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18/12/2021

Brasile - Pandemia, crisi economica e Bolsonaro: intervista a João Pedro Stedile

João Pedro Stedile, leader del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), movimento politico-sociale che si batte per la riforma agraria in Brasile contro lo sfruttamento dell’agro-business, la devastazione ambientale e le disuguaglianze sociali, spiega le diverse dimensioni della peggiore crisi della storia recente del paese, in un’intervista realizzata da Peoples Dispatch.

È anche l’occasione per parlare delle sfide che attendono i movimenti sociali e popolari in vista delle elezioni presidenziali che avranno luogo l’anno prossimo ad ottobre, mentre continua ad aggravarsi la situazione sanitaria legata alla pandemia Covid-19 e si acuiscono le conseguenze sociali negative determinate dalle politiche neoliberiste del presidente neo-fascista Jair Bolsonaro.

Lula è dato in testa in tutti i sondaggi e, vincendo già al primo turno, potrebbe riportare il Brasile sul percorso sociale progressista intrapreso dai governi guidati dal Partido dos Trabalhadores (PT) e brutalmente interrotto dal golpe ‘bianco’ contro Lula e Dilma Rousseff.

Da uno dei paesi più importanti dell’America Latina continua ad arrivare un segnale di speranza per l’intera umanità.

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Quali sono le condizioni politiche ed economiche oggi in Brasile, nell’attuale contesto della pandemia?

Il Brasile sta vivendo un periodo molto difficile della sua storia – la peggior crisi da 500 anni – perché per la prima volta nello stesso momento storico c’è una crisi strutturale del capitalismo, un capitalismo dipendente dai capitali esteri e dal centro del capitalismo globale.

Questa crisi colpisce l’economia, la produzione, gli investimenti. Genera crescenti disuguaglianze sociali con pochi miliardari, da un lato, e milioni di lavoratori gettati nella miseria, dall’altro.

Stiamo inoltre di fronte ad una crisi ambientale con crimini mostruosi commessi dal sistema capitalista contro la foresta Amazzonica, i nostri biomi e l’intera agricoltura, ogni giorno.

Infine, stiamo affrontando una crisi politica caratterizzata dalla natura del governo di Bolsonaro.

Il Brasile, con una popolazione di 220 milioni di persone, sta attraversando il peggior momento della sua storia. Questa situazione ci porta a credere che questa crisi, che ha a che fare con la struttura del modo di produzione capitalista, sarà duratura e richiederà pertanto cambiamenti strutturali.

Il secondo aspetto di questa congiuntura che stiamo vivendo è la natura del governo del “Capitan Bolsonaro”. Questi sta applicando una serie di politiche neofasciste basate su menzogne, odio e propaganda violenta. Tuttavia, non ha di per sé una forza politica sociale e popolare.

Bolsonaro è lì come presidente come risultato del potere della borghesia perché nel 2018 la borghesia non aveva un proprio candidato da poter sostenere, pertanto ha impedito che le forze popolari tornassero al potere tramite il PT, per questo la borghesia brasiliano ha scelto di mettere Bolsonaro alla guida del paese.

Tuttavia, Bolsonaro non ha un progetto per il paese, non ha nemmeno un partito ed è sostenuto da una base di fanatici dell’estrema destra che rappresenta meno dell’8% della popolazione.

Quindi, stiamo vivendo una situazione di un governo in crisi permanente perché, dalla sua elezione, Bolsonaro ha perso stabilmente consensi e sta creando soltanto tensioni crescenti con gli altri poteri costituti della Repubblica brasiliana – come quello giudiziario con il quale è sempre in contrasto – ma anche con quello legislativo ed infine persino con i media mainstream della borghesia che lo aveva sostenuto. Adesso, la maggior parte dei media sono contro di lui.

Questo fenomeno generale di crisi del capitalismo e della natura del governo neofascista è stato chiaramente evidente con il Covid-19. Lo Stato avrebbe potuto affrontare e superare la pandemia legata a questo virus, come è accaduto in altri paesi come la Cina, il Vietnam, la Corea, il Giappone.

Tuttavia, qui in Brasile, la compresenza di una crisi strutturale del capitalismo e uno Stato governato da un neo-fascista è risultata in una crisi della salute pubblica che è costata la vita a oltre 613.000 brasiliani, che si sarebbero potuti salvare.

Quali sono le prospettive future?

Ci saranno le elezioni presidenziali (ad ottobre 2022, ndr). Queste sono diventate, in un certo modo, il cuore della lotta di classe in Brasile, cosa che non è sempre stata così. Ma in funzione della lotta di classe e dell’aggravarsi della crisi, queste elezioni si sono trasformate in un punto centrale dello scontro di classe.

Per comprenderne l’importanza dobbiamo analizzare il comportamento delle classi in relazione alle elezioni. Da un lato, la novità è che la borghesia è divisa circa il percorso elettorale. Nel 2018, la borghesia era compatta per eleggere Bolsonaro e, nonostante ciò, questi fu eletto con solo il 3% di scarto.

Ma ora c’è una spaccatura all’interno della borghesia, con una piccola parte che continua a sostenere Bolsonaro, quella lumpen-bourgeoisie che dipende dall’appropriazione di risorse pubbliche, mentre la parte più consistente si è adoperata nell’ultimo anno per trovare un candidato da quella che hanno definito “la terza via”.

Tuttavia, non sono riusciti nel loro intento di trovare e unirsi intorno al nome di un singolo candidato della borghesia, al di là di Bolsonaro. Pertanto, ad oggi, la borghesia è divisa anche sui possibili candidati.

C’è la candidatura del governatore di São Paulo, João Doria, che rappresenta una parte della borghesia brasiliana. Poi, c’è la candidatura dell’ex giudice Sergio Moro (l’accusatore di Lula nel caso di “lawfare” Lava Jato, ndr), incoraggiata e sostenuta dagli Stati Uniti.

Quindi, anche quando prendiamo in considerazione il supporto del capitale internazionale, la borghesia resta divisa, perché, guardando alle forze delle Stati Uniti, il gruppo di Trump e i repubblicani sostengono Bolsonaro, mentre il gruppo di Hillary Clinton e più largamente, del Partito Democratico statunitense sostiene Doria. Al punto che il suo coordinatore economico è Henrique Meirelles, ex-presidente della Bank of Boston, che intrattiene relazioni con il capitale finanziario USA.

Il deep state USA, che comprende gli strumenti di intelligence come FBI e CIA, sostiene Sergio Moro. Quindi, è chiara la divisione della borghesia circa i potenziali candidati e questo dovrebbe essere un vantaggio per le classi popolari e lavoratrici.

Dal loro punto di vista, l’aspetto positivo della congiuntura è rappresentato dal fatto che, da marzo di quest’anno, Lula ha recuperato i pieni diritti politici e tutte le accuse di corruzione che lo hanno trattenuto in prigione per 580 giorni sono state annullate, perché sono state giudicate e considerate dalla Corte Suprema Federale come illegali, illegittime e manipolate dall’impostazione politica del giudice Sergio Moro, decorato da Bolsonaro con la nomina a ministro della Giustizia.

Pertanto, la vittoria legale di Lula in tribunale e il recupero dei suoi diritti politici lo hanno reso il nuovo rappresentante politico della classe lavoratrice, che va oltre la sua figura, il PT, la sinistra; e questo è il motivo per cui oggi Lula ha quasi il 50% delle preferenze nelle intenzioni di voto.

Inoltre, penso che il risultato politico del viaggio di Lula in Europa, con il supporto che ha ricevuto da diverse forze sociali e democratiche, dimostra che molti settori economici in Europa preferirebbero avere Lula come presidente del Brasile piuttosto che dover sopportare altri 4 anni di un governo fascista.

Quali sono le priorità politiche per i movimenti popolari nel 2022?

Il primo obiettivo politico è recuperare la lotta di massa nelle strade, perché il Covid ci ha paralizzato per due anni. La crisi capitalista ha prodotto una situazione in cui 70 milioni di persone sono disoccupate, hanno un lavoro precario o non hanno alcun reddito.

Pertanto noi, come movimenti popolari e partiti di sinistra, dobbiamo riaccendere la mobilitazione sociale di massa come unico mezzo per la popolazione di risolvere i suoi problemi e poter uscire da questa crisi, almeno dal punto di vista sociale.

La seconda priorità politica è quella di dover trasformare la campagna elettorale di Lula in una campagna di massa, perché questa rappresenta il fulcro della lotta politica di classe.

In questo modo, la vittoria di Lula sarebbe in grado di sconfiggere la borghesia, sebbene questa sia già divisa, solo se noi saremmo in grado di trasformare questa campagna elettorale in una mobilitazione di massa come parte della lotta di classe.

Inoltre, terza priorità politica: è necessario per l’anno prossimo, il 2022, discutere nuovi progetti popolari per il Brasile, perché se – come sosteniamo – vi è una crisi strutturale del capitalismo e non sappiamo quale sarà la sua durata, è importante che la sinistra porti tra le masse popolari il dibattito su che tipo di progetto è necessario per risanare il paese, per salvare il popolo brasiliano e ricostruire il progetto di uno Stato, non più dominato dalla borghesia, ma un progetto diretto dalle forze popolari.

Questo è ciò che noi speriamo che accada con un nuovo governo di Lula. Questo dibattito sarà importante in tutta la campagna elettorale affinché Lula possa avere tutta la forza necessaria per vincere le elezioni ed essere nella posizione di implementare un vero programma di riforme strutturali per risolvere i problemi delle masse popolari.

Quarto ed ultimo punto che dobbiamo discutere è che il centro della lotta di classe, sia qui in Brasile come in tutto il resto del mondo, è la battaglia delle idee e lo scontro tra ideologie diverse.

Quindi, i movimenti delle classi lavoratrici e popolari, la sinistra e le forze sociali devono spendere le proprie energie impegnandosi costantemente nella battaglia delle idee per conquistare l’egemonia culturale nella società, per dimostrare che la crisi del capitalismo e il governo neo-fascista sono responsabili di questi problemi, mentre noi abbiamo proposte concrete per salvare la popolazione e la Natura, per costruire un futuro in cui il popolo brasiliano possa vivere con dignità.

Fonte

28/08/2015

Brasile. "Da venti anni la sinistra pensa solo alle elezioni"

Una intervista a Joao Pedro Stèdile, leader storico del Movimento dei Sem Terra brasiliani.

Da alcuni mesi, o anni, João Pedro Stédile, uno dei principali dirigenti del MST ripete alcuni avvertimenti diretti alla sinistra brasiliana, legati all'evoluzione della congiuntura politica nazionale e internazionale. Uno di queste consiste nel mettere in guardia sull'importanza di non ridurre la lotta politica a lotta elettorale e non soccombere alle trappole della politica tradizionale, per esempio accettando il finanziamento privato delle campagne come un modo naturale di gestire la politica.
La crisi politica, iniziata dopo la rielezione di  Dilma Rousseff e l'offensiva dell'opposizione e dei settori più conservatori del paese con l'obiettivo di travolgere la presidenta eletta con il voto popolare, hanno rimesso questi avvertimenti all'ordine del giorno.

Venerdi scorso, Stedile era a Porto Alegre per partecipare a un dibattito all'apertura del 14º Congresso della CUT del Rio Grande del Sud. Nella intervista a Sul21, Stedile ha parlato dell'intreccio delle tre crisi presenti oggi - economica, politica e sociale -, delle mosse dei principali protagonisti e delle loro possibili evoluzioni. E ha indicato quella che ritiene essere la sfida più grande per la sinistra in questo periodo: "Costruire una forza popolare organizzata. La sinistra ha disimparato a fare il lavoro di base, a coscientizzare il popolo, a fare piccole riunioni. Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni. Ha detto Stedile.

Sul21: Durante l'ultima settimana abbiamo avuto una nuova serie di manifestazioni contro e a favore della presidenta Dilma Rousseff e la denuncia contro il presidente della camera dei deputati Eduardo Cunha (PMDB-RJ). Secondo lei, come incidono questi eventi sull'attuale clima di instabilità politica che segna la congiuntura nazionale?

João Pedro Stédile: Il Brasile sta vivendo un periodo molto confuso e complesso, in cui ogni settimana vengono fuori fatti che rendono ancora più complicata la lettura della congiuntura, tra i quali si inseriscono gli episodi che ha citato nella domanda. Questa complessità, nella valutazione del MST e dei movimenti sociali nel loro insieme, si deve al fatto che stiamo vivendo un periodo in cui si intrecciano tre crisi.

C'è una crisi economica che colpisce l'economia brasiliana che non cresce da due anni e starà ancora un paio d'anni senza crescere, con un forte processo di deindustrializzazione, che già si riflette anche nella classe lavoratrice, con aumento della disoccupazione e diminuzione del salario medio. C'è anche una crisi sociale, la cui punta dell'iceberg è comparsa nelle proteste del giugno 2013. Il governo ha adottato una retorica di dialogo; tuttavia, tutti quei problemi sociali che erano il substrato delle mobilitazioni, non sono stati risolti, al contrario. I problemi della casa, del trasporto pubblico, dell'accesso all'università, tutti si sono aggravati. Questa crisi sociale non è ancora esplosa, è latente, ma c'è.

E infine la crisi politica, la cui origine è il sequestro della democrazia brasiliana, operato dai capitalisti attraverso il finanziamento privato delle campagne elettorali. Le dieci maggiori imprese del paese hanno finanziato circa il 70% dei parlamentari, processo questo che ha generato i Cunha e i suoi 300 alleati. Oggi, la popolazione non si riconosce nei politici. Diverse ricerche di opinione indicano che i politici hanno l'indice di credibilità più basso. Quindi esiste una dicotomia. Quel che avviene in campo politico non si riflette nella società o si riflette negativamente.

Tutti giorni vediamo i segni di queste tre crisi. Se leggiamo Valor Econômico, per esempio, vedremo i riflessi della crisi economica. Se consultiamo i movimenti popolari, li sentiremo parlare dei problemi sociali che stanno crescendo. E in politica, come ha detto, ogni giorno vengono fuori nuovi fatti.

Sul21: E quali sono secondo lei, i possibili sviluppi di questo intreccio di crisi ?

João Pedro Stédile: La difficoltà di uscire da questa crisi generale è che le classi ancora non si sono messe d'accordo su cosa fare. Sarebbe necessario creare un nuovo blocco storico e sociale che si costituisse in una maggioranza capace di trovare una via d'uscita. Questo, in generale si verifica nei periodi elettorali. Il problema è che non siamo appena usciti da un'elezione. Quindi noi avremo  i prossimi quattro anni - tutto il governo Dilma - per trovare questa maggioranza e questo è il problema.

In questi tentativi di uscire dalla crisi, che cosa sta venendo alla luce? La borghesia, nel senso classico del termine, più conosciuta come gli imprenditori e il potere economico, ha già presentato le sue proposte di uscita. Non è un programma formalizzato, ma viene presentato nelle sue riunioni e interventi. Questa proposta consiste nel riallineare l'economia brasiliana agli USA, che è stato un po' quanto è successo nel 1964. L'idea è che gli americani vengano qui, investano e tirino l'economia fuori dalla crisi, ampliando il mercato per le imprese brasiliane che entrerebbero in modo subalterno in una relazione con l'economia industriale nordamericana. In secondo luogo, consiste nel diminuire il ruolo dello Stato, che oggi si esprime nelle proposte di tagliare le spese sociali, di diminuire il numero dei ministeri, di diminuire le spese per la Previdenza ecc. In realtà si vuol tornare alla vecchia tesi che è il mercato che risolve. In terzo luogo diminuire il costo della manodopera. Questo è il loro programma, che ancora non può essere reso esplicito, poiché, in sostanza, questo programma è il neolibersmo, che è stato sconfitto nelle ultime quattro elezioni. Non possono semplicemente ripresentarlo, devono indorare la pillola.

Quindi, la borghesia sta facendo questo movimento per tentare di costruire una maggioranza intorno al suo programma. Come fanno a farlo? Mettendo all'ordine del giorno queste proposte nel Congresso nazionale. Tutte le iniziative del blocco di Eduardo Cunha vanno in questa direzione: diminuire i costi, diminuire lo Stato, privatizzazioni, aprire l'economia e riavvicinarla agli USA. Oltre a questo, si appoggiano anche al  sistema Giudiziario e ai maggiori media commerciali, dei quali grande portavoce è la rete Globo. Questo movimento rappresenta il maggior grado di unità che sono riusciti a costruire fino ad oggi, con espressioni della Firjan (Federação das Indústrias do Rio de Janeiro), di Renan Calheiros, presidente del Senato, e con settori del PSDB. Sono assolutamente convinto, in seguito alla recente intervista di Mendonça de Barros, che Serra e Alckmin, anche se non possono esprimersi pubblicamente, concordano con questo programma. Ma non possono comparire.

Sul21: Lei ha parlato del movimento che stanno organizzando i grandi imprenditori e i loro rappresentanti politici per superare la crisi. Quanto agli altri settori della società, è possibile intravedere qualche mossa alla ricerca di vie d'uscita dai problemi attuali?  

João Pedro Stédile: C'è un altro segmento, la cosiddetta classe media, o piccola borghesia come la chiamava Marx. Stiamo parlando di quella classe media che Marcio Pochmann nomina nell'Atlante dell'Esclusione Sociale, che - per il reddito che ha - rappresenta tra il 5 e il 10% della popolazione e che sogna di diventare un giorno borghesia. Qual'è il programma che questa classe media presenta per uscire dalla crisi? Un golpe contro Dilma! Ma questo non è un programma, non risolve nessuna delle tre crisi. Per questo, la borghesia che è più esperta, sta dicendo loro: Calma, voi potete stare a ululare nella Paulista, a Copacabana, ma questa non è la via d'uscita dalla crisi.

Lo stesso Temer ha detto loro questo quando ha affermato che non serviva metterlo al posto di Dilma poichè la crisi ha radici diverse. Al contrario, se ci fosse un golpe istituzionale, si creerebbe una quarta crisi, una crisi istituzionale, che porterebbe i movimenti sociali e popolari nelle strade. Questo scombinerebbe tutte quelle regole dello Stato borghese che, al di là della crisi politica, tutti continuano a rispettare. Se succedesse questo, perchè non potremmo per esempio chiedere l'impeachment di Sartori o di Alckmin, le cui campagne sono state anch'esse finanziate da imprese private? Quindi la via d'uscita di questa classe media è stupida. La nostra fortuna e anche la loro è che rappresentano una frazione molto piccola della società. E' per questo che le loro mobilitazioni non sono cresciute. E le fanno sempre di domenica, no? E' molto più un festival, al quale hanno diritto, piuttosto che una vera battaglia politica.

Dal lato di qua abbiamo la classe lavoratrice che non sta riuscendo a presentare un programma di uscita dalla crisi. In questo momento, le direzioni di organizzazioni come la CUT, la UNE, il MST, i movimenti di lotta per la casa stanno tentando di costruire una agenda comune. Quello che siamo riusciti a costruire unitariamente fino ad oggi è un programma difensivo, contro il golpe in difesa dei diritti, contro il neoliberismo, ossia una difesa del passato e non passi in avanti come vorremmo. Quindi, anche per la classe lavoratrice, è difficile costruire un programma propositivo capace di riprendere l'offensiva in direzione dei cambiamenti che sosteniamo. Questa è una difficoltà reale e siamo a questo punto.

Sul21: Ci sono prospettive di superare queste difficoltà?

João Pedro Stédile: Spero che, nei prossimi mesi, riusciremo ad avanzare nella direzione  di questa unità della classe lavoratrice, per costruire un programma non difensivo, ma che presenti proposte per l'uscita dalle crisi economica, politica e sociale. Forse abbiamo raggiunto già una certa unità rispetto alla crisi politica, sostenendo una Riforma Politica da costruire attraverso un'Assemblea Nazionale Costituente. Questo Congresso non farà questa riforma e i partiti non hanno la forza di approvarla nello scenario attuale. Alla fine, la via d'uscita di un programma costruito dalla classe lavoratrice dipende da una componente ancora non scesa in scena, che è la classe lavoratrice che si mobiliti e vada in strada. Fino ad ora, sono scesi in strada i mediatori, i militanti. La grande massa resta seduta a casa sua guardando tutto alla tv. Per questo, anche le nostre mobilitazioni hanno mantenuto le stesse dimensioni.

Comunque questa massa e le nostre mediazioni hanno un'arma potente che non è ancora stata usata: lo sciopero generale che colpisce direttamente il profitto dei capitalisti. La prospettiva di fermare la produzione un giorno, due giorni, una settimana, genera panico nella borghesia. Alla fine è la loro maggiore paura. Per questo non vogliono vedere il circo prendere fuoco, perché la plastica cadrebbe anche sulle loro teste.

Sul21: Lei ha parlato di alcune organizzazioni che stanno cercando di costruire una agenda comune, ma non ha menzionato nessun partito politico. Considerando che il partito che sta governando il Brasile da 13 anni attraversa una seria crisi politica e gli altri partiti di sinistra sembrano non avere la forza di presentare un'alternativa, la congiuntura sta chiamando i movimenti sociali a assumere un maggior protagonismo, sull'esempio di quanto è accaduto in Bolivia qualche anno fa?

João Pedro Stédile: É evidente che i partiti politici in Brasile, tanto quelli della borghesia, quanto quelli della sinistra, sono in crisi. Quelli della borghesia sono stati sostituiti dalla Globo. Chi dirige ideologicamente le idee della destra in Brasile è la Globo. I dirigenti dei partiti della destra brasiliana sono completamente screditati, gli Eduardo Cunha, i Ronaldo Caiado.

E la sinistra ha bisogno di fare un'autocritica seria, perché è caduta nell'elettoralismo e, anche in questa sfera, non si è preoccupata di sostenere una riforma politica. Invece ha fatto il gioco della borghesia, abbracciando il finanziamento privato delle campagne e cadendo nella trappola come mostra Lava Jato. Se non cambieranno le regole politiche, non sarà dall'interno dei partiti che verrà la soluzione. I partiti si sono già compromessi. Una riforma politica ringiovanirebbe i partiti, ma questi non hanno la forza per far andare le masse in strada in difesa di questa riforma. Quindi, questo potrà essere fatto solo per mezzo di un'ampia coalizione di tutte le forze popolari, con tutte le forme di organizzazioni di cui la classe lavoratrice dispone, siano pastorali, sindacati, movimenti popolari, partiti, ecc.

Ora non è il momento di discutere chi sarà protagonista, ma di unire tutte le forze per fare una discussione nella società e insieme alle nostri basi su quali sono le possibili vie d'uscita dalla crisi che è in corso ed è innegabile.

Io non so come sarà questa via d'uscita. Dipenderà dai rapporti di forza e dalla dinamica della lotta di classe. Ritengo assolutamente sbagliato voler copiare degli esempi. Ho sentito alcune persone, che dicono che dobbiamo seguire l'esempio della Podemos spagnola, o della greca Syriza. La storia della Spagna è diversa e Tsipras è durato solo tre mesi. Quindi, ogni paese ha una sua dinamica e, noi brasiliani, dovremo inventare la nostra. Dobbiamo osare, inventare. Quando vogliamo copiare, sbagliamo. Abbiamo voluto copiare il modello del finanziamento privato delle campagne. Ha prodotto quello che vediamo. La cosa principale è che dobbiamo avere il coraggio di portare questa discussione tra le masse e fare sì che si mobilitino e decidano a scendere in strada, creando una effervescenza, un nuovo dinamismo nella politica brasiliana. Nel mezzo di questa effervescenza, sorgeranno nuovi dirigenti. Non serve guardare indietro, cercando dove sono i leader del passato. La dinamica della lotta di classe forgerà nuovi dirigenti e anche nuove forme di organizzazione.

Sul21: Secondo te, c'è una crescita di idee e valori conservatori in Brasile, di una destra più organica e estremista o è molto fumo quello che sta apparendo nelle strade?

João Pedro Stédile: Io penso che c'è molto fumo. Nelle radici del popolo brasiliano ci sono energie molto sane. Il popolo brasiliano è solidale, lavoratore e dignitoso. Ora questo fumo è il risultato dell'egemonia ideologica della borghesia nei mezzi di comunicazione. La Globo è la principale responsabile della diffusione di questi falsi valori, di questo negativismo, che afferma che tutti sono corrotti. Diffonde queste idee e valori tutti i giorni, nelle sue telenovelas, nei suoi notiziari. Dobbiamo cercare la causa di questo fumo che nasconde la realtà. E noi non abbiamo mezzi di comunicazione di massa alternativi. Lottiamo in trincea, con un foglio qui, un bollettino lì. Non abbiamo un mezzo di comunicazione nazionale che riesca a intraprendere questo dibattito con la società. Quel che sta mancando nella società brasiliana è il dibattito sui suoi problemi e le possibili soluzioni.

Sul21: In questo momento, ci sono vari gruppi che si riuniscono e discutono sulla necessità di formazione di nuovi fronti di sinistra e dei settori progressisti della società. Questi gruppi parlano tra loro?

João Pedro Stédile: Dal punto di vista della diagnosi, tutti danno una lettura comune, ossia che la crisi è grave, complessa e durerà. Ma non c'è unità rispetto alle possibili vie d'uscita. Non c'è un programma. Dal punto di vista di come le varie forze si stanno muovendo, credo che avremo vari fronti. Noi stiamo collocando energia nella costruzione di quello che già ha un nome, Fronte Brasile Popolare, che unisce - tra gli altri - partiti tradizionali, movimenti popolari, la UNE, il Levante Popular da Juventude, le pastorali. Faremo una conferenza nazionale il 5 settembre a Belo Horizonte, per vedere se andiamo avanti nel nostro programma. Ma, credo che altri gruppi di sinistra formeranno altri fronti, alcuni perché hanno una vocazione più elettoralistica e vogliono approfittare di questa crisi del PT.

Tuttavia, non credo che un fronte di sinistra con una limitata base sociale, per quanta chiarezza ideologica possa avere, riesca ad accumulare forze. Ora, più che sapere dove vuoi andare, è importante avere forza sociale accumulata. E in periodi di crisi, per avere questa forza sociale accumulata, bisogna poter contare su tutti quelli che vogliono i cambiamenti, senza esclusioni ideologiche. Nel caso del Fronte Brasile Popolare, lo spettro di forze con il quale stiamo lavorando, è quello di chi ha votato Dilma al secondo turno, che non sono pochi. Se riusciremo a raccogliere in un fronte circa 54 milioni di brasiliani, avremo una forza sufficiente per spingere a cambiamenti dentro il governo e a prepararci per il dopo-Dilma.

Sul21: Un'ultima domanda. Se fosse possibile definire con una frase la sfida principale della sinistra brasiliana oggi, quale sarebbe secondo te?

João Pedro Stédile: Costruire una forza popolare organizzata. La sinistra ha disimparato a fare il lavoro di base, a coscientizzare il popolo, a fare piccole riunioni. Da 20 anni la sinistra pensa solo alle elezioni. Dobbiamo smettere un po' di pensare alle elezioni. Non che le elezioni non siano importanti. Certo che sono importanti, poiché fanno parte della democrazia. Abbiamo discusso molto con Tarso Genro, nel senso che la sinistra deve recuperare di più Gramsci. Visto che ha vissuto in un momento di crisi del movimento operaio italiano, ha fatto riflessioni appropriate al periodo che stiamo vivendo. Uno, tra i vari contributi di Gramsci, è la visione che, nella lotta per i cambiamenti sociali, la lotta di classe si manifesta in tutti gli spazi della vita sociale. In una radio comunitaria, in un sindacato, in un quartiere, in una chiesa, in un giornale, in una fabbrica, nel commercio, in una piazza. Tutti sono spazi di disputa. E noi, nel recente passato, abbiamo ridotto tutto questo a sola disputa elettorale.

Dobbiamo preparare la classe lavoratrice perché possa combattere, con le sue idee, in tutti gli spazi della vita sociale, poiché tutto questo è potere politico, non solo il governo. Per questo dobbiamo anche recuperare il lavoro di formazione dei militanti che la sinistra ha abbandonato. C'è una gioventù senza prospettive. La formazione politica è il matrimonio permanente tra la lotta di massa e la formazione teorica. E la sinistra non ha fatto nessuna delle due cose in quest'ultimo periodo. La lotta di massa è stata ridotta alle elezioni e la formazione teorica è stata abbandonata. Per fortuna, la destra sta stimolando in reinserimento nel nostro programma dell'importanza della lotta di massa. Se non saremo in strada a disputare con loro ci sconfiggeranno.

Da Sul21, 24 agosto - traduzione Serena Romagnoli

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