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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2022

Colombia - La rivoluzione di Francia Màrquez

Le elezioni presidenziali del 19 giugno in Colombia hanno visto trionfare i candidati della coalizione progressista Pacto Histórico, Gustavo Petro e Francia Màrquez.

È stata una vittoria storica per la sinistra, la prima nei poco più di 200 anni della travagliata storia nazionale colombiana.

È una possibilità di cambiamento (anche se irta di ostacoli), e soprattutto di riscatto per quelle classi subalterne rimaste sempre ai margini del potere politico.

Il futuro presidente e la futura vice-presidente che assumeranno formalmente l’incarico il 7 agosto, con i loro profili biografici, segnano una rottura rispetto alla provenienza della classe politica tradizionale strettamente legata alle élite economica: le famiglie dei vecchi latifondisti diventate borghesia compradora, che ha continuato a godere dei suoi antichi privilegi facendo arricchire le multinazionali straniere del settore estrattivo ed il lucroso business del narco-traffico, riducendo il paese ad una specie di colonia degli Stati Uniti.

Petro è parte di quel consistente corpo di intellettuali che in gioventù abbraccio la lotta armata (con l’M-19) – che ha pagato con l’arresto, la tortura e l’esilio – ed è poi divenuto strenuo oppositore del sistema uribista come rappresentante parlamentare e come sindaco.

La Màrquez, afro-discendente, è stata una leader ambientalista già dall’adolescenza, e nonostante le sue origini e la sua condizione sociale è riuscita a laurearsi come avvocato.

Francia Màrquez ha saputo cambiare “l’ordine del discorso” ponendo gli ultimi in testa, ribaltando la piramide e facendo sì che numerosi gruppi marginalizzati si identificassero in lei e nei suoi discorsi che coglievano le contraddizioni di classe, “razza” e genere, rimosse dalla narrazione politica tradizionale ma strutturanti la società e la vita politica in Colombia.

Della sua feconda visione del mondo trasformata in programma l’articolo che abbiamo qui tradotto mette in evidenza tre punti:

1) la governance collettiva, che si riflette nell’espressione “Io sono perché noi siamo“, un principio che sottolinea l’importanza di pensare e fare “insieme”, come si suol dire, sullo sfondo di un esercizio di governo incentrato sull’individuo, sulla meritocrazia competitiva e sulla differenziazione.

2) La ri-assegnazione del ruolo dello Stato e dell’economia come pilastro del raggiungimento di un vivir sabroso (“vita gustosa”, ndt) – una nozione proveniente dalle comunità afro-discendenti del Pacifico che promuove una relazione più orizzontale e organica con la natura, il territorio, la comunità e le proprie tradizioni.

3) La lotta per la dignità, sintetizzata nella frase “finché la dignità non diventi consuetudine“, una dignità da restituire ai “nessuno”. “Quelli che costano meno delle pallottole che li uccidono“, come dice Eduardo Galeano, e che incarnano quelle vite che non contano, all’interno del modello razziale, patriarcale e sociale dominante.

Un processo di decisione collettiva che relativizza il “leaderismo”, il ruolo dello Stato nei processi di trasformazione sociale e un “nuovo umanesimo” che comprenda coloro i quali e coloro le quali sono state sempre escluse.

Una lezione universale di come trasformare la politica da amministrazione dell’esistente a vettore di cambiamento.

Buona lettura

*****

L'”Igualada” che crede di avere il diritto di governare

Mara Viveros Vigoya “Anfibia”

“Speriamo di raccogliere il suo invito“, scrive Mara Viveros Vigoya, in occasione della 9° conferenza CLACSO, pensando alla proposta inter-sezionale, femminista e antirazzista con cui Francia Márquez governerà la Colombia.

Francia Márquez è stato una dei candidati più votati, anche rispetto ai politici tradizionali. È stata definita “il fenomeno politico colombiano del momento“. La sorpresa di questa alta affluenza alle urne ha a che fare con il fatto che la candidata era una relativa sconosciuta nel panorama politico tradizionale, ma è dovuta soprattutto al suo background biografico e alla sua proposta politica.

Francia Márquez è una donna afro-colombiana, leader di una comunità del sud-ovest della Colombia, madre single, figlia e nipote di contadini e minatori. Ha lavorato nell’industria mineraria artigianale, nella vendita di ortaggi e nei servizi domestici prima di laurearsi come avvocato.

Il suo lavoro come difensore dell’ambiente e rappresentante delle vittime del conflitto armato nell’ambito del processo di pace le è valso diversi riconoscimenti nazionali e internazionali, come il Premio nazionale per la difesa dei diritti umani in Colombia nel 2015 e il Goldman Environmental Prize nel 2018, per la sua lotta in difesa del territorio e contro le attività minerarie illegali nel Cauca.

Nonostante questi riconoscimenti, l’establishment politico – un’arena tradizionalmente dominata da uomini bianchi provenienti dalle grandi capitali – ha “disapprovato” il suo coraggio di provare, come donna nera di provincia, a entrare nel loro gioco politico.

Francia Márquez irrompe su questo palcoscenico con una base solida, radicata nella sua esperienza di vittima del conflitto armato, schietta e determinata a sfidare questi uomini per la vittoria in questo gioco, con carte molto diverse da quelle che sono state utilizzate in passato.

Francia Márquez incarna il personaggio de “la igualada“, un’espressione colombiana (classista, razzista e sessista) usata per indicare una persona che si comporta come se appartenesse a una classe sociale superiore o che assume diritti, privilegi o attribuzioni che presumibilmente non le corrispondono.

Caratterizzarla con questa espressione è significativo. Riflette l’irritazione prodotta nella classe dirigente del paese dal fatto che una persona come lei immagina e presume di essere qualcuno con lo stesso diritto di governare della classe più abbiente, il cui privilegio è stato raramente messo in discussione.

Francia Márquez ha conquistato il posto di vicepresidente del Pacto Historico, guidato da Gustavo Petro, senza fare concessioni politiche; ha radicalizzato la portata del progetto politico di questa coalizione elettorale, avanzando proposte su valori e orientamenti politici che non facevano parte del repertorio di discussione dei circoli del potere.

Ne citiamo tre:

1) la governance collettiva, che si riflette nell’espressione “Io sono perché noi siamo”, un principio che sottolinea l’importanza di pensare e fare “insieme”, come si suol dire, sullo sfondo di un esercizio di governo incentrato sull’individuo, sulla meritocrazia competitiva e sulla differenziazione.

2) La ri-assegnazione del ruolo dello Stato e dell’economia come pilastro del raggiungimento di un vivir sabroso (“vita gustosa”, ndt) – una nozione proveniente dalle comunità afro-discendenti del Pacifico che promuove una relazione più orizzontale e organica con la natura, il territorio, la comunità e le proprie tradizioni.

3) La lotta per la dignità, sintetizzata nella frase “finché la dignità non diventi consuetudine“, una dignità che cerca di restituire ai “nessuno”. “Quelli che costano meno delle pallottole che li uccidono“, come dice Eduardo Galeano, e che incarnano quelle vite che non contano, all’interno del modello razziale, patriarcale e sociale dominante.

Le proposte di Márquez – pur riprendendo i vessilli della sua lotta sociale e i problemi affrontati nel suo territorio dalla comunità nera da cui proviene – hanno trovato risonanza in gruppi sociali molto diversi tra loro, come donne, persone lgbtiq+, giovani, artisti, popoli indigeni, contadini, afro-discendenti, raizal e palenqueros. Gruppi alle cui diverse lotte fa sempre riferimento nei suoi discorsi.

Gran parte del suo successo politico risiede nella sua capacità di sfruttare tutto il potenziale di un approccio inter-sezionale. Perché questo le permette di muoversi e generare connessioni, tra un pensiero situato e ancorato a realtà ed esigenze molto specifiche e un progetto che risponde alle preoccupazioni generali sollevate dalla profonda crisi socio-economica, ecologica e di modalità di esistenza che il pianeta sta affrontando.

Proposte come quella di Francia Márquez rompono con una logica di competizione tra lotte diverse che non porta benefici a nessuno, e portano ciò che un quadro inter-sezionale può fornire: una base politica e un approccio che permette di superare la logica delle “trincee separate” e di affrontare la disuguaglianza, senza frammentarla.

Il sostegno popolare al progetto politico di Francia Márquez mi permette di parlare oggi di “svolta antirazzista” in America Latina, in un momento in cui il razzismo comincia a essere percepito come una questione rilevante per la regione.

Questo riorientamento, documentato dal progetto LAPORA, deriva dalle carenze politiche del progetto statale di multiculturalismo, dalla sua negazione del razzismo e dall’esacerbazione delle disuguaglianze sociali e della violenza legate al progetto economico neo-liberale.

Come è stato riconosciuto da diversi autori, il multiculturalismo non ha significato una trasformazione radicale dell’ideologia del mestizaje. La potente narrativa della costruzione della nazione, che descriveva le società latinoamericane come fondamentalmente meticcie e quindi essenzialmente antagoniste al razzismo che poteva caratterizzare altre società o momenti storici, è sopravvissuta.

La continuità di questa narrazione ha favorito una certa connivenza tra l’ideologia multiculturalista e un ordine sociale razzista che ha ostacolato il riconoscimento sociale del razzismo.

Inoltre, ha sottoposto coloro che ne sottolineano la presenza nella società a una delegittimazione accademica, politica e morale. L’uso di categorie o termini razziali nel discorso politico posiziona coloro che lo fanno come firmatari dell’esistenza di razze biologiche o come razzisti e risentiti.

Come molti ricercatori con i quali collaboro da più di dieci anni a diversi progetti sulla “razza”, l’etnia e l’antirazzismo, credo che utilizzare categorie e concetti razziali nel discorso politico non significhi essere razzisti e risentiti. Credo che l’utilizzo di categorie e concetti razziali sia importante in termini analitici e utile in termini politici.

Allo stesso tempo, sono consapevole della necessità di fare un uso circoscritto di questi concetti, tenendo conto delle variazioni locali che hanno avuto in ogni paese e momento storico.

Inutile dire che in America Latina il razzismo non è percepito allo stesso modo degli Stati Uniti, il riferimento più vicino e contrastante al nostro modo di percepire la “razza”. In America Latina, il razzismo non si esercita sulla base di confini fissi tra gruppi razziali o di segni ancestrali rilevati dal sistema istituzionale della “goccia di sangue”.

Viene praticata in relazione all’aspetto, alla fisionomia, ai gesti, al modo di parlare e all’accento di un individuo. Inoltre, è profondamente legato al classismo poiché, come tendenza generale, le persone e le famiglie con maggiore capitale (sociale, culturale, educativo, economico, simbolico, ecc.) hanno una carnagione “più chiara” e, al contrario, quelle con meno capitale hanno una carnagione “più scura”.

Le gerarchie razziali operano in modi diversi in ogni paese dell’America Latina. Nel caso colombiano, le relazioni tra “razza” e regione si sovrappongono fortemente e ogni regione produce anche una propria forma di creazione dell’alterità.

Per questo motivo, quando si parla delle specificità delle culture regionali – la costeña, la paisa, la santandereana – si fa allusione a categorie, nozioni e gerarchie razziali senza nominarle.

D’altra parte, sebbene nel 2011 sia stata approvata una legge contro il razzismo e la discriminazione, la Colombia, come altri Paesi dell’America Latina, si è concentrata sulla lotta alla discriminazione razziale e al razzismo interpersonale, senza affrontare le disuguaglianze razziali strutturali e storicamente accumulate.

Se colleghiamo questa riflessione sui modi in cui la “razza” opera in Colombia con gli elementi in gioco nell’attuale contesa elettorale colombiana, diventa evidente l’intreccio tra bianchezza, mascolinità e modernità che caratterizza il progetto politico delle élite colombiane.

Queste tre categorie fanno della classe media urbana, maschile e meticcia (nella sua accezione “sbiancata”) l’unico gruppo sociale che può legittimamente avanzare una proposta politica autenticamente democratica, in grado di superare gli oneri associati a una composizione etnica e sociale eterogenea e alla mascolinità disfunzionale che le corrisponde.

La partecipazione di Francia Márquez alla scena politica elettorale colombiana ha portato alla luce il razzismo e il classismo sistemici in Colombia, che si manifestano con prese in giro, frasi sprezzanti e minacce.

Molte di queste espressioni provengono dalla classe politica tradizionale, da personaggi pubblici e persino da alcuni accademici che, come in altri paesi, negano l’esistenza del razzismo.

Il loro approccio privilegiato al razzismo impedisce loro di percepire che queste gerarchie “pigmentocratiche” sono continuamente riprodotte e naturalizzate attraverso la famiglia, la scuola, le istituzioni politiche, il sistema sanitario, le politiche pubbliche, i media e i social network, tra gli altri.

Francia Márquez ha tracciato un nuovo corso per il dibattito politico cambiando l’idea che le decisioni nazionali debbano venire da chi le pensa dalla capitale del paese e che le questioni regionali siano problemi periferici e non centrali per la politica nazionale.

Fino ad oggi, il discorso politico sulle cosiddette “regioni” colombiane (cioè le aree razzializzate negativamente) è stato condotto da uomini bianchi che hanno parlato di ciò che accadeva in esse in modo paternalistico e razzista. Questo pregiudizio si basava sulla convinzione di poter parlare meglio delle comunità stesse dei loro problemi, grazie alle loro maggiori competenze accademiche e tecniche.

Al contrario, la Francia Márquez ha ”risignificato” le comunità razziali, rendendole protagoniste della loro conoscenza e saggezza, forgiata dall’esperienza vissuta. In questo modo, ha dato loro quello che l’epistemologia elaborata dal femminismo nero chiama “privilegio epistemico”. Ovvero, la possibilità che i gruppi dominati abbiano una comprensione del mondo meno distorta di quella che hanno i gruppi dominanti.

Francia Márquez non solo rompe con il modo convenzionale di interpretare la politica, ovvero le relazioni di potere, autorità e legittimità, ma anche con il modo di fare politica. Il suo lavoro politico si inscrive nella genealogia delle pratiche “amefricane”, per usare il vocabolario lasciatoci in eredità dal pensiero di Lelia Gonzalez.

Queste pratiche hanno la capacità di rendere udibile la presenza effettiva, ma nascosta e silenziosa, di questi nessuno, negati come soggetti dotati della capacità di agire politicamente.

Francia Márquez ha trasformato la politica colombiana sventolando con orgoglio e gioia le bandiere dell’amefricanità, con le sue epistemologie, storie, estetiche e forme di sociabilità. Ha sviluppato un processo pedagogico che ha messo in luce la nevrosi sociale prodotta dalla costante negazione dell’ascendenza amerindia e amefricana della storia, della cultura e della soggettività colombiana e, più in generale, latinoamericana.

La sua proposta ha cercato di riparare e guarire queste distorsioni riportando al presente memorie e pratiche sociali e culturali che resistono alla cancellazione. E ci ha invitato a percepire questa “esplosione creativa di questo qualcosa di sconosciuto che rappresenta un legame con la nostra amefricanità, come un possibile futuro emancipatorio“. Ora tocca a noi ascoltare il suo invito.

Intervento di Mara Viveros Vigoya nel Dialogo Magistrale “Negritudes, afrolatinidades, racismos y resistencias” (insieme a Rita Segato e Rosa Campoalegre) il 9 giugno alla 9ª Conferenza Latinoamericana e Caraibica di Scienze Sociali “Tramas de las desigualdades en América Latina y el Caribe – Saberes, luchas y transformaciones”, organizzata dalla CLACSO nelle strutture dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Fonte

21/06/2022

La nuova Colombia del Pacto Histórico

Con più 12 milioni e 280 mila voti, cioè il 50,4% di coloro che si sono recati alle urne, Gustavo Petro ha vinto le elezioni presidenziali in Colombia; la vice-presidente sarà Francia Màrquez.

Il 7 agosto si celebrerà l’investitura di Petro come successore di Iván Duque, che per due volte aveva rivestito la carica.

Per la prima volta nella storia della Colombia indipendente, una coalizione progressista vince le elezioni presidenziali.

Un successo ottenuto con circa un milione di voti di scarto contro un outsider di estrema destra, Rodolfo Hernández, su cui il vecchio assetto di potere uribista – legato a doppio filo a Washington – aveva giocato le sue ultime carte al primo turno il 29 maggio, senza riuscire stavolta a spuntarla.

Tra le classi popolari e le comunità più svantaggiate la retorica populista anti-corruzione dell’imprenditore 77enne – che verrà processato proprio per corruzione – non ha attecchito. La sua campagna elettorale condotta sui social (che l’hanno fatto conoscere come “il vecchio di Tik Tok”) non ha fatto sufficientemente presa.

La maggioranza di coloro che si sono recati alle urne gli hanno preferito un messaggio di cambiamento sostanziato da proposte concrete, portato aventi dai candidati del Pacto Histórico, figure riconosciute per il loro storico impegno contro l’attuale sistema di potere e che hanno battuto il paese “palmo a palmo”.

Petro, economista di formazione, negli anni '80 ha militato nella formazione guerrigliera M-19 ed è stato esule politico. La Màrquez, afro-discendente, è stata sempre una leader ambientalista e femminista in una delle comunità più svantaggiate del paese, già da adolescente, dalla fine degli anni '90. Entrambi sono stati più volte minacciati di morte.

La maggioranza dei votanti ha scelto per far cambiare volto al paese ed un programma conseguente: pace, riforma agraria, transizione ecologica, uno sviluppo agro-industriale sostenibile, garanzie sociali fin qui appannaggio solo delle classi più abbienti, lotta al razzismo ed alle discriminazioni, una cooperazione rafforzata con i paesi del continente a cominciare dal Venezuela, dal Cile e probabilmente dal Brasile di Lula.

A Bogotà, dove Petro è stato sindaco, il PH ha vinto con il 60% dei voti, nei dipartimenti più impoveriti del Paese – in cui comunque il 39% della popolazione vive sotto la soglia di povertà – come Chocó, Putumayo, Nariño e Cauca, ottiene l’80% dei consensi, perde solo nei bastioni dell’uribismo.

La vittoria del PH è lo sbocco di quell’inedito movimento politico-sociale, il Paro National, sviluppatosi nell’aprile dell’anno scorso grazie all’unità di tutte le forze progressiste e frutto di un processo democratico di scelta dei candidati con le primarie del 13 marzo, in cui Petro ha ottenuto la stupefacente cifra di 4 milioni e 500 mila voti; e 700 mila voti la Márquez.

È chiaro che di fronte alla possibilità di cambiamento rappresentata dal voto alle presidenziali il PH avrà di fronte tre ostacoli.

Il primo è di tipo politico-istituzionale, considerati i numeri di cui gode nel Parlamento eletto il 13 marzo, in cui è risultata la formazione più votata al Senato, con 17 eletti, ma la seconda alla Camera, con 25 deputati, contro i 32 del Partido Liberal, tradizionale formazione di centro-sinistra.

Dalle urne allora uscì, nonostante l’affermazione politica del Pacto, un parlamento di fatto tripartito con PH, Liberali e Conservatori come attori maggiori, ed in cui l’uribismo politico, benché sconfitto, non è scomparso, ancora forte di 14 senatori e 16 deputati.

Il PH avrà bisogno di tessere ulteriori alleanze per aspirare a governare il paese e per attuare, almeno in parte, il suo ampio programma progressista.

È chiaro che la mobilitazione popolare sarà indispensabile per realizzare quell’agenda del cambiamento per la quale si sono espressi la maggior parte dei votanti al secondo turno delle presidenziali.

Il secondo ostacolo è legato ai perni che il sistema di potere uribista mantiene nelle istituzioni, senza parlare della sua base di consenso tra la borghesia compradora e gangsteristica, arricchitasi con l’estrattivismo selvaggio, ad appannaggio delle multinazionali straniere, ed il narco-traffico.

L’ESMAD – Escuadrón Móvil Antidisturbios – le forze armate, la giustizia ed i media sono alcuni dei tasselli della democradura colombiana che daranno filo da torcere a Petro, anche per conto dei loro padrini politici nord-americani.

Il terzo ostacolo sono gli USA che hanno almeno 7 basi militari in Colombia, addestrano le forze armate, guadagnano dalle vendita di armi al Paese (il quarto per spese militari in tutto il continente), e l’hanno usato come retroterra per le operazioni di destabilizzazione in tutta l’America Latina (dal Venezuela ad Haiti), è sono primus inter pares dell’Alleanza Atlantica di cui la Colombia fa parte.

Gli Stati Uniti sono stati i principali artefici del famigerato Plan Colombia ed i maggiori affossatori del processo di pace, firmato nel 2016 all’Avana.

Ma al di là di questi oggettivi impedimenti la Colombia potrà giovarsi di un vento progressista che ha cominciato a spirare impetuoso da circa 4 anni in tutta la Nuestra América, che tra alterne vicende si è andato affermandosi con numerosi successi elettorali e potrebbe avere il suo coronamento con le elezioni di ottobre in Brasile.

Per ora, come dimostra anche il fallimento politico del vertice delle Americhe voluto da Biden – dal quale erano state escluse Cuba, Nicaragua e Venezuela – gli Stati Uniti sono in profonda difficoltà a riarticolare una propria presa sul continente, mentre l’Unione Europea è al palo con il suo progetto neo-coloniale sull’America Latina, soprattutto dopo l’escalation bellica in Ucraina.

Come Rete dei Comunisti siamo orgogliosi di avere sostenuto con numerose iniziative il Pacto Histórico all’interno della campagna nazionale in solidarietà con l’America Latina, campagna che vogliamo rilanciare con maggior forza in previsione delle elezioni in Brasile ed in generale dell’agenda politica dell’autunno.

Siamo tutt’ora e con più forza convinti che l’America Latina è una speranza per tutta l’umanità.

Fonte

20/06/2022

Colombia - Svolta storica, vince la sinistra di Petro

Gustavo Petro è il nuovo presidente della Colombia, per il periodo 2022-2026. Il candidato della coalizione Pacto Historico è stato votato da 11.281.013 persone, totalizzando il 50,44% delle preferenze, contro i 10.580.412 dello sfidante, Rodolfo Hernandez, che ha corso per l’alleanza Liga de Gobernantes Anticorrupción, ottenendo il 47,31%. Entrambi i candidati hanno notevolmente aumentato il numero dei voti, considerando che, al primo turno, Petro aveva vinto con 8.526.352 di voti (più del 40%), mentre per Hernández avevano votato 5.952.748 (poco più del 28%). Molti dei 15 milioni di astenuti, che erano rimasti lontani dalle urne il 29 maggio, sono andati a votare, facendo registrare una partecipazione del 58,09%, l’astensione più bassa da vent’anni a questa parte per le prime elezioni realizzate dopo la pandemia.

Un risultato su cui le destre, al di là delle “congratulazioni” dell’ex presidente Ivan Duque e delle dichiarazioni di Hernández, che ha riconosciuto la sconfitta, si apprestano a speculare. Contano sulla loro capacità di incidere, attraverso i meccanismi giudiziari, sulla realtà politica, infangando, perseguendo e mettendo fuori gioco gli avversari. Un meccanismo smascherato dallo scoppio delle proteste del 2021, precedute da altre minori, nel 2019 e nel 2020. Il governo Duque, che aveva cercato di imporre una riforma fiscale a scapito dei settori popolari già ampiamente colpiti dalla crisi e dalla pandemia, ha dovuto far fronte a mesi di sciopero generale, contro cui ha scatenato una repressione senza precedenti. La polizia ha torturato, violentato e compiuto esecuzioni extragiudiziarie. Almeno 87 persone sono state uccise, vi sono stati centinaia di feriti, molti dei quali con danni permanenti alla vista, come accadde durante la repressione in Cile. Durante il suo primo comizio da presidente, Petro ha chiesto al procuratore generale Francisco Barbosa di liberare i giovani della “prima linea”, arrestati durante le proteste, e che vengano restituiti all’attività pubblica i sindaci destituiti per le proteste.

Barbosa si è subito trincerato dietro la separazione dei poteri e ha replicato che “se il presidente eletto vuole la liberazione di chi ha commesso delitti, deve chiedere il favore al Congresso affinché cambi la legge, non al procuratore generale”. Un riferimento chiaro alla battaglia istituzionale che si annuncia per impedire alcune delle riforme proposte da Petro in campagna elettorale.

Mentre al Senato il Pacto Historico ha ottenuto la maggioranza alle elezioni politiche del 13 marzo, al Congresso è la seconda forza rappresentata, ma non ha i numeri necessari per far passare agevolmente una legge. Dovrà, quindi, cercare alleanze nel campo moderato su temi puntuali, sapendo che l’uribismo, per quanto in crisi, non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, e che anzi cercherà di ricompattare i ranghi usando alcune zone geografiche di confine e alcuni suoi bastioni istituzionali, in vista delle elezioni dei sindaci e dei governatori dell’ottobre 2023. Il calcolo definitivo dei parlamentari eletti il 19 si avrà solo a metà luglio.

Nel secondo paese dell’America latina con il maggior indice di disuguaglianza dopo il Brasile, che conta oltre 21 milioni di poveri e 7,4 milioni che vivono in povertà estrema, il piano di governo di Petro implica riforme economiche che riguardano le pensioni e la sanità, dove si prevede di ridurre il margine di manovra delle imprese private incaricate di erogare prestazioni mediche. La figura della vicepresidenta, Francia Marquez, premio Nobel per l’ambiente e femminista afro-colombiana, votata soprattutto dai giovani, dalle donne, da lavoratori poveri e dai senza-diritto, rappresenta le aspettative degli esclusi e delle escluse: lavoratrici domestiche, gli spazzini, i contadini poveri, quelli che non hanno mai avuto incarichi politici, e che hanno dato voce alle proteste popolari denunciando il volto feroce di una società razzista e classista.

Da politico navigato che non si caratterizza per posizioni radicali, Petro ha promesso di impegnarsi per costruire un “miglior capitalismo”, promettendo però di voler passare da un modello estrattivista, ossia dipendente dal petrolio e dell’estrazione mineraria (il settore petrolifero contribuisce al Pil per il 7,1%), a uno produttivo, basato sulla produzione agro-pecuaria. Considerando che la Colombia vanta il triste primato dei conflitti ambientali nel continente, è facile comprendere che per passare dalle parole ai fatti, anche per portare avanti un programma di riforme conseguenti, Petro dovrà scegliere però da che parte stare nello scontro fra le popolazioni, soprattutto indigene, e le grandi multinazionali. Sono già 47 i massacri avvenuti in Colombia dall’inizio dell’anno, durante il quale sono stati uccisi oltre 76 leader sociali e 21 ex-guerriglieri. Molti dei paramilitari, impiegati in precedenza nella guerra sporca contro la guerriglia e contro l’opposizione sociale si sono riconvertiti in esercito privato della sicurezza delle grandi imprese multinazionali.

Francia Marquez ha promesso di dar voce alle zone più povere delle campagne, che scontano l’assenza di una riforma agraria in un paese che, principalmente per questo, ha visto il sorgere di due guerriglie lungo oltre mezzo secolo (le Farc-Ep e l’Eln). Una delle principali rivendicazioni del processo di pace che Duque si è dedicato a demolire, e che Petro ha promesso di portare avanti, contando anche sui seggi degli ex guerriglieri passati alla vita politica.

Un compito non facile, considerando i grandi interessi che intrecciano il potere dell’oligarchia locale con quelli degli Stati Uniti, che perpetuano la logica del Plan Colombia intrecciando l’economia di guerra con quella del controllo del territorio. In Colombia, l’unico socio della Nato in America Latina, risiede il maggior numero di basi militari Usa della regione, supportate da un sistema militare di antico fervore anticomunista, che data almeno della guerra di Corea. Nel 1950, la Colombia fu l’unico paese latinoamericano che mandò le sue truppe agli ordini degli Usa contro i comunisti coreani.

Nel secondo paese del continente per numero di militari dopo il Brasile e il primo in relazione alla quantità di abitanti, non si contano le denunce per le violazioni compiute dai militari, presentate dalle organizzazioni per i diritti umani. Eppure, la fitta rete di propaganda che circonda la “famiglia militare”, che si considera nemica di Petro, indica la pervasività di questa cultura in vari settori della società colombiana. Tanto che, in base a un’inchiesta del 2021, la Forza Armata risultava essere l’istituzione considerata più prestigiosa dal 26,8% della popolazione. All’ultimo posto, figuravano i partiti e i movimenti politici, con solo un 8,5% di gradimento.

Le ripetute aggressioni al Venezuela bolivariano hanno potuto contare sulla posizione strategica delle basi militari, visibili o occulte, fornite di potenti strumenti satellitari e di controllo, i cui terminali agiscono anche dall’ambasciata nordamericana, e che sono stati impiegati in modo massiccio per perseguire le proteste popolari. La space-economy è un settore importante dell’economia di guerra, e la Colombia è anche in questo campo un satellite importante degli Stati Uniti.

Intanto, l’ambasciatore USA in Colombia, Juan Carlos Pinzón, ha detto che lascerà il paese il giorno prima dell’assunzione d’incarico di Petro, il 7 agosto. Per quella data, Duque ha organizzato un grande concerto di addio, durante il quale darà libero accesso ai “migranti venezuelani”, per i quali ha ricevuto dai suoi padrini nordamericani e europei finanziamenti miliardari di cui non hanno mai visto un centesimo, dando però in cambio il proprio voto all’uribismo che glielo aveva concesso a tempo di record.

Si spera che, oltre all’ambasciatore Usa facciano fagotto anche i rappresentanti dell’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, Juan Guaidó, ai quali Duque ha “regalato” l’impresa petrolchimica Monómeros, sottratta al Venezuela per conto degli Usa. Sia il presidente venezuelano Nicolas Maduro che il vicepresidente del Psuv, Diosdado Cabello, hanno felicitato l’arrivo di Petro e Marquez al governo della Colombia, unendo la propria voce a quella degli altri presidenti progressisti dell’America Latina e a quella del presidente dell’Alba, Sacha Llorenti.

Durante la campagna elettorale, per impulso dei settori più radicali che compongono la sua coalizione, Petro, nonostante precedenti dichiarazioni infelici contro il governo Maduro, ha promesso di riallacciare le relazioni con il Venezuela. E nel suo primo comizio ha nuovamente accennato all’integrazione latinoamericana, parlando di “un cambiamento senza odio, né vendetta”, basato sul un “dialogo regionale”. Un altro punto su cui il ricatto dei poteri forti si è già fatto sentire, amplificato dai media internazionali e dalle piattaforme uribiste che intossicano le reti sociali.

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