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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2024

Il taglio alla scala mobile inaugurò la guerra dei governi ai lavoratori

Il “Decreto di San Valentino”, la battaglia sulla scala mobile. Quarant’anni dopo. L’Unità ne discute con l’economista Emiliano Brancaccio, autore di ricerche pubblicate da autorevoli riviste accademiche, che provano come la precarizzazione e lo schiacciamento dei salari non abbiano favorito la creazione di posti di lavoro.

Il 14 febbraio 1984, il governo Craxi approvò il “decreto di San Valentino” che tagliò la scala mobile. Come venne giustificata quella scelta?

Craxi decise di agire “di forza” in un dibattito che si trascinava ormai da diversi anni. La giustificazione “tecnica” del decreto era che il meccanismo di protezione dei salari basato sulla scala mobile era colpevole di trasformare anche gli aumenti isolati dei prezzi, magari importati dall’estero, in focolai di inflazione permanente. Ridimensionare la scala mobile veniva quindi considerato “logico”, non solo dalle associazioni padronali ma anche dagli economisti più in voga: Modigliani, Monti, in parte lo stesso Tarantelli. In realtà, in questa lettura apparentemente “neutrale” c’era un vizio di fondo.

Quale?

Come giustamente fecero notare Paolo Sylos Labini e altri, il quadro internazionale era profondamente cambiato rispetto agli anni Settanta. Il boom petrolifero era finito, le svalutazioni erano impedite dal nuovo sistema a cambi fissi, per cui la scala mobile rispondeva ad aumenti di prezzo che provenivano non più tanto dall’esterno quanto piuttosto dall’interno. E il punto chiave è che non si trattava più di spinte salariali, visto che già da tempo le rivendicazioni operaie erano calate. In larga misura si trattava di spinte inflattive generate dall’obiettivo delle imprese di rilanciare i profitti, in parte dall’aumento delle rendite e dalla dinamica delle tariffe pubbliche e della tassazione. Non a caso, rispetto alla punta massima del 1975, nel 1984 la quota di reddito nazionale destinata ai salari era già precipitata di quattro punti.

Quale fu l’effetto sociale del decreto?

Rallentando la scala mobile, il governo Craxi toglieva alla classe lavoratrice un meccanismo per proteggersi da rivendicazioni che ormai venivano solo dal lato dei capitalisti e dalle sacche ancora ampie di borghesia beneficiaria del bilancio pubblico. Non a caso, anche grazie al disinnesco della scala mobile, nei cinque anni successivi la quota di reddito spettante ai salari crollò di altri quattro punti.

Sul taglio della scala mobile si innestò una stagione di dure lotte operaie, sostenute dal PCI di Enrico Berlinguer e, sia pure con qualche mal di pancia, dalla CGIL di Luciano Lama. Lotte che sfociarono nel referendum del giugno 1985, con la vittoria del “no” e quindi la conferma del taglio della scala mobile.

In realtà erano già anni di riflusso delle lotte: i dati ILO indicano che rispetto alle punte degli anni Settanta, gli scioperi erano calati di oltre il 20 percento. Craxi intuì il mutamento della fase storica e decise di intervenire a gamba tesa, in un ambito in cui fino ad allora i governi tendevano a dare priorità alle trattative tra le parti sociali. Fu il primo atto di una lunga epoca che dura ancora oggi, e che definirei di “esecutivizzazione” della lotta di classe: ossia, il governo soverchia la contrattazione e diventa a tutti gli effetti strumento della classe egemone per accrescere i margini di profitto. Vista in questi termini, si capisce meglio la ragione per cui Berlinguer avvertì l’urgenza di intervenire anche lui sul piano politico. Morì prima di rendersi conto che aveva sbagliato le previsioni sul referendum. Ma non credo avesse molta scelta, dopo l’accelerazione tutta politica di Craxi.

Ritiene che oggi la sinistra politica e sindacale abbia maturato una riflessione critica su quella stagione?

Non so se l’abbia fatto ma dovrebbe. In Italia, questa lotta di classe rovesciata, a favore del capitale, ha agito con un’intensità superiore che in altri paesi. Le ripercussioni sulle disuguaglianze e sul tenore di vita delle lavoratrici e dei lavoratori sono state particolarmente pesanti. I dati Ameco della Commissione europea indicano che in Italia la quota dei salari sul reddito nazionale è ormai 4 punti sotto la media europea. E nell’arco di questo secolo, mentre nella media europea il potere d’acquisto delle retribuzioni è aumentato di dieci punti, da noi è calato di tre punti e mezzo.

Lei ha sostenuto spesso che questa corsa al ribasso dei salari ha anche danneggiato l’efficienza del nostro sistema delle imprese.

Se viene a mancare la “frusta” della spinta salariale, le imprese hanno meno stimoli a migliorare le tecniche produttive, e così la produttività stagna. Questo dovrebbe aiutare a cogliere l’errore in cui cadono coloro che ripetono la litania confindustriale, secondo cui per aumentare i salari bisognerebbe prima aumentare la produttività. In realtà, la crisi di produttività del nostro paese non è la causa della crisi salariale ma ne è l’effetto.

Pensa che oggi la sinistra sia attrezzata per dotarsi di una visione di politica economica all’altezza delle sfide del presente?

In un certo senso, bisognerebbe prendere spunto dall’intuizione di Craxi per agire in direzione contraria alla sua. Craxi aveva compreso che stava iniziando un’epoca in cui la lotta di classe si sarebbe giocata sempre più senza mediazioni, cioè direttamente sull’azione di governo prima ancora che sulla contrattazione. Da allora, gran parte dei governi successivi ha agito in modo analogo, impegnandosi ad anticipare o addirittura a scavalcare il sindacato per mettere il potere delle istituzioni contro il lavoro, direttamente e in modo “disintermediato”, come si usa dire oggi. È avvenuto sui salari, sulle tutele del lavoro, sulla regolamentazione degli scioperi. Ebbene, io credo che una nuova forza di sinistra possa svilupparsi solo sulla consapevolezza che si debba agire in senso opposto a quello craxiano, diciamo così, che ha prevalso in questi anni. Ossia, si tratta di avviare una lunga e complessa opera di “reintermediazione” dei rapporti tra collettività e istituzioni politiche, per mettere il potere di governo non più contro il lavoro ma contro gli interessi privati del capitale, sempre più miopi e contrari all’interesse generale.

Quarant’anni fa, i lavoratori, o comunque la maggioranza di essi, votavano a sinistra. Oggi le hanno voltato le spalle. È cambiata la sinistra o i lavoratori?

Si dice che la classe lavoratrice sia diventata inquieta verso il futuro, ostile al progresso scientifico, nemica dei diritti di libertà e dei processi di emancipazione civile, e in questo senso distante dalla tipica linea di condotta di una sinistra “moderna”. In parte è vero, ed è vero che su questo regresso di massa le destre reazionarie raccolgono consensi. Ma, come direbbe Lukács, questa deriva reazionaria di una parte rilevante delle masse lavoratrici non è certo il frutto di una casualità avversa. Se le condizioni di lavoro si fanno ogni anno più stringenti, se la vita si fa più incerta e difficile, è ovvio che le masse lavoratrici perdono contatto materiale con i benefici del progresso. Così iniziano quasi inconsciamente a far coincidere il progresso con il lusso, cioè con qualcosa che non possono permettersi. E alla fine diventano diffidenti e ostili verso l’idea stessa del progresso, in tutte le sue declinazioni.

Come si inverte questa tendenza?

È evidente che bisogna rilanciare la lotta di classe dal lato del lavoro. Questo è l’unico modo per ricreare fiducia sulla possibilità di fare nuovamente del progresso tecnico, sociale e civile un fatto collettivo, di cui tutti possono beneficiare. Potremmo dire che mentre Craxi prese la parola “modernità” e la mise al servizio di un progetto di ristrutturazione capitalistica, oggi si tratta di rimettere quel concetto nelle mani della classe lavoratrice.

Fonte

15/02/2024

Il decreto Craxi di San Valentino bloccò la scala mobile: tutti i nostri guai sono cominciati lì

Se c’è una data da cui far partire la rovina dei salari in Italia, oggi documentata da tutti i centri studi internazionali e vissuta personalmente da milioni di lavoratori, essa è il 14 febbraio 1984. Allora il governo di Bettino Craxi con un decreto legge bloccò la “scala mobile”, cioè il meccanismo di aumento automatico dei salari che li adeguava rispetto all’inflazione.

Attenzione, è bene sottolineare che, a differenza di quanto poi ricordò la narrazione popolare, il decreto Craxi non abolì la scala mobile, ma la bloccò. Anzi, dopo alcuni mesi di grandi lotte operaie il governo corresse il decreto e ripristinò il meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi.

Alla fine la perdita materiale dei lavoratori fu quella di quattro punti di scala mobile bloccati, circa 25mila lire, che vennero a mancare in busta paga. E tuttavia hanno ragione coloro che attribuiscono al “decreto Craxi” non solo un valore immediato di intervento sulle retribuzioni, ma il significato di un cambiamento strutturale nei rapporti sociali e di classe del nostro paese.

Gli effetti politici e sociali del decreto furono largamente superiori ai suoi risultati immediati, come compresero perfettamente i lavoratori che in quei mesi scesero in piazza contro il decreto, e come affermò il segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che con la lotta contro il decreto Craxi, tra i malumori e i dissensi dell’ala migliorista del suo partito e di gran parte dei vertici della Cgil, condusse l’ultima battaglia della sua vita.

Va detto che anche nei sostenitori del decreto ci fu sin dall’inizio una voluta doppiezza. Da un lato infatti il governo – e Cisl e Uil che concordavano con esso – sostenevano il carattere di emergenza e temporaneità del taglio alla scala mobile. Chi si opponeva veniva accusato di pretestuosità, o come minimo di esagerazione: tanto chiasso per due pizze e una coca cola, disse un sindacalista che sosteneva la misura.

Tuttavia spesso dagli stessi pulpiti poi veniva sviluppata una narrazione completamente diversa. La scala mobile veniva presentata come un male in sé, perché adeguando i salari all’inflazione impediva all’inflazione stessa di rallentare. La “rincorsa tra prezzi e salari doveva finire” e siccome non si voleva più intervenire sui prezzi, il solo modo per fermarla era bloccare i salari.

A questi ragionamenti si aggiungevano quelli di sistema, cioè l’affermazione della centralità dell’impresa rispetto al lavoro e la necessità di ridimensionare – “restituire” disse un altro dei sindacalisti favorevoli al decreto – le conquiste operaie degli anni '70. Insomma il decreto veniva vissuto e presentato come una svolta generale che oggi potremmo tranquillamente definire liberista e di restaurazione sociale anti-operaia.

C’era infine anche una dimensione politica e di relazioni sindacali. Craxi e il suo governo di pentapartito usarono consapevolmente il decreto come strumento di rottura politica con il partito comunista di Berlinguer, ribadendo che si trattava di togliere al Pci quel diritto di veto sulle questioni sociali che aveva maturato già dalla fine degli anni '60.

Lo stesso discorso veniva fatto sul piano delle relazioni sindacali, si trattava anche qui di ridimensionare il ruolo della Cgil nel sistema contrattuale e togliere anche ad essa il diritto di veto. Infatti subito prima del decreto Craxi c’era stato l’accordo separato tra Cisl, Uil, Confindustria e governo per tagliare la scala mobile.

Dopo, il governo aveva trasformato quell’accordo tra le parti in un decreto legge dello Stato, con un atto chiaramente lesivo della libertà contrattuale, che avrebbe aperto un precedente gravissimo in tutto il sistema delle relazioni sindacali. Il liberismo nelle relazioni sociali iniziava con un intervento dall’alto del potere dello stato, che istituzionalizzava la contrattazione facendola diventare legge dello stato.

Per queste ragioni una parte rilevante del mondo del lavoro e soprattutto gli operai delle grandi aziende industriali afferrarono subito la dimensione politica e di potere del decreto e rifiutarono il punto di vista suggerito da Cisl e Uil: è un accordo di emergenza particolare, poi tutto tornerà a posto come prima.

Già il giorno dopo il 14 febbraio iniziarono nelle grandi fabbriche scioperi spontanei di massa. Alla testa della mobilitazione c’erano i consigli dei delegati, ultimo frutto già in crisi, ma ancora operativo, del sindacalismo unitario dell’autunno caldo.

I consigli di fabbrica assunsero una nuova vita e un nuovo protagonismo dopo un periodo di appannamento della loro iniziativa, seguito alla sconfitta subita alla Fiat nel 1980. In molte città industriali i consigli di fabbrica si autoconvocarono, cioè senza nessuna promozione ufficiale da parte dei sindacati, convocarono assemblee di lavoratori con grandissima partecipazione. Ai primi di marzo a Milano si svolse un’assemblea di oltre 5.000 delegati di tutti i luoghi di lavoro completamente autoconvocata.

Questa ripresa di protagonismo operaio veniva chiaramente sostenuta dal Pci berlingueriano e da una parte della Cgil, però non era riconducibile ad essi. In quel movimento erano presenti militanti di tutte le organizzati sindacali, anche di quelle che sostenevano il decreto.

Purtroppo quel movimento dal basso, che avrebbe potuto rinnovare tutto il sindacato, fu subito osteggiato dai gruppi dirigenti di Cisl e Uil e non adeguatamente sostenuto da quelli della Cgil. In quest’ultima organizzazione pesava profondamente la paura della rottura con la componente socialista, che si era pubblicamente schierata con il governo contro il suo stesso sindacato. E poi il leader comunista dell’organizzazione, Luciano Lama, era profondamente legato ai miglioristi e ne condivideva tutte le critiche al “radicalismo” dell’ultimo Berlinguer.

Insomma anche la Cgil, che pure aveva rifiutato il decreto e chiamato alla mobilitazione contro di esso, fino ad una enorme manifestazione di sabato a Roma il 24 marzo 1984, aveva scelto di non andare allo scontro frontale, e infatti non proclamò mai uno sciopero nazionale.

Tutti gli scioperi che per due mesi fermarono il paese, in una dimensione di lotta come oggi abbiamo visto in Francia, erano proclamati dai consigli e dalle assemblee dei delegati. Un gigantesco movimento di lotta, che avrebbe potuto fermare o almeno davvero condizionare la svolta liberista in atto nelle politiche economiche e sociali del paese, fu lasciato spegnersi.

Morto Berlinguer nel giugno del 1984, nel Pci prevalse rapidamente la politica della corrente migliorista e la Cgil tornò subito all’ovile con Cisl e Uil. Tanto è vero che nell’anno successivo, quando contro il decreto fu svolto il referendum che Berlinguer aveva voluto, l’impegno del Pci fu scarso mentre la Cgil proclamò formalmente la sua neutralità, con Cisl e Uil impegnate attivamente contro.

Come sappiamo la scala mobile fu progressivamente ridimensionata con successivi accordi sindacali e infine del tutto soppressa, sempre con il consenso di Cgil Cisl e Uil, dal governo di Giuliano Amato nel 1992.

Da allora i salari italiani non si sono più ripresi, perché la perdita della scala mobile ha voluto dire il venir meno di un elemento fondamentale della retribuzione, senza che nulla fosse messo al suo posto. Che una tutela automatica dei salari dall’inflazione sia necessaria lo ha riconosciuto lo stesso ultimo contratto dei lavoratori dell’auto degli Usa, che ha ripristinato la scala mobile.

Aveva completamente ragione chi allora lottò contro il decreto Craxi, perché sentiva che era l’avvio della resa dei conti e della restaurazione, rispetto a tutte le conquiste sociali del quindicennio precedente.

Forse esagerando, perché in realtà le premesse erano già state poste dalle politiche di austerità dei precedenti governi di unità nazionale, oggi tanti pensionati, lavoratori di allora, sostengono: tutti i nostri guai sono cominciati lì, dal decreto di San Valentino. E non solo i guai dei salari, ma anche quelli della democrazia.

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