Recife – Il mio rientro in Brasile, dopo 6 anni di assenza, coincide con l’evento che cattura l’attenzione mediatica: la chiusura dell’accordo militare firmato da Donald Trump e Jair Bolsonaro a Palm Beach in Florida, che rinforza oltremodo l’amministrazione attuale, poiché il governo conta di entrare nel mercato nord americano delle forniture militari, e facilitare così l’export di prodotti brasiliani all’interno dei 28 paesi della NATO.
Sull’altra sponda, gli excluídos brasileiros vedono le loro condizioni peggiorare notevolmente, ora che gli effetti del taglio di 1.111.043 famiglie dal programma di assistenza sociale Bolsa Familia – deciso dal governo e ultimato a dicembre 2019 – colpiscono in particolare il Nord Est, che ne ha subíto il 50%.
https://www.diariodepernambuco.com.br/noticia/opiniao/2020/03/a-fragmentacao-da-politica-social-no-brasil.html
In Pernambuco, lo stato che ha come capitale Recife, a fine 2019 ben 164.000 famiglie che erano state abilitate al programma, non hanno avuto accesso ai benefici. Il tutto nel quadro di un salario minimo mensile fissato in febbraio a R$ 1.045, equivalenti a € 205, con un cambio decollato a 5,10 R$ per €.
Un aumento ridicolo in due anni di 91 real, neanche 18 euro, a fronte del costo della vita lievitato tra il 20 e il 30% dal 2018, quando il cambio stava a 4,4 R$.
Traditori di tutti
Bolsonaro ha calcato la mano, ma da lui non ci si può certo aspettare che aiuti il Nord Est, bacino elettorale per eccellenza della cosiddetta esquerda istituzionale, rappresentata da PT (Partido Dos Trabalhadores), MDB (Movimento Democratico Brasileiro) e PSB (Partido Socialista), allegramente a braccetto per lunghi anni sia nell’amministrazione regionale che nazionale.
Partiti oggi decimati dai processi per corruzione attiva e passiva, con nomi prestigiosi al gabbio, dove dovranno scontare lunghe pene detentive.
L’icona politica più rappresentativa a livello internazionale, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, è stato scarcerato solo a novembre 2019 (dopo ben 580 giorni nella cella di Curitiba) in libertà provvisoria fino al compimento di tutti gli appelli consentiti; sul suo capo pendono già due sentenze di condanna, di 2° e 3° grado.
Lula è stato comunque assolto dall’accusa di associazione a delinquere.
È tragicomico constatare come PMDB, sia dovuto tornare al nome originario MDB – quando era l’unico partito di opposizione alla dittatura militare – rifacendosi il trucco, con un maquillage rosso acceso, che però non inganna più nessuno, dopo che i suoi uomini-chiave, Michel Temer – ex presidente pro tempore – Romero Jucá e Sérgio Machado sono stati riconosciuti colpevoli per aver intascato mazzette milionarie durante il corso della maxi inchiesta Lava Jato, che ha fruttato al Grande Inquisitore Sérgio Moro la poltrona di Ministro di Giustizia sotto Bolsonaro.
https://brasil.elpais.com/brasil/2017/12/19/politica/1513695154_142381.html
Temer è anche colui che ha dato fuoco alle polveri con Eduardo Cunha (suo compagno di partito, condannato a 24 anni per aver occultato 40 milioni di USD di bustarelle Petrobras, recordman nella specialità) per l’impeachment di Dilma Rousseff, quando erano alleati del PT.
Non solo: è stato proprio il “democratico” Temer, a dare inizio ai tagli sui programmi sociali, dopo aver fatto approvare una vergognosa riforma del lavoro che penalizza oltremodo i più poveri. Traditori di tutti.
https://ilmanifesto.it/jobs-act-brasileiro-modello-marchionne/
La riforma in questione, verte su cinque punti-chiave:
– Fine della contribuzione obbligatoria dei lavoratori ai sindacati. Ora prevale il principio di negoziazione diretta tra dipendente e datore di lavoro, senza mediazione sindacale. Una deduzione logica: il potere contrattuale di una persona che necessita lavoro, a fronte di un eccesso di domanda, è pressoché zero.
– Il limite della giornata lavorativa è esteso da 8 a 12 ore, non oltre 48 ore settimanali, con possibilità di 36 ore consecutive.
Ma l’ingiustizia più palese è di non considerare più il percorso da casa al posto di lavoro nel computo dell’orario operativo.
Prima il dipendente aveva diritto a calcolare le ore trascorse per raggiungere il posto, parte della giornata lavorativa, riguardo al segmento di percorso ove i mezzi pubblici fossero deficitari o inesistenti. Ciò valeva in assenza di trasporto aziendale.
Ora si deve arrangiare comunque.
Per far capire la realtà di questo emendamento, un esempio eloquente: a Recife, ci vogliono una o due ore, dalla favela di Macaxeira alla Cais de Santa Rita, e altre 3 circa da qui al porto di Suape, nel municipio Cabo de Santo Agostinho, dove si concentrano le industrie, durante il traffico di punta. Più altre 12 di lavoro effettivo, in caso di giornata piena. Ritorno a parte. Motivo per cui, la forza lavoro non ha molta scelta, se non quella di trovare un alloggio nei pressi della fabbrica; costo a proprio carico ovviamente.
Con il nuovo testo, l’azienda non è più obbligata a pagare il tempo d’attesa del dipendente per il mezzo messo a disposizione, né a cambiare l’orario di entrata/uscita di costui ai fini di azzerare i tempi morti.
Torniamo a bomba: lo schema di corruzione che ruotava intorno al colosso petrolifero Petrobras arricchendo lorsignori, è costato all’economia brasiliana tra denaro riciclato e richieste di risarcimento circa 50 miliardi in real. Oltre a condurre il Paese verso la recessione e la disoccupazione per il conseguente crollo degli investimenti.
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Operation_Car_Wash
Era quindi prevedibile che Bolsonaro, già promotore di una riforma che aumenta l’età pensionabile e mira a ridurre vitalizi e privilegi, continuasse a tagliare i programmi sociali, usati tra l’altro come serbatoio di voti dai suoi nemici.
E proprio il Nord Est amministrato da costoro per un decennio, paga lo scotto più salato di una politica basata su speculazioni e devastazioni ambientali. Il Ceara, in mano al petista Camilo Santana, ha tuttora uno dei livelli salariali più bassi, mentre la Mecca di Fortaleza basa il suo cash-flow essenzialmente sul sesso facile, intorno al quale ruota la giostra del turismo.
Ma è Recife, amministrata dal socialista Júlio de Mello Filho, città ricca di tradizioni e di capitali insieme all’antico borgo coloniale di Olinda, ad aver subito un degrado costante nel tempo: nessun piano urbanistico degno di nota, a regolare un traffico che dopo São Paulo, è forse il più congestionato del Brasile.
Il quadro urbano nel centro storico, tra il piazzale di Cais Santa Rita alle cui spalle ci sono i mercati generali, e la bomboniera turistica di Marco Zero in Recife Antigo, è disastroso: proprio dove il traffico pedonale è maggiore, marciapiedi e fondo stradale non esistono praticamente più, tra squarci enormi alternati a cordoli di detriti e cubetti di porfido che ostacolano il passaggio di anziani e donne giovani le quali, stringendosi al collo i propri bambini, tentano di districarsi tra le macerie con le buste della spesa. Gli eterni lavori in corso completano il quadro.
Vedo solo tre operai del municipio “armati” di pala e piccone, che devono manutenzionare da soli oltre un chilometro quadrato di selciato, e poi c’è il resto del centro e la zona del lungomare, una ventina di chilometri circa. Ci vorranno mesi, se non anni.
Ovviamente la lista nera non è finita: la bella spiaggia di Boa Viágem, è funestata dagli attacchi degli squali.
I lavori senza controllo per allargare il Porto di Suape, hanno distrutto gli estuari dei fiumi, che costituivano l’habitat dello squalo Toro, la cui specie si adatta alle acque dolci.
Questi hanno sconfinato tra la gente, insieme al Tigre, abituato a seguire le navi che riversano i rifiuti in mare.
Un connubio letale: oltre 60 attacchi ai bagnanti in vent’anni, che han causato una trentina di decessi e diversi mutilati.
https://www.bbc.com/news/world-radio-and-tv-19720455
Con la sanità pubblica ridotta ai minimi termini, farmaci a caro prezzo e norme igieniche ignorate – oltre alle maglie larghe dell’aeroporto – qui il coronavirus troverebbe la strada spianata.
E a tal riguardo, dopo la notizia del primo caso sospetto di COVID-19 isolato proprio all’aeroporto di Recife – risultato negativo dopo gli accertamenti – a oggi si registrano circa 150 casi accertati nel paese, di cui un centinaio a São Paulo, e oltre una ventina in Rio de Janeiro.
La metropoli paulista, dopo i primi contagi da parte di viaggiatori provenienti da Milano, ha sviluppato purtroppo una variante locale del flagello, soprannominato quaggiù Novo Coronavirus.
Al porto di Recife è stato impedito l’accesso a una nave-crociera con migliaia di turisti, tra i quali sono stati isolati a bordo 610 casi sospetti. Tuttavia non è il nuovo virus che monopolizza il panico: i vecchi tengono ancora banco, tra i quali spicca la sempiterna Dengue Fever, un’infezione portata dalla zanzara Aedes Aegypti che provoca febbri, dolori articolari e sovente emorragie polmonari.
Lo scorso anno la Dengue in Brasile ha raggiunto il picco di 1.439.471 casi con 591 decessi. Acque stagnanti, fognature inesistenti per circa il 50% dei brasiliani, e condizioni igieniche precarie, oltre alla cronica scarsità di acqua corrente nelle favelas e negli agglomerati popolari, costituiscono l’habitat ideale per le zanzare.
E ovviamente gli stati del Nord Est – Maranhao, Piauí, Ceara, Pernambuco, Paraiba, Alagoas e Salvador da Bahia – primeggiano in questa poco invidiabile classifica.
https://www1.folha.uol.com.br/internacional/en/scienceandhealth/2019/09/brazils-dengue-cases-increased-599-in-8-months.shtml
Il giallo Bolsonaro
L’accordo tra Bolsonaro e Trump firmato il 9 marzo, lunedì, sta avendo uno strascico clamoroso: il segretario del presidente brasiliano che era rimasto per almeno un’ora a stretto contatto con Trump e Bolsonaro, è successivamente risultato positivo al test sul Coronavirus.
Venerdì 13, i notiziari brasiliani della sera annunciarono in diretta che Eduardo, il figlio minore del presidente, avrebbe rilasciato un intervista a Fox News dicendo che il padre era risultato positivo al test sul virus.
Subito dopo, gli stessi notiziari fecero scorrere sugli schermi una seconda velina: sempre Eduardo avrebbe affermato che il padre era stato sottoposto a un secondo test, risultato invece negativo.
Il giorno dopo il portavoce governativo, dal Palácio do Planalto a Brasilia, annunciava che il primo test era risultato negativo, ma comunque il presidente si sarebbe sottoposto a un secondo test.
Prima domanda: se Bolsonaro era già risultato negativo, perché fare un 2° test?
Da prassi consolidata, ciò viene richiesto solo nel caso contrario.
Seconda domanda: dal momento che Eduardo non ha smentito l’intervista a Fox News, perché avrebbe parlato di due test, a stretta distanza l’uno dall’altro?
Se fosse vero ciò che è stato riportato, quello che aspetta il presidente sarebbe il terzo. Il mistero si infittisce.
Nel frattempo Trump si è già sottoposto al suo, che sarebbe risultato negativo.
https://www.foxnews.com/world/brazil-bolsonaro-coronavirus-test-negative-eduardo
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/03/2020
02/07/2017
Il fallimento del progetto imperialista in Brasile
In questi ultimi dieci giorni il Brasile ha assistito a una serie di sentenze giudiziarie emesse dai differenti giudici federali del Supremo Tribunale Federale (STF), cui ha fatto seguito lo scontro sempre più acceso tra industriali, banchieri e multinazionali per decidere le sorti di un governo che oggi, secondo l’agenzia IPSO, solo il 2% dei brasiliani approva.
Contro il governo Temer il 30 giugno sono scese in piazza tutte le undici confederazioni sindacali, insieme alle due organizzazioni del movimento, il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Brasil Sem Medo” che, come nel passato 26 aprile, hanno bloccato il Brasile manifestando nelle capitali e nelle città di 23 stati, incluso nel Distretto Federale dove c’è la capitale Brasilia. Vista la complessità degli argomenti, subito dopo le manifestazioni abbiamo intervistato il giornalista, Achille Lollo, (ex-direttore della rivista Naçao Brasil, ex-corrispondente del giornale Brasil De Fato e analista del Correio da Cidadania) per fare il punto della situazione.
ADIATV – Intervista con il giornalista Achille Lollo.
Giorni fa i corrispondenti di “La Repubblica”, “Financial Times”, “Le Monde” e “BBC” scrivevano articoloni sulla notificazione giudiziaria del TSF (Tribunale Superiore Federale) al presidente Temer. Oggi hanno omesso la risposta del movimento popolare e dei sindacati che hanno manifestato in 23 stati della federazione. Come spiega questa volontaria omissione?
I giornali europei hanno preferito la lettura scandalistica della notificazione del STF, per evitare di entrare nel merito della situazione politica che il Brasile oggi vive. Per questo hanno equiparato il presidente Michel Temer a un Massimo Carminati, riuscendo in questo modo a occultare i motivi del fallimento di un progetto di sovversione politica che era stato ideato dagli uomini di Obama, voluto dai direttori dalle multinazionali e poi realizzato dai leader politici che rappresentano le oligarchie e i vari settori della borghesia brasiliana.
Infatti, il corrispondente di “La Repubblica”, Daniele Mastrogiacomo, per esempio, sapeva benissimo che il TSE (Tribunale Superiore Elettorale), nella prima settimana di giugno, aveva assolto Michel Temer e Dilma Roussef dalle accuse di finanziamento illecito delle proprie campagne elettorali. Però sapeva anche che il giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, aveva condannato Antonio Palocci (l’ex ministro dell’economia del governo Lula) alla pena di 12 anni per corruzione. Come pure sapeva che il giudice del TSF, Gilmar Mendes si era riunito con il presidente Michel Temer e i ministri Moreira Franco ed Eliseu Padilha per definire la nomina di Raquel Dodge a capo della Procura della Repubblica del TSF e, quindi, l’eventuale convalida della delazione di Joesley Batista che accusava Temer, rilasciata al giudice del TSF, Rodrigo Janot. Lo stesso giudice che, dopo questa riunione, ha emesso la notificazione contro il presidente Michel Temer. Ma non finisce qui, perché Marco Aurelio Melo, un altro giudice “intoccabile” del Tribunale Supremo Federale ha sollevato da tutte le accuse di corruzione il senatore del PSDB, Aécio Neves, che in questo modo potrebbe tornare a essere il candidato del mercato e della Casa Bianca, dopo il “default” di Michel Temer. Come vedi, il quadro politico congiunturale è complesso, anche perché nel TSF ci sono tre componenti che stanno facendo politica emettendo notificazioni e assoluzioni giudiziarie.
All’inizio hai menzionato un progetto di sovversione politica ideato dagli uomini di Obama. A cosa ti riferisci?
L’imperialismo statunitense considerava il Brasile governato dal PT non più un paese amico governato da socialdemocratici, ma una potenza emergente tendenzialmente preparata per esercitare la sua leadership geostrategica nel continente latino-americano e anche nell’Africa centrale e australe. Infatti per le “eccellenze” del Partito democratico che occupavano la Casa Bianca, il problema delle relazioni con il Brasile era soprattutto strategico, poiché il governo del PT stava esercitando un importante ruolo politico all’interno dei BRICS, promuovendone l’apertura economica nell’America Latina. Vorrei ricordare che nel 2014 i BRICS volevano creare un fondo finanziario per sviluppare progetti di investimento che, in America Latina, avrebbero potuto arrivare a 120 miliardi di dollari. In questo modo, FMI, Banca Mondiale e soprattutto le banche e le multinazionali statunitensi avrebbero potuto dire “bye bye” a molti paesi dell’America Latina. In secondo luogo, nel 2011, il presidente Dilma Rousseff aveva autorizzato la costruzione di cinque sottomarini della classe francese “Scorpene” di cui uno con propulsione nucleare. Progetto che era portato avanti dalla Marina Militare con l’apporto di altre 30 aziende brasiliane. E’ chiaro che grazie a questo progetto il governo del PT si era messo le spalle al sicuro da possibili colpi di stato dei militari.
Quindi, anche per questo motivo, le eccellenze della Casa Bianca del “democratico” Barack Obama decisero di ricorrere all’Impeachment per mettere fine al governo di Dilma Youssef, giacché questo era l’unico modo per fermare i BRICS e l’ascesa strategica del Brasile.
Un progetto che trovò d’accordo le multinazionali statunitensi ma anche quelle europee, desiderose di cambiare le regole sul costo del lavoro (CLT) fissate da Getulio Vargas con lo storico decreto legge n° 5.452, del 1 maggio del 1943. La borghesia brasiliana e gli oligarchi dell’agro-business, stanchi di prendere lezioni di sovranità e di giustizia sociale dal PT, appoggiarono la proposta di Impeachment poiché questa era l’unica possibilità di tornare al potere e quindi aumentare i propri guadagni.
Quali sarebbero gli elementi che hanno determinato il fallimento del progetto imperialista di Obama, poi continuato da Trump?
Innanzitutto, Donald Trump non ha cambiato una virgola. Tutti gli uomini e tutti gli accordi presi per realizzare l’Impeachment e poi per sostenere il governo di Michel Temer sono stati mantenuti da Trump. Diciamo che il fallimento del progetto imperialista, come diceva Istvan Mészàros “è sistemico perché i capitalisti e i mercati realizzano delle orge finanziarie a partire dalla stessa crisi strutturale del sistema produttivo...” Cosa che praticamente è successa in Brasile con il furto di quasi 350 miliardi di reales, all’incirca 115 miliardi di Euro, equivalenti al guadagno “non tassato” realizzato dalla cosiddetta “razza padrona”. Un colpaccio realizzato con la complicità del governo Temer, che in un solo anno ha registrato un deficit fiscale di 60 miliardi di euro, nonostante tutti i grandi progetti strutturali, con un valore complessivo di quasi 40 miliardi di euro iniziati dal governo Dilma, fossero stati bloccati.
Un deficit che non si spiega, poiché il governo Temer ha bloccato tutti i finanziamenti federali per la salute, l’insegnamento, l’assistenza sociale, la ricerca scientifica e tante altre obbligazioni finanziarie di ambito internazionale. D’altra parte quando questo governo pretende di ridurre il valore delle pensioni, allungare il tempo di lavoro fino a 70 anni, smantellare i sindacati dai posti di lavoro e introdurre nuove tipologie contrattuali, che variano da settore a settore, è evidente che la maggior parte dei lavoratori scendano in piazza e blocchino il paese, come è avvenuto il 26 aprile e adesso il 30 giugno.
Perché lo sciopero del 26 aprile è stato più massiccio di quello del 30 giugno, in cui peraltro sono rimaste interamente paralizzate 12 regioni metropolitane?
Bisogna dire che sono stati due scioperi differenti in termini politici. Il 26 aprile ci fu uno sciopero generale specificamente organizzato per bloccare le due proposte di legge che volevano le multinazionali, vale a dire la cosiddetta “riforma” della legislazione sul lavoro e quella sulle pensioni. La presenza di quei 36 milioni di manifestanti fu determinante per obbligare il governo a ritirare le due proposte di legge dall’agenda delle votazioni in Parlamento. Di conseguenza la vittoria del movimento popolare ha minimizzato la credibilità del governo Temer agli occhi delle multinazionali e dei gruppi oligarchi, che adesso hanno due problemi urgenti: come disfarsi di Michel Temer e del suo gruppo politico senza distruggere il partito PMDB, e chi sarà il loro candidato per le elezioni del 2018.
Infatti non è una casualità, ma solo dopo la disfatta politica del governo Temer con lo sciopero del 26 aprile sono arrivate le notificazioni del TSF e gli arresti. Ultima della lista quella per il deputato del PMDB, Rodrigo Rocha Loures (collaboratore del presidente Temer), arrestato per corruzione in flagrante, mentre trasportava in una valigia 100 mila euro! E’ chiaro che Temer non sarà arrestato, però la notificazione accusatoria del TSF è una chiara manovra con cui il mercato e la borghesia pretendono di recuperare la legittimità politica del PMDB e del PSDB, cioè dei due principali partiti che hanno promosso e realizzato l’Impeachment contro Dilma Youssef.
Invece lo sciopero del 30 giugno, per la maniera com’è stato realizzato, è stato meno mediatizzato ma più incisivo, poiché ha unificato chi manifestava contro le riforme insieme ai manifestanti del “Fora Temer”. Cioè un obiettivo di rivendicazione tipicamente sindacale è stato associato a una posizione di lotta politica contro il governo golpista in 23 stati.
E’ per questo che l’argentino “Clarin” e poi lo spagnolo “El Pais”, nel mese di marzo, hanno pubblicato alcuni articoli ammettendo che l’eventuale candidatura di Michel Temer avrebbe permesso a Lula di vincere le elezioni del 2018 già nel primo turno?
Questo è quello che si diceva a marzo, ed anch’io l’ho scritto in un articolo per un libro! Purtroppo, nei mesi di maggio e giugno è cambiato tutto, a causa delle delazioni del miliardario Joesley Batista – ampiamente confermate dai documenti bancari della JBS – e dalle rivelazioni presentate nel processo contro Antonio Palocci. Purtroppo il vantaggio per Lula potrà venire meno se la difesa di Antonio Palocci farà un accordo con il giudice Sergio Moro per ottenere la riduzione della pena a quattro anni. E’ chiaro che in questo caso Palocci rivelerà tutti i lati oscuri delle relazioni del governo Lula con gli impresari e i banchieri.
Una delazione che sarà devastante non solo per Lula, già in difficoltà in termini di credibilità, ma soprattutto per il PT e per tutti i suoi candidati.
Infatti, secondo l’agenzia IPSO, il campione del rifiuto elettorale è proprio l’attuale presidente Michel Temer con il 93%, seguito dall’ex-presidente Dilma Youssef con 82%, mentre Lula è fermo al 58%. E’ chiaro che con la possibile delazione di Palocci Lula corre il rischio di essere arrestato, condannato e quindi impossibilitato a partecipare alle elezioni del 2018. Una sequenza giuridica che aprirebbe il cammino alla candidatura dello stesso giudice Sergio Moro alle elezioni presidenziali del 2018.
Ma per farlo Sergio Morto dovrebbe abbandonare la magistratura e poi trovare un partito che accetti la sua candidatura. Quale?
Nel 2004, Sergio Moro prese un congedo di tre mesi per frequentare a Washington un corso organizzato dal Dipartimento di Stato. Dopo di che la sua carriera nella giustizia federale è stata stratosferica, come pure i legami con la Polizia Federale che, come pochi sanno, è una “branch” finanziata dalla CIA.
Oggi, il rigetto della candidatura di Sergio Moro, sempre secondo l’agenzia IPSO, è limitato al 28%. Ciò significa che gli elettori moderati e i conservatori potrebbero votarlo con la massima tranquillità, soprattutto se Sergio Moro riuscirà a distruggere Lula. In questo caso, sono sicuro che diverrà il candidato ideale della destra, di tutti i settori della borghesia ed anche di quelle frange popolari spoliticizzate e ormai viziate dalle manipolazioni della “TV Globo”. D’altra parte la sinistra, cioè il PSOL, il PCdoB e il PCB, non hanno candidati di peso. Tutti i dirigenti storici del PT non possono essere candidati fino al 2023, quindi non c’è il sostituto di Lula; e il leader del Fronte Brasil Popular e del MST, Joao Pedro Stedile, non vuole essere candidato.
Quindi senza Lula si riaprirebbero le possibilità di vittoria per il PSDB e, guarda caso non è casuale che proprio in questi giorni il giudice del TSF, Marco Aurélio Melo, ha assolto il senatore Aécio Neves, che in questo modo può tornare ad essere il candidato del PSDB. Ricordo che nel 2014, Aécio fu sconfitto da Dilma per pochi voti!
Bisognerà vedere se la TV Globo continuerà ad appoggiare Sergio Moro, se questi deciderà di entrare e se il PSDB deciderà di associare Aécio Neves come vice di Moro. Al momento tutto è possibile perché il mercato ha una impellente necessità di definire il suo candidato per le elezioni del 2018.
In una recente intervista, il giudice Sergio Moro ha dichiarato alla “TV Globo” che il suo modello giuridico sarebbe l’inchiesta del giudice italiano Antonio di Pietro, denominata Tangentopoli. Però, nonostante le maxi-inchieste “Mensalao” e “Lava Jacto”, la corruzione in Brasile continua a ingrassare, soprattutto nel Parlamento, come del resto in Italia. Come spiega questa similitudine?
Il ruolo di un giudice anti-corruzione che entra in politica per ripulire lo Stato e per riformulare l’amministrazione pubblica è un progetto politico del partito democratico, formulato fin dai tempi di Carter, quando la Casa Bianca si rese conto che i leader latino-americani, che si riempiva la bocca con parole di ordine inneggianti alla democrazia e al progresso, in realtà era un accolita di corrotti che nel proprio paese ne facevano di cotte e di crude. Per questo, quando il PT vinse le elezioni nel 2002, subito s’innescò il processo politico di costruire in Brasile un personaggio capace di diventare il giudice numero uno del pool anti-corruzione, con cui sviluppare una serie di inchieste capaci di distruggere la moralità politica del PT e, soprattutto, dei suoi dirigenti, in particolare Lula, Dirceu e Genoino.
Quindi, dopo essere tornato da Washington con il diploma del corso organizzato dal Dipartimento di Stato, Sergio Moro cominciò a fare un lavoro giuridicamente eccezionale nei confronti della corruzione, lasciando però fuori i governi anteriori del PSDB e del PMDB. In pratica le inchieste di Moro, divulgate massivamente dalla “TV Globo”, dicono che la corruzione in Brasile sarebbe cominciata nel 2002 con l’arrivo del PT nel governo federale e nei principali stati della federazione.
Una falsità che fu generosamente coperta dai media, i quali non dissero che il PT per governare avrebbe dovuto fare delle alleanze e quindi muoversi nella palude della corruzione, su cui si sono sempre rette le maggioranze in Parlamento. Cioè il governo doveva usare la cosiddetta “propina” per comperare il voto dei parlamentari del PMDB, del PTB e di altri partiti minori alleati. Infatti, nonostante i segretari di partito avessero siglato l’alleanza ufficiale, integrando il governo di Lula, in realtà il primo ministro Dirceu era costretto a rinegoziare con ognuno di questi deputati e i senatori il prezzo del voto, per ogni singolo progetto di legge che il governo presentava.
I media non dicono, e il giudice federale Sergio Moro sembra averlo dimenticato, che questo metodo di far politica ha preso piede negli anni novanta con i due presidenti “Fernandinhos”, cioè Collor de Melo e Henrique Cardoso. Vorrei però sottolineare che a differenza dei giudici di Mani Pulite, che fecero inchieste su tutto e tutti, il pool di magistrati guidati da Sergio Moro si occupa solo dei dirigenti del PT e delle imprese che avevano intrapreso grandi progetti con i due governi diretti da Lula, come per esempio l’Oderbrecht.
I due fronti, “Brasil Popular” e “Um Povo Sem Medo”, con l’appoggio delle confederazioni sindacali possono obbligare il presidente Temer a dimettersi per poi il STF proclamare elezioni dirette anticipate?
Ho molta stima e ammirazione per i compagni che integrano questi due fronti popolari, però devo dire che Michel Temer non firmerà mai l’atto di rinuncia per dimettersi. D’altra parte anche se la notificazione del STF con l’accusa di corruzione andrà avanti, sono necessari 8 o 9 mesi al Parlamento per discutere e poi votare l’Impeachment, che potrebbe essere definito entro marzo e aprile del 2018. Un periodo in cui è praticamente impossibile per il TSF proclamare elezioni dirette giacché il TSE, a partire dal 1 gennaio del 2018, avrà già messo in moto la macchina elettorale per realizzare il 2 ottobre del 2018 il primo turno delle elezioni presidenziali, associate a quelle per i deputati ed i senatori federali, per i governatori e i deputati dei 27 stati della federazione.
Il movimento popolare avrebbe potuto forzare i tempi il 26 aprile se i 150.000 manifestanti, invece di fermarsi a gridare slogan davanti le scalinate del Parlamento, avessero continuato la loro marcia occupando tutti gli spazi riservati al pubblico. Solo in quel caso Michel Temer avrebbe firmato l’atto di rinuncia; ma ripeto, solo se i 150.000 manifestanti fossero rimasti dentro il Parlamento!
Fonte
Contro il governo Temer il 30 giugno sono scese in piazza tutte le undici confederazioni sindacali, insieme alle due organizzazioni del movimento, il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Brasil Sem Medo” che, come nel passato 26 aprile, hanno bloccato il Brasile manifestando nelle capitali e nelle città di 23 stati, incluso nel Distretto Federale dove c’è la capitale Brasilia. Vista la complessità degli argomenti, subito dopo le manifestazioni abbiamo intervistato il giornalista, Achille Lollo, (ex-direttore della rivista Naçao Brasil, ex-corrispondente del giornale Brasil De Fato e analista del Correio da Cidadania) per fare il punto della situazione.
ADIATV – Intervista con il giornalista Achille Lollo.
Giorni fa i corrispondenti di “La Repubblica”, “Financial Times”, “Le Monde” e “BBC” scrivevano articoloni sulla notificazione giudiziaria del TSF (Tribunale Superiore Federale) al presidente Temer. Oggi hanno omesso la risposta del movimento popolare e dei sindacati che hanno manifestato in 23 stati della federazione. Come spiega questa volontaria omissione?
I giornali europei hanno preferito la lettura scandalistica della notificazione del STF, per evitare di entrare nel merito della situazione politica che il Brasile oggi vive. Per questo hanno equiparato il presidente Michel Temer a un Massimo Carminati, riuscendo in questo modo a occultare i motivi del fallimento di un progetto di sovversione politica che era stato ideato dagli uomini di Obama, voluto dai direttori dalle multinazionali e poi realizzato dai leader politici che rappresentano le oligarchie e i vari settori della borghesia brasiliana.
Infatti, il corrispondente di “La Repubblica”, Daniele Mastrogiacomo, per esempio, sapeva benissimo che il TSE (Tribunale Superiore Elettorale), nella prima settimana di giugno, aveva assolto Michel Temer e Dilma Roussef dalle accuse di finanziamento illecito delle proprie campagne elettorali. Però sapeva anche che il giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, aveva condannato Antonio Palocci (l’ex ministro dell’economia del governo Lula) alla pena di 12 anni per corruzione. Come pure sapeva che il giudice del TSF, Gilmar Mendes si era riunito con il presidente Michel Temer e i ministri Moreira Franco ed Eliseu Padilha per definire la nomina di Raquel Dodge a capo della Procura della Repubblica del TSF e, quindi, l’eventuale convalida della delazione di Joesley Batista che accusava Temer, rilasciata al giudice del TSF, Rodrigo Janot. Lo stesso giudice che, dopo questa riunione, ha emesso la notificazione contro il presidente Michel Temer. Ma non finisce qui, perché Marco Aurelio Melo, un altro giudice “intoccabile” del Tribunale Supremo Federale ha sollevato da tutte le accuse di corruzione il senatore del PSDB, Aécio Neves, che in questo modo potrebbe tornare a essere il candidato del mercato e della Casa Bianca, dopo il “default” di Michel Temer. Come vedi, il quadro politico congiunturale è complesso, anche perché nel TSF ci sono tre componenti che stanno facendo politica emettendo notificazioni e assoluzioni giudiziarie.
All’inizio hai menzionato un progetto di sovversione politica ideato dagli uomini di Obama. A cosa ti riferisci?
L’imperialismo statunitense considerava il Brasile governato dal PT non più un paese amico governato da socialdemocratici, ma una potenza emergente tendenzialmente preparata per esercitare la sua leadership geostrategica nel continente latino-americano e anche nell’Africa centrale e australe. Infatti per le “eccellenze” del Partito democratico che occupavano la Casa Bianca, il problema delle relazioni con il Brasile era soprattutto strategico, poiché il governo del PT stava esercitando un importante ruolo politico all’interno dei BRICS, promuovendone l’apertura economica nell’America Latina. Vorrei ricordare che nel 2014 i BRICS volevano creare un fondo finanziario per sviluppare progetti di investimento che, in America Latina, avrebbero potuto arrivare a 120 miliardi di dollari. In questo modo, FMI, Banca Mondiale e soprattutto le banche e le multinazionali statunitensi avrebbero potuto dire “bye bye” a molti paesi dell’America Latina. In secondo luogo, nel 2011, il presidente Dilma Rousseff aveva autorizzato la costruzione di cinque sottomarini della classe francese “Scorpene” di cui uno con propulsione nucleare. Progetto che era portato avanti dalla Marina Militare con l’apporto di altre 30 aziende brasiliane. E’ chiaro che grazie a questo progetto il governo del PT si era messo le spalle al sicuro da possibili colpi di stato dei militari.
Quindi, anche per questo motivo, le eccellenze della Casa Bianca del “democratico” Barack Obama decisero di ricorrere all’Impeachment per mettere fine al governo di Dilma Youssef, giacché questo era l’unico modo per fermare i BRICS e l’ascesa strategica del Brasile.
Un progetto che trovò d’accordo le multinazionali statunitensi ma anche quelle europee, desiderose di cambiare le regole sul costo del lavoro (CLT) fissate da Getulio Vargas con lo storico decreto legge n° 5.452, del 1 maggio del 1943. La borghesia brasiliana e gli oligarchi dell’agro-business, stanchi di prendere lezioni di sovranità e di giustizia sociale dal PT, appoggiarono la proposta di Impeachment poiché questa era l’unica possibilità di tornare al potere e quindi aumentare i propri guadagni.
Quali sarebbero gli elementi che hanno determinato il fallimento del progetto imperialista di Obama, poi continuato da Trump?
Innanzitutto, Donald Trump non ha cambiato una virgola. Tutti gli uomini e tutti gli accordi presi per realizzare l’Impeachment e poi per sostenere il governo di Michel Temer sono stati mantenuti da Trump. Diciamo che il fallimento del progetto imperialista, come diceva Istvan Mészàros “è sistemico perché i capitalisti e i mercati realizzano delle orge finanziarie a partire dalla stessa crisi strutturale del sistema produttivo...” Cosa che praticamente è successa in Brasile con il furto di quasi 350 miliardi di reales, all’incirca 115 miliardi di Euro, equivalenti al guadagno “non tassato” realizzato dalla cosiddetta “razza padrona”. Un colpaccio realizzato con la complicità del governo Temer, che in un solo anno ha registrato un deficit fiscale di 60 miliardi di euro, nonostante tutti i grandi progetti strutturali, con un valore complessivo di quasi 40 miliardi di euro iniziati dal governo Dilma, fossero stati bloccati.
Un deficit che non si spiega, poiché il governo Temer ha bloccato tutti i finanziamenti federali per la salute, l’insegnamento, l’assistenza sociale, la ricerca scientifica e tante altre obbligazioni finanziarie di ambito internazionale. D’altra parte quando questo governo pretende di ridurre il valore delle pensioni, allungare il tempo di lavoro fino a 70 anni, smantellare i sindacati dai posti di lavoro e introdurre nuove tipologie contrattuali, che variano da settore a settore, è evidente che la maggior parte dei lavoratori scendano in piazza e blocchino il paese, come è avvenuto il 26 aprile e adesso il 30 giugno.
Perché lo sciopero del 26 aprile è stato più massiccio di quello del 30 giugno, in cui peraltro sono rimaste interamente paralizzate 12 regioni metropolitane?
Bisogna dire che sono stati due scioperi differenti in termini politici. Il 26 aprile ci fu uno sciopero generale specificamente organizzato per bloccare le due proposte di legge che volevano le multinazionali, vale a dire la cosiddetta “riforma” della legislazione sul lavoro e quella sulle pensioni. La presenza di quei 36 milioni di manifestanti fu determinante per obbligare il governo a ritirare le due proposte di legge dall’agenda delle votazioni in Parlamento. Di conseguenza la vittoria del movimento popolare ha minimizzato la credibilità del governo Temer agli occhi delle multinazionali e dei gruppi oligarchi, che adesso hanno due problemi urgenti: come disfarsi di Michel Temer e del suo gruppo politico senza distruggere il partito PMDB, e chi sarà il loro candidato per le elezioni del 2018.
Infatti non è una casualità, ma solo dopo la disfatta politica del governo Temer con lo sciopero del 26 aprile sono arrivate le notificazioni del TSF e gli arresti. Ultima della lista quella per il deputato del PMDB, Rodrigo Rocha Loures (collaboratore del presidente Temer), arrestato per corruzione in flagrante, mentre trasportava in una valigia 100 mila euro! E’ chiaro che Temer non sarà arrestato, però la notificazione accusatoria del TSF è una chiara manovra con cui il mercato e la borghesia pretendono di recuperare la legittimità politica del PMDB e del PSDB, cioè dei due principali partiti che hanno promosso e realizzato l’Impeachment contro Dilma Youssef.
Invece lo sciopero del 30 giugno, per la maniera com’è stato realizzato, è stato meno mediatizzato ma più incisivo, poiché ha unificato chi manifestava contro le riforme insieme ai manifestanti del “Fora Temer”. Cioè un obiettivo di rivendicazione tipicamente sindacale è stato associato a una posizione di lotta politica contro il governo golpista in 23 stati.
E’ per questo che l’argentino “Clarin” e poi lo spagnolo “El Pais”, nel mese di marzo, hanno pubblicato alcuni articoli ammettendo che l’eventuale candidatura di Michel Temer avrebbe permesso a Lula di vincere le elezioni del 2018 già nel primo turno?
Questo è quello che si diceva a marzo, ed anch’io l’ho scritto in un articolo per un libro! Purtroppo, nei mesi di maggio e giugno è cambiato tutto, a causa delle delazioni del miliardario Joesley Batista – ampiamente confermate dai documenti bancari della JBS – e dalle rivelazioni presentate nel processo contro Antonio Palocci. Purtroppo il vantaggio per Lula potrà venire meno se la difesa di Antonio Palocci farà un accordo con il giudice Sergio Moro per ottenere la riduzione della pena a quattro anni. E’ chiaro che in questo caso Palocci rivelerà tutti i lati oscuri delle relazioni del governo Lula con gli impresari e i banchieri.
Una delazione che sarà devastante non solo per Lula, già in difficoltà in termini di credibilità, ma soprattutto per il PT e per tutti i suoi candidati.
Infatti, secondo l’agenzia IPSO, il campione del rifiuto elettorale è proprio l’attuale presidente Michel Temer con il 93%, seguito dall’ex-presidente Dilma Youssef con 82%, mentre Lula è fermo al 58%. E’ chiaro che con la possibile delazione di Palocci Lula corre il rischio di essere arrestato, condannato e quindi impossibilitato a partecipare alle elezioni del 2018. Una sequenza giuridica che aprirebbe il cammino alla candidatura dello stesso giudice Sergio Moro alle elezioni presidenziali del 2018.
Ma per farlo Sergio Morto dovrebbe abbandonare la magistratura e poi trovare un partito che accetti la sua candidatura. Quale?
Nel 2004, Sergio Moro prese un congedo di tre mesi per frequentare a Washington un corso organizzato dal Dipartimento di Stato. Dopo di che la sua carriera nella giustizia federale è stata stratosferica, come pure i legami con la Polizia Federale che, come pochi sanno, è una “branch” finanziata dalla CIA.
Oggi, il rigetto della candidatura di Sergio Moro, sempre secondo l’agenzia IPSO, è limitato al 28%. Ciò significa che gli elettori moderati e i conservatori potrebbero votarlo con la massima tranquillità, soprattutto se Sergio Moro riuscirà a distruggere Lula. In questo caso, sono sicuro che diverrà il candidato ideale della destra, di tutti i settori della borghesia ed anche di quelle frange popolari spoliticizzate e ormai viziate dalle manipolazioni della “TV Globo”. D’altra parte la sinistra, cioè il PSOL, il PCdoB e il PCB, non hanno candidati di peso. Tutti i dirigenti storici del PT non possono essere candidati fino al 2023, quindi non c’è il sostituto di Lula; e il leader del Fronte Brasil Popular e del MST, Joao Pedro Stedile, non vuole essere candidato.
Quindi senza Lula si riaprirebbero le possibilità di vittoria per il PSDB e, guarda caso non è casuale che proprio in questi giorni il giudice del TSF, Marco Aurélio Melo, ha assolto il senatore Aécio Neves, che in questo modo può tornare ad essere il candidato del PSDB. Ricordo che nel 2014, Aécio fu sconfitto da Dilma per pochi voti!
Bisognerà vedere se la TV Globo continuerà ad appoggiare Sergio Moro, se questi deciderà di entrare e se il PSDB deciderà di associare Aécio Neves come vice di Moro. Al momento tutto è possibile perché il mercato ha una impellente necessità di definire il suo candidato per le elezioni del 2018.
In una recente intervista, il giudice Sergio Moro ha dichiarato alla “TV Globo” che il suo modello giuridico sarebbe l’inchiesta del giudice italiano Antonio di Pietro, denominata Tangentopoli. Però, nonostante le maxi-inchieste “Mensalao” e “Lava Jacto”, la corruzione in Brasile continua a ingrassare, soprattutto nel Parlamento, come del resto in Italia. Come spiega questa similitudine?
Il ruolo di un giudice anti-corruzione che entra in politica per ripulire lo Stato e per riformulare l’amministrazione pubblica è un progetto politico del partito democratico, formulato fin dai tempi di Carter, quando la Casa Bianca si rese conto che i leader latino-americani, che si riempiva la bocca con parole di ordine inneggianti alla democrazia e al progresso, in realtà era un accolita di corrotti che nel proprio paese ne facevano di cotte e di crude. Per questo, quando il PT vinse le elezioni nel 2002, subito s’innescò il processo politico di costruire in Brasile un personaggio capace di diventare il giudice numero uno del pool anti-corruzione, con cui sviluppare una serie di inchieste capaci di distruggere la moralità politica del PT e, soprattutto, dei suoi dirigenti, in particolare Lula, Dirceu e Genoino.
Quindi, dopo essere tornato da Washington con il diploma del corso organizzato dal Dipartimento di Stato, Sergio Moro cominciò a fare un lavoro giuridicamente eccezionale nei confronti della corruzione, lasciando però fuori i governi anteriori del PSDB e del PMDB. In pratica le inchieste di Moro, divulgate massivamente dalla “TV Globo”, dicono che la corruzione in Brasile sarebbe cominciata nel 2002 con l’arrivo del PT nel governo federale e nei principali stati della federazione.
Una falsità che fu generosamente coperta dai media, i quali non dissero che il PT per governare avrebbe dovuto fare delle alleanze e quindi muoversi nella palude della corruzione, su cui si sono sempre rette le maggioranze in Parlamento. Cioè il governo doveva usare la cosiddetta “propina” per comperare il voto dei parlamentari del PMDB, del PTB e di altri partiti minori alleati. Infatti, nonostante i segretari di partito avessero siglato l’alleanza ufficiale, integrando il governo di Lula, in realtà il primo ministro Dirceu era costretto a rinegoziare con ognuno di questi deputati e i senatori il prezzo del voto, per ogni singolo progetto di legge che il governo presentava.
I media non dicono, e il giudice federale Sergio Moro sembra averlo dimenticato, che questo metodo di far politica ha preso piede negli anni novanta con i due presidenti “Fernandinhos”, cioè Collor de Melo e Henrique Cardoso. Vorrei però sottolineare che a differenza dei giudici di Mani Pulite, che fecero inchieste su tutto e tutti, il pool di magistrati guidati da Sergio Moro si occupa solo dei dirigenti del PT e delle imprese che avevano intrapreso grandi progetti con i due governi diretti da Lula, come per esempio l’Oderbrecht.
I due fronti, “Brasil Popular” e “Um Povo Sem Medo”, con l’appoggio delle confederazioni sindacali possono obbligare il presidente Temer a dimettersi per poi il STF proclamare elezioni dirette anticipate?
Ho molta stima e ammirazione per i compagni che integrano questi due fronti popolari, però devo dire che Michel Temer non firmerà mai l’atto di rinuncia per dimettersi. D’altra parte anche se la notificazione del STF con l’accusa di corruzione andrà avanti, sono necessari 8 o 9 mesi al Parlamento per discutere e poi votare l’Impeachment, che potrebbe essere definito entro marzo e aprile del 2018. Un periodo in cui è praticamente impossibile per il TSF proclamare elezioni dirette giacché il TSE, a partire dal 1 gennaio del 2018, avrà già messo in moto la macchina elettorale per realizzare il 2 ottobre del 2018 il primo turno delle elezioni presidenziali, associate a quelle per i deputati ed i senatori federali, per i governatori e i deputati dei 27 stati della federazione.
Il movimento popolare avrebbe potuto forzare i tempi il 26 aprile se i 150.000 manifestanti, invece di fermarsi a gridare slogan davanti le scalinate del Parlamento, avessero continuato la loro marcia occupando tutti gli spazi riservati al pubblico. Solo in quel caso Michel Temer avrebbe firmato l’atto di rinuncia; ma ripeto, solo se i 150.000 manifestanti fossero rimasti dentro il Parlamento!
Fonte
24/05/2017
Brasile: Impeachment per Temer? Complotto, Crisi sistemica o Soluzione politica?
Per rispondere a questa triplice domanda è necessario fare un passo indietro, quando il 28 aprile, il “Frente Brasil Popular” (1), il fronte “Um Povo Sem Medo” (2) e i partiti di sinistra PDT, PCB, PSTU e PCO proclamarono lo sciopero generale contro le cosiddette riforme liberali del governo di Michel Temer, che fece scendere in piazza 38 milioni di brasiliani.
Uno sciopero generale, indetto soprattutto per rigettare la Riforma del lavoro (Novas Leis Laborais) e quella sulle pensioni (Reforma da Previdencia), che ha paralizzato tutto il Brasile, come ai tempi degli anni '80 e che ha fisicamente impaurito il governo e il presidente Michel Temer, che ha subito promesso di modificare gli argomenti critici delle suddette riforme.
Questi due fatti, vale a dire la compattezza dello sciopero generale e il conseguente dietro-front di Temer hanno messo a nudo la crisi sistemica del Brasile, che i media brasiliani hanno sempre cercato di nascondere, per poi trasformare la crisi del regime in una novella televisiva in cui il copione si basa sul continuo scontro tra gruppi di politici, più o meno corrotti, e gruppi di giudici, più o meno moralisti.
In realtà, questa nuova crisi politica ha dimostrato che il governo di Michel Temer è incapace di portare a termine il programma di “riforme liberali”, per il quale era stato designato con un arrischiato colpo di stato giuridico (Impeachment) nei confronti del presidente Dilma Rousseff.
Nello stesso tempo il presidente Temer ha manifestato tutte le sue debolezze, rivelandosi sempre più disadatto a garantire la stabilità politica e, soprattutto a mantenere unita la nuova maggioranza formata dai parlamentari che votarono in favore dell’Impeachment.
In poche parole, Michel Temer e il suo gruppo politico del PMDB hanno perso la stima delle eccellenze del mercato e della Casa Bianca e per questo non saranno loro che gestiranno il processo di successione nelle elezioni del 2018.
Una considerazione che ha, nuovamente, messo insieme le multinazionali, le oligarchie imprenditoriali brasiliane e i settori filo-imperialisti della comunicazione. Costoro, considerando anche il basso livello di onestà e di capacità politica hanno decretato necessario e urgente terminare il tormentato travaglio del governo Temer, per aprire una nuova fase politica capace di impedire la crescita della candidatura di Lula e la riorganizzazione di un movimento popolare che il 28 aprile si è dimostrato capace di mobilizzare 38 milioni di lavoratori, vale a dire il 40% degli elettori.
La delazione di Joesley Batista coinvolge Temer e Aécio Neves
E’ in questo clima, in cui le polemiche stanno dilaniando la “classe padrona”, su chi e come si dovrà portare a termine l’attuale legislatura, che è esplosa la bomba di Joesley Batista, proprietario con il fratello Wesley dell’IBS – l’impresa leader mondiale nell’esportazione di carni bovine. Vale a dire la “delazione premiata” che Joesley ha consegnato al giudice Edson Fachin del Tribunale Federale Superiore.
In pratica, si tratta di un piccolo dossier con le registrazioni di una riunione con il Presidente Temer, in cui gli argomenti toccavano le principali operazioni di corruzione che coinvolgono non solo il presidente Temer e i parlamentari del PMDB, ma anche il gruppo politico di Aécio Neves del PSDB. Infatti, Aécio, dopo essere stato il candidato super-votato del PSDB nelle elezioni presidenziali del 2015, era considerato il potenziale successore di Temer nelle prossime elezioni del 2018.
Comunque, la “delazione premiata” e documentata di Joesley Batista è importante non solo in termini giuridici ma anche a livello politico, poiché oltre ad accusare di corruzione, attiva e passiva, i principali capi-corrente del PMDB legati a Temer, ha messo in ballo anche il gruppo dirigente del PSDB, accusando prima Aécio Neves e poi il senatore José Serra, – ex ministro degli esteri di Temer e attuale numero due nel PSDB –, di aver usufruito pagamenti “in nero” da parte dell’IBS per più di sette milioni di dollari, con cui finanziare la campagna di Serra nelle elezioni presidenziali del 2010.
Rivelazioni che si ripercuotono anche sul PT di Lula e di Dilma, poiché Joesley Batista, oltre ad aver confessato di aver finanziato negli ultimi dieci anni tutte le campagne elettorali del PT, ha presentato documenti dell’IBS per certificare il pagamento “in nero e in dollari” a Michel Temer, di 120 milioni di dollari, con cui fu finanziata l’elezione di 164 deputati federali, sei governatori, oltre alla campagna di Temer come vice presidente di Dilma Roussef.
Materiale che “miracolosamente” si è auto-duplicato nella sede della Polizia Federale per emigrare nei computer di alcuni giornalisti della TV Globo, notoriamente legati al giudice federale Sergio Moro. Il magistrato che dal 2006 sta conducendo un’interminabile inchiesta giudiziaria per demonizzare il PT, con l’accusa di aver introdotto la corruzione nella politica. Nello stesso tempo Sergio Moro sta tentando di squalificare politicamente Lula accusandolo di essere il capo occulto di questo immenso sistema di mazzette e di propine illegali, di cui, secondo il magistrato, anche Dilma Roussef sarebbe stata a conoscenza. Cosa che però non ha potuto mai dimostrare.
Una situazione che ha fatto piovere sul tavolo del presidente del Parlamento, Rodrigo Maia otto richieste di impeachment nei confronti del presidente Michel Temer, oltre a provocare il completo marasma nei partiti che sostengono il governo del PMDB. Infatti, il 18 maggio, il presidente del PSB (3), Carlos Siqueira, appoggiato dalla direzione del partito, ha deciso di abbandonare la maggioranza che sostiene il governo e l’importante ministero delle Miniere e dell’Energia, scontrandosi, però, con il netto rifiuto del suo ministro Fernando Coelho Filho. Lo stesso è accaduto nel PPS, dove il ministro della Cultura ha presentato le sue dimissioni, mentre quello della difesa, Raul Jungmann, ha deciso di rimanere al fianco di Temer. Ugualmente confusa è la situazione nel poderoso PSDB, il partito dell’ex-presidente Henrique Cardoso, che controlla quattro ministeri ed è la spina dorsale della maggioranza, dopo l’arresto del Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha e la conseguente demoralizzazione dei parlamentari del PMDB.
Per questo motivo, il 22 maggio, l’ex-presidente della repubblica, Fernando Henrique Cardoso, dichiarava che “...il PSDB continua ad appoggiare il governo di Michel Temer e l’alleanza con il PMDB, poiché, adesso spetta al Tribunale Superiore Federale far luce sulla veridicità delle registrazioni di Joesley Batista...”. Infatti, i grandi giornali di Sao Paulo vicini al governo (Folha ed Estado) hanno pubblicato vari articoli, in cui si sostiene che le risposte del presidente Temer sarebbero state manipolate da qualcuno della Polizia Federale per meglio vendere lo scoop alla TV Globo!
Una boccata di ossigeno per il presidente golpista Michel Temer, mentre la popolarità politica di Lula e del suo giudice inquisitore, Sergio Moro tornano a crescere a livello popolare.
Il TSF e i candidati della borghesia per il 2018: Meirelles o Sergio Moro?
Come è previsto dalla Costituzione nei casi di corruzione per fini elettorali, spetta agli undici giudici del Tribunale Federale Superiore (TSF) assolvere o condannare con l’espulsione il politico che si è eletto usando “fondi neri” o per aver presentato al Tribunale Elettorale una dichiarazione di rendita falsa. Normalmente questi processi sono rapidi, sia si tratti di un semplice consigliere comunale, di un senatore federale o addirittura del presidente o del vice-presidente della repubblica.
Quindi nel prossimo mese di giugno o di luglio, spetterà al Tribunale Federale Superiore dichiarare se la delazione di Joesley Batista comporta la sospensione immediata del presidente Temer, oppure se si dovrà attendere la sentenza del processo che è in corso nel Tribunale Superiore Elettorale contro Michel Temer per reato di corruzione elettorale. Infatti, il grande imprenditore Marcelo Oderbrecht (4) confessò di aver dato a Temer 20 milioni di dollari per finanziare, nel 2015, la campagna elettorale nazionale del PMDB e, in particolare, quella di Temer come vice-presidente di Dilma Roussef.
Una situazione complessa che le leggi costituzionali complicano ancor più, poiché, se negli ultimi due anni di mandato, il presidente e poi il suo vice divenuto presidente sono espulsi o rinunciano, spetterà al Congresso nominare un presidente ad interim (Interino) per terminare il mandato, a meno che in Parlamento non sia votata una PEC (Proposta di Emenda Costituzionale) per realizzare in 90 giorni nuove elezioni presidenziali.
Comunque se il Tribunale Superiore Elettorale annullerà l’elezione di Michel Temer per il reato di corruzione elettorale, in questo caso spetterà al Tribunale Superiore Federale convocare le elezioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, senza l’uso della PEC votata nel Parlamento e poi nel Senato.
In pratica l’abbinamento del procedimento in corso nel Tribunale Superiore Federale con il processo del Tribunale Superiore Elettorale, accelera sempre più lo scontro tra i tre gruppi politici dominanti della borghesia per la nomina di un eventuale presidente Interino fino al 31 dicembre del 2018 e soprattutto per la sua successione (2019/2022).
Infatti, il ruolo meschino della direzione politica del PMDB nella preparazione dell’Impeachment contro Dilma Rousseff ha frammentato e indebolito il più grande partito brasiliano che nel 2014 rappresentava la piccola e la media borghesia imprenditoriale, la classe media e le importanti fasce di proletariato urbano e rurale. Oggi, il PMDB, non ha più una direzione politica unita, continuando a essere controllato dagli uomini del cosiddetto “Grupo Lumpen” (5), che in seguito agli arresti e alle denunce di corruzione non ha nessuna possibilità di presentare un suo candidato alle elezioni presidenziali del 2018.
Il secondo gruppo, invece, rappresenta l’FMI, il mercato finanziario, le multinazionali, le oligarchie brasiliane del mondo industriale e dell’agro-business. Il suo unico leader è Henrique Mereilles, attuale Ministro dell’Economia che, in passato, fu Direttore Generale del Bank Boston brasiliano, per poi diventare Presidente Mondiale della rete del Bank Boston e infine Presidente del Banco Centrale del Brasile. Durante gli otto anni dei governi Lula (2003/2010) Henrique Mereilles è stato l’incontrastato presidente del poderoso Banco Centrale del Brasile, rivelandosi un personaggio centrale nella strategia del capitalismo in Brasile.
Il terzo gruppo è ideologicamente legato ai settori della cosiddetta nuova destra conservatrice, una specie di “NewCon” brasiliana, strutturalmente legata alla “TV Globo” e idealizzata dagli uomini del Dipartimento di Stato durante il governo di Barack Obama. In pratica, un progetto di Hillary Clinton per creare in Brasile un nuovo leader capace di sviluppare una “rivoluzione liberale e morale”, che ha conquistato le simpatie del nuovo segretario di Stato, Rex Tillerson.
Per questo motivo il poderoso gruppo di comunicazione “Organizaçoes Globo” (6) ha dato un’attenzione particolare alle inchieste sulla corruzione del giudice Sergio Moro (7) per accendere l’entusiasmo degli elettori, presentando, appunto, il giudice federale nelle vesti del nuovo salvatore del Brasile soffocato dall’ingordigia della classe politica. In pratica la “TV Globo” sta creando il candidato dell’anti-politica, che dovrebbe essere votato soprattutto dalle masse di elettori che hanno perso la fiducia nel PMDB e nel PT.
Un ruolo che la “TV Globo” ha rafforzato negli ultimi due anni quando due grandi inchieste giudiziarie (8) del giudice Sergio Moro hanno in sostanza distrutto l’immagine del PT, mettendo a nudo i meccanismi che José Dirceu e altri dirigenti del PT avevano messo in piedi per garantire al governo Lula la maggioranza in Parlamento e nel Senato. D’altra parte il giudice Sergio Moro è quello che ha firmato il mandato di arresto per il potente impresario Marcelo Oderbrecht e per il Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha, l’autore dell’Impeachment contro Dilma Rousseff. Quindi un personaggio veramente capace e disposto a ricoprire un ruolo decisivo nella manipolazione elettorale mediatica
In questo marasma politico la previsione più possibile è che il Tribunale Superiore Federale decreti la sospensione definitiva di Michel Temer, permettendo quindi ai deputati e ai senatori della maggioranza di dare l’incarico di Presidente Interino al ministro dell’economia, Henrique Meirelles.
Una nomina che si adatta perfettamente al personaggio politico di Meirelles, per portare a termine l’attuale mandato senza nuovi scandali e scontri di piazza, oltre a far votare le due leggi che il mercato e le multinazionali esigono a tutti i costi dalla maggioranza prima delle elezioni del 2018. Vale a dire la nuova legge sul lavoro che distrugge tutte le norme e le conquiste che regolano il lavoro in generale, annullando tutti i benefici stabiliti nei governi di Joao Goulart (1962/64) e soprattutto quelli decretati durante i due governi di Lula.
Lula: nuovamente il leader della pace sociale?
Il dieci maggio, dopo aver resistito all’umiliante interrogatorio organizzato a Curitiba dal giudice federale Sergio Moro e dalla TV Globo, Inazio Lula da Silva è tornato a essere non solo il candidato del PT per le elezioni presidenziali del 2018, ma anche l’unico che può riaccendere la combattività del movimento popolare. Una possibilità che Joao Pedro Stedile, leader del potente Movimento dei Senza Terra (MST) e principale quadro politico del Fronte Brasile Popolare, riafferma ricordando che: “...Lula è ancora il leader che rappresenta ampie maggioranze del popolo brasiliano e che si può impegnare per portare avanti un progetto di cambiamento, che con il nostro piano popolare di emergenza che elenca più di 70 misure d’emergenza, può tirare il Brasile fuori dalla crisi economica, sociale e politica...”.
Una candidatura che certamente non piace alla classe media e alla borghesia, ma che, oggi, è, senza dubbio l’unica che può unificare i movimenti per portare nel “Palácio do Planalto” un presidente con una maggioranza di governo effettivamente popolare, disposto a garantire la realizzazione degli interessi delle classi lavoratrici e la sovranità nazionale.
In realtà si tratta di un sogno politico, che può diventare una realtà effettiva, soprattutto se Lula decide di impegnarsi a fondo nella costruzione di questo progetto di cambiamento.
Se invece prevarranno le tesi dell’interclassismo dettate dal marketing elettorale, se si cercherà di incrementare l’incontro tra capitale e il lavoro con la richiesta di sacrifici da parte dei lavoratori con una apparente pace sociale, purtroppo ci sarà la ripetizione degli errori del passato dove nessuna delle riforme strutturali fu realizzata.
NOTE
1 – “Fronte Brasile Popolare” (Frente Brasil Popular) è formato dai partiti PT e PCdoB, dai movimenti MST e UNE e dalle centrali sindacali CUT e CTB.
2 – Il “Fronte Un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo), riunisce il partito di sinistra PSOL, la centrale sindacale Intersindical e il movimento urbano dei senza tetto MTST.
3 – L’attuale Partito Socialista Brasiliano (PSB) non ha niente a vedere con lo storico PSB formato da Miguel Arraes. Infatti pur essendo un “fedele” alleato” del PT, ha votato a favore dell’Impeachment e appoggiato la formazione del governo golpista di Michel Temer. E’ il partito delle opportunità, senza nessun presupposto ideologico.
4 – Marcelo Oderbrecht, comunemente conosciuto con il nomignolo di “Padrone del Brasile”, è stato arrestato dal giudice Sergio Moro nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato”. Nella sua delazione premiata, Marcelo Oderbrecht accusa direttamente molti dirigenti del PT per aver messo in piedi, nel 2006, un meccanismo di mazzette proveniente dai fondi della statale energetica Petrobrás, con cui pagare centinaia di parlamentari e quindi garantire la maggioranza al governo Lula. Un meccanismo che era la continuazione del “Mensalao” che José Dirceu aveva organizzato nel 2004, per pagare mensilmente i deputati che votavano le leggi presentate dal PT.
5 – Il “Grupo Lumpen” che controlla la direzione nazionale del PMDB è formato da Temer, Jucà, Padilha e Moreira Franco.
Fonte
30/05/2015
Brasile: la B di brics fuori dalla nuova banca?
Da Buenos Aires, Dario Clemente.
La notizia è passata praticamente inosservata ovunque, Italia compresa.
Ad inizio mese la banca centrale brasiliana ha cercato di bloccare i
trasferimenti finanziari destinati alla capitalizzazione della “banca
dei Brics”, il fondo comune di sviluppo da cento miliardi di dollari approvato al VI meeting nel luglio scorso.
Come ha rilevato J. Carlos de Assis,
economista dell’Università Federale di Rio de Janeiro, l’atto, più che
indirizzato a salvaguardare le riserve estere del paese, appare come un
sabotaggio politico contro l’emancipazione del Brasile dal circuito
classico Banca Mondiale-Fondo Monetario Internazionale.
De Assis afferma infatti che il
trasferimento non indebolirebbe affatto la posizione finanziaria
brasiliana, e che anzi quei soldi verrebbero reinvestiti dalla nuova
banca nell’economia reale, e non tenuti a generare interessi (comunque
più bassi) sotto forma di titoli pubblici statunitensi, come avviene
ora. Per de Assis il fondo costituito dai paesi Brics (Brasile, Russia,
India, Cina, Sudafrica) potrebbe costituire la prima potenziale crepa
nel sistema finanziario implementato dagli Stati Uniti negli ultimi 60
anni: una banca sviluppista legata alla produzione e non una “stamperia
di soldi” come la Federal Reserve statunitense o la Bce. Conclude
chiedendo la nazionalizzazione della banca centrale brasiliana, o almeno
che Dilma la “rimetta in riga” per non spaventare i partner cinesi.
La notizia è l’ennesima tegola per il
governo dall’inizio del Dilma Bis, che a soli 7 mesi dalle ultime
elezioni presidenziali ha già accumulato una serie di “sgambetti”
dall’alleato-avversario PMDB.
Come avevamo raccontato
l’indebolimento alla camera e al senato del Partito dei Lavoratori ha
infatti causato uno sbilanciamento verso i partiti di centro della
coalizione, come il “Partito del Movimento democratico del Brasile”, il
più grande del paese e, secondo molti commentatori, il vero ago della bilancia della politica brasiliana.
Il PMDB ha infatti più parlamentari del
Partito dei lavoratori (PT) sia alla camera che al senato e guida un
blocco che può essere determinante se si schiera con l’opposizione
contro il governo. Ciò e avvenuto in numerose occasioni, a partire
dall’elezione a presidente della camera di Eduardo Cunha, del PMDB, che
ha lasciato fuori il PT dalla “Mesa Diretora”, dove si definiscono le
commissioni e si scandisce il programma parlamentare. In seguito il governo è andato in minoranza in varie votazioni e sui temi più svariati.
Dall’abbassamento dell’età penale alla
legge previdenziale, dalla trasparenza bancaria al finanziamento degli
stati regionali, mostrando che il ferreo controllo del parlamento
dell’era Lula e un lontano ricordo. Fallito invece il tentativo di riforma della legge elettorale,
osteggiata dal PT. In ogni caso questa temporanea battuta d’arresto
non dovrebbe frenare l’adesione del Brasile alla “banca brics”, il
massimo successo in politica estera della presidenza di Dilma Rousseff.
Creato nel luglio passato dopo due anni di trattative, è ancora un
oggetto misterioso.
Da un lato è celebrato come sostituto
della Banca mondiale e dell’FMI, in seguito al fallimento delle
trattative per democratizzare il funzionamento e la direzione delle due
istituzioni internazionali da parte dei paesi in via di sviluppo.
Dovrebbe a breve iniziare a poter realizzare prestiti ed essere
affiancato da un “fondo di stabilizzazione” di emergenza con un capitale
di altri 100 miliardi di dollari (e una divisione in quote similare a
quella della banca, il 40% messo da cinesi, il 55% tra Brasile, Russia
de India de il restante 5% dal Sudafrica).
Dall’altro, nelle parole dei critici di sinistra ma anche degli stessi proponenti del progetto, come il sottosegretario brasiliano José Alfredo Graça Lima,
è chiaro che le strutture finanziarie che il gruppo dei Brics sta
creando non vogliono essere alternative all’attuale architettura
puntellata dagli U.S.A., ma “complementari” ad essa.
Al centro delle critiche la scelta di
continuare ad utilizzare i dollari negli scambi reciproci, ma
soprattutto di aver costruito una “alternativa” al sistema del Fondo
Monetario Internazionale che in realtà non lo è, avendone ricalcato il
funzionamento delle quote (e la “responsabilità’ bancaria” dei vari
aderenti) e rimanendo la maggior parte dei potenziali prestiti legati al
sistema dell’FMI.
Guardando oltre il livello economico,
però, la banca dei Brics è già un successo geopolitico. A margine delle
trattative tra il governo greco e la Troika, non è passato inosservato,
di sicuro non agli statunitensi, il corteggiamento al governo di Atene
da parte dei Brics Cina e Russia. Quest’ultimi sono arrivati infatti a
proporre alla Grecia, tramite il ministro delle finanze Sergei Storchak, di aderire al fondo dei Brics, offrendo al governo di Tsipras anche la
possibilità di realizzare scambi commerciali con il Rublo, bypassando
cosi il dollaro.
L’attivismo russo però non è niente a
confronto di quello cinese, con il governo di Pechino a rimanere il
chiaro protagonista della scena.
Con l’adesione della Svizzera, il nuovo
Banco Asiatico di Investimenti in Infrastrutture (BAII, altri 100
miliardi di dollari di budget) sale a 35 membri, che vanno dall’India all’Australia, passando per il Regno Unito, Francia, Germania e Italia.
L’ultima creatura cinese serve a
contrastare il Banco Asiatico di Sviluppo controllato da Stati Uniti e
Giappone. Assieme alla costruzione della nuova “via della seta”
rappresenta un tassello ulteriore in quello che ormai pare un vero e
proprio tentativo di “accerchiamento” ai danni di una leadership
statunitense sempre più in difficoltà a contenere l’iniziativa cinese e
a convincere i suoi alleati a restare fuori dalla “ragnatela”
finanziaria che Pechino sta lentamente tessendo.
In questo senso potrebbe non essere del tutto fuori strada chi parla del fondo dei Brics come un tentativo cinese
di “mascherare” la propria ascesa, scegliendo nuovamente di utilizzare
il soft power e scartare l’opzione di utilizzare strategie ancor più
marcatamente aggressive nei confronti di Washington.
Nel frattempo il primo ministro cinese
Li Keqiang ha visitato il Brasile accompagnato da 150 impresari cinesi, a
solo un anno dal viaggio del presidente Xi Jinping e ha firmato un accordo di cooperazione tra i due paesi che si protrarrà fino al 2021.
La Cina, primo partner commerciale del
Brasile dal 2009, verserà più di 53 miliardi di dollari per onorare 35
nuovi contratti, che coinvolgono anche le multinazionali brasiliane
Petrobras, Vale e Embraer e prevedono fra l’altro la costruzione di una
ferrovia transoceanica che dovrebbe unire il paese al pacifico
attraversando il Peru.
Inoltre è stata annunciata la creazione di un fondo di ulteriori 50
miliardi da parte della Cassa Economica Federale brasiliana e il Banco
Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) dedicato agli investimenti
in infrastruttura in Brasile, che rimane un settore strategico per la
penetrazione del capitalismo cinese all’estero.
La sinergia tra i due paesi Brics pare
insomma svilupparsi anche senza i prestiti del neonato fondo comune di
investimento, e verrà sicuramente rafforzata dalla sua entrata in
funzionamento.
L’integrazione economica regionale e la
proiezione internazionale attraverso l’alleanza Brics guidata dalla Cina
sono il nuovo tavolo da gioco che il Brasile in versione “global
player” si è guadagnato da tempo. E nonostante i rallentamenti causati
dalla Banca centrale e dal parlamento, non sembra disposto a lasciarlo a
breve.
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