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24/03/2026

Guerra all'Iran, anche il Mossad ha sbagliato i suoi calcoli?

Come già accade negli Stati Uniti, anche in Israele, visto che l’Iran si sta dimostrando un osso più duro del previsto, cominciano a volare stracci. E si scopre che (forse) il mitico Mossad ha sbagliato i suoi calcoli, mentre Netanyahu (di sicuro) li ha invece presi per buoni. Magari utilizzandoli come scusa per sviluppare antichi disegni. Ora, con una conferenza stampa, ha cercato di metterci una pezza.

Un errore ‘illustre’

Certo, la sparata del Times of Israel, di ieri, è l’ennesima sorpresa che spunta fuori dal backstage di questa incredibile guerra con l’Iran. Un conflitto che avrebbe dovuto essere “a intensità controllata” e che, invece, ormai sembra scappato di mano a tutti. Dunque, un passo avanti e due indietro, come nel Gioco dell’oca, tirando i dati si va a finire sempre nella casella dei Servizi segreti. E se quelli americani sono al centro di un uragano di polemiche, dopo le dimissioni di Joe Kent (Antiterrorismo) e le audizioni di Tulsi Gabbard (Direttorato per l’Intelligence), quelli israeliani non se la passano meglio. Pare infatti che le valutazioni predisposte sulla teocrazia persiana e, soprattutto, le previsioni sulla sua “vulnerabilità” siano state clamorosamente sbagliate. Almeno, questo è ciò che dice il giornale (con ampia dovizia di particolari) riportando le rivelazioni di Channel 12, la rete televisiva più popolare, notoriamente schierata su posizioni moderate. “Secondo quanto riportato – ha titolato il Times of Israel – il capo del Mossad avrebbe detto al Primo ministro, prima della guerra, di ritenere che il regime iraniano potesse essere rovesciato”. In particolare, aggiunge il giornale, il direttore del mitico Servizio segreto avrebbe presentato a Netanyahu una “intelligence estimate”, secondo la quale se il governo iraniano fosse stato “decapitato” e le sue istituzioni e i mezzi di repressione seriamente indeboliti, tutto il sistema di potere avrebbe avuto buone possibilità di crollare.

I dettagli della ‘strategia’

Dunque, al centro della vicenda c’è il capo del Mossad, David Barnea, che ha avuto numerosi incontri con il Primo ministro Netanyahu e il suo governo prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. È lui che avrebbe fatto intravedere l’opzione del possibile cambio di regime a Teheran, secondo quanto riportato da Canale 12. “L’emittente televisiva – dice il Times of Israel, citando diverse fonti anonime – ha affermato che Barnea avrebbe detto ai vertici politici che, se gli obiettivi militari dell’operazione fossero stati raggiunti – la decapitazione della leadership, nonché gravi danni alle istituzioni del regime e alla sua capacità di reprimere i propri cittadini – allora il Mossad e la CIA avrebbero saputo come garantire che gli iraniani scendessero di nuovo in piazza e trovassero un’alternativa al regime. Il rapporto ha sottolineato che il capo del Mossad ha fornito precisazioni su precisazioni, e ha osservato sia che la situazione era in evoluzione, sia che il raggiungimento degli obiettivi desiderati avrebbe potuto richiedere molto tempo. Sia Netanyahu che il Presidente statunitense Donald Trump si sono rivolti al popolo iraniano annunciando l’inizio della campagna militare, indicando che l’operazione avrebbe potuto creare le condizioni per la caduta del regime. Nelle tre settimane successive – conclude il Times of Israel – Stati Uniti e Israele hanno evitato di impegnarsi per un cambio di regime, concentrandosi invece sulla minaccia alla sicurezza rappresentata dalle capacità militari della Repubblica islamica, in particolare dai suoi programmi nucleari e di missili balistici”.

I chiarimenti di Netanyahu

Durante la sua audizione davanti al Congresso degli Stati Uniti, prima al Senato e poi alla Camera, la Direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, ha affermato che i report delle sue agenzie indicano che “il regime in Iran sembra essere intatto ma ampiamente indebolito”. Dicendo inoltre che “se il regime dovesse sopravvivere, probabilmente cercherebbe di ricostruire le proprie capacità militari”. Beh, sinceramente non ci sembra proprio una grande scoperta. Forse è stato proprio per anticipare le possibili critiche sull’argomento, che Netanyahu, nel corso di una conferenza stampa, ha dovuto definire i tre obiettivi del conflitto: “La fine della minaccia nucleare, la fine della minaccia missilistica balistica e la creazione delle condizioni affinché il popolo iraniano possa conquistare la propria libertà e controllare il proprio destino”. Come si vede, il Premier ha ridistribuito la scaletta delle priorità, lasciando il cambio di regime all’ultimo posto. Ma sottolineando che esso dev’essere una conseguenza della volontà popolare iraniana. Insomma, nessuna interferenza esterna in questo senso e nessun colpo di Stato “diretto”. Diciamo che si è trattato di una presa di posizione che esprime una strategia “a geometria variabile”. Infatti, il Premier ha affermato che c’erano “molti segnali che il regime si stava incrinando”, ma ha evitato di affermare che sarebbe crollato. “Posso dirvi – ha detto – che stiamo lavorando per creare le condizioni per il suo collasso, ma potrebbe sopravvivere, potrebbe non sopravvivere. Se sopravvive, sarà molto più debole”.

Basta con gli ayatollah

Nel corso della sua conferenza, tenuta in inglese davanti alla stampa internazionale, Netanyahu ha dunque cercato di smussare gli spigoli, sostenendo che il destino futuro dell’Iran è nelle mani del suo popolo. Tutti noi sappiamo che ciò è vero fino a un certo punto, perché diventerà molto difficile gestire una transizione verso la democrazia, dopo tanti anni di odio e di sangue. E sappiamo anche che chi oggi si riempie la bocca di belle parole, nella testa ha ben chiari solo i propri interessi. “Per l’Iran – ha continuato ‘Bibi’ – vogliamo un leader di transizione, che sappia guidare la transizione. Non si vuole sostituire un ayatollah con un altro. Non si vuole sostituire Hitler con Himmler. Quindi credo che la domanda sia: si creeranno le condizioni per un simile cambiamento? Credo sia troppo presto per dirlo, e in definitiva, come ho già detto, spetta al popolo iraniano dimostrarlo: scegliere il momento giusto e saperlo cogliere. Noi possiamo creare le condizioni, ma loro devono saperle sfruttare, a un certo punto”.

Un attacco di terra?

“Si dice spesso – conclude Netanyahu – che non si può vincere, non si possono fare rivoluzioni dall’aria. È vero. Non si può fare solo dall’aria. Si possono fare molte cose dall’aria, e noi le stiamo facendo, ma deve esserci anche una componente terrestre. Ci sono molte possibilità per questa componente terrestre. E mi prendo la libertà di non condividerle tutte con voi”. Più che un’ipotesi, sembra una minaccia.

Fonte

23/12/2025

Se i media prestigiosi diventano ‘buca delle lettere’ di Servizi segreti

Il 19 dicembre, l’agenzia stampa britannica Reuters pubblica che il presidente russo Putin «non ha abbandonato i suoi obiettivi di conquistare tutta l’Ucraina e di reclamare parti dell’Europa che appartenevano all’ex impero sovietico». Origine di questa notizia bomba, «fonti vicine all’intelligence statunitense», fonti anonime e solo «vicine» al variopinto mondo ‘dell’intelligence statunitense’. Non spie vere, ma ‘dintorni’. «Fonti vicine». Possibile ‘sparare’ una notizia di quella portata sulla base di un nulla? Quali le fonti reali, e quali intenti di tanto allarmismo?

Dalla vera ‘Intelligence Usa’ la dura smentita

A smentire la notizia della Reuters, Tulsi Gabbard, nientemeno che la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti (a coordinare tutte le sedici agenzie di spionaggio Usa, a partire dalla famigerata Cia). Sotto schiaffo, «I guerrafondai del Deep State e i loro media di propaganda». Esecutori i media servili, mandanti che «quelli stanno nuovamente cercando di ostacolare gli sforzi per portare la pace in Ucraina». Accusa mirata all’Europa, «sostenendo falsamente che la ‘comunità di intelligence statunitense’ concordi e supporti il punto di vista di UE/NATO secondo cui l’obiettivo della Russia è invadere/conquistare l’Europa (al fine di ottenere sostegno per le loro politiche pro-guerra)». Colpo finale legato al puro buonsenso: «La verità è che l’intelligence statunitense valuta che la Russia non abbia nemmeno la capacità di conquistare e occupare l’Ucraina, figuriamoci di ‘invadere e occupare l’Europa».

Molto oltre l’inciampo giornalistico

E se la Reuters avesse ragione e il falso fosse quello di tutte le sedici agenzia di intelligence statunitensi per contro della politica antieuropea di Trump? L’analisi dei fatti è a favore della denuncia Usa. Primo sospetto rilevato da tutti, è che la notizia è uscita mentre a Miami si svolgevano i colloqui tra Mosca e Washington, tra Kirill Dmitriev, fedelissimo del presidente Putin, e l’inviato statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner. Personaggi forse poco simpatici, ma protagonisti certi nella difficile trattativa in corso tra Mosca e Kiev. Poi, la già citata inconsistenza delle presunte ‘fonti vicine al nulla’. Il ruolo di «buca delle lettere» di un presunto apparato di sicurezza mandante di precise volontà politiche. Qualche giornalista più generoso, ha anche ipotizzato «una remota possibilità che le agenzie di intelligence – o le fonti coinvolte – stiano abusando del loro potere, diffondendo deliberatamente disinformazione al pubblico internazionale al fine di alimentare tensioni e conflitti». I soliti ‘Servizi segreti deviati’ troppe volte ad uso politico. E i media che hanno ripreso in maniera acritica questa notizia, anche se proveniente da un’agenzia autorevole e riconosciuta?

Ancora il vertice delle spie Usa

Tulsi Gabbard ha replicato alla giornalista di Reuters Erin Bianco che provava a giustificare quella pubblicazione con un’accusa netta su cui riflettere: «State promuovendo questa narrazione falsa per bloccare gli sforzi di pace e fomentando isteria e paura tra la gente per spingerla a sostenere l’escalation della guerra, che è ciò che NATO e UE vogliono davvero per trascinare direttamente l’esercito degli Stati Uniti in una guerra con la Russia». In difesa della politica di Trump, ma non soltanto. «La verità è che la comunità di intelligence statunitense ha informato i ‘policymaker’, inclusi i membri democratici citati da Reuters, che l’intelligence USA valuta che la Russia cerca di evitare una guerra più ampia con la NATO. Valuta inoltre che, come hanno dimostrato gli ultimi anni, le prestazioni sul campo di battaglia della Russia indicano che al momento non ha la capacità di conquistare e occupare tutta l’Ucraina, figuriamoci l’Europa».

I report sulla minaccia russa in Europa

Alle parole di Gabbard si aggiungono le conclusioni di diversi report di think-tank europei e americani che smentiscono che la Federazione Russa possa in futuro attaccare i Paesi Baltici o la Polonia. Come sottolinea Military Analysis del Defense Priorities, «La nostra analisi mostra che la Russia non possiede le capacità per conquistare territorio NATO ora e per diversi anni dopo la fine della guerra in Ucraina. Se l’Europa si riarmasse in quel periodo, avrebbe poco da temere». Da InsideOver il report sull’European Council on Foreign Relations, sostiene che «anche con un coinvolgimento limitato degli Stati Uniti, l’Estonia e gli alleati europei della NATO potrebbero fermare e probabilmente decimare un’invasione di terra russa per conquistare Narva, città estone al confine». Allo stesso modo, «tutti pronti a contrastare la Russia qualora tentasse di lanciare una campagna ibrida». In poche parole, sottolinea Roberto Vivaldelli, «l’esercito russo manca della manodopera, della logistica e della copertura aerea necessarie per sostenere un’offensiva di 100-200 km sotto il fuoco della NATO».

Millanteria Nato o montature europee?

Altro report autorevole del Quincy Institute, secondo il quale «un’analisi obiettiva del bilancio delle forze conferma che le capacità militari convenzionali russe sono di gran lunga inferiori a quelle della NATO collettiva. Il deterrente dell’Alleanza contro un attacco diretto russo su un membro NATO è estremamente forte. Di conseguenza – afferma il Quincy Institute – è altamente improbabile che la Russia avvii un assalto militare convenzionale contro un Paese NATO. Data la sproporzione di forze, l’obiettivo russo di limitare la presenza NATO lungo i suoi confini e nella sfera d’influenza che considera propria non può essere raggiunto attraverso un’aggressione diretta, rendendo tale opzione irrazionale e controproducente». Sottolineatura finale: «parliamo di analisi empiriche, redatte da autorevoli e riconosciuti studiosi», peraltro occidentali. Non da quelle ‘fonti anonime’ smentite dalla stessa Gabbard.

«Reuters o Gabbard?»

«Il presidente russo Vladimir Putin vuole davvero conquistare tutta l’Ucraina e una parte dell’Europa orientale come raccontato dall’agenzia Reuters? Oppure ha ragione la direttrice dell’intelligence Usa, Tulsi Gabbard, nel sostenere che è una fake news della propaganda di guerra volta a sabotare i negoziati in corso? E ancora: Russia e Ucraina sono davvero vicini a un accordo? Come sta andando la guerra sul campo di battaglia? Ha fatto bene l’Europa a rinunciare all’impiego di asset russi per finanziare Kiev?»

Fonte credibile

Il professor Anatol Lieven, direttore del Programma Eurasia e titolare della cattedra in Storia Diplomatica Americana al Quincy Institute for Responsible Statecraft e del Dipartimento per l’Asia Meridionale del British Foreign and Commonwealth, sentito da Roberto Vivaldelli su InsideOver. «Non c’è dubbio che la maggior parte dell’establishment statunitense per gli affari esteri sia contraria a un accordo di pace, e questo include funzionari attuali. Non è chiaro fino a che punto ciò valga per figure di alto livello dell’amministrazione Trump». Nel frattempo, la guerra di logoramento nel Donbass continua. Sul fronte militare, c’è qualche possibilità che gli ucraini possano ribaltare la situazione? «A questo punto, gli ucraini vincono non perdendo. Non c’è alcuna possibilità che riconquistino territorio, ma limitando le forze russe a un’avanzata lentissima e logorante, minano la richiesta russa di concessioni al tavolo negoziale. Perché alla Russia dovrebbe essere permesso di prendere il resto del Donbas se ha poche possibilità di farlo sul campo di battaglia nell’anno prossimo?».

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