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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/05/2017

Brasile: Impeachment per Temer? Complotto, Crisi sistemica o Soluzione politica?



Per rispondere a questa triplice domanda è necessario fare un passo indietro, quando il 28 aprile, il “Frente Brasil Popular” (1), il fronte “Um Povo Sem Medo” (2) e i partiti di sinistra PDT, PCB, PSTU e PCO proclamarono lo sciopero generale contro le cosiddette riforme liberali del governo di Michel Temer, che fece scendere in piazza 38 milioni di brasiliani.

Uno sciopero generale, indetto soprattutto per rigettare la Riforma del lavoro (Novas Leis Laborais) e quella sulle pensioni (Reforma da Previdencia), che ha paralizzato tutto il Brasile, come ai tempi degli anni '80 e che ha fisicamente impaurito il governo e il presidente Michel Temer, che ha subito promesso di modificare gli argomenti critici delle suddette riforme.

Questi due fatti, vale a dire la compattezza dello sciopero generale e il conseguente dietro-front di Temer hanno messo a nudo la crisi sistemica del Brasile, che i media brasiliani hanno sempre cercato di nascondere, per poi trasformare la crisi del regime in una novella televisiva in cui il copione si basa sul continuo scontro tra gruppi di politici, più o meno corrotti, e gruppi di giudici, più o meno moralisti.

In realtà, questa nuova crisi politica ha dimostrato che il governo di Michel Temer è incapace di portare a termine il programma di “riforme liberali”, per il quale era stato designato con un arrischiato colpo di stato giuridico (Impeachment) nei confronti del presidente Dilma Rousseff.

Nello stesso tempo il presidente Temer ha manifestato tutte le sue debolezze, rivelandosi sempre più disadatto a garantire la stabilità politica e, soprattutto a mantenere unita la nuova maggioranza formata dai parlamentari che votarono in favore dell’Impeachment.

In poche parole, Michel Temer e il suo gruppo politico del PMDB hanno perso la stima delle eccellenze del mercato e della Casa Bianca e per questo non saranno loro che gestiranno il processo di successione nelle elezioni del 2018.

Una considerazione che ha, nuovamente, messo insieme le multinazionali, le oligarchie imprenditoriali brasiliane e i settori filo-imperialisti della comunicazione. Costoro, considerando anche il basso livello di onestà e di capacità politica hanno decretato necessario e urgente terminare il tormentato travaglio del governo Temer, per aprire una nuova fase politica capace di impedire la crescita della candidatura di Lula e la riorganizzazione di un movimento popolare che il 28 aprile si è dimostrato capace di mobilizzare 38 milioni di lavoratori, vale a dire il 40% degli elettori.

La delazione di Joesley Batista coinvolge Temer e Aécio Neves

E’ in questo clima, in cui le polemiche stanno dilaniando la “classe padrona”, su chi e come si dovrà portare a termine l’attuale legislatura, che è esplosa la bomba di Joesley Batista, proprietario con il fratello Wesley dell’IBS – l’impresa leader mondiale nell’esportazione di carni bovine. Vale a dire la “delazione premiata” che Joesley ha consegnato al giudice Edson Fachin del Tribunale Federale Superiore.

In pratica, si tratta di un piccolo dossier con le registrazioni di una riunione con il Presidente Temer, in cui gli argomenti toccavano le principali operazioni di corruzione che coinvolgono non solo il presidente Temer e i parlamentari del PMDB, ma anche il gruppo politico di Aécio Neves del PSDB. Infatti, Aécio, dopo essere stato il candidato super-votato del PSDB nelle elezioni presidenziali del 2015, era considerato il potenziale successore di Temer nelle prossime elezioni del 2018.

Comunque, la “delazione premiata” e documentata di Joesley Batista è importante non solo in termini giuridici ma anche a livello politico, poiché oltre ad accusare di corruzione, attiva e passiva, i principali capi-corrente del PMDB legati a Temer, ha messo in ballo anche il gruppo dirigente del PSDB, accusando prima Aécio Neves e poi il senatore José Serra, – ex ministro degli esteri di Temer e attuale numero due nel PSDB –, di aver usufruito pagamenti “in nero” da parte dell’IBS per più di sette milioni di dollari, con cui finanziare la campagna di Serra nelle elezioni presidenziali del 2010.

Rivelazioni che si ripercuotono anche sul PT di Lula e di Dilma, poiché Joesley Batista, oltre ad aver confessato di aver finanziato negli ultimi dieci anni tutte le campagne elettorali del PT, ha presentato documenti dell’IBS per certificare il pagamento “in nero e in dollari” a Michel Temer, di 120 milioni di dollari, con cui fu finanziata l’elezione di 164 deputati federali, sei governatori, oltre alla campagna di Temer come vice presidente di Dilma Roussef.

Materiale che “miracolosamente” si è auto-duplicato nella sede della Polizia Federale per emigrare nei computer di alcuni giornalisti della TV Globo, notoriamente legati al giudice federale Sergio Moro. Il magistrato che dal 2006 sta conducendo un’interminabile inchiesta giudiziaria per demonizzare il PT, con l’accusa di aver introdotto la corruzione nella politica. Nello stesso tempo Sergio Moro sta tentando di squalificare politicamente Lula accusandolo di essere il capo occulto di questo immenso sistema di mazzette e di propine illegali, di cui, secondo il magistrato, anche Dilma Roussef sarebbe stata a conoscenza. Cosa che però non ha potuto mai dimostrare.

Una situazione che ha fatto piovere sul tavolo del presidente del Parlamento, Rodrigo Maia otto richieste di impeachment nei confronti del presidente Michel Temer, oltre a provocare il completo marasma nei partiti che sostengono il governo del PMDB. Infatti, il 18 maggio, il presidente del PSB (3), Carlos Siqueira, appoggiato dalla direzione del partito, ha deciso di abbandonare la maggioranza che sostiene il governo e l’importante ministero delle Miniere e dell’Energia, scontrandosi, però, con il netto rifiuto del suo ministro Fernando Coelho Filho. Lo stesso è accaduto nel PPS, dove il ministro della Cultura ha presentato le sue dimissioni, mentre quello della difesa, Raul Jungmann, ha deciso di rimanere al fianco di Temer. Ugualmente confusa è la situazione nel poderoso PSDB, il partito dell’ex-presidente Henrique Cardoso, che controlla quattro ministeri ed è la spina dorsale della maggioranza, dopo l’arresto del Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha e la conseguente demoralizzazione dei parlamentari del PMDB.

Per questo motivo, il 22 maggio, l’ex-presidente della repubblica, Fernando Henrique Cardoso, dichiarava che “...il PSDB continua ad appoggiare il governo di Michel Temer e l’alleanza con il PMDB, poiché, adesso spetta al Tribunale Superiore Federale far luce sulla veridicità delle registrazioni di Joesley Batista...”. Infatti, i grandi giornali di Sao Paulo vicini al governo (Folha ed Estado) hanno pubblicato vari articoli, in cui si sostiene che le risposte del presidente Temer sarebbero state manipolate da qualcuno della Polizia Federale per meglio vendere lo scoop alla TV Globo!

Una boccata di ossigeno per il presidente golpista Michel Temer, mentre la popolarità politica di Lula e del suo giudice inquisitore, Sergio Moro tornano a crescere a livello popolare.

Il TSF e i candidati della borghesia per il 2018: Meirelles o Sergio Moro?

Come è previsto dalla Costituzione nei casi di corruzione per fini elettorali, spetta agli undici giudici del Tribunale Federale Superiore (TSF) assolvere o condannare con l’espulsione il politico che si è eletto usando “fondi neri” o per aver presentato al Tribunale Elettorale una dichiarazione di rendita falsa. Normalmente questi processi sono rapidi, sia si tratti di un semplice consigliere comunale, di un senatore federale o addirittura del presidente o del vice-presidente della repubblica.

Quindi nel prossimo mese di giugno o di luglio, spetterà al Tribunale Federale Superiore dichiarare se la delazione di Joesley Batista comporta la sospensione immediata del presidente Temer, oppure se si dovrà attendere la sentenza del processo che è in corso nel Tribunale Superiore Elettorale contro Michel Temer per reato di corruzione elettorale. Infatti, il grande imprenditore Marcelo Oderbrecht (4) confessò di aver dato a Temer 20 milioni di dollari per finanziare, nel 2015, la campagna elettorale nazionale del PMDB e, in particolare, quella di Temer come vice-presidente di Dilma Roussef.

Una situazione complessa che le leggi costituzionali complicano ancor più, poiché, se negli ultimi due anni di mandato, il presidente e poi il suo vice divenuto presidente sono espulsi o rinunciano, spetterà al Congresso nominare un presidente ad interim (Interino) per terminare il mandato, a meno che in Parlamento non sia votata una PEC (Proposta di Emenda Costituzionale) per realizzare in 90 giorni nuove elezioni presidenziali.

Comunque se il Tribunale Superiore Elettorale annullerà l’elezione di Michel Temer per il reato di corruzione elettorale, in questo caso spetterà al Tribunale Superiore Federale convocare le elezioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, senza l’uso della PEC votata nel Parlamento e poi nel Senato.

In pratica l’abbinamento del procedimento in corso nel Tribunale Superiore Federale con il processo del Tribunale Superiore Elettorale, accelera sempre più lo scontro tra i tre gruppi politici dominanti della borghesia per la nomina di un eventuale presidente Interino fino al 31 dicembre del 2018 e soprattutto per la sua successione (2019/2022).

Infatti, il ruolo meschino della direzione politica del PMDB nella preparazione dell’Impeachment contro Dilma Rousseff ha frammentato e indebolito il più grande partito brasiliano che nel 2014 rappresentava la piccola e la media borghesia imprenditoriale, la classe media e le importanti fasce di proletariato urbano e rurale. Oggi, il PMDB, non ha più una direzione politica unita, continuando a essere controllato dagli uomini del cosiddetto “Grupo Lumpen” (5), che in seguito agli arresti e alle denunce di corruzione non ha nessuna possibilità di presentare un suo candidato alle elezioni presidenziali del 2018.

Il secondo gruppo, invece, rappresenta l’FMI, il mercato finanziario, le multinazionali, le oligarchie brasiliane del mondo industriale e dell’agro-business. Il suo unico leader è Henrique Mereilles, attuale Ministro dell’Economia che, in passato, fu Direttore Generale del Bank Boston brasiliano, per poi diventare Presidente Mondiale della rete del Bank Boston e infine Presidente del Banco Centrale del Brasile. Durante gli otto anni dei governi Lula (2003/2010) Henrique Mereilles è stato l’incontrastato presidente del poderoso Banco Centrale del Brasile, rivelandosi un personaggio centrale nella strategia del capitalismo in Brasile.

Il terzo gruppo è ideologicamente legato ai settori della cosiddetta nuova destra conservatrice, una specie di “NewCon” brasiliana, strutturalmente legata alla “TV Globo” e idealizzata dagli uomini del Dipartimento di Stato durante il governo di Barack Obama. In pratica, un progetto di Hillary Clinton per creare in Brasile un nuovo leader capace di sviluppare una “rivoluzione liberale e morale”, che ha conquistato le simpatie del nuovo segretario di Stato, Rex Tillerson.

Per questo motivo il poderoso gruppo di comunicazione “Organizaçoes Globo” (6) ha dato un’attenzione particolare alle inchieste sulla corruzione del giudice Sergio Moro (7) per accendere l’entusiasmo degli elettori, presentando, appunto, il giudice federale nelle vesti del nuovo salvatore del Brasile soffocato dall’ingordigia della classe politica. In pratica la “TV Globo” sta creando il candidato dell’anti-politica, che dovrebbe essere votato soprattutto dalle masse di elettori che hanno perso la fiducia nel PMDB e nel PT.

Un ruolo che la “TV Globo” ha rafforzato negli ultimi due anni quando due grandi inchieste giudiziarie (8) del giudice Sergio Moro hanno in sostanza distrutto l’immagine del PT, mettendo a nudo i meccanismi che José Dirceu e altri dirigenti del PT avevano messo in piedi per garantire al governo Lula la maggioranza in Parlamento e nel Senato. D’altra parte il giudice Sergio Moro è quello che ha firmato il mandato di arresto per il potente impresario Marcelo Oderbrecht e per il Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha, l’autore dell’Impeachment contro Dilma Rousseff. Quindi un personaggio veramente capace e disposto a ricoprire un ruolo decisivo nella manipolazione elettorale mediatica

In questo marasma politico la previsione più possibile è che il Tribunale Superiore Federale decreti la sospensione definitiva di Michel Temer, permettendo quindi ai deputati e ai senatori della maggioranza di dare l’incarico di Presidente Interino al ministro dell’economia, Henrique Meirelles.

Una nomina che si adatta perfettamente al personaggio politico di Meirelles, per portare a termine l’attuale mandato senza nuovi scandali e scontri di piazza, oltre a far votare le due leggi che il mercato e le multinazionali esigono a tutti i costi dalla maggioranza prima delle elezioni del 2018. Vale a dire la nuova legge sul lavoro che distrugge tutte le norme e le conquiste che regolano il lavoro in generale, annullando tutti i benefici stabiliti nei governi di Joao Goulart (1962/64) e soprattutto quelli decretati durante i due governi di Lula.

Lula: nuovamente il leader della pace sociale?

Il dieci maggio, dopo aver resistito all’umiliante interrogatorio organizzato a Curitiba dal giudice federale Sergio Moro e dalla TV Globo, Inazio Lula da Silva è tornato a essere non solo il candidato del PT per le elezioni presidenziali del 2018, ma anche l’unico che può riaccendere la combattività del movimento popolare. Una possibilità che Joao Pedro Stedile, leader del potente Movimento dei Senza Terra (MST) e principale quadro politico del Fronte Brasile Popolare, riafferma ricordando che: “...Lula è ancora il leader che rappresenta ampie maggioranze del popolo brasiliano e che si può impegnare per portare avanti un progetto di cambiamento, che con il nostro piano popolare di emergenza che elenca più di 70 misure d’emergenza, può tirare il Brasile fuori dalla crisi economica, sociale e politica...”.

Una candidatura che certamente non piace alla classe media e alla borghesia, ma che, oggi, è, senza dubbio l’unica che può unificare i movimenti per portare nel “Palácio do Planalto” un presidente con una maggioranza di governo effettivamente popolare, disposto a garantire la realizzazione degli interessi delle classi lavoratrici e la sovranità nazionale.

In realtà si tratta di un sogno politico, che può diventare una realtà effettiva, soprattutto se Lula decide di impegnarsi a fondo nella costruzione di questo progetto di cambiamento.

Se invece prevarranno le tesi dell’interclassismo dettate dal marketing elettorale, se si cercherà di incrementare l’incontro tra capitale e il lavoro con la richiesta di sacrifici da parte dei lavoratori con una apparente pace sociale, purtroppo ci sarà la ripetizione degli errori del passato dove nessuna delle riforme strutturali fu realizzata.

NOTE

1 – “Fronte Brasile Popolare” (Frente Brasil Popular) è formato dai partiti PT e PCdoB, dai movimenti MST e UNE e dalle centrali sindacali CUT e CTB.

2 – Il “Fronte Un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo), riunisce il partito di sinistra PSOL, la centrale sindacale Intersindical e il movimento urbano dei senza tetto MTST.

3 – L’attuale Partito Socialista Brasiliano (PSB) non ha niente a vedere con lo storico PSB formato da Miguel Arraes. Infatti pur essendo un “fedele” alleato” del PT, ha votato a favore dell’Impeachment e appoggiato la formazione del governo golpista di Michel Temer. E’ il partito delle opportunità, senza nessun presupposto ideologico.

4 – Marcelo Oderbrecht, comunemente conosciuto con il nomignolo di “Padrone del Brasile”, è stato arrestato dal giudice Sergio Moro nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato”. Nella sua delazione premiata, Marcelo Oderbrecht accusa direttamente molti dirigenti del PT per aver messo in piedi, nel 2006, un meccanismo di mazzette proveniente dai fondi della statale energetica Petrobrás, con cui pagare centinaia di parlamentari e quindi garantire la maggioranza al governo Lula. Un meccanismo che era la continuazione del “Mensalao” che José Dirceu aveva organizzato nel 2004, per pagare mensilmente i deputati che votavano le leggi presentate dal PT.

5 – Il “Grupo Lumpen” che controlla la direzione nazionale del PMDB è formato da Temer, Jucà, Padilha e Moreira Franco.

Fonte

04/10/2016

Brasile: sconfitta elettorale del PT alle comunali

Pesante sconfitta del Partito dei lavoratori al primo turno delle elezioni amministrative che si sono tenute ieri in Brasile, considerate un test importanti dopo la destituzione della presidente petista Dilma Rousseff e la formazione di un governo liberista.

Contro ogni previsione, il partito ha perso al primo turno San Paolo, la città più grande e capitale economica del Paese, con 12 milioni di abitanti: il candidato del Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB, di centrodestra), Joao Doria, ha ottenuto il 53,3% contro il 16,7% nel sindaco uscente Fernando Haddad, eletto nel 2012 con il sostegno dell'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, fondatore del Partito dei lavoratori che per 13 anni è stato alla guida del Paese.

Il Partito dei lavoratori ha subito pesanti sconfitte anche in alcune delle sue tradizionali roccaforti: i suoi candidati sono infatti arrivati solo terzi a Sao Caetano, Guarulhos e San Bernardo, storico bastione di Lula. Nei 18 capoluoghi dove ha presentato un proprio candidato, il partito di Lula e Rousseff è arrivato in testa solo a Rio Branco (capitale dello Stato di Acre). Nello stato chiave di Minas Gerais (sud-est) dove governa, il candidato sindaco di Belo Horizonte è stato eliminato, arrivando solo quarto.

La formazione di centrosinistra dovrà giocarsi il ballottaggio in posizione di svantaggio a Recife, capitale del Pernambuco dove il suo candidato, Joao Paulo, è arrivato secondo col 23,76% contro il socialista Geraldo Julio, che ha preso il 49,34%.

E in quattro capoluoghi di regione, tra cui Rio de Janeiro e Salvador de Bahia (la seconda e terza città del paese) dove il Partito dei lavoratori non aveva presentato un proprio candidato, quelli dei partiti alleati che aveva sostenuto sono stati eliminati e non andranno al ballottaggio.

Anche a Porto Alegre, tradizionale bastione della sinistra, al ballottaggio andranno due rappresentanti della destra: Nelson Marchezan Jr (Partito della Socialdemocrazia Brasiliana) e Sebastião Melo (Partito del Movimento Democratico del Brasile).

La debàcle del Partito dei Lavoratori ha favorito i partiti di centrodestra e di destra che a livello nazionale formano la maggioranza di destra del nuovo presidente Michel Temer, subentrato lo scorso agosto a Rousseff dopo una destituzione frutto di un vero e proprio golpe istituzionale.

Il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb) di Temer non è però riuscito a imporsi a Rio de Janeiro, dove il primo turno è stato vinto dal candidato del Partito repubblicano brasiliano, considerato il braccio politico della ricca chiesa evangelica, che si dovrà scontrare con un candidato della sinistra radicale membro del 'Partito Socialismo e Libertà'.

Sono stati oltre 144 milioni gli elettori chiamati ieri alle urne per eleggere sindaci e consiglieri di 5.568 comuni in un Paese che conta 206 milioni di abitanti. Il secondo turno è in programma il prossimo 30 ottobre.

Il PT aveva conquistato nove capitali statali nel 2004, cinque nel 2008 e solo quattro nel 2012. Questa volta dovrà accontentatsi di uno, massimo due.

Fonte

08/09/2016

Brasile, la ragione e la storia

tratto da pagina12.com

José Natanson (*)


Il carattere anomalo dell’impeachment contro Dilma Rousseff – anomalo perché il fatto di aver rispettato ritualmente i passi costituzionali non è riuscito a occultare il dato fondamentale, cioè l’assenza del delitto – non deve impedirci di analizzare gli errori che lo hanno reso possibile, non per colpire il pugile già al tappeto ma per cercare di salvare il salvabile in un processo che merita attenzione.

E in questo senso la prima cosa che occorre mettere in evidenza è il cambiamento di contesto. Com’è noto, a partire dal 2002-2003 l’America Latina ha vissuto un decennio di alta crescita economica che in alcuni Paesi ha raggiunto tassi cinesi (anche se si dovrebbe rivedere questo paragone perché ormai la Cina non cresce più a tassi cinesi). Il Brasile, anche se è cresciuto a un ritmo più lento della media regionale, è cresciuto in modo sostenuto finché, a un certo momento tra il 2011 e il 2012, si è fermato. La risposta di Dilma a questo cambio di direzione del vento è stata la peggiore tra tutte quelle possibili: tradendo le sue promesse elettorali, ha imposto un aggiustamento ortodosso non molto diverso da quello che proponeva l’opposizione di destra durante la campagna elettorale, incaricando di questo compito il banchiere ultraliberale Joaquim Levy al quale dopo ha tolto l’appoggio, a tal punto che alla fine rifiutava di farsi fotografare con lui.

Con tutte le variabili macroeconomiche – crescita, inflazione, disoccupazione, deficit – allineate contro, si è aperta l’opportunità di una convergenza tra il potere economico, la giustizia e i partiti di destra, tra i quali sopravvivono formazioni clerico-fasciste che farebbero arrossire anche Cecilia Pando [esponente dell’estrema destra argentina, ndt]. I media sono stati decisivi ma non determinanti: a dire il vero lo stesso schieramento mediatico egemonizzato da Rete Globo aveva provato senza successo un’accusa simile contro Lula a proposito dello scandalo del “mensalão” [mazzette ndt] nel 2005. L’offensiva, costruita intorno a una serie di accuse abbastanza fondate che coinvolgevano metà della classe politica, compresa la prima linea del PT ma esclusa significativamente la stessa Dilma, aveva accentuato la fragilità del governo.

Di fronte a questo scenario molto impegnativo che non si aspettava, la presidentessa non ha trovato una via d’uscita: da una parte ha rifiutato di negoziare con i poteri reali e i loro rappresentanti parlamentari la formazione di una coalizione che le permettesse, anche volgendo le spalle alla società, di governare fino al termine del mandato con politiche di stabilizzazione e aggiustamento, come aveva fatto Fernando Henrique Cardoso nel suo secondo governo. Ma non si è attivata neanche per convocare un plebiscito che desse impulso alla riforma politica o ad elezioni anticipate. Dotata di una qualità etica (o di una rigidità tattica) diversa da quella di Lula, non ha voluto procedere sulla strada insaponata di un patto con gli impresentabili del Congresso né si è sentita sufficientemente sicura da affrontare il salto nel vuoto di un referendum che ha recentemente evocato quando non era più nelle sue prerogative convocare. Alla fine Dilma è rimasta semi-paralizzata, governando nel vuoto.

Perché oltretutto, e qui la responsabilità è più di Lula che sua, il PT aveva prodotto un sorprendente processo di smobilitazione della sua base politica. Provvisto di alcuni dei migliori quadri politici del Brasile, una dote di iscritti che a un certo momento ha raggiunto i due milioni e un leader fuoriserie, il PT è arrivato al governo sulla spinta di una epopea storica che risale agli scioperi contro la dittatura nell’ABC paulista [una zona industriale dello Stato di San Paolo, ndt] e in poco tempo, quasi senza rendersene conto, si è intiepidito. Rilassato comodamente nell’ovatta dello Stato brasiliano, ha perso tensione e senso, cosa che spiega la mistura di apatia e astio con cui è stata accolta la notizia dell’impeachment: per quanto una parte della società brasiliana fosse contro la rimozione di Dilma, pochi erano disposti a fare qualcosa per impedirlo.

Su questo aspetto, il contrasto con il Venezuela è illuminante. A differenza del PT e del Frente Amplio uruguagio, nati in un contesto di lotta contro le dittature, e a differenza anche del MAS boliviano, una costruzione politica per la quale sono occorsi decenni e scaturita dal sindacalismo cocalero del Chapare, l’arrivo al potere di Hugo Chávez è stato prodotto di un incidente, diremmo quasi di una carambola della storia, come quella di Rafael Correa e in un certo senso anche quella di Néstor Kirchner. In sostanza un paracadutista, Chávez è atterrato inaspettatamente a Palazzo Miraflores circondato solo da un pugno di seguaci inesperti e forse per questo si è dato la pena di costruire, inevitabilmente dall’alto, una base militante capace di sostenerlo nei momenti difficili: probabilmente è l’insistenza ostinata di questo zoccolo duro inamovibile ciò che spiega come il chavismo riesca a mantenersi in piedi nonostante l’“ora cade” che viene ripetuto da anni (rimane il dubbio se l’altra faccia di questa base incondizionata, il costo effettivo della sua costruzione e sostentamento, non siano proprio alcuni dei tratti più criticabili del regime venezuelano: le derive autoritarie, la corruzione sfrenata, la deistituzionalizzazione rampante; in altre parole, fino a che punto i tratti negativi del chavismo sono deviazioni correggibili o piuttosto la condizione necessaria per la sua sopravvivenza?).

Però parlavamo del Brasile e del processo di smobilitazione del PT, che in parte spiega la sua caduta e che a sua volta è il risultato del cambiamento nella conformazione del suo elettorato. In realtà, dalla sua fondazione negli anni ‘80 all’arrivo di Lula alla presidenza nel 2003, la base sociale del PT era composta da operai qualificati e dalle classi medie progressiste dei grandi centri urbani. Fondato sullo stile del laburismo britannico, il PT è nato come un tipico partito delle masse industriali radicato soprattutto negli stati moderni del sud e del centro, che perdeva sistematicamente nelle zone africanizzate del nordest, dove venivano rieletti senza difficoltà vecchi caudillos di destra che qui chiameremmo “popolar-conservatori”. Questa equazione si invertì durante la prima presidenza di Lula, quando lo scandalo del mensalão provocò l’allontanamento di parte dell’elettorato originario che tuttavia fu compensato dal crescente appoggio del sottoproletariato nordestino, beneficiato dal favoloso processo di inclusione promosso dal governo. Siccome tra la prima vittoria presidenziale di Lula nel 2002 e la sua rielezione nel 2006 la percentuale di voti fu praticamente la stessa, questo movimento tellurico dell’elettorato passò relativamente inosservato finché il politologo André Singer lo individuò e lo definì come il passaggio dal “petismo” al “lulismo”.

Dilma, che è lulista ma non è Lula, nel senso che fu eletta e rieletta con i voti dei settori più poveri della società ma gli manca la storia di vita e il carisma del suo padrino, ha mantenuto il modello dell’inclusione tramite consumo avviato da Lula, senza preoccuparsi di far crescere l’attivismo politico, costruire potere popolare o, diciamo, dare potere alle masse. Si è trovata con un partito smobilitato, che ha coltivato poco e che quando è arrivato il momento cruciale, non aveva l’energia né le risorse per difenderla.

Ma il modo in cui è caduta Dilma si spiega anche con una tradizione brasiliana che risale all’inizio della sua storia nazionale. A differenza delle guerre sanguinose che hanno segnato l’indipendenza dell’America spagnola, il Brasile si separò dal Portogallo per una decisione politica di Pedro I, il principe ereditario, accettata senza resistenza da suo padre, e più tardi, nel 1889, diventò repubblica mediante una disposizione altrettanto amministrativa (questo ha fatto sì che la storia brasiliana sia una storia sprovvista di eroi e statue, senza un Bolívar o un San Martín da venerare). Allo stesso modo, la versione brasiliana del populismo, il varguismo, fu un movimento redistributivo e inclusivo ma nel quale la componente della mobilitazione era notevolmente attenuata (diciamo un peronismo senza 17 ottobre). Molto più tardi, l’ebollizione degli anni ‘60 creò un movimento guerrigliero entusiasta ma disperso e senza forza, almeno in confronto con Argentina, Uruguay o Cile, e poi la dittatura, anche se naturalmente torturò e uccise, non creò un sistema di campi di concentramento in stile argentino e permise perfino il funzionamento controllato del Congresso, che non fu mai chiuso. Anche il recupero della democrazia avvenne in modo negoziato, “sicuro”, secondo la famosa definizione di Geisel, il generale che la iniziò, a tal punto che il primo presidente democratico, Tancredo Neves, non fu eletto con un voto diretto ma mediante il vecchio sistema di collegi elettorali creato dai militari.

Quello che voglio dire con questo è che la storia brasiliana è essenzialmente una storia di patti tra élites, che sono quelle che governano realmente il Brasile, diversamente da quello che succede in ogni altro Paese della regione salvo quelli del Centroamerica. Gli effetti di questa tradizione sono paradossali: se da una parte ha permesso al Brasile di evitare “picchi di sofferenza” come quelli registrati in Argentina (le lotte tra unitari e federali, la dittatura, le Malvine, il 2001), dall’altro ha gravemente limitato l‘incidenza della popolazione nelle decisioni nazionali, come ha confermato la passività sociale della scorsa settimana. La significativa assenza in Brasile di una Plaza de Mayo, questo centro simbolico della politica argentina dove la gente marcia periodicamente per festeggiare o abbattere governi, non risponde tanto a una questione urbanistica ma di storia politica. E anche, chiaramente, alla decisione di Kubitschek di spostare la capitale in mezzo alla foresta, esplicabile con la strategia sviluppista di portare la civiltà nel deserto ma anche con l’intenzione di allontanare il centro delle decisioni politiche dalle masse che abitano i grandi conglomerati urbani.

Concludiamo quindi rilevando che la rimozione di Dilma, e il modo sordo, quasi senza rumore, con il quale è stata sloggiata dal potere, si spiega con l’offensiva senza scrupoli della destra e con la forma di costruzione politica scelta dal PT ma anche con una tradizione storica tipicamente brasiliana. La caduta di Dilma conferma un modello e sottolinea una cultura politica. E apre una nuova epoca in Sudamerica, che negli ultimi tempi stiamo iniziando a decifrare. I suoi errori, che ora appaiono evidenti, non dovrebbero oscurare il fatto che il suo governo come quelli di Lula prima, sono riusciti a combinare, come mai dopo il varguismo, stabilità economica, libertà politica e inclusione sociale, tre condizioni che sembra difficile possano tornare a coniugarsi nel prossimo futuro.

(*) José Natanson è direttore de Le Monde Diplomatique, edizione Cono Sud

Traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

Fonte

01/09/2016

Brasile. Con l’Impeachment destra e Usa impongono le regole dello “Stato minimo”

Dopo tre giorni di estenuanti arringhe e catilinarie, il Senato ha legalizzato il progetto che le “eccellenze” della Casa Bianca avevano definito nel 2010 e che poi si è reso concreto, nel 2015, con l’Impeachment dell’ex-presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha, contro la presidentessa Dilma Roussef. Un vero colpo di stato di palazzo che conclude una fase politica, eroica e importante, che Lula e il PT hanno inaugurato nel 2003.

E’ finita la “telenovela” che la “TVGlobo” ha lanciato nel 2015, usando tutti gli argomenti del mercato per portare a termine il palinsesto, mentre per la scenografia, i registi globali della “Rua do Horto Botanico” (1) hanno usato gli elementi più visibili della borghesia brasiliana americanizzata, associati al fondamentalismo delle sette evangeliche “Made in USA” e ai nuovi colonnelli delle oligarchie dell’agro-business.

Una “telenovela” che è stata capace di registrare altissimi indici negativi (-64%) nei confronti della presidentessa Dilma Roussef e di quasi tutti i suoi membri di governo, nonostante i ministri chiave (Finanza, Economia, Agricoltura, Energia e Banco Centrale) stessero tutti nelle mani di autentici “Chicago Boys” (2) i quali, in realtà, hanno accelerato l’implosione del secondo governo di Dilma con l’introduzione dei programmi liberisti, con le rigide misure di austerità, più volte maledette e stramaledette dai lavoratori brasiliani e dalla classe media, gli unici che negli ultimi tre anni hanno dovuto pagare il peso del cosiddetto “ajuste fiscal” (nuovi aumenti di tasse e tariffe) e che nel futuro saranno le vittime predestinate del governo golpista di Michel Temer.

L’impeachment e gli obbiettivi strategici della Casa Bianca

Il “link” che unisce l’impeachment agli obbiettivi strategici della Casa Bianca non è certamente la semplice accusa di anti-petismo con cui i rappresentanti del Fronte Brasile Popolare, legati al PT, hanno cercato di mobilitare il “Povão”, cioè le tre grandi categorie sociali della povertà brasiliana: i disoccupati (13,5%), i lavoratori con contratto in nero (38%) e gli abitanti delle favelas (64%) delle megalopoli (SãoPaulo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Porto Alegre, Salvador e Recife). Infatti, sia Lula sia Dilma hanno sempre salvaguardato i rapporti con gli USA sulle questioni puramente strategiche, quali per esempio: il centro aereospaziale di Alcantara, la rete radar per il controllo della frontiera amazzonica, l’accordo di cooperazione militare con il Comando Sud del Pentagono, gli accordi di cooperazione tra le Intelligenza CIA /ABIN (3) e DEA/Polizia Federale, gli accordi sulla “non produzione del sottomarino nucleare” e la “non-evoluzione” degli studi sulla fissione nucleare nell’ambito dell’ampliamento della centrale nucleare Angra-1 e la riattivazione dei progetti per le centrali Angra2 e 3.

Comunque, questo “link” è saltato quando il “neo-desenvolvimento lulista” (nuovo sviluppo lanciato nel 2003 dal governo Lula) avrebbe dovuto abbassare la testa per favorire il “american industry & technology look” cioè le multinazionali e i conglomerati statunitensi, che il lulismo ha combattuto non certo per vocazione militante anti-imperialista, ma perché questa era l’unica maniera per garantire uno spazio commerciale nel continente sudamericano e africano a quello che gli economisti André Singer(4) e Armando Boito Jr (5) hanno definito “capitalismo nazionale brasiliano”.

Infatti, il rapporto del Brasile con gli Stati Uniti si è definitivamente incrinato quando il governo lulista, nel 2004, ricapitalizzò la Banca per lo Sviluppo Industriale (BNDES) per concedere prestiti ai progetti di reindustrializzazione del capitalismo nazionale, offrendo speciali tassi d’interessi ribassati dal 12,7% fino al 5,5% e del 7,2% per il finanziamento della produzione destinata all’esportazione. Nello stesso tempo il BNDES finanziava dal 60% fino all’85% i progetti che le grandi industrie, pubbliche e private, dell’ingegneria e quelle energetiche, realizzavano all’estero.

In questo modo, visto che anche i governi argentini di Nestor e di Cristina Kircknner avevano messo in campo una serie di misure protettive per le industrie argentine, dal 2005 il 50% dell’export del Brasile e il 35% di quello argentino cominciò a essere direzionato nei paesi dell’Alba, in particolare verso il Venezuela. In questo modo il governo bolivariano di Hugo Chávez poteva, finalmente, sostituire il flusso d’importazioni gestite dalle imprese statunitensi con quelle brasiliane, argentine e cinesi. Nello stesso tempo le imprese di ingegneria brasiliane, in particolare la privata Oderbrecht e la pubblica Petrobrás, sbancavano le grandi imprese yankees vincendo le principali gare di appalto in Equador, Bolivia, Uruguay, Venezuela, Angola, Botswana, Mozambico, Nigeria e via dicendo.

Comunque, i progetti brasiliani che hanno provocato una crisi di nervi senza precedenti nella Sala Ovale della Casa Bianca furono

a) la costruzione del porto commerciale a Cuba;

b) l’inizio degli studi di prospezione della Petrobrás per l’identificazione di giacimenti di petrolio e gas nella crosta geologica di Cuba;

c) gli accordi che la Petrobrás fece con la PDVSA del Venezuela sul trasferimento di tecnologia per lo sfruttamento dei fondali bituminosi nella regione amazzonica dell’Orinoco;

d) la progettazione e la costruzione di un oleodotto per trasportare il petrolio estratto nella “Bacia Amazonica del Orinoco Inferior” (Area di prospezione del Basso Orinoco venezuelano) fino al nuovo porto petrolifero del nordest brasiliano nello stato di Pernambuco.

Se poi consideriamo che, a partire del 2006, gli impresari brasiliani, grazie ai finanziamenti quasi illimitati del BNDES, avevano iniziato a penetrare anche nel Perù, dove gli USA erano in pratica egemoni dal punto di vista commerciale e militare con la presenza di otto basi miliari, per la Casa Bianca la presenza politica e commerciale del Brasile lulista fu considerata “…del tutto ingombrante”.

Per questo, per fermare l’espansionismo brasiliano – che alcuni analisti trozkisti, erroneamente definirono “sub-imperialismo regionale” – la soluzione implicava l’affossamento del”neo-desenvolvimento lulista”. Infatti, come diceva l’antico ambasciatore statunitense Vernon Walters, ovvero la mente del colpo di stato del 1964 ”…dove va il Brasile, andrà anche l’America Latina, di modo che ogni azione sulla congiuntura brasiliana poi si rifletterà anche su quella sudamericana…”. Di conseguenza, dopo il colpo di stato in Brasile del '64 vennero a catena quello dell’Uruguay, dell’Argentina, del Cile e della Bolivia!

Per questo l’accerchiamento finale del Venezuela bolivariano doveva essere preceduto dal rafforzamento della presenza militare degli USA in Perù, Paraguay e Colombia e dallo scardinamento della struttura commerciale argentina; e soprattutto quella brasiliana che sarebbe divenuta possibile solo con la sconfitta del kirchennerismo argentino e del lulismo brasiliano.

Il ritorno del liberismo

L’attacco degli USA al Brasile, in termini politici regionali cominciò con l’impeachment contro il presidente del Paraguay, Fernando Lugo, reo di aver negato uno sconto di 200 milioni di dollari alla multinazionale statunitense Rio Tinto e di aver messo in discussione la presenza dei 1500 “marines” nei progetti dell’USAID nel nord del Paraguay e lungo la frontiera con il Brasile.

Invece, in termini di visione geostrategica continentale, con la perdita della base operativa di Manta in Ecuador, da sempre rivendicata da Rafael Correa, l’attacco sovversivo promosso dalla Casa Bianca contro il governo del PT brasiliano cominciò nel 2006, quando il Pentagono tracciò nell’America Latina una linea di attacco nei confronti del Venezuela. Questa aveva il suo epicentro direttivo nel Perù e i bracci operativi nelle basi della DEA in Colombia. Uno schema bellico che però prevedeva, prima di tutto, di disarticolare politicamente i governi progressisti del Paraguay e dell’Argentina, per poi sferrare l’attacco al governo di Dilma Roussef, isolando definitivamente il Venezuela bolivariano del presidente Maduro.

Per questo in Brasile l’attacco mediatico della “TVGlobo” divenne strategico per l’imperialismo, poiché sviluppava due argomenti capaci di manipolare all’unisono differenti settori della società brasiliana per creare in questi un profondo senso di disillusione e rabbia con il PT e soprattutto nei confronti di Dilma. Infatti con molta arte grafica e una dose di grande professionalità, la“TVGlobo” riusciva a presentare:

a) l’anti-petismo come sinonimo di lotta al comunismo infiltratosi nelle file del PT, in particolare con Dilma, storicamente conosciuta come un’ex-guerrigliera comunista, anche se poi fu recuperata dalla logica socialdemocratica del PDT e poi del PT lulista;

b) la denuncia dell’incapacità dei governi di Dilma di gestire la crisi economica e di averla fatta esplodere con l’introduzione dell’austerità fiscale e degli aumenti delle tariffe pubbliche.

Un argomento che la “telenovela” della “TVGlobo” ha trasformato in una critica interclassista, che durante un anno ha conquistato le “Dona Maria” delle favelas brasiliane, fino alle artefatte “Senhora Dulcineia” dei quartieri dei nuovi ricchi. In questo modo il successo delle preferenze elettorali di Dilma nel 2010 (64%) è sceso fino a un misero 8%, nel mese di aprile del 2016.

Cioè, senza il grande lavoro di “sensibilizzazione mediatica” realizzato dalla “TVGlobo”, il progetto di destabilizzazione del governo lulista di Dilma Roussef disegnato dalle “eccellenze” della Casa Bianca non avrebbe incontrato tanti fattori in suo favore. Lo stesso si può affermare per l’Argentina, dove senza l’interferenza del gruppo mediatico “Clarim” il liberista Maurizio Macri non sarebbe stato eletto. Ugualmente in Paraguay senza gli scoop scandalistici e, soprattutto falsi del gruppo mediatico “ABC Color” il “Partido Colorado” non avrebbe potuto giustificare la richiesta di impeachment nei confronti del presidente Fernando Lugo.

Il nuovo Stato liberista brasiliano
Purtroppo quell'82% di brasiliani che dissero sì all’impeachment e quel 40% di “Povão”, che non è voluto scendere in piazza contro i golpisti, nei prossimi giorni capirà l’errore che ha commesso, giacché le stesse misure di austerità fiscale introdotte dai ministri “Chicago Boys” di Dilma saranno mantenute e, certamente, ampliate dall’attuale governo del golpista Michel Temer.

Inoltre, quella parte di “Povão” che oggi sopravvive con gli assegni dei cosiddetti "progetti di solidarietà nazionale” dei governi lulisti – e che il 20 luglio e poi il 16 agosto è rimasto in chiuso in casa o nelle chiese dei pastori evangelici, facendo finta di non aver ascoltato la convocazione per lo sciopero generale che João Pedro Stedile dell’MST lanciò contro il colpo di stato – certamente questa parte di “Povão”, sarà quella che il governo di Michel Temer "premierà" tagliando il 75% dei progetti di assistenza sociale.

Ma anche i commercianti e i piccoli industriali che hanno creduto nella falsa fedeltà alla Costituzione degli uomini del PMDB e, soprattutto del PSDB, capiranno l’errore commesso, poiché con il nuovo governo il Brasile tornerà a essere inquadrato nella sfera della dipendenza degli Stati Uniti. Il che in pratica comporterà un taglio all’attività dell’industria nazionale con il ritorno delle importazioni con l’innegabile aumento di disoccupati e l’abbassamento delle vendite nel commercio.

Ma sarà nel settore energetico che il governo golpista realizzerà privatizzazioni scandalose come quelle che il presidente Fernando Henrique Cardoso (FHC) fece negli anni novanta, quando realizzò la vendita del poderoso gruppo minerario statale “Vale do Rio Doce” per soli 1,8 miliardi di dollari, nonostante le sole imprese per l’estrazione di oro, ferro, bauxite, uranio e altri minerali rari valessero quasi undici miliardi di dollari!

Oggi, è l’attuale ministro degli esteri del golpista Temer, Josè Serra, – anche lui del PSDB – che ha già promesso a Barak Obama la privatizzazione del Pre-Sal”. Vale a dire le venticinque aree dell’Off-Shore atlantico che la Petrobrás ha già preparato per pompare due milioni di barili al giorno fino al 2080!

A questo punto la maggior parte dei brasiliani sentirà nella pelle e nel portafoglio il peso di questo governo liberista. Una situazione che obbligherà il PT a rivedere la sua concezione interclassista, scegliendo di diventare un partito dell’ordine insieme al PSDB e al PMDB oppure appoggiare la logica della sinistra classista insieme alle altre forze del movimento popolare. Chissà se la decadenza del movimento sindacale, il settarismo della sinistra e, soprattutto, l’inconcludenza della classe politica “progressista” non determineranno la presa di coscienza rivoluzionaria da parte di quel nazionalismo che si sta formando nelle Forze Armate, …chissà!

NOTE:

1 – Rua do Horto Botanico è la strada del quartiere Horto Botanico di Rio de Janeiro, dove funziona la “Direção dos Projetos Estrategicos” (Direzione dei Progetti Strategici) della “TVGlobo” e dove sono tracciate le linee di attuazione dei segmenti informativi del gruppo “Rede Globo” (Organizzazione Globo), di proprietà della famiglia Marinho, vale a dire la “TV Globo”, la “Radio Globo”, l’agenzia “Globo News”, i giornali “O Globo” e “Extra”.

2 – Chicago Boys: è la terminologia che cominciò a essere usata nel 1974, quando dopo il colpo di stato in Chile i ministeri legati al mercato furono consegnati a individui legati alla scuola degli economisti liberisti di Chicago, da cui il nomignolo “Chicago Boys”.

3 – ABIN: è la sigla della centrale dei servizi segreti brasiliani civili. Infatti le tre armi delle Forze Armate – come ai tempi della dittatura – continuano ad avere un proprio “servizio di informazioni riservate”, formato da: informazioni generali, spionaggio interno, spionaggio esterno, controspionaggio e intelligenza. Tra i servizi segreti militari e l’ABIN esiste una discreta collaborazione, ma non eccellente, poiché nelle Forze Armate esiste una grande tendenza nazionalista che da una grande importanza alla difesa della sovranità. Invece il personale impegnato nell’ABIN – in gran parte reclutato nella Polizia Federale -, è perfettamente integrato nel concetto di ubbidienza alla CIA e quindi agli orientamenti politici espressi dalle “eccellenze” della Casa Bianca.

4 –André Singer: teorico del “neo-desenvolvimentismo lulista”, professore titolare del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di São Paulo e autore dell’analisi “Lulismo e alleanze di classe all’interno della crisi capitalista 2014/16,” realizzato per il Cenedic (Centro de Estudos dos Direitos da Cidadania).

5 – Armando Boito Jr: professore titolare dell’Università di Campinas “Unicamp” dello stato di São Paulo, nel 2015 presentò in un seminario realizzato nell’Università Federale di Paraiba (UFPB) il testo analitico “ Cisi del Brasile e l’offensiva restauratrice del capitale internazionale”, in cui era analizzata la nuova struttura del capitalismo brasiliano e delle rispettive vertenti sociali (borghesia nazionale, borghesia americanizzata, classe media alta, nuova classe media bassa etnica), nuove oligarchie dell’agro-business, multinazionali e conglomerati finanziari.

Fonte

30/06/2016

Che cosa succederà in Brasile dopo il 16 agosto?

L’ultima speranza del PT lulista (1) rimane aggrappata alla coscienza di sei senatori, che unendosi ai ventidue contrari al procedimento di Impeachment, sancirebbero la fine del governo interino di Michael Temer. Un’ipotesi giusta, che però si scontra con una realtà costruita dalle “eccellenze” di Washington e da quelle della FIESP, cioè la Confederazione degli Industriali di Sao Paulo. La stessa FIESP che nel 2002 applaudì il “Patto Democratico” con Lula e che oggi è la principale responsabile del colpo di stato nei confronti di Dilma Roussef.

Il presidente della commissione creata dal Senato per legittimare o respingere il processo di Impeachment, intentato nella Camera dei Deputati contro la presidentessa, Dilma Rousseff, ha nuovamente postergato per il 6 luglio l’udienza in cui la presidentessa deve presentare la sua difesa. Un ritardo che vale oro per Dilma e per il PT, poiché il gruppo di analisti finanziari del Senato ha emesso un comunicato in cui si afferma che “...Dilma Roussef non ha la minima responsabilità nella cosiddetta “pedalata fiscale” (2) che rappresenta il 50% delle accuse formulate nel processo di Impeachment...”.

Quindi se il 16 agosto ci sarà il voto negativo di ventotto senatori, la richiesta di Impeachment sarà dichiarata “improcedente” (non giustificata), permettendo a Dilma e al PT di tornare nel “Palacio do Planalto” e dirigere un governo privo di una maggioranza effettiva nella camera dei Deputati come pure nel Senato. In pratica, il PT non avrà nessuna possibilità di ricomporre le antiche alleanze con il PMDB di Temer, il PRN di Collor e la sfilza di partiti regionali legati alle sette pentecostali che hanno infranto gli accordi che avevano con il PT, votando in favore dell’Impeachment. Un governo di minoranza che dovrà liberarsi anche di una decina di deputati e di senatori del PDT (3) e del PSB (4) che votarono a favore del procedimento di destituzione, oltre a dover sostituire tutti i direttori di dipartimento, i sottosegretari dei ministeri, i direttori generali e regionali che erano stati nominati dal PMDB, dal PRN e dai partitini regionali. Un “ripulisti” che dovrebbe estendersi anche nei ventisei stati.

A questo punto è imperativo chiedere se Dilma ricostituirà la struttura federale del governo soltanto con i quadri del PT, del PCdoB, del PDT e del PSB o se saranno convocati anche i quadri del MST, del MSTS, del MAB, senza dimenticare tutti gli organismi regionali che integrano il “Fronte Brasile Popolare” e il “Fronte Popolo Senza Paura”. Cioè, Lula consiglierà a Dilma di fare un governo di sinistra, andando, quindi a scontrarsi con la borghesia e i gruppi oligarchici o c’è un Piano B all’orizzonte? Purtroppo, dai contatti avuti con i rappresentati dei differenti movimenti sociali e con autorevoli dirigenti dei settori della sinistra del PT, il ritorno di Dilma e del PT nel Palacio do Planalto nel 17 di agosto è un’altra masturbazione politica del lulismo, cui si aggiunge il popolare detto carioca “...Ingannami che mi eccito di più!”.

Infatti, sono in pochi a credere che i sei titubanti senatori avranno il coraggio politico di far cadere il governo del golpista Temer. Un tema che la stampa brasiliana ha divulgato ampiamente dicendo che il governo ha in pratica comprato il voto di quei senatori del PSB e del PDT che potrebbero pentirsi e votare in favore di Dilma. Per esempio l’ex centravanti della nazionale brasiliana e del Barcellona, Romario, oggi senatore nel cosiddetto Partito Socialista Brasiliano (PSB), in cambio del suo voto potrebbe essere nominato dal governo come nuovo presidente di Furnas Centrais Electricas,che è la quarta impresa pubblica del Brasile e la dodicesima mondiale, specializzata in costruzioni di centrali idroelettriche. Per un individuo come Romario che non ha nemmeno la licenza superiore è come aver nelle proprie mani un pezzo del paradiso!

Ma la votazione del 16 agosto non si limita a favori del governo per gli opportunisti di turno. Purtroppo, ci sono in gioco grandi operazioni di speculazione politica che il governo Temer non potrà fare a meno di accettare, per garantire nel Senato il voto del 16 agosto a suo favore. Un voto che, in definitiva, ha un valore incommensurabile poiché è lo strumento legislativo che darà una definitiva legittimità al progetto golpista e alla nuova strategia dell’imperialismo in America Latina. Infatti, una di queste operazioni politiche speculative è portata avanti dal deputato Pastor Eurico – anche lui eletto nelle liste del cosiddetto Partito Socialista – e principale leader della setta pentecostale brasiliana , “Assembleia de Deus” (Assemblea di Dio)(5).

Questo Pastor Eurico è, anche, il coordinatore dei deputati evangelici, tra cui quelli legati al poderoso Vescovo, Emir Macedo, della congregazione pentecostale “Igreja Universal do Reino de Deus”(Chiesa Universale del Regno di Dio) che tra le altre cose è la proprietaria della televisione TV Record, vale a dire la seconda emittente TV in Brasile dopo la TV Globo! Ebbene il deputato Pastor Eurico ha offerto al governo Temer i voti di tutti i senatori evangelici se in cambio lui sarà eletto presidente della FUNAI, potendo installare in quest’organismo federale tutto il suo staff di “pastori”.

Per il lettore italiano la FUNAI potrebbe essere la succursale brasiliana della Funai Electric Co. Ltd., o quella della giapponese Funai Corporation! Niente di tutto ciò, perché si tratta della Fondazione Nazionali dei Popoli Indigeni del Brasile. Cioè un’organizzazione ufficiale del governo brasiliano responsabile della protezione dei popoli indigeni e della demarcazione delle loro terre, di cui le comunità indigene diventano proprietarie, incluso le immense ricchezze minerali della foresta amazzonica. In parole povere: petrolio, gas, diamanti, oro, stagno, nichel, niobio, cromo, tantalo e persino silvanita. Minerali che non possono essere estratti perché rovinerebbero l’ambiente e la cultura dell’isolamento delle comunità indigene. Però, queste comunità, dopo essersi modernizzate con la conversione praticata dai pastori delle sette evangeliche venuti dagli Stati Uniti, potranno richiedere all’ONU di diventare indipendenti, come alcuni anni addietro alcuni pastori tentarono di fare con il territorio dei Yanomani (6). Per alcuni settori dell’Esercito dietro questa ipotesi ci sarebbe lo zampino della CIA, con cui tutto può diventare possibile! E non è casuale che la Fondazione Rockefeller e la Fondazione Ford abbino speso milioni di dollari per finanziare spedizioni e progetti di esplorazione di ogni tipo nelle 175 aree indigene dell’Amazzonia brasiliana! (7)

Da parte sua, la sinistra del PT invoca la realizzazione di un plebiscito popolare per sapere, fin d’ora, se i brasiliani vogliono o no nuove elezioni presidenziali, poiché sa benissimo che il “colpo di stato legale” di Michel Temer è stato lo strumento politico e giuridico che i lobbisti delle multinazionali, le “antenne” della CIA in Brasile, le “eccellenze” del patronato brasiliano e la TV Globo hanno creato per interrompere il mandato presidenziale di Dilma Roussef.

Una proposta che è appoggiata dall’intraprendente Movimento dei Lavoratori dei Senza Tetto (MTST), più legato ai movimenti urbani e con una forte presenza nel Fronte “Un Popolo Senza Paura”. Per questo il MTST sta cercando di dinamizzare la pressione popolare, soprattutto quella delle favelas, in funzione di un possibile sciopero generale di massa, che obbligherebbe il governo interino di Michael Temer a gettare la spugna e fissare per novembre nuove elezioni presidenziali.

Secondo Miguel Soldatelli Rossetto – ex ministro per lo Sviluppo Agrario e poi del Lavoro nel governo Lula, Ministro del Gabinetto della Presidenza con Dilma e storico militante del PT, legato alla tendenza troskista “Democrazia Socialista, in questo momento il PT deve fare una scelta, poiché tutti i presupposti di un nuovo accordo con il PMDB sono saltati. Per questo – sottolinea Rossetto – la votazione nel Senato del 16 agosto è come un gioco di scatole cinesi, contro cui il PT e i movimenti sociali si devono mobilitare per imporre la realizzazione di un plebiscito, in cui il popolo decide se vuole mantenere questo governo o se opta per nuove e immediate elezioni presidenziali...”.

Una posizione condivisa anche da Emir Sader, l’intellettuale e giornalista che rimane ancora legato al PT, secondo cui “Questo governo non ha nessuna legittimità, lo sanno tutti. Lo stesso Temer lo ha riconosciuto recentemente nell’intervista condotta da Roberto Davila. Per questo non possiamo dargli tempo di costruirsi una nuova legittimità. Inoltre, non c’è molto tempo perché quello che stanno preparando in termini legislativi e istituzionali corrisponde alla distruzione immediata del cosiddetto Stato Sociale, composto con molta fatica in questi tredici anni di governo del PT. Se non ci sarà un cambiamento, subito dopo la votazione del 16 agosto, sarà una tragedia non solo per i lavoratori, ma anche per la classe media e la piccola borghesia che oggi si sentono realizzati!”

Un po’ differente è la posizione del “Fronte Brasile Popolare”, nel senso che appoggia e condivide le due posizioni. Quella del lulismo e quella della sinistra del PT, con cui ha mantenuto sempre uno stretto legame. Per questo, il Movimento dei Senza Terra (MST) – che è la principale forza politica di questo fronte, con la direzione dell’indomabile Joao Pedro Stedile sta coordinando le mobilizzazioni dei movimenti sociali che dovrebbero paralizzare il paese per manifestare in tutte le grandi città e soprattutto nella capitale, Brasilia poco prima la votazione del 16 agosto.

Infatti, se il “Fronte Brasile Popolare”, con la spinta del MST riuscirà a paralizzare la capitale Brasilia durante i due giorni che precedono la votazione nel senato e se, nello stesso tempo, il “Fronte Un Popolo Senza Paura”, guidato dal MTST, riuscirà a mobilitare il proletariato povero delle favelas con grandi manifestazioni davanti alle sedi del governo federale nelle grandi metropoli di Sao Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre e Belo Horizonte, sarà possibile influenzare i sei senatori ancora indecisi e quindi, impedire che l’impeachment sia legittimato anche dal Senato.

E’ chiaro che queste manifestazioni non saranno permesse dal governo. C’è il rischio di violenti scontri con la polizia e i reparti dell’esercito. Una possibilità subito prevista dal Ministro della Difesa, “l’ex-berlingueriano tropicale” Raul Jungmann, che il 22 giugno dichiarava: “l’Esercito sarà mobilitato per intervenire e per garantire un normale funzionamento delle Olimpiadi, soprattutto nella fase finale, mettendo in campo le unità speciali dell’Esercito e quelli della FNSP (8), che insieme alle Polizie Militari saranno impegnati in differenziati piani anti-sommossa!”
In seguito Raul Jungmann, ha rivelato che: “in questi ultimi anni lo Stato Maggiore ha elaborato dei piani tattici per isolare, con l’aiuto del Servizio Nazionale di Informazione dell’ABIN (9), tutte le aree da dove possono iniziare possibili tumulti, separandole da quelle dove si realizzeranno i Giochi Olimpici e le attrazioni per i turisti”.

In pratica il Ministro della Difesa, Raul Jungmann, il Ministro della Giustizia, Alexandre de Moraes e quello della Sicurezza Istituzionale, Sérgio Etchegoyen, grazie alla generica giustificazione di impedire tumulti durante le Olimpiadi, in realtà, stanno mettendo a punto la militarizzazione delle città brasiliane, per impedire la realizzazione di manifestazioni popolari contro il governo del golpista Temer.

Aspettando il 16 agosto e le elezioni amministrative di ottobre

Mentre i golpisti si stanno preparando in tutti i sensi per garantire “una repressione circonstanziata ma capillare”, i gruppi del movimento popolare, i partiti della sinistra e le pastorali della Chiesa cattolica continuano divisi tra il “Fuori Temer”, il “Ritorna Dilma” e il più recente “Fuori tutti”, cioè l’espressione movimentista e minoritaria del partito trotskista PSTU (10) e della CST una tendenza trotskista all’interno del PSOL (11)

Infatti secondo il professore Roberto Masilla, sostenitore del “Fuori Temer”, “il colpo di stato legale, nei confronti del governo di Dilma Roussef è il nuovo elemento della strategia dell’imperialismo statunitense in America latina. Per questo la sconfitta di Temer è necessaria non solo per garantire la continuità del processo di ri-democratizzazione e delle conquiste socio-economiche ottenute a caro prezzo dopo venti anni di dittatura militare. Oggi, sconfiggere Temer è fondamentale per rafforzare quei contenuti di lotta anti-capitalista e anti-imperialista, in un momento in cui gli Stati Uniti, dopo la riconversione dell’Argentina al dogma del liberismo, vorrebbero riconvertire i paesi dell’ALBA e in particolare distruggere i quindici anni di democrazia partecipativa realizzati nel Venezuela”.

Da ricordare che il “Fora Temer” non è disposto a dimenticare gli errori del lulismo e soprattutto la gestione liberista di Dilma, soprattutto nel suo secondo governo.

Comunque la grande differenza con il “Ritorna Dilma” è che questo movimento è molto più legato all’emozione che all’analisi politica. Frutto, come sempre, dell’eccessivo opportunismo elettorale del PT lulista, che utilizza le forzate dimissioni di Dilma e il termine “colpo di Stato” solo per ricreare la storica immagine del PT (sempre più sbiadita) con quella di un PT trasformato in un partito progressista, ma fortemente interclassista. Un partito che accontenta i miserabili delle favelas con programmi di assistenza sociale, mentre è alla borghesia e agli impresari che il lulismo garantisce status sociale e molto guadagno con le privatizzazioni, la flessibilità, le rendite finanziarie etc.etc.

E’ evidente che il confronto tra il “Fuori Temer” e il “Ritorna Dilma” ripropone uno degli storici mali della sinistra brasiliana, vale a dire la dipendenza dall’agenda del sistema elettorale borghese, che ogni due anni obbliga i partiti e i movimenti sociali a mobilitare i propri candidati, per conquistare una poltroncina nelle istituzioni parlamentari. Per esempio nel mese di ottobre ci saranno le elezioni amministrative e la maggior parte dei candidati già sta facendo la propria campagna elettorale nei quartieri. Poi, tra due anni, nel 2018, nuovamente i partiti e i movimenti si dovranno mobilitare per affrontare le elezioni presidenziali, le federali e le legislative per il rinnovo dei parlamenti nei ventisei stati e nel distretto Federale di Brasilia. Cioè tutto gira intorno alle elezioni e alla possibilità di conquistare un maggiore spazio nelle istituzioni.

Uno scenario politico che non ha entusiasmato gli operai, il proletariato delle favelas urbane, come pure i miserabili delle nuove baraccopoli, costruite ai limiti dei nuovi perimetri urbani. Infatti, la stragrande maggioranza di questi settori sociali, ha seguito in televisione quello che stava succedendo a Brasilia con la presidentessa Dilma. Un contesto che mostra, chiaramente, i segnali avanzati di una debolezza ideologica che è cresciuta proprio durante i governi lulisti e che oggi preoccupa soprattutto i dirigenti della sinistra del PT, perché la militanza si è ridotta enormemente e lo storico partito classista del PT, in realtà è diventato un “PD dalemiano alla brasiliana”.

In contrapposizione, il presidente del PT lulista, Rui Falcao pensa soprattutto ai costi milionari della campagna elettorale del PT nelle prossime elezioni amministrative di ottobre, che saranno d’importanza strategica per il futuro politico del vecchio leader del PT, Inàcio Lula da Silva e quindi per le reali possibilità che Lula avrebbe di vincere le presidenziali del 2018 per la terza volta. Infatti, se il PT eleggerà la maggior parte dei sindaci del Brasile, significa che Lula vincerà le presidenziali con medie altissime, tra il 60 e il 70%. Però se il PT non raggiunge il 48% nelle amministrative, significa che Lula vincerà il primo turno, perdendo il secondo, possibilmente per mano dell’ex-petista Marina Silva o dell’eterno candidato del PSDB, Aécio Neves.

Un’elezione difficile e abbastanza complicata, soprattutto perché non è detto che il fascino del vecchio leader del PT riesca a cancellare nel popolo della sinistra e soprattutto nei lavoratori gli errori commessi da Lula e il programma di privatizzazioni voluto da Dilma nel suo ultimo governo. Infatti, i lavoratori, gli studenti e gli intellettuali, cioè il 70% dell’elettorato del PT, non sanno se l’obiettivo politico della candidatura di Lula nel 2018 sarà di governare il Brasile con un governo popolare e progressista o se, invece sarà il solito “Patto Democratico”, sottoscritto con gli impresari, le multinazionali, i gruppi oligarchici e la borghesia in cambio della cosiddetta governabilità!

NOTE:

1 – PT Lulista: Il Partito dei Lavoratori (PT), più che un partito è stata una federazione di gruppi politici che prima amabilmente, ma poi con estrema durezza si sono scontrati per conquistare il controllo del partito. Nel 1995, Lula, Dirceu, Genoino, Palocci e Olivio Dutra riuscirono a raggruppare tutti i gruppi non socialisti e non marxisti che gravitavano nel PT, per formare la grande tendenza politica e sindacale “Unità nella Lotta-Articolazione”. In questo modo il gruppo di Lula, cioè i lulisti, passò a controllare il 70% del partito, eleggendo l’85% dei parlamentari e dei sindaci del PT, oltre ad imporre decisione politiche, alcune delle quali contradditorie, come per esempio l’apertura ai candidati legati alle sette evangeliche.

2 – Pedalata Fiscale: E’ il termine con cui il testo dell’Impeachment accusa la presidentessa Dilma Roussef per aver falsificato il budget della federazione con il trasferimento “illegale” di fondi inizialmente destinati a progetti specifici e poi dirottati nelle casse del Tesoro. In questo modo, il primo governo di Dilma ha potuto presentare un apparente saldo positivo nei conti dell’amministrazione federale. Però l’opposizione se ne accorse, denunciando quello, che in realtà è un vizio dei governanti brasiliani, praticato negli ultimi venti anni in tutta l’amministrazione dello stato brasiliano, cioè dal governo federale, dai governi dei 26 stati e dai comuni.

3 – Il PDT – Partito Democratico del Lavoro, fondato nel 1979 in esilio da Leonel Brizola e Darcy Ribeiro. E’ associato all’Internazionale Socialista. Vorrebbe essere la copia brasiliana del britannico Labour Party. Purtroppo nel PDT la figura politica di Brizola ha impedito l’approfondimento ideologico, al punto che questo partito ha un’anima profondamente legata al socialismo riformista e un’altra a quella della socialdemocrazia. Dopo la morte di Brizola il PDT ha perso molte sue caratteristiche ideologiche.

4 – Il PSB – Partito Socialista Brasiliano, è lo storico partito guidato dall’ex governatore di Recife, Miguel Arraes, che durante la dittatura aveva creato un interessante centro di resistenza progressista in Algeri con l’appoggio del FLN algerino. Purtroppo con la morte d i Arraes, il partito fu preso di assalto da una serie d’individui che lo hanno trasformato in “Partito-Motel”. Cioè gente, che non ha niente a che vedere con il socialismo riformista, compra il diritto di essere candidato (a sue spese) del PSB, per poi fare quello che vogliono nel Parlamento.

5 – “Assembleia de Deus”. E’ una setta evangelica, diretta da José Wellington Bezerra da Costa, che ha numerosi deputati e senatori disseminati nei differenti i partiti. Nel PT di Rio de Janeiro, Benedita da Silva si converti per potersi eleggere con il voto dei fedeli evangelici dell’Assemblea de Deus. Lo stesso fece Marina Silva nel PT dello stato amazzonico di Acre, per poi abbandonare il PT e diventare la candidata degli evangelici e della destra, opposta a Dilma Roussef.

6 – Il territorio dei Yanomani somma, 9.664 ettari. Alla fine degli anni ottanta negli Stati Uniti fece l’apparizione un pseudo-movimento umanitario che proponeva di ritirare la riserva dei Yanomani dal Brasile, per farne un “territorio internazionale dell’umanità”. Da sottolineare che in questo immenso territorio amazzonico, localizzato tra i comuni di São Gabriel da Cachoeira e Santa Isabel do Rio Negro, ci sono consistenti depositi di oro, diamanti, tantalite, nichel e logicamente riserve incalcolabili di stagno.

7 – Territori indigeni – Il Decreto legge 97.837del 1989, stabilisce che l’insieme delle 175 aree indigene delimitate negli stati amazzonici del Brasile sommano 2.585.911 ettari. Nello stato di Amazonas, le 66 etnie indigene – che nel 2005 l’IBGE aveva calcolato con 120.000 persone -, secondo i dati della FUNAI occupano un’area di 49.453 chilometri quadrati.

8 – FNSP – La Forza Nazionale di Sicurezza Pubblica è un organismo militare e poliziesco che interagisce nelle situazioni di crisi con i cosiddetti Battaglioni di Pronta Risposta, che sono delle unità speciali addestrate alla contro-guerriglia urbana e agli scontri con manifestanti non armati con armi da fuoco.

9 – ABIN – Agenzia Brasiliana di Intelligenza. Ha sostituito il tenebroso servizio segreto “SNI” creato nei primi anni della dittatura militare.

10 – PSTU – Partito Socialista dei Lavoratori Unificato – Fu fondato a Sao Paulo, nel 1954, quando la direzione del PT decise l’espulsione dei dirigenti della tendenza troskista, “Convergenza Socialista”.

11 – CST –Corrente Socialista dei Lavoratori. E’ una tendenza troskista (morenista) del PSOL, il nuovo partito della sinistra che si formò nel 2004 quando la direzione del PT, in maggioranza lulista, decise di espellere i quattro parlamentari (Heloisa Helena, Luciana Genro, Babà e Joao Fontes) per non aver votato la legge del governo Lula che, in realtà, penalizzava i pensionati.


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17/06/2016

Brasile, il corrotto è Temer

di Mario Lombardo

Quando lo scorso mese di maggio il Senato brasiliano ratificò il colpo di stato “costituzionale” contro la presidente Dilma Rousseff, in molti nel paese sudamericano e non solo ritennero che il coinvolgimento in un caso di corruzione di colui che l’ha sostituita fosse soltanto una questione di tempo. Puntualmente, poche settimane dopo, il nome del presidente ad interim, Michel Temer, è infatti emerso per la prima volta negli atti relativi a una maxi-indagine che sta scuotendo l’intero mondo politico del Brasile.

Temer è stato accusato apertamente da Sergio Machado, ex senatore ed ex dirigente di una compagnia di trasporti facente parte del colosso petrolifero a maggioranza pubblica Petrobras, secondo il quale il presidente avrebbe sollecitato donazioni a un’azienda di costruzioni da destinare al suo Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). In cambio di finanziamenti pari a svariate centinaia di migliaia di dollari, Temer avrebbe favorito la stessa compagnia nell’ottenimento di appalti pubblici.

Le accuse sono contenute in una testimonianza di Machado resa pubblica questa settimana dalla Corte Suprema brasiliana. Machado è anch’esso al centro di indagini nell’ambito dell’operazione denominata “Autolavaggio” (“Lava Jato”), ma ha sottoscritto un accordo con le autorità giudiziarie che prevede la sua collaborazione nel fare emergere i nomi di politici e imprenditori coinvolti nello scandalo.

Temer, da parte sua, ha respinto ogni accusa, assicurando che le donazioni rispettavano i termini previsti dalle norme brasiliane sul finanziamento ai partiti. Se le richieste di Temer e le stesse donazioni erano in effetti avvenute nel rispetto formale della legge, il suo accusatore sostiene che esse rientravano in un quadro di corruzione volto a manipolare l’assegnazione di contratti per la realizzazione di opere pubbliche.

Il recente coinvolgimento di Temer nella vicenda giudiziaria più nota del Brasile è solo l’ultimo guaio del suo governo, già nato privo di qualsiasi legittimità politica. Alla fine di maggio, due ministri appena nominati erano stati ad esempio costretti a dimettersi dai rispettivi incarichi. Il ministro per la Trasparenza, Fabiano Silveira, ufficialmente incaricato di combattere la corruzione, e quello per la Pianificazione, Romero Jucá, erano stati protagonisti di intercettazioni diffuse dalla stampa nelle quali entrambi discutevano possibili modalità per ostacolare l’indagine “Autolavaggio”.

Un paio di settimane fa, un tribunale di San Paolo aveva poi giudicato il presidente ad interim colpevole di violazione delle norme sui finanziamenti elettorali. Temer si è così ritrovato nella posizione paradossale di occupare la carica di presidente senza essere stato eletto e con una condanna che gli vieta di candidarsi a cariche elettive per otto anni.

Nel gabinetto di Temer ci sono almeno altri sette membri coinvolti nelle indagini per corruzione che ruotano attorno a Petrobras. A questo dato va aggiunto il fatto che circa il 60% dei membri del Parlamento brasiliano risulta incriminato o sotto indagine della magistratura. Ciò dimostra a sufficienza la natura delle manovre che hanno portato all’impeachment di Dilma Rousseff e il rilievo morale dei protagonisti dell’operazione.

Dilma, oltretutto, non è stata per il momento toccata dallo scandalo, pur avendo guidato per anni la compagnia petrolifera brasiliana. La sua estromissione è dovuta alle accuse di avere manipolato alcune voci del bilancio federale per dare un’immagine migliore della situazione finanziaria del paese, cioè una pratica comune a praticamente tutti i precedenti governi brasiliani e a quelli di molti altri paesi.

In sostanza, i politici con a capo Temer che hanno rimosso Dilma dall’incarico di presidente avrebbero agito per favorire la trasparenza nella gestione degli affari pubblici, salvo poi ritrovarsi in buona parte invischiati in procedimenti giudiziari per corruzione e altri crimini.

A poco più di un mese dall’insediamento, il governo Temer ha un livello di gradimento infimo e, per alcuni osservatori, il moltiplicarsi dei guai giudiziari che riguardano i suoi membri e lo stesso presidente potrebbe addirittura erodere il sostegno al Senato per la procedura di impeachment in atto.

Dilma Rousseff è stata sospesa per un massimo di 180 giorni dal suo incarico dopo il voto del Senato brasiliano, il quale nei prossimi mesi sarà chiamato a decidere se rendere definitiva la rimozione della presidente. In questo caso, Temer sarebbe confermato alla guida del paese fino al 2018.

La situazione politica in Brasile è però estremamente fluida. Il discredito della cerchia di politici golpisti che ha assunto il potere ai danni del governo del Partito dei Lavoratori (PT) rende infatti difficile la messa in atto dei compiti che i poteri forti, domestici e internazionali, a cominciare da Wall Street e dal governo di Washington, si aspettano, ovvero lo smantellamento dei programmi sociali dei precedenti governi e l’implementazione di misure di austerity per far fronte alla drammatica crisi economica in atto.

Allo stesso tempo, parte della classe dirigente brasiliana continua a manovrare per escludere permanentemente dal potere il PT, ben sapendo che esso conserva una consistente base di supporto tra le classi più povere nonostante il peggioramento delle condizioni di vita negli ultimi anni e la cattiva gestione dell’economia della presidente Rousseff.

L’ennesima prova di ciò si è avuta proprio questa settimana con la notizia della riapertura di un’indagine per corruzione contro l’ex presidente Lula. Quest’ultimo era stato accusato di avere ricevuto in regalo un appartamento di lusso nel quadro degli schemi corruttivi collegati sempre alla compagnia Petrobras.

Dopo l’apertura dell’inchiesta mesi fa, Lula era stato nominato capo di gabinetto da Dilma Rousseff, così che, secondo la legge brasiliana sull’immunità garantita ai membri del governo, il procedimento era stato automaticamente sospeso e trasferito alla Corte Suprema.

Lunedì scorso, il più alto tribunale brasiliano ha alla fine deciso che l’indagine su Lula può tornare di competenza del giudice federale Sergio Moro, titolare dell’inchiesta “Autolavaggio”, e seguire il suo normale corso. Un’eventuale condanna costerebbe caro a Lula e probabilmente anche al Brasile, visto che, come accaduto recentemente a Temer, lo escluderebbe dalla corsa alla presidenza per otto anni, spianando la strada alla destra per il ritorno definitivo al potere.

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16/05/2016

Le indecisioni di Dilma, il golpe, l’interferenza degli USA e l’ortodossia liberista

Tutti erano convinti che nel suo ultimo discorso del 12 maggio, la presidentessa Dilma Roussef indicasse ai 54 milioni di brasiliani che la votarono nel 2015 i motivi del golpe, il ruolo degli USA, oltre a fare un minimo di autocritica per convocare i brasiliani alla mobilitazione contro il nuovo governo del golpista Temer. Invece...

Subito dopo la decisione del presidente del Senato, Renan Calheiros, (PMDB) di sospendere Dilma Roussef dall’incarico di presidente della Repubblica per sei mesi e nominare il suo “socio”, Michel Temer (PMDB), i direttori delle redazioni del giornale “O Globo” e soprattutto quella di “TV Globo”, ordinarono di barricare le porte delle redazioni sparse per il Brasile, quando si sarebbero ripetute le manifestazioni del Primo Maggio, in cui più di un milione di persone scesero in piazza per manifestare contro l’Impeachment e contro la TV Globo.

Per questo, in tutto il Brasile c’era una grande aspettativa nei movimenti che integravano il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Povo Sem Medo”. Infatti, l’ultimo discorso di Dilma Roussef – annunciato per il pomeriggio di giovedì 12 maggio – avrebbe dovuto essere il giorno “D” brasiliano, in cui i 54 milioni di elettori di Dilma sarebbero scesi nelle strade per impedire la legittimazione politica dei golpisti, la giustificazione delle motivazioni geo-politiche rivendicate dagli USA, il possibile raffreddamento delle relazioni con i BRICS e in particolare con la Cina e l’affermazione di un nuovo corso autenticamente liberista, con il quale il nuovo governo pretende d'annullare tutte le conquiste dei lavoratori ottenute negli ultimi anni, incluso gli articoli “sociali” della Costituzione del 1988. Cioè la Carta Magna scritta con il ritorno della democrazia dopo i venti anni di dittatura militare.

Invece, Dilma Roussef ha occupato la maggior parte del suo intervento per dichiararsi innocente, per affermare che è una persona onesta, un soggetto politico perseguitato da un complotto golpista, una vittima di persone senza scrupoli, senza però, spiegare concretamente ai brasiliani il perché del golpe, il perché del tradimento del vice-presidente, Michel Temer e quindi del PMDB, il perché dell’interferenza degli USA denunciata a più riprese da diversi giornali e televisioni. Purtroppo, il tono innocentista del discorso di Dilma, l’eccesso di emozionalità non è stato sufficiente per promuovere una spontanea rivolta delle masse che, dopo aver ascoltato il discorso di Dilma in TV, o hanno cambiato canale o sono andati a letto più incazzate del solito.

Da sottolineare che l’improduttivo intervento innocentista di Dilma, ha permesso al presidente del PT, lo sfegatato lulista Ruy Falcao, di congelare la proposta di sciopero generale presentata da Joao Pedro Stedile, in nome del Fronte Brasil Popular e del Fronte Povo Sem Medo, nel caso il Senato avesse approvato il procedimento dell’Impeachment.

Un comportamento infantile e ambiguo che ha ugualmente bloccato sul nascere la proposta di mobilizzare il movimento popolare per chiedere elezioni anticipate e che trova riscontro nel silenzio del sito di Lula (www.instititutolula.org), che dall’11 maggio mantiene come “manchette” del sito l’articolo “Iniciativa América Latina do Instituto Lula” (L’iniziativa America Latina dell’Istituto Lula), una specie di biografia della partecipazione di Lula nel progetto di integrazione regionale. Una materia praticamente inutile nel momento in cui Lula e il PT sono oggetti di un preponderante massacro mediatico, politico e ideologico.

Ho usato gli aggettivi “infantile e ambiguo” perché è veramente infantile (se non qualcosa di peggio), pensare che i rappresentanti del Senato Federale – dove PT, PDT, PCdoB e PSOL sono minoritari – dopo aver analizzato il dossier e analizzato la difesa degli avvocati di Dilma, voteranno per il suo ritorno alla presidenza. Infatti, l’infantile diventa ambiguo ascoltando le parole del capogruppo dei deputati e vice-presidente del PT, José Nobre Guimaraes, che avrebbe chiesto ai leader dei movimenti “...di non pressare i senatori con manifestazioni ostili perché queste potrebbero avere un ruolo negativo nella decisione del Senato...”.

In risposta, il politologo Jorge Correia Leite, intervistato subito dopo questa dichiarazione, affermava, “...Sappiamo che la fragilità del nuovo governo di Michel Temer dipende dalla mancanza di una forte alleanza con i partiti che hanno sottoscritto il golpe e dalla necessità di un periodo di stabilità per introdurre le soluzioni economiche annunciate. Il problema è che proprio il PT ha bloccato la bandiera della contestazione popolare, dicendo che prima di scendere in piazza bisogna attendere che il processo dell’impeachment faccia il suo corso legale...”.

Comunque, il concetto di ambiguità da parte del PT lulista (cioè la maggioranza del PT controllata dal gruppo di Lula) era già stato denunciato in precedenza da Riccardo Antunes – uno dei maggiori scienziati politici della sinistra brasiliana – secondo cui “...Il PT, nato nel 1980 con un progetto di sinistra impegnato nel superamento del capitalismo, dopo la ventennale gestione del partito da parte della maggioranza lulista e dopo gli anni di governo con Lula e Dilma è politicamente morto. Può darsi che questo PT diverrà il PMDB del secolo XXI. Certo è che oggi non esistono le condizioni politiche per il PT – escludendo i settori legati a Tarso Genro, Olivio Dutra e altri che stanno a sinistra del lulismo – di risorgere dalle ceneri del social-liberismo e tornare a essere un partito di sinistra, popolare e di massa. Infatti, questo PT lulista si è sempre rifiutato di dialogare con la sinistra e in tutti questi anni, non mi viene in mente una unica volta in cui Lula, nei suoi otto anni di presidenza, abbia fatto un’unica menzione positiva alla sinistra, incluso quella che è rimasta dentro il PT. Il lulismo ha sempre preferito la conciliazione di classe!...”.

Parole che per il lettore non-brasiliano possono sembrare eccessivamente dure, ma che, in realtà rispecchiano l’involuzione politica del PT, che, nelle scadenze elettorali torna a sventolare la bandiera storica del PT (rossa con la stella bianca), per ripresentarsi come il principale partito della sinistra e accaparrarsi i voti del movimento popolare. Anche se poi il suo “filing” amministrativo ci ricorda gli “incuici” di D’Alema e le privatizzazioni alla Romano Prodi!

Per questo il PT lulista non ha voluto approfondire i motivi del golpe perché, in questo caso, avrebbe dovuto spiegare ai suoi elettori perché il governo di Dilma ha insabbiato il programma di riforme promesso nella campagna elettorale del 2014, per poi passare a implementare grande parte del programma liberista dell’oppositore Aecio Neves, con l’aggravante di aver, sempre più, interrato il Brasile nella crisi recessiva.

Per questo le nuove organizzazioni del movimento popolare incontrano numerose difficoltà nel mandare avanti il processo di ricostruzione della sinistra, giacché la base popolare e soprattutto i lavoratori vorrebbero che in questo processo ci fosse il PT, mentre la “nomenclatura del lulismo” preferisce il distanziamento dai movimenti di sinistra, per gestire da sola l’immagine di Lula, che è l’ultima icona del PT di sinistra degli anni 80, con cui affrontare la sfida delle elezioni presidenziali del 2018.

E’ evidente che per il calcolato cinismo del marketing elettorale del PT lulista, le misure recessive del nuovo governo, i tagli dei sussidi per l’assistenza a più di venti milioni di famiglie povere, la privatizzazione di alcune grandi imprese statali e la vendita delle riserve petrolifere del “Pré Sal”, possono rivelarsi la carta vincente della campagna elettorale di Lula nel 2018.

Un’ipotesi che nei grafici delle previsioni del marketing elettorale presenta molti attivi positivi, poiché il possibile disastro socio-economico che il nuovo governo di Michel Temer potrà provocare, certamente obbligherà gli elettori dei settori popolari a vedere in Lula l’ultima speranza che rimane. L’instabilità sociale potrà favorire il nome di Lula, anche sul fronte di una parte della borghesia e degli impresari perché con lui è possibile evitare l’esplosione sociale, provocata dal governo golpista di Michel Temer. Infatti, Lula, ha già fatto capire agli impresari che “...per il bene del Brasile è disposto a definire un nuovo accordo conciliatorio...”, tentando, magari, di rimettere in moto il ciclo del “nuovo sviluppo” dentro dei nuovi parametri del social-liberismo e sempre con la specifica funzione di garantire il controllo sociale e della forza-lavoro.

Purtroppo i grafici delle previsioni elettorali non quantificano il prezzo dei sacrifici che i lavoratori e i giovani dovranno pagare fino al 2018 e sempre che poi, all’ultimo momento non appaia un candidato alternativo a Lula, come per esempio la ex-petista Marina Silva!

L’interferenza degli USA: monitoraggio della cospirazione e spionaggio

Subito dopo la votazione nella camera dei deputati per l’impeachment contro Dilma Roussef  il giornale statunitense on-line “The Intercept” ha cominciato a pubblicare vari articoli investigativi che dimostravano l’esistenza di un “link” tra il gruppo dei cospiratori e il numero tre del Dipartimento di Stato, Thomas Shannon. Da parte sua WikiLeaks rivelava che, fin dal 2006 esisteva un link “confidenziale” tra l’allora capogruppo del PMDB nella Camera dei Deputati, Michel Temer, oggi presidente del Brasile e il Console Generale degli USA in San Paolo. Una relazione che si è mantenuta nel tempo, per rafforzarsi nel 2013 con l’arrivo dal Paraguay della nuova ambasciatrice degli USA, Liliana Ayalde, principale architetto del “colpo di stato bianco” nei confronti del presidente progressista ed ex-vescovo del Paraguay, Fernando Lugo. Una relazione che è divenuta ufficiale quando Temer accettò l’incarico di vice-presidente, grazie al quale ha potuto “...cenare con l’amico Joe...”, ufficialmente, Joe Biden, vice presidente degli USA!

Bisogna quindi ricordare che nello stesso tempo in cui l’assetto diplomatico degli Stati Uniti in Brasile cominciava ad ampliare i suoi tentatoli nella classe politica brasiliana, subito dopo la rielezione di Lula, nel 2008, cominciarono a insediarsi nelle principali città del Brasile (Sao Paolo, Rio de Janeiro, Curitiba, Belo Horizonte, Porto Alegre e Salvador) e nella capitale Brasilia, numerose ONGs e rappresentanti di fondazioni statunitensi. Rispettivamente: Atlas Network (finanziata da Google ed Exxon Mobil), Open Society Foundation (finanziata dallo speculatore George Soros), Human Rights Foundation (creata dal venezuelano Thor Halvorssen), State Policy Network (creata dal consigliere di Reagan, Tom Roe), Charles G. Koch Foundation (finanziata dalle Industrie Kock) e la Donors Trust insieme alle tedesche Adenauer Foundation e Friederich Naumann.

Tutte queste fondazioni cominciano a promuovere l’apertura di centri di studio e istituti di ricerca nell’ambito di “...promuovere le politiche  economiche del libero mercato e la formazione di potenziali leader...”. Subito dopo passarono a finanziare la creazione di nuovi organismi come per  esempio l’Istituto Millenium, il Movimento Brasile Libero (MBL), l’Istituto Liberale, l’Istituto Ludwig Von Mises, l’organizzazione Studenti per la Liberta (EPL) e altre nuove organizzazioni che raggruppano soprattutto intellettuali, giornalisti, impresari, e studenti in maggioranza originari della piccola e media borghesia. Soggetti politici che sono stati preparati per svolgere il ruolo di nuovi dirigenti nell’opposizione liberale o infiltrarsi nel movimento studentesco e nei gruppi del movimento popolare per rivendicare la lotta alla corruzione del governo del PT.

Un contesto che ha spinto il giornale statunitense, “Huffingtoin Post”, a investigare a fondo, di modo che nella sua edizione dell’8 maggio, rivelava che anche il giudice federale di Curitiba, Sergio Moro – cioè il magistrato che nel 2014 ha aperto il processo contro il PT e che in combutta con la “Força Tarefa” (le unità speciali della Polizia Federale) aveva ordinato il sequestro di Lula in San Paolo, per portarlo ammanettato “per testimoniare” a Curitiba –, sei anni prima, nel 2009, aveva ottenuto una “borsa di studio” dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per frequentare un “corso di potenziali leader”. Sembra una casualità, ma poi nel 2014, il giudice Sergio Moro, dopo aver fatto una velocissima carriera nella giustizia federale, ha ricevuto dalla Polizia Federale le intercettazioni dell’Operazione Lava Jato, fatte in realtà dalle antenne del NSA nella PETROBRAS, che rivelavano il sistema di corruzione, montato fin dai tempi del presidente Fernando Henrique Cardoso (PSDB). Però, il giudice Sergio Moro, escludeva dalle investigazione i membri del PSDB, per responsabilizzare di tutto il secondo governo del PT, in particolare l’allora presidente Lula e in parte Dilma Roussef.

A questo punto, molti analisti si chiedono perché gli 007 dell’ABIN (l’Agenzia di Intelligenza Brasiliana) e quelli del SOIP (Servizio di Operazioni di Intelligenza) della Polizia Federale, hanno ignorato il giro di dollari provenienti da queste fondazioni e le attività cospirative dei nuovi organismi creati dalle ONGs statunitensi?

Il silenzio degli 007 brasiliani è preoccupante perché nel 2013, questi organismi riuscirono a manipolare le manifestazioni degli studenti contro gli sprechi del campionato mondiale di calcio, per trasformarle in attacchi contro il governo, organizzando giornate di guerriglia urbana in varie città del Brasile, oltre a propagare l’idea del colpo di stato nei confronti del governo di Dilma Roussef.

Per questo gli analisti – non pagati dalla TV Globo – si chiedono perché il PT e la stessa Dilma Roussef, nel suo discorso del 12 maggio, non rivelò le fasi del monitoraggio statunitense nella cospirazione di Eduardo Cunha e Michel Temer, dal momento che anche giornalisti di piccoli blog come il “Portal Vermelho” (Portale Rosso) o “Brasile em 5 Minutos” (Il Brasile in 5 minuti), hanno pubblicato nomi e cognomi dei personaggi della cospirazione.

E’ difficile interpretare il silenzio o l’indecisione del lulismo, soprattutto se consideriamo che, nel 2013 Edward Snowden, rivelò che il NSA (Agenzia Nazionale di Sicurezza statunitense) stava registrando tutte le telefonate della presidentessa Dilma Rousseff e che poi, nel mese di luglio del 2015, quando era scoppiato lo scandalo della corruzione nella Petrobrás con l’arresto di vari impresari, WikiLeaks rivelò che tutto lo staff presidenziale era spiato dalla NSA con il codice S2C42. Per questo, i 29 telefoni del Palazzo do Planalto (presidenza e sede del governo) furono sottoposti al cosiddetto “grampo” telefonico, che permettevano agli agenti del NSA di registrare e trasmettere alla CIA e poi al Dipartimento di Stato tutto quello che la presidentessa e i suoi ministri decidevano.

Un’attività di spionaggio intensivo che non cominciò perché “l’ex guerrigliera” era stata eletta presidente. Infatti, lo spionaggio della NSA in Brasile c’è sempre stato, poiché in base agli accordi tra i due paesi, la CIA, dopo aver finanziato l’organizzazione della Polizia Federale ha sempre avuto libero transito in tutte le attività della stessa, soprattutto nelle intercettazioni. Infatti, nel 2008, scoppiò lo scandalo sull’uso “commerciale” delle intercettazioni realizzate, questa volta dagli agenti dell’ABIN, che obbligò il presidente Lula a nominare Wilson Roberto Trezza nuovo Diretto Generale dell’ABIN (Agenzia Brasiliana di Intelligenza). Anche in questo caso dietro gli 007 dell’ABIN si muovevano gli uomini dell’antenna della CIA di Brasilia.

Comunque, la questione delle intercettazioni da parte del NSA statunitense è una vecchia piaga che il Brasile ha dovuto sopportare in base alla relazione di  dipendenza geo-politica con gli Stati Uniti, anche quando al potere c’erano presidenti fedeli agli USA, come Fernando Collor (PRN) e il suo successore Fernando Henrique Cardoso (PSDB). Anzi fu proprio durante il primo governo di Cardoso, nel 1995, che venne a galla  l’uso improprio delle intercettazioni fatte dalla Polizia Federale/NSA/CIA, in occasione dei negoziati sul contratto biglionario (1,8 bi US$), che il Ministero della Difesa brasiliano stava per concludere con la multinazionale francese Thompson per l’istallazione dei sistema di vigilanza radar sulla frontiera amazzonica. Chissà perché e come, ma al momento dell’apertura  delle offerte il progetto dell’impesa statunitense Raytheon (vincolata alla CIA nei cosiddetti “progetti speciali”) costava un centinaio di dollari in meno! Per questo la Raytheon si aggiudicò il contratto, grazie al quale la CIA  e il Pentagono sanno (gratuitamente!) tutto quello che succede lungo le frontiere del Brasile!

In realtà il problema è che durante i quattordici anni di governi del PT, non è stato fatto assolutamente nulla per evitare che il Servizio di Intelligenza (SOIP), i reparti speciali della “Força Tarefa” della Polizia Federale e l’Agenzia di Intelligenza Brasiliana “ABIN” continuassero a  essere ideologizzati dal PSDB. Come pure è strano, per non dire inconcepibile che la cosiddetta “unità per la sicurezza presidenziale”, non abbia provveduto a dotare il Palazzo presidenziale e del governo di un sistema di telecomunicazioni realmente protetto, al punto che persino nel telefono dell’aereo presidenziale è stata trovata “una pulce”, che registrava e trasmetteva all’antenna del NSA di Brasilia, tutti i dialoghi che la presidentessa faceva quando viaggiava in aereo!

Chissà perché nessun giudice federale ha ordinato l’espulsione degli spioni del NSA statunitense!

La questione geopolitica e il ruolo geostrategico del Brasile nei BRICS

Il 18 gennaio del 2007, il rimpianto presidente del Venezuela, Hugo Chavez, durante una pausa dei lavori nella Riunione del Mercosur, realizzata a Rio de Janeiro, si appartava con Lula per consegnargli un dossier che analizzava i concetti geopolitici degli Stati Uniti, in particolare quello del Council of Foreign Relation (CFR) secondo cui “…il concetto geopolitico di Noth-America si espande fino all’Amazzonia incluso la regione dell’Orinoco dove esistono formidabili riserve di idrocarburi…”. Questo significava che tutte le regioni del nord e del nordest del Brasile rientravano nello “…spazio di influenza territoriale necessario per garantire la supremazia degli Stati Uniti su tutti i paesi del continente latino-americano…”. Purtroppo, Lula non captò il messaggio di Chavez sui fenomeni geopolitici e geostrategici globali, perdendo l’opportunità di consolidare il progetto di unità regionale, nel momento in cui l’imperialismo era impegnato diplomaticamente e militarmente in Iraq, Afghanistan e Siria.

Poi, quando nel 2010, il Brasile firmò il protocollo per la formazione dei BRICS,  Lula non si rese conto che un concreto rafforzamento delle relazioni politiche, economiche e finanziarie tra il Brasile e Cina, avrebbe, immediatamente segnato la fine dell’egemonia degli Stati Uniti nell’America del Sud. Un contesto che il governo brasiliano – forse per timore degli USA cui già avevano negato l’interesse per l’ALCA – non volle prendere in considerazione anche se soltanto la Colombia di Uribe, in quel momento, era disposta a permanere nel regime di dipendenza e di sudditanza con gli Stati Uniti.

E’ evidente che questo fu un errore strategico grossolano della diplomazia e dello stesso governo brasiliano, il quale nel 2009 era stato messo alla prova con l’impeachment nei confronti di Manuel Zelaya in Honduras. Infatti, il presidente Zelaya per sfuggire ai golpisti si rifugiò nell’ambasciata del Brasile, senza ricevere nessun tipo di appoggio politico e nessun tipo di condanna nei confronti di Hillary Clinton, la Segretaria del Dipartimento di Stato che aveva dato via libera alla cospirazione contro Zelaya. Stesso silenzio e un uguale ritardo nell’analisi globale fu dimostrato dal governo di Dilma Roussef, quando comincio e si sviluppò la cospirazione nei confronti del presidente del Paraguay Fernando Lugo nel 2012. Infatti, tutti sanno che se il governo di Dilma  avrebbe reagito, ascoltando le allarmanti denunce dell’ambasciatore brasiliano in Asuncion, certamente il Partito Colorado avrebbe aspettato le nuove elezioni del 2014 per sbarazzarsi di Fernando Lugo.

Praticamente gli impeachment in Honduras e in Paraguay dimostrarono alle eccellenze del Dipartimento di Stato che il Brasile era un gigante, dai piedi di argilla!

Una situazione che  lo scienziato politico brasiliano, Luiz Alberto de Vianna Moniz Bandeira, nel suo prestigioso volume “La seconda Guerra Fredda” descrive affermando: “…La decisione degli USA di rafforzare il dollaro come moneta globale è messa in discussione dallo sviluppo economico e finanziario dei BRICS. Per questo, gli USA non vogliono che né l’Argentina, ma soprattutto il Brasile diventi una potenza dell’America del Sud strettamente legata alla Cina e alla Russia. Infatti, l’egemonia degli USA risiede nel fatto che loro hanno il diritto di stampare quanti dollari vogliono e nello stesso tempo essere la moneta che controlla gli scambi a livello internazionale. Un contesto che Cina e Russia possono e vogliono modificare…”. Sempre secondo Moniz Bandeira:“...Per gli USA sono di fondamentale importanza tutti quei processi che contribuiscono allo smembramento del processo di integrazione dell’America Latina, alla rimozione delle sue caratteristiche di sovranità, perché gli stessi contribuiscono a rendere fragile e permeabile il progetto dei BRICS. Per questo fermare il Brasile, grazie anche all’eredità colonialista della borghesia brasiliana, significa isolare tutta l’America Latina dal nuovo asse portante rappresentato da Russia e Cina e dai mercati del Pacifico…”.

Purtroppo, gli analisti di politica internazionale del governo di Dilma hanno inquadrato il processo di formazione dei BRICS soltanto dal punto di vista commerciale e finanziario. Di modo che quando il governo sudafricano di Jacob Zuma era sconvolto da un’ondata destabilizzatrice e in Ucraina si stavano creando le basi politiche e ideologiche per lo scontro europeo con la Russia, in Brasile gli analisti del PT e dell’Itamaraty (Ministero degli esteri brasiliano) non si sono resi conto che anche in Brasile era in marcia un processo della destabilizzazione, realizzato dagli istituti e dagli organismi creati “ad hoc” dalle stesse fondazioni e dalle ONGs statunitensi che hanno destabilizzato l’Ucraina, la Siria e l’Africa del Sud.

Conclusione

Nonostante il senatore ed ex-ministro dell’istruzione, Aloisio Mercadante, da buon petista lulista, continui a credere che il senatore ed ex-governatore dello Paranà, Roberto Requiao de Mello (PMDB) potrà coordinare nel senato il rovescio dell’Impeachment e che nel 2018 Lula tornerà a  essere il presidente del Brasile, il movimento popolare comincia a muovere i primi passi per una difficile ricompattazione della sinistra. Un’operazione politica in cui l’MST (Movimento dei Senza Terra) svolge un ruolo determinante all’interno del paese, mentre nelle città il MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) comincia ad avere una funzione importante per promuovere le attività dei due fronti popolari contro il golpe, cioè il Fronte Brasile Popolare e il Fronte Un Popolo Senza Paura.

Purtroppo, la maggior parte di quei 54 milioni di brasiliani che votarono il programma di Dilma, sono ancora assenti perché, oltre alla confusione e alla paura di dover affrontare il nuovo governo conservatore di Michel Temer, avvertono un senso di stanchezza nei confronti del PT lulista.

Per questo, invece di riproporre il pianto dello sconfitto vittima di un’ingiustizia, il PT lulista dovrebbe aprirsi a quei 54 milioni di elettori, facendo, innanzitutto un’autocritica degli errori commessi e dell’orientazione politica sbagliata che fu assunta da Lula e poi da Dilma nel tentativo di garantire la cosiddetta governabilità. Per poi definire un programma autenticamente riformista con cui liberare il Brasile dai compromessi con il liberismo e la dipendenza dall’imperialismo statunitense. Senza questa autocritica, né senza questo programma, sarà molto difficile far credere che il PT lulista è nuovamente quel PT che difendeva a spada tratta i lavoratori, i contadini, le donne, gli afroamericani, gli omosessuali e tutti gli sfruttati. Anche se il fascino di Lula può convincere i 54 milioni per la quinta volta!

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