo eleva ogni scureggia a notizia da prima pagina, a fatto sociale, evento interessante, mondano, di tendenza. Tra i quali rientra la copertura mediatica data al funerale di Vittorio Casamonica. Un fatto di per sé privo di qualsiasi significato rilevante: quella messa in scena è la forma tipica del funerale rom o sinti. L’uso dei cavalli, dei petali di rosa, del feticismo pacchiano verso modelli occidentali indotti e subìti (spazzature hollywoodiane utilizzate come forma di riconoscimento, di importanza, di potere), l’ostentazione di soldi e rilevanza. Un brutto funerale, sintomo dell’accettazione di un modello più che suo rifiuto, ma pur sempre e solo un funerale. Niente di più, niente di meno. Un corteo di auto che blocca per qualche minuto il traffico di qualche via cittadina è la normale e usuale forma che assume ogni funerale a cui partecipa tanta gente. Le scelte della famiglia, per quanto opinabili, rimangono pur sempre le scelte della famiglia. Di funerali pacchiani, indecenti, sub-culturali ne è pieno il panorama necrofilo. Certo, si obietterà che questa volta il morto era un “mafioso”, ma non può essere questo il discrimine per la chiesa, che fa motivo di vanto proprio il suo essere aperta ad ogni essere umano, in primo luogo al peccatore. Qual è il problema allora? A parte la questione “notizie ad minchiam” sparate come se fossero eventi decisivi per la vita dell’uomo, ci sono altri due fattori interessanti da notare, ambedue politici. Da una parte un nutrito gruppo di potere guidato dai palazzinari amici del Pd punta alla defenestrazione di Marino e al ritorno alla urne, piegando verso tale obiettivo ogni notizia che può accelerare il termine della giunta, o quantomeno farla procedere nei binari dell’eccezionalità consentendo il commissariamento permanente da parte del governo. Dall’altra una questione politica più generale, quella di generare un calderone indistinto di piccoli responsabili del degrado cittadino su cui focalizzare l’attenzione voyeuristica dell’opinione pubblica tale da salvare i responsabili politici del declino della città e del paese.
Fatta questa lunga e doverosa premessa, è bene anche non cadere nell’ambiguità di riflessione verso pezzi di criminalità cittadina. E’ sacrosanto “gerarchizzare” le responsabilità dell’attuale situazione sociale della città, per cui qualsiasi nefandezza compiuta da un Casamonica (ma anche da un Carminati o da un Buzzi) non eguaglierà neanche lontanamente l’operato di un Caltagirone qualsiasi, ma “l’anti-Stato” rappresentato da certi clan criminali non è difendibile in nessuna sua forma, neanche se fa incazzare le autorità costituite e mette in difficoltà il prefetto di turno. Non c’è equivalenza tra la legalità formale rappresentata dallo Stato e illegalità criminale operata dalle cosche cittadine. Le cosche criminali sono un nostro problema prima ancora dello Stato, non sono forme romantiche di avversione al potere costituito, sono cancri sociali che non possono vederci assumere una posizione mediana come se i due mali (lo Stato e in questo caso i Casamonica) si annullassero a vicenda. Non è un gioco a somma zero, anche se purtroppo, complice una certa opera d’ideologizzazione culturale mainstream, in questi anni è passato questo messaggio. Da Romanzo Criminale a Gomorra, l’idea che una certa forma di delinquenza organizzata para-mafiosa fosse preferibile alla legalità statale è passata non solo nelle periferie metropolitane, ma anche nella testa di tanti compagni. La legalità non è un valore in sé, è un “concetto-contenitore”, riempito di volta in volta dal rapporto di forze politico vigente, ma anche la più superficiale delle retoriche legalitarie non può che primeggiare di fronte all’egoismo proprietario imposto delle logiche mafiose. Sarà un’ovvietà, ma forse nel 2015 non lo sembra più.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/08/2015
23/08/2015
Un dubbio sugli zingari e la morte
di Ascanio Celestini
Gli zingari! I tremendi Casamonica!
Ce li ho davanti tutti i giorni, li vedo da quando sono nato, stanno nelle stesse strade della borgata nella quale vivo da sempre. I più ricchi girano con macchine eclatanti, i più poveri rovistano nei cassonetti.
Una volta morì una zingarella giovane e riempirono una strada di petali di fiori. Siamo andati a vedere la carrozza coi cavalli bianchi. Ci siamo andati in bicicletta, con la Graziella.
C’è da dire che la mia famiglia non va in chiesa. Dio ci interessa quanto noi interessiamo a lui. Cioè poco o niente, ma va bene così. Per Lui la morte è un inizio, per noi soltanto una fine. Punti di vista, punti di vita.
Eppure quella strada infiorata aprì un buco nella testa di tanti ragazzini come me, come ero io tanto tempo fa.
Gli zingari ricchi sono trucidi e panzoni, capelloni e strillanti, ma non mi fanno schifo come lo fanno a tanti commentatori sui giornali, nella rete o nelle televisioni. Quelli che si indignano per la loro mafiosità, per la loro panza antiestetica, per i loro soldi che pare che puzzano più di quelli che la panza ce l’hanno ben levigata, ma rubano tanto di più e tanto meglio.
Quei zozzoni zingari non hanno la bomba atomica come gli americani o i cinesi. Non sono padroni del gas come i Russi. Non si inventano genocidi come i nazisti o gli Hutu. La maggior parte delle volte lavorano, spesso rubacchiano, certe altre si fanno le villette con le colonne di travertino e i leoni di marmo sul cancello.
Sono fatti così. Non conoscono Philip Starck e forse pure Ikea gli sembra un po’ poverella nello stile.
Hanno fatto un casìno a Don Bosco, poche centinaia di metri da casa mia. L’hanno fatto con un elicottero e una carrozza che, pare, abbia portato al camposanto pure Totò.
E tanti si sono schifati perché è gente che ruba e spaccia, gente che se ne frega delle regole e trasforma un funerale in una manifestazione di piazza.
Devo dirlo? Lo dico: io sono contro di loro. Io rispetto tutte le regole e pago le tasse. Io e tutta la mia famiglia.
Produco energia elettrica che regalo al gestore che me la rivende senza ridarmi i soldi del mio lavoro. Sono legale anche con gli illegali. Mi faccio derubare a rate dallo Stato. Ma questo non è l’oggetto del discorso.
L’oggetto è un altro: perché nessuno si è chiesto perché lo fanno?
Perché prendono la morte e la rovesciano in un fatto scandaloso?
Nessuno si è chiesto cosa è ancora la morte per noi.
Cosa è la morte di mio padre o di mio figlio. Del mio e del vostro.
Tutti si sono igienicamente lavati le mani e allontanati da quel casìno.
Forse è l’estate sgomenta nella quale accadono un po’ di cose nascoste sotto il tappeto (leggi che leggeremo tra qualche anno, ma saranno applicate subito) e tante altre senza importanza.
Ma qualcuno si è interrogato sul significato della morte?
Qualcuno ha guardato oltre le panze e i capelli di quei ciccioni per chiedersi cosa è la morte per noi senza panza e capelli?
Anche per me è stata una manifestazione trucida, ma dopo il primo sentimento contrastato mi sono ricordato che dietro alla manifestazione colorita ci stava la morte. La morte di un fesso, un criminale, un padre di famiglia, un assassino, un brav’uomo, un pezzente, un riccone paperone, un nulla, un tutto.
E proprio di tutto abbiamo parlato davanti a quel sarcofago scortato dalla musica del Padrino di Coppola. Lo abbiamo fatto senza sapere cosa è il lutto per quelle persone ciccione. Facciamo sempre così. Pensiamo a quello che sta nel nostro cervello credendo che sia il meglio, ma ce ne freghiamo del cervello e della cultura degli altri. Quelli rubano e allora sono cattivi. Noi avveleniamo la nostra vita sul pianeta, ma lo facciamo mentre andiamo in palestra. I nostri glutei sono solidi come scolpiti da Canova, loro si mangiano il grasso fritto e sono trogloditi.
Ci sentiamo forti perché le altre culture ci sembrano stupide. E quando le vediamo sfilare in quel modo storpio e riccastro ci sentiamo ancora più forti.
Tutti si schierano contro di loro, la quasi-destra e la quasi-sinistra, il partito-contro-tutti e il partito-con-tutti.
E parliamo, parliamo, e scriviamo e scriviamo.
Discorriamo di tutto, tranne che della morte.
Fonte
Gli zingari! I tremendi Casamonica!
Ce li ho davanti tutti i giorni, li vedo da quando sono nato, stanno nelle stesse strade della borgata nella quale vivo da sempre. I più ricchi girano con macchine eclatanti, i più poveri rovistano nei cassonetti.
Una volta morì una zingarella giovane e riempirono una strada di petali di fiori. Siamo andati a vedere la carrozza coi cavalli bianchi. Ci siamo andati in bicicletta, con la Graziella.
C’è da dire che la mia famiglia non va in chiesa. Dio ci interessa quanto noi interessiamo a lui. Cioè poco o niente, ma va bene così. Per Lui la morte è un inizio, per noi soltanto una fine. Punti di vista, punti di vita.
Eppure quella strada infiorata aprì un buco nella testa di tanti ragazzini come me, come ero io tanto tempo fa.
Gli zingari ricchi sono trucidi e panzoni, capelloni e strillanti, ma non mi fanno schifo come lo fanno a tanti commentatori sui giornali, nella rete o nelle televisioni. Quelli che si indignano per la loro mafiosità, per la loro panza antiestetica, per i loro soldi che pare che puzzano più di quelli che la panza ce l’hanno ben levigata, ma rubano tanto di più e tanto meglio.
Quei zozzoni zingari non hanno la bomba atomica come gli americani o i cinesi. Non sono padroni del gas come i Russi. Non si inventano genocidi come i nazisti o gli Hutu. La maggior parte delle volte lavorano, spesso rubacchiano, certe altre si fanno le villette con le colonne di travertino e i leoni di marmo sul cancello.
Sono fatti così. Non conoscono Philip Starck e forse pure Ikea gli sembra un po’ poverella nello stile.
Hanno fatto un casìno a Don Bosco, poche centinaia di metri da casa mia. L’hanno fatto con un elicottero e una carrozza che, pare, abbia portato al camposanto pure Totò.
E tanti si sono schifati perché è gente che ruba e spaccia, gente che se ne frega delle regole e trasforma un funerale in una manifestazione di piazza.
Devo dirlo? Lo dico: io sono contro di loro. Io rispetto tutte le regole e pago le tasse. Io e tutta la mia famiglia.
Produco energia elettrica che regalo al gestore che me la rivende senza ridarmi i soldi del mio lavoro. Sono legale anche con gli illegali. Mi faccio derubare a rate dallo Stato. Ma questo non è l’oggetto del discorso.
L’oggetto è un altro: perché nessuno si è chiesto perché lo fanno?
Perché prendono la morte e la rovesciano in un fatto scandaloso?
Nessuno si è chiesto cosa è ancora la morte per noi.
Cosa è la morte di mio padre o di mio figlio. Del mio e del vostro.
Tutti si sono igienicamente lavati le mani e allontanati da quel casìno.
Forse è l’estate sgomenta nella quale accadono un po’ di cose nascoste sotto il tappeto (leggi che leggeremo tra qualche anno, ma saranno applicate subito) e tante altre senza importanza.
Ma qualcuno si è interrogato sul significato della morte?
Qualcuno ha guardato oltre le panze e i capelli di quei ciccioni per chiedersi cosa è la morte per noi senza panza e capelli?
Anche per me è stata una manifestazione trucida, ma dopo il primo sentimento contrastato mi sono ricordato che dietro alla manifestazione colorita ci stava la morte. La morte di un fesso, un criminale, un padre di famiglia, un assassino, un brav’uomo, un pezzente, un riccone paperone, un nulla, un tutto.
E proprio di tutto abbiamo parlato davanti a quel sarcofago scortato dalla musica del Padrino di Coppola. Lo abbiamo fatto senza sapere cosa è il lutto per quelle persone ciccione. Facciamo sempre così. Pensiamo a quello che sta nel nostro cervello credendo che sia il meglio, ma ce ne freghiamo del cervello e della cultura degli altri. Quelli rubano e allora sono cattivi. Noi avveleniamo la nostra vita sul pianeta, ma lo facciamo mentre andiamo in palestra. I nostri glutei sono solidi come scolpiti da Canova, loro si mangiano il grasso fritto e sono trogloditi.
Ci sentiamo forti perché le altre culture ci sembrano stupide. E quando le vediamo sfilare in quel modo storpio e riccastro ci sentiamo ancora più forti.
Tutti si schierano contro di loro, la quasi-destra e la quasi-sinistra, il partito-contro-tutti e il partito-con-tutti.
E parliamo, parliamo, e scriviamo e scriviamo.
Discorriamo di tutto, tranne che della morte.
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22/08/2015
Funerali del padrino. Onorevoli e onoranze coi pennacchi
Nella vicenda delle esequie di prima classe al boss Casamonica, celebrato come un Padrino con la maiuscola, perlomeno nella sceneggiatura orchestrata con fanfara dal clan tribale in piazza Don Bosco, al Tuscolano, l’unico che tiene botta con una coerenza solidificata da soggettiva fede e faccia di bronzo è il parroco che ha accolto la salma nella sua parrocchia con lo stuolo di chi dava l’estremo saluto al capobastone Vittorio.
“Sì, rifarei il funerale di Casamonica. Io faccio il prete, non spettava a me bloccarlo”. L’ha detto e ripetuto don Giancarlo Manieri al manipolo di giornalisti che cercava un ripensamento o almeno un minuscolo dubbio alla facile accoglienza. L’ennesimo don Abbondio non ha offerto soddisfazione, ha ribadito la neutralità del suo ‘mestiere’ così come piace ai don Rodrigo d’ogni epoca. Rifiuti e censure riguardano le autorità competenti, non un povero curato di campagna, pardòn periferia. Ma nella società a posteriori che è l’Italia, dove tutto passa senza previsione alcuna e tutto viene giustificato oppure stigmatizzato (tanto è lo stesso) evitando però di cercare responsabilità, specie se queste coinvolgono i soggetti in questione, cosa fanno di norma le figure istituzionali e politiche? Da bravi sepolcri imbiancati affermano ovvietà o s’indignano con gran dignità.
Ecco: “Quanto avvenuto dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che nella Capitale esistono organizzazioni di tipo mafioso” (Alfonso Sabella, magistrato antimafia, attuale assessore alla legalità del comune di Roma). “Non avevamo alcuna contezza (sic): cercheremo di capire eventuali responsabilità. C’è stato un difetto di comunicazione (??, ndr)” (Franco Gabrielli, prefetto di Roma). “Qui qualcuno ha sbagliato e deve pagare. Un fatto come questo non può passare in cavalleria” (Davide Faraone, deputato Pd e sottosegretario all’Istruzione). “Guardo le immagini del funerale e rabbrividisco. E’ stato celebrato come un dio quello che ha messo sotto scacco Roma est” (Giorgia Meloni, deputato Fd’I).
E le giaculatorie di tutti: il sindaco Marino “Ho chiamato il prefetto (quello della contezza) perché siano accertati i fatti con dovuto rigore”; “Mai più” di Matteo Orfini, commissario romano del Pd; “Vicenda incredibile” (Arturo Scotto - Sel); “Roma, il funerale della legalità, tutti indignati sempre il giorno dopo” (comunicato Movimento 5Stelle) quindi cento promesse d’interrogazioni al ministro dell’Interno Angelino Alfano. Don ‘Abbondio’ Manieri, in pace con la sua missione, una scelta l’ha fatta: un rito funebre non si nega a nessuno, neppure ar sor Vittorio. I Casamonica sono sinti ma da decenni si sono romanizzati, tanto da diventare re di Roma, la Roma illegale di MafiaCapitale, che non nasce certo nei mesi scorsi. Invece le scelte di politici e magistrati che promettono il buon governo, quali sono? Al cittadino sfuggono: parlamentari, amministratori locali, giudici, forze dell’ordine e della vigilanza, chi deve fare cosa? Le Istituzioni s’interrogano, forse post mortem (la nostra) ce lo comunicheranno. Ma se non aderite a un clan, non sognate esequie di prima classe. Nel Belpaese non usa.
Fonte
“Sì, rifarei il funerale di Casamonica. Io faccio il prete, non spettava a me bloccarlo”. L’ha detto e ripetuto don Giancarlo Manieri al manipolo di giornalisti che cercava un ripensamento o almeno un minuscolo dubbio alla facile accoglienza. L’ennesimo don Abbondio non ha offerto soddisfazione, ha ribadito la neutralità del suo ‘mestiere’ così come piace ai don Rodrigo d’ogni epoca. Rifiuti e censure riguardano le autorità competenti, non un povero curato di campagna, pardòn periferia. Ma nella società a posteriori che è l’Italia, dove tutto passa senza previsione alcuna e tutto viene giustificato oppure stigmatizzato (tanto è lo stesso) evitando però di cercare responsabilità, specie se queste coinvolgono i soggetti in questione, cosa fanno di norma le figure istituzionali e politiche? Da bravi sepolcri imbiancati affermano ovvietà o s’indignano con gran dignità.
Ecco: “Quanto avvenuto dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che nella Capitale esistono organizzazioni di tipo mafioso” (Alfonso Sabella, magistrato antimafia, attuale assessore alla legalità del comune di Roma). “Non avevamo alcuna contezza (sic): cercheremo di capire eventuali responsabilità. C’è stato un difetto di comunicazione (??, ndr)” (Franco Gabrielli, prefetto di Roma). “Qui qualcuno ha sbagliato e deve pagare. Un fatto come questo non può passare in cavalleria” (Davide Faraone, deputato Pd e sottosegretario all’Istruzione). “Guardo le immagini del funerale e rabbrividisco. E’ stato celebrato come un dio quello che ha messo sotto scacco Roma est” (Giorgia Meloni, deputato Fd’I).
E le giaculatorie di tutti: il sindaco Marino “Ho chiamato il prefetto (quello della contezza) perché siano accertati i fatti con dovuto rigore”; “Mai più” di Matteo Orfini, commissario romano del Pd; “Vicenda incredibile” (Arturo Scotto - Sel); “Roma, il funerale della legalità, tutti indignati sempre il giorno dopo” (comunicato Movimento 5Stelle) quindi cento promesse d’interrogazioni al ministro dell’Interno Angelino Alfano. Don ‘Abbondio’ Manieri, in pace con la sua missione, una scelta l’ha fatta: un rito funebre non si nega a nessuno, neppure ar sor Vittorio. I Casamonica sono sinti ma da decenni si sono romanizzati, tanto da diventare re di Roma, la Roma illegale di MafiaCapitale, che non nasce certo nei mesi scorsi. Invece le scelte di politici e magistrati che promettono il buon governo, quali sono? Al cittadino sfuggono: parlamentari, amministratori locali, giudici, forze dell’ordine e della vigilanza, chi deve fare cosa? Le Istituzioni s’interrogano, forse post mortem (la nostra) ce lo comunicheranno. Ma se non aderite a un clan, non sognate esequie di prima classe. Nel Belpaese non usa.
Fonte
21/08/2015
A Roma la mafia non esiste? Un funerale lo smentisce
La Chiesa di Don Bosco a Cinecittà spicca anche sui palazzoni di sette/otto piani dell’edilizia standard degli anni Sessanta. E’ un cupolone bianco dove nove anni fa furono vietate le esequie per Piergiorgio Welby che aveva condotto una lunga battaglia per l’eutanasia e scelse di morire. In passato aveva ospitato messe a suffragio per Benito Mussolini. Nella grande chiesa bianca di Don Bosco ieri si sono celebrati i funerali di un boss, Vittorio Casamonica, uno dei quattro che per anni si sono spartiti Roma e che controllava l’attività criminale nel quadrante di Roma sud. “Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso” recita un manifesto all’entrata della chiesa. Un nome e un clan a tutti noto nella capitale: quello dei Casamonica.
Guarda il video del funerale.
La coreografia del funerale, con carrozza nera trainata da cavalli, macchine costose, elicottero che lancia fiori dall'alto e banda musicale che suona la musica de “Il padrino”, hanno reso visibile che il funerale di quel feretro era un segnale, anzi, il segnale di un clan che, talvolta colpito, dimostra di essere ancora in piedi mentre altri reseu criminali come quello dei Fasciani sul litorale o quello di Carminati a Roma nord se la stanno passando male.
Sullo sfondo una metropoli alle prese con l’inchiesta su Mafia capitale che vedrà iniziare il 5 novembre il primo processo, avendo portato alla luce ancora poca, pochissima roba di quello che la connection tra politica, criminalità e fascisti hanno imposto a Roma in questi anni. Una connessione negata da tanti e per troppo tempo. La Mafia a Roma? Una esagerazione dei pm. Così hanno scritto e detto in tanti da dicembre 2014 a oggi, nonostante inchieste, articoli, e fatti concreti dimostrassero il contrario. Già si è persa la memoria della guerra nelle strade e dei 28 morti ammazzati a Roma nel 2011 che in alcuni, come noi, fece scattare un allarme, e che altri hanno ignorato.
Cadono dalle nuvole le autorità cittadine."Di questa vicenda la Prefettura non aveva alcuna contezza. Ne chiederemo conto, per cercare di capire, al di là dei clamori, eventuali responsabilità" ha affermato all'Adnkronos il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, commentando i funerali di Vittorio Casamonica. Eppure al funerale c'erano ben 11 macchine dei vigili urbani. Ma anche le autorità religiose non ne escono affatto dignitosamente. "Imbarazzo" per le "scene hollywoodiane": così dal Vicariato commentano quanto accaduto alla parrocchia di San Giovanni Bosco dove si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica. "Tuttavia il parroco ha valutato in base alle norme del diritto canonico - dicono all'Ansa fonti del Laterano - e non poteva rifiutare" la celebrazione. Quanto all'opportunità di accettare di svolgere un funerale a un "personaggio complesso" come Casamonica, dal Vicariato sottolineano che la questione è delicata e che la Chiesa di fatto rifiuta i funerali solo in "casi molto particolari", quando per esempio si tratta di "persone scomunicate".
Il povero Giorgio Welby dunque era uno scomunicato che non meritava un funerale nella stessa chiesa di un boss criminale? I nostri lettori adesso capiranno in quale guerra e quale trincea si combatte nella Capitale.
Fonte
Guarda il video del funerale.
La coreografia del funerale, con carrozza nera trainata da cavalli, macchine costose, elicottero che lancia fiori dall'alto e banda musicale che suona la musica de “Il padrino”, hanno reso visibile che il funerale di quel feretro era un segnale, anzi, il segnale di un clan che, talvolta colpito, dimostra di essere ancora in piedi mentre altri reseu criminali come quello dei Fasciani sul litorale o quello di Carminati a Roma nord se la stanno passando male.
Sullo sfondo una metropoli alle prese con l’inchiesta su Mafia capitale che vedrà iniziare il 5 novembre il primo processo, avendo portato alla luce ancora poca, pochissima roba di quello che la connection tra politica, criminalità e fascisti hanno imposto a Roma in questi anni. Una connessione negata da tanti e per troppo tempo. La Mafia a Roma? Una esagerazione dei pm. Così hanno scritto e detto in tanti da dicembre 2014 a oggi, nonostante inchieste, articoli, e fatti concreti dimostrassero il contrario. Già si è persa la memoria della guerra nelle strade e dei 28 morti ammazzati a Roma nel 2011 che in alcuni, come noi, fece scattare un allarme, e che altri hanno ignorato.
Cadono dalle nuvole le autorità cittadine."Di questa vicenda la Prefettura non aveva alcuna contezza. Ne chiederemo conto, per cercare di capire, al di là dei clamori, eventuali responsabilità" ha affermato all'Adnkronos il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, commentando i funerali di Vittorio Casamonica. Eppure al funerale c'erano ben 11 macchine dei vigili urbani. Ma anche le autorità religiose non ne escono affatto dignitosamente. "Imbarazzo" per le "scene hollywoodiane": così dal Vicariato commentano quanto accaduto alla parrocchia di San Giovanni Bosco dove si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica. "Tuttavia il parroco ha valutato in base alle norme del diritto canonico - dicono all'Ansa fonti del Laterano - e non poteva rifiutare" la celebrazione. Quanto all'opportunità di accettare di svolgere un funerale a un "personaggio complesso" come Casamonica, dal Vicariato sottolineano che la questione è delicata e che la Chiesa di fatto rifiuta i funerali solo in "casi molto particolari", quando per esempio si tratta di "persone scomunicate".
Il povero Giorgio Welby dunque era uno scomunicato che non meritava un funerale nella stessa chiesa di un boss criminale? I nostri lettori adesso capiranno in quale guerra e quale trincea si combatte nella Capitale.
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