Recife – Il mio rientro in Brasile, dopo 6 anni di assenza, coincide con l’evento che cattura l’attenzione mediatica: la chiusura dell’accordo militare firmato da Donald Trump e Jair Bolsonaro a Palm Beach in Florida, che rinforza oltremodo l’amministrazione attuale, poiché il governo conta di entrare nel mercato nord americano delle forniture militari, e facilitare così l’export di prodotti brasiliani all’interno dei 28 paesi della NATO.
Sull’altra sponda, gli excluídos brasileiros vedono le loro condizioni peggiorare notevolmente, ora che gli effetti del taglio di 1.111.043 famiglie dal programma di assistenza sociale Bolsa Familia – deciso dal governo e ultimato a dicembre 2019 – colpiscono in particolare il Nord Est, che ne ha subíto il 50%.
https://www.diariodepernambuco.com.br/noticia/opiniao/2020/03/a-fragmentacao-da-politica-social-no-brasil.html
In Pernambuco, lo stato che ha come capitale Recife, a fine 2019 ben 164.000 famiglie che erano state abilitate al programma, non hanno avuto accesso ai benefici. Il tutto nel quadro di un salario minimo mensile fissato in febbraio a R$ 1.045, equivalenti a € 205, con un cambio decollato a 5,10 R$ per €.
Un aumento ridicolo in due anni di 91 real, neanche 18 euro, a fronte del costo della vita lievitato tra il 20 e il 30% dal 2018, quando il cambio stava a 4,4 R$.
Traditori di tutti
Bolsonaro ha calcato la mano, ma da lui non ci si può certo aspettare che aiuti il Nord Est, bacino elettorale per eccellenza della cosiddetta esquerda istituzionale, rappresentata da PT (Partido Dos Trabalhadores), MDB (Movimento Democratico Brasileiro) e PSB (Partido Socialista), allegramente a braccetto per lunghi anni sia nell’amministrazione regionale che nazionale.
Partiti oggi decimati dai processi per corruzione attiva e passiva, con nomi prestigiosi al gabbio, dove dovranno scontare lunghe pene detentive.
L’icona politica più rappresentativa a livello internazionale, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, è stato scarcerato solo a novembre 2019 (dopo ben 580 giorni nella cella di Curitiba) in libertà provvisoria fino al compimento di tutti gli appelli consentiti; sul suo capo pendono già due sentenze di condanna, di 2° e 3° grado.
Lula è stato comunque assolto dall’accusa di associazione a delinquere.
È tragicomico constatare come PMDB, sia dovuto tornare al nome originario MDB – quando era l’unico partito di opposizione alla dittatura militare – rifacendosi il trucco, con un maquillage rosso acceso, che però non inganna più nessuno, dopo che i suoi uomini-chiave, Michel Temer – ex presidente pro tempore – Romero Jucá e Sérgio Machado sono stati riconosciuti colpevoli per aver intascato mazzette milionarie durante il corso della maxi inchiesta Lava Jato, che ha fruttato al Grande Inquisitore Sérgio Moro la poltrona di Ministro di Giustizia sotto Bolsonaro.
https://brasil.elpais.com/brasil/2017/12/19/politica/1513695154_142381.html
Temer è anche colui che ha dato fuoco alle polveri con Eduardo Cunha (suo compagno di partito, condannato a 24 anni per aver occultato 40 milioni di USD di bustarelle Petrobras, recordman nella specialità) per l’impeachment di Dilma Rousseff, quando erano alleati del PT.
Non solo: è stato proprio il “democratico” Temer, a dare inizio ai tagli sui programmi sociali, dopo aver fatto approvare una vergognosa riforma del lavoro che penalizza oltremodo i più poveri. Traditori di tutti.
https://ilmanifesto.it/jobs-act-brasileiro-modello-marchionne/
La riforma in questione, verte su cinque punti-chiave:
– Fine della contribuzione obbligatoria dei lavoratori ai sindacati. Ora prevale il principio di negoziazione diretta tra dipendente e datore di lavoro, senza mediazione sindacale. Una deduzione logica: il potere contrattuale di una persona che necessita lavoro, a fronte di un eccesso di domanda, è pressoché zero.
– Il limite della giornata lavorativa è esteso da 8 a 12 ore, non oltre 48 ore settimanali, con possibilità di 36 ore consecutive.
Ma l’ingiustizia più palese è di non considerare più il percorso da casa al posto di lavoro nel computo dell’orario operativo.
Prima il dipendente aveva diritto a calcolare le ore trascorse per raggiungere il posto, parte della giornata lavorativa, riguardo al segmento di percorso ove i mezzi pubblici fossero deficitari o inesistenti. Ciò valeva in assenza di trasporto aziendale.
Ora si deve arrangiare comunque.
Per far capire la realtà di questo emendamento, un esempio eloquente: a Recife, ci vogliono una o due ore, dalla favela di Macaxeira alla Cais de Santa Rita, e altre 3 circa da qui al porto di Suape, nel municipio Cabo de Santo Agostinho, dove si concentrano le industrie, durante il traffico di punta. Più altre 12 di lavoro effettivo, in caso di giornata piena. Ritorno a parte. Motivo per cui, la forza lavoro non ha molta scelta, se non quella di trovare un alloggio nei pressi della fabbrica; costo a proprio carico ovviamente.
Con il nuovo testo, l’azienda non è più obbligata a pagare il tempo d’attesa del dipendente per il mezzo messo a disposizione, né a cambiare l’orario di entrata/uscita di costui ai fini di azzerare i tempi morti.
Torniamo a bomba: lo schema di corruzione che ruotava intorno al colosso petrolifero Petrobras arricchendo lorsignori, è costato all’economia brasiliana tra denaro riciclato e richieste di risarcimento circa 50 miliardi in real. Oltre a condurre il Paese verso la recessione e la disoccupazione per il conseguente crollo degli investimenti.
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Operation_Car_Wash
Era quindi prevedibile che Bolsonaro, già promotore di una riforma che aumenta l’età pensionabile e mira a ridurre vitalizi e privilegi, continuasse a tagliare i programmi sociali, usati tra l’altro come serbatoio di voti dai suoi nemici.
E proprio il Nord Est amministrato da costoro per un decennio, paga lo scotto più salato di una politica basata su speculazioni e devastazioni ambientali. Il Ceara, in mano al petista Camilo Santana, ha tuttora uno dei livelli salariali più bassi, mentre la Mecca di Fortaleza basa il suo cash-flow essenzialmente sul sesso facile, intorno al quale ruota la giostra del turismo.
Ma è Recife, amministrata dal socialista Júlio de Mello Filho, città ricca di tradizioni e di capitali insieme all’antico borgo coloniale di Olinda, ad aver subito un degrado costante nel tempo: nessun piano urbanistico degno di nota, a regolare un traffico che dopo São Paulo, è forse il più congestionato del Brasile.
Il quadro urbano nel centro storico, tra il piazzale di Cais Santa Rita alle cui spalle ci sono i mercati generali, e la bomboniera turistica di Marco Zero in Recife Antigo, è disastroso: proprio dove il traffico pedonale è maggiore, marciapiedi e fondo stradale non esistono praticamente più, tra squarci enormi alternati a cordoli di detriti e cubetti di porfido che ostacolano il passaggio di anziani e donne giovani le quali, stringendosi al collo i propri bambini, tentano di districarsi tra le macerie con le buste della spesa. Gli eterni lavori in corso completano il quadro.
Vedo solo tre operai del municipio “armati” di pala e piccone, che devono manutenzionare da soli oltre un chilometro quadrato di selciato, e poi c’è il resto del centro e la zona del lungomare, una ventina di chilometri circa. Ci vorranno mesi, se non anni.
Ovviamente la lista nera non è finita: la bella spiaggia di Boa Viágem, è funestata dagli attacchi degli squali.
I lavori senza controllo per allargare il Porto di Suape, hanno distrutto gli estuari dei fiumi, che costituivano l’habitat dello squalo Toro, la cui specie si adatta alle acque dolci.
Questi hanno sconfinato tra la gente, insieme al Tigre, abituato a seguire le navi che riversano i rifiuti in mare.
Un connubio letale: oltre 60 attacchi ai bagnanti in vent’anni, che han causato una trentina di decessi e diversi mutilati.
https://www.bbc.com/news/world-radio-and-tv-19720455
Con la sanità pubblica ridotta ai minimi termini, farmaci a caro prezzo e norme igieniche ignorate – oltre alle maglie larghe dell’aeroporto – qui il coronavirus troverebbe la strada spianata.
E a tal riguardo, dopo la notizia del primo caso sospetto di COVID-19 isolato proprio all’aeroporto di Recife – risultato negativo dopo gli accertamenti – a oggi si registrano circa 150 casi accertati nel paese, di cui un centinaio a São Paulo, e oltre una ventina in Rio de Janeiro.
La metropoli paulista, dopo i primi contagi da parte di viaggiatori provenienti da Milano, ha sviluppato purtroppo una variante locale del flagello, soprannominato quaggiù Novo Coronavirus.
Al porto di Recife è stato impedito l’accesso a una nave-crociera con migliaia di turisti, tra i quali sono stati isolati a bordo 610 casi sospetti. Tuttavia non è il nuovo virus che monopolizza il panico: i vecchi tengono ancora banco, tra i quali spicca la sempiterna Dengue Fever, un’infezione portata dalla zanzara Aedes Aegypti che provoca febbri, dolori articolari e sovente emorragie polmonari.
Lo scorso anno la Dengue in Brasile ha raggiunto il picco di 1.439.471 casi con 591 decessi. Acque stagnanti, fognature inesistenti per circa il 50% dei brasiliani, e condizioni igieniche precarie, oltre alla cronica scarsità di acqua corrente nelle favelas e negli agglomerati popolari, costituiscono l’habitat ideale per le zanzare.
E ovviamente gli stati del Nord Est – Maranhao, Piauí, Ceara, Pernambuco, Paraiba, Alagoas e Salvador da Bahia – primeggiano in questa poco invidiabile classifica.
https://www1.folha.uol.com.br/internacional/en/scienceandhealth/2019/09/brazils-dengue-cases-increased-599-in-8-months.shtml
Il giallo Bolsonaro
L’accordo tra Bolsonaro e Trump firmato il 9 marzo, lunedì, sta avendo uno strascico clamoroso: il segretario del presidente brasiliano che era rimasto per almeno un’ora a stretto contatto con Trump e Bolsonaro, è successivamente risultato positivo al test sul Coronavirus.
Venerdì 13, i notiziari brasiliani della sera annunciarono in diretta che Eduardo, il figlio minore del presidente, avrebbe rilasciato un intervista a Fox News dicendo che il padre era risultato positivo al test sul virus.
Subito dopo, gli stessi notiziari fecero scorrere sugli schermi una seconda velina: sempre Eduardo avrebbe affermato che il padre era stato sottoposto a un secondo test, risultato invece negativo.
Il giorno dopo il portavoce governativo, dal Palácio do Planalto a Brasilia, annunciava che il primo test era risultato negativo, ma comunque il presidente si sarebbe sottoposto a un secondo test.
Prima domanda: se Bolsonaro era già risultato negativo, perché fare un 2° test?
Da prassi consolidata, ciò viene richiesto solo nel caso contrario.
Seconda domanda: dal momento che Eduardo non ha smentito l’intervista a Fox News, perché avrebbe parlato di due test, a stretta distanza l’uno dall’altro?
Se fosse vero ciò che è stato riportato, quello che aspetta il presidente sarebbe il terzo. Il mistero si infittisce.
Nel frattempo Trump si è già sottoposto al suo, che sarebbe risultato negativo.
https://www.foxnews.com/world/brazil-bolsonaro-coronavirus-test-negative-eduardo
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Petrobas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Petrobas. Mostra tutti i post
16/03/2020
17/06/2016
Brasile, il corrotto è Temer
di Mario Lombardo
Quando lo scorso mese di maggio il Senato brasiliano ratificò il colpo di stato “costituzionale” contro la presidente Dilma Rousseff, in molti nel paese sudamericano e non solo ritennero che il coinvolgimento in un caso di corruzione di colui che l’ha sostituita fosse soltanto una questione di tempo. Puntualmente, poche settimane dopo, il nome del presidente ad interim, Michel Temer, è infatti emerso per la prima volta negli atti relativi a una maxi-indagine che sta scuotendo l’intero mondo politico del Brasile.
Temer è stato accusato apertamente da Sergio Machado, ex senatore ed ex dirigente di una compagnia di trasporti facente parte del colosso petrolifero a maggioranza pubblica Petrobras, secondo il quale il presidente avrebbe sollecitato donazioni a un’azienda di costruzioni da destinare al suo Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). In cambio di finanziamenti pari a svariate centinaia di migliaia di dollari, Temer avrebbe favorito la stessa compagnia nell’ottenimento di appalti pubblici.
Le accuse sono contenute in una testimonianza di Machado resa pubblica questa settimana dalla Corte Suprema brasiliana. Machado è anch’esso al centro di indagini nell’ambito dell’operazione denominata “Autolavaggio” (“Lava Jato”), ma ha sottoscritto un accordo con le autorità giudiziarie che prevede la sua collaborazione nel fare emergere i nomi di politici e imprenditori coinvolti nello scandalo.
Temer, da parte sua, ha respinto ogni accusa, assicurando che le donazioni rispettavano i termini previsti dalle norme brasiliane sul finanziamento ai partiti. Se le richieste di Temer e le stesse donazioni erano in effetti avvenute nel rispetto formale della legge, il suo accusatore sostiene che esse rientravano in un quadro di corruzione volto a manipolare l’assegnazione di contratti per la realizzazione di opere pubbliche.
Il recente coinvolgimento di Temer nella vicenda giudiziaria più nota del Brasile è solo l’ultimo guaio del suo governo, già nato privo di qualsiasi legittimità politica. Alla fine di maggio, due ministri appena nominati erano stati ad esempio costretti a dimettersi dai rispettivi incarichi. Il ministro per la Trasparenza, Fabiano Silveira, ufficialmente incaricato di combattere la corruzione, e quello per la Pianificazione, Romero Jucá, erano stati protagonisti di intercettazioni diffuse dalla stampa nelle quali entrambi discutevano possibili modalità per ostacolare l’indagine “Autolavaggio”.
Un paio di settimane fa, un tribunale di San Paolo aveva poi giudicato il presidente ad interim colpevole di violazione delle norme sui finanziamenti elettorali. Temer si è così ritrovato nella posizione paradossale di occupare la carica di presidente senza essere stato eletto e con una condanna che gli vieta di candidarsi a cariche elettive per otto anni.
Nel gabinetto di Temer ci sono almeno altri sette membri coinvolti nelle indagini per corruzione che ruotano attorno a Petrobras. A questo dato va aggiunto il fatto che circa il 60% dei membri del Parlamento brasiliano risulta incriminato o sotto indagine della magistratura. Ciò dimostra a sufficienza la natura delle manovre che hanno portato all’impeachment di Dilma Rousseff e il rilievo morale dei protagonisti dell’operazione.
Dilma,
oltretutto, non è stata per il momento toccata dallo scandalo, pur
avendo guidato per anni la compagnia petrolifera brasiliana. La sua
estromissione è dovuta alle accuse di avere manipolato alcune voci del
bilancio federale per dare un’immagine migliore della situazione
finanziaria del paese, cioè una pratica comune a praticamente tutti i
precedenti governi brasiliani e a quelli di molti altri paesi.
In sostanza, i politici con a capo Temer che hanno rimosso Dilma dall’incarico di presidente avrebbero agito per favorire la trasparenza nella gestione degli affari pubblici, salvo poi ritrovarsi in buona parte invischiati in procedimenti giudiziari per corruzione e altri crimini.
A poco più di un mese dall’insediamento, il governo Temer ha un livello di gradimento infimo e, per alcuni osservatori, il moltiplicarsi dei guai giudiziari che riguardano i suoi membri e lo stesso presidente potrebbe addirittura erodere il sostegno al Senato per la procedura di impeachment in atto.
Dilma Rousseff è stata sospesa per un massimo di 180 giorni dal suo incarico dopo il voto del Senato brasiliano, il quale nei prossimi mesi sarà chiamato a decidere se rendere definitiva la rimozione della presidente. In questo caso, Temer sarebbe confermato alla guida del paese fino al 2018.
La situazione politica in Brasile è però estremamente fluida. Il discredito della cerchia di politici golpisti che ha assunto il potere ai danni del governo del Partito dei Lavoratori (PT) rende infatti difficile la messa in atto dei compiti che i poteri forti, domestici e internazionali, a cominciare da Wall Street e dal governo di Washington, si aspettano, ovvero lo smantellamento dei programmi sociali dei precedenti governi e l’implementazione di misure di austerity per far fronte alla drammatica crisi economica in atto.
Allo stesso tempo, parte della classe dirigente brasiliana continua a manovrare per escludere permanentemente dal potere il PT, ben sapendo che esso conserva una consistente base di supporto tra le classi più povere nonostante il peggioramento delle condizioni di vita negli ultimi anni e la cattiva gestione dell’economia della presidente Rousseff.
L’ennesima prova di ciò si è avuta proprio questa settimana con la notizia della riapertura di un’indagine per corruzione contro l’ex presidente Lula. Quest’ultimo era stato accusato di avere ricevuto in regalo un appartamento di lusso nel quadro degli schemi corruttivi collegati sempre alla compagnia Petrobras.
Dopo
l’apertura dell’inchiesta mesi fa, Lula era stato nominato capo di
gabinetto da Dilma Rousseff, così che, secondo la legge brasiliana
sull’immunità garantita ai membri del governo, il procedimento era stato
automaticamente sospeso e trasferito alla Corte Suprema.
Lunedì scorso, il più alto tribunale brasiliano ha alla fine deciso che l’indagine su Lula può tornare di competenza del giudice federale Sergio Moro, titolare dell’inchiesta “Autolavaggio”, e seguire il suo normale corso. Un’eventuale condanna costerebbe caro a Lula e probabilmente anche al Brasile, visto che, come accaduto recentemente a Temer, lo escluderebbe dalla corsa alla presidenza per otto anni, spianando la strada alla destra per il ritorno definitivo al potere.
Fonte
Quando lo scorso mese di maggio il Senato brasiliano ratificò il colpo di stato “costituzionale” contro la presidente Dilma Rousseff, in molti nel paese sudamericano e non solo ritennero che il coinvolgimento in un caso di corruzione di colui che l’ha sostituita fosse soltanto una questione di tempo. Puntualmente, poche settimane dopo, il nome del presidente ad interim, Michel Temer, è infatti emerso per la prima volta negli atti relativi a una maxi-indagine che sta scuotendo l’intero mondo politico del Brasile.
Temer è stato accusato apertamente da Sergio Machado, ex senatore ed ex dirigente di una compagnia di trasporti facente parte del colosso petrolifero a maggioranza pubblica Petrobras, secondo il quale il presidente avrebbe sollecitato donazioni a un’azienda di costruzioni da destinare al suo Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). In cambio di finanziamenti pari a svariate centinaia di migliaia di dollari, Temer avrebbe favorito la stessa compagnia nell’ottenimento di appalti pubblici.
Le accuse sono contenute in una testimonianza di Machado resa pubblica questa settimana dalla Corte Suprema brasiliana. Machado è anch’esso al centro di indagini nell’ambito dell’operazione denominata “Autolavaggio” (“Lava Jato”), ma ha sottoscritto un accordo con le autorità giudiziarie che prevede la sua collaborazione nel fare emergere i nomi di politici e imprenditori coinvolti nello scandalo.
Temer, da parte sua, ha respinto ogni accusa, assicurando che le donazioni rispettavano i termini previsti dalle norme brasiliane sul finanziamento ai partiti. Se le richieste di Temer e le stesse donazioni erano in effetti avvenute nel rispetto formale della legge, il suo accusatore sostiene che esse rientravano in un quadro di corruzione volto a manipolare l’assegnazione di contratti per la realizzazione di opere pubbliche.
Il recente coinvolgimento di Temer nella vicenda giudiziaria più nota del Brasile è solo l’ultimo guaio del suo governo, già nato privo di qualsiasi legittimità politica. Alla fine di maggio, due ministri appena nominati erano stati ad esempio costretti a dimettersi dai rispettivi incarichi. Il ministro per la Trasparenza, Fabiano Silveira, ufficialmente incaricato di combattere la corruzione, e quello per la Pianificazione, Romero Jucá, erano stati protagonisti di intercettazioni diffuse dalla stampa nelle quali entrambi discutevano possibili modalità per ostacolare l’indagine “Autolavaggio”.
Un paio di settimane fa, un tribunale di San Paolo aveva poi giudicato il presidente ad interim colpevole di violazione delle norme sui finanziamenti elettorali. Temer si è così ritrovato nella posizione paradossale di occupare la carica di presidente senza essere stato eletto e con una condanna che gli vieta di candidarsi a cariche elettive per otto anni.
Nel gabinetto di Temer ci sono almeno altri sette membri coinvolti nelle indagini per corruzione che ruotano attorno a Petrobras. A questo dato va aggiunto il fatto che circa il 60% dei membri del Parlamento brasiliano risulta incriminato o sotto indagine della magistratura. Ciò dimostra a sufficienza la natura delle manovre che hanno portato all’impeachment di Dilma Rousseff e il rilievo morale dei protagonisti dell’operazione.
In sostanza, i politici con a capo Temer che hanno rimosso Dilma dall’incarico di presidente avrebbero agito per favorire la trasparenza nella gestione degli affari pubblici, salvo poi ritrovarsi in buona parte invischiati in procedimenti giudiziari per corruzione e altri crimini.
A poco più di un mese dall’insediamento, il governo Temer ha un livello di gradimento infimo e, per alcuni osservatori, il moltiplicarsi dei guai giudiziari che riguardano i suoi membri e lo stesso presidente potrebbe addirittura erodere il sostegno al Senato per la procedura di impeachment in atto.
Dilma Rousseff è stata sospesa per un massimo di 180 giorni dal suo incarico dopo il voto del Senato brasiliano, il quale nei prossimi mesi sarà chiamato a decidere se rendere definitiva la rimozione della presidente. In questo caso, Temer sarebbe confermato alla guida del paese fino al 2018.
La situazione politica in Brasile è però estremamente fluida. Il discredito della cerchia di politici golpisti che ha assunto il potere ai danni del governo del Partito dei Lavoratori (PT) rende infatti difficile la messa in atto dei compiti che i poteri forti, domestici e internazionali, a cominciare da Wall Street e dal governo di Washington, si aspettano, ovvero lo smantellamento dei programmi sociali dei precedenti governi e l’implementazione di misure di austerity per far fronte alla drammatica crisi economica in atto.
Allo stesso tempo, parte della classe dirigente brasiliana continua a manovrare per escludere permanentemente dal potere il PT, ben sapendo che esso conserva una consistente base di supporto tra le classi più povere nonostante il peggioramento delle condizioni di vita negli ultimi anni e la cattiva gestione dell’economia della presidente Rousseff.
L’ennesima prova di ciò si è avuta proprio questa settimana con la notizia della riapertura di un’indagine per corruzione contro l’ex presidente Lula. Quest’ultimo era stato accusato di avere ricevuto in regalo un appartamento di lusso nel quadro degli schemi corruttivi collegati sempre alla compagnia Petrobras.
Lunedì scorso, il più alto tribunale brasiliano ha alla fine deciso che l’indagine su Lula può tornare di competenza del giudice federale Sergio Moro, titolare dell’inchiesta “Autolavaggio”, e seguire il suo normale corso. Un’eventuale condanna costerebbe caro a Lula e probabilmente anche al Brasile, visto che, come accaduto recentemente a Temer, lo escluderebbe dalla corsa alla presidenza per otto anni, spianando la strada alla destra per il ritorno definitivo al potere.
Fonte
16/05/2016
Brasile: destre al governo. Dilma: resistere al golpe
Dopo il voto del Senato – 55 a 22 – a favore dell’impeachment della presidente, al termine di una seduta durata ben 22 ore, la spallata delle destre e dell’oligarchia brasiliana nei confronti del Partito dei Lavoratori ha visto una rapida escalation. In poche ore Dilma Rousseff è stata rimpiazzata dal suo vice ed ex alleato, Michel Temer, del Partito del Movimento Democratico, che ha proceduto in tempi record a varare un governo alla cui formazione aveva alacremente lavorato nei giorni precedenti e che riporta il paese ai tempi della dittatura.
Il governo ad interim è formato da soli 22 ministri – sacrificati ad esempio il ministero per la Parità di genere e Uguaglianza di razza e per i Diritti umani, oltre a quelli della Gioventù e della Cultura – tutti maschi, nonostante la Costituzione preveda una presenza femminile minima del 30%, e tutti bianchi – nonostante la maggioranza dei brasiliani siano neri o mulatti.
Un esecutivo composto da elementi di punta degli ambienti politici liberisti. Significativa la nomina di Henrique Meirelles, ex governatore della Banca Centrale, alla carica di nuovo ministro delle Finanze (già annunciate varie misure di austerità), e dell’ex governatore dello stato di San Paolo, Josè Serra, uomo di Washington due volte sconfitto nella corsa alle presidenziali, al dicastero degli Esteri. Quest’ultimo ha proposto di privatizzare Petrobras ed ha subito attaccato i paesi dell’Alba che hanno denunciato il cambio della guarda a Brasilia come il risultato di un colpo di stato istituzionale mentre la Bolivia ha richiamato il suo ambasciatore per ‘consultazioni’. Spiccano anche Alexandre de Moraes – protagonista a San Paolo di una dura repressione nei confronti degli studenti e dei movimenti sociali al ministero della Giustizia; il Ministero dell’Agricoltura è stato affidato a Blairo Maggi, tra gli uomini più ricchi del Brasile, ex governatore del Mato Grosso, esponente di estrema destra del Partito Progressista e principale produttore di soia al mondo, tra i principali responsabili della deforestazione in Amazzonia; al ministero della Sanità è andato un altro imprenditore, Ricardo Barros, inquisito per frode e illecito finanziario e fautore di un vasto piano di tagli alla spesa sociale.
“L’urgenza è di ristabilire l’unità e la credibilità del paese” e di “pacificare la Nazione” ha detto Temer aggiungendo che “la prima parola che rivolgo al popolo brasiliano è ‘fiducia’, fiducia nel nostro carattere, nella nostra democrazia, nella ripresa della nostra economia”. Temer presenta il suo esecutivo come un ‘governo di salvezza nazionale’ al di sopra delle parti politiche. Ma in nome della ripresa economica e della riconquista della fiducia dei mercati il presidente ad interim ha già annunciato una riforma fiscale che riduce la spesa pubblica e un attacco al sistema pensionistico, ricevendo le congratulazioni del suo compare di cordata, l’argentino Mauricio Macri.
Ma l’ex alleato di centrodestra del PT – che Rousseff ha definito senza mezzi termini un traditore – deve affrontare due ostacoli non da poco per materializzare le sue ambizioni presidenziali. Intanto la sua impopolarità tra i brasiliani, molti dei quali vorrebbero le sue dimissioni; in secondo luogo, il possibile coinvolgimento nello scandalo ‘Lava Jato’, che coinvolge centinaia di esponenti politici in relazione alla gestione dell’azienda energetica di stato Petrobras. La magistratura ha già aperto varie inchieste nei confronti dei principali esponenti dell’ex opposizione di centrodestra ora al potere, accusati di corruzione, tra i quali il potente senatore Aecio Neves (anch’egli sconfitto nella corsa alle presidenziali) e l’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, il principale promotore dell’impeachment ma anch’egli tirato in ballo da uno dei super-testimoni dell’inchiesta che per ora sembra favorire i partiti che rappresentano gli interessi delle oligarchie e di Washington.
Oltretutto ben 7 dei ‘nuovi’ ministri – in realtà parecchi hanno già fatto parte degli esecutivi guidati da Lula da Silva o dalla stessa Rousseff negli anni scorsi – sono indagati o già condannati per corruzione. Un bel record per un esecutivo che pretende di riportare pulizia nella gestione della cosa pubblica.
Dilma chiama alla mobilitazione
Dilma Rousseff – sospesa dal suo incarico per un massimo di 180 giorni, in attesa del voto parlamentare al termine del processo politico intentato nei suoi confronti – non sembra demordere e continua a rivendicare la sua onestà e a chiamare il popolo brasiliano ad una risposta compatta contro quello che da tempo definisce un ‘colpo di stato’.
“Quando un presidente è accusato di un crimine che non ha commesso non è impeachment, è un golpe: lotterò con tutti i mezzi legali di cui dispongo per esercitare il mio mandato fino alla fine” ha detto nella sua ultima dichiarazione dopo la notifica ufficiale della sospensione dall’incarico, accompagnata da quasi 40 mila sostenitori. “Sono stata eletta presidente con 54 milioni di voti, ed è in questa veste che voglio parlarvi in questo momento decisivo per la democrazia brasiliana e per tutto il nostro Paese: ciò che è in gioco non è il mio mandato, ma il rispetto delle urne e della Costituzione, della volontà sovrana del popolo brasiliano; le conquiste degli ultimi 13 anni, ma anche il futuro del nostro Paese”, ha continuato Dilma rivendicando i progressi economici e sociali dell’ultimo decennio. “Voglio denunciare un impeachment fraudolento: da quando sono stata eletta una parte dell’opposizione volle ricontare i voti e successivamente ha iniziato a cospirare per l’impeachment, creando un ambiente di sabotaggio continuo al mio governo, un ambiente propizio a un golpe. Gli atti da me posti in essere sono stati legali e legittimi, analoghi a quelli dei Presidenti che mi hanno preceduto: non era un reato ai loro tempi, non lo è neanche adesso”, ha ribadito Dilma. “Il rischio è quello di avere ora un governo illegittimo, che nasce da un golpe, da un impeachment fraudolento, da una specie di elezione indiretto, che potrà cedere alla tentazione di reprimere chi gli è contrario, che sarà esso stesso una causa della crisi in cui versa il Paese”, ha avvertito l’esponente del PT. “Ai brasiliani faccio un appello: mantenetevi mobilitati, uniti e in pace: la lotta per la democrazia non ha una scadenza, la lotta contro il golpe è lunga, è una battaglia che può essere vinta e la vinceremo” ha ribadito.
«Ho sofferto il dolore della tortura, il dolore della malattia e ora sento il dolore dell’ingiustizia – ha detto ancora la presidente – Ciò che più mi fa male è l’ingiustizia… Ma non mi arrendo. Guardo indietro a tutto quel che è stato fatto e guardo avanti a quel che c’è ancora da fare. Ho lottato tutta la vita per la democrazia, ho imparato ad aver fiducia nella capacità di lotta del nostro popolo. Confesso che non avrei mai immaginato che sarebbe stato necessario tornare alla lotta contro la dittatura in questo paese. Negli ultimi mesi, il nostro popolo è sceso in piazza per difendere i suoi diritti e per questo ho la certezza che la popolazione sarà dire «no» al golpe».
Intanto, dopo il voltafaccia dei suoi alleati di governo e sulla spinta delle rivendicazioni dei movimenti popolari e di sinistra scesi in piazza negli ultimi mesi contro il golpe e contro il ritorno al potere degli ambienti che sostennero la dittatura nei decenni passati, il Partito brasiliano dei Lavoratori sembra ora orientato a imprimere alla propria politica una sterzata riformista e di sinistra. La direzione del PT ha annunciato un cambiamento nella politica delle alleanze: più che alle forze politiche con le quali i laburisti hanno a lungo governato cedendo spesso agli interessi della finanza, dell’agrobusiness e degli apparati economici dominanti (che comunque non si sono accontentati ed alla fine hanno sostenuto il golpe) il Pt ha promesso una apertura a sinistra verso quei partiti, organizzazioni e movimenti popolari che da tempo chiedono riforme strutturali, distribuzione della ricchezza e riduzione delle diseguaglianze sociali.
Fonte
09/05/2016
Brasile. Destituito il principale accusatore di Dilma Rousseff
Continua in Brasile il tentativo di spallata delle destre e dei settori più reazionari dell’oligarchia nazionale, sostenuti dagli Stati Uniti, contro il governo e in particolare contro la presidente della Repubblica. Sabato scorso Dilma Rousseff ha respinto la legittimità del processo di impeachment, che potrebbe portare alla sua destituzione, intentato grazie ad un’alleanza tra le destre e alcuni partiti di centro e centro-destra che fino a poche settimane fa sostenevano il Partito dei Lavoratori.
Se si vuole giudicare il governo, ha detto l’esponente del Pt, che si lasci votare il popolo. “Dal punta di vista politico il giudice supremo è il popolo brasiliano. Se vogliono fare un processo al mio governo che si rivolgano al popolo brasiliano e non ricorrano all’impeachment. Solo chi è legittimato dal voto può giudicare” ha detto Rousseff. È la prima volta che la presidente suggerisce la possibilità di un ricorso anticipato alle urne anche se questo non è previsto esplicitamente dalla Costituzione del paese in caso di destituzione o rinuncia del capo dello stato. Che è tornata ad accusare d’intenti golpisti le opposizioni di destra, perché il processo d’impeachment non ha alcuna base legale e perché la denuncia si basa esclusivamente su delle procedure contabili considerate irregolari ma realizzate da tutti i governi degli ultimi decenni.
Il vero obiettivo delle destre, ha chiarito la leader del PT, non è combattere la corruzione ma eliminare le riforme sociali approvate dal governo di centrosinistra. Se Michel Temer, l’attuale vicepresidente e candidato alla sostituzione di Dilma Rousseff in caso di destituzione di quest’ultima, dovesse arrivare al potere, ha avvertito la presidente, eliminerebbe la “Bolsa Familia”, il principale programma di sostegno ai poveri che assiste attualmente 46 milioni di persone. E questo anche se la spesa per i sussidi ai più poveri rappresenta solo l’1% del Pil del paese almeno il 75% degli assistiti verrebbe abbandonato a se stesso e alle regole di mercato.
Intanto la Procura Generale dello Stato ha denunciato al Tribunale Supremo due importanti ex ministri del gabinetto di Dilma Rousseff per la loro presunta implicazione nel caso di corruzione della Petrobras, la potente impresa energetica statale che le destre vorrebbero almeno in parte privatizzare. Oggetto della denuncia sono la senatrice Gleisi Hoffmann e suo marito, Paulo Bernardo Silva, entrambi esponenti del Partito dei Lavoratori.
Nei giorni scorsi è giunta comunque una buona notizia per la presidente, a dimostrazione di quanto il tema della corruzione venga cavalcato in maniera strumentale dalle destre. Eduardo Cunha, il principale accusatore di Dilma Rousseff e capofila del processo di impeachment, è stato sospeso dalla carica di deputato federale e quindi anche da quella di Presidente della Camera (la quarta carica dello stato e candidato alla successione alla Rousseff subito dopo Temer e il presidente del Senato Renan Calheiros).
Per gli 11 magistrati della Corte Suprema – che hanno adottato la decisione all’unanimità – il leader del PMDB (Partito del Movimento Democratico del Brasile, da anni alleato del PT e da poco all’opposizione), imputato in ben sei processi relativi all’inchiesta ribattezzata ‘Lava Jato’ con accuse di corruzione e riciclaggio di denaro sporco, avrebbe approfittato della sua carica per sviare e condizionare le indagini. “Alla base di questo impeachment c’è un ricatto del signor Eduardo Cunha, il quale aveva chiesto al governo un voto per impedire il suo processo davanti alla commissione etica della Camera e, non avendolo ottenuto, aveva fatto andare avanti il procedimento. Un abuso di potere – ha accusato la presidente – avendo sfruttato il suo incarico per vendicarsi”.
Alla guida della Camera Cunha è stato ora sostituito da Waldir Maranhão, leader del Partito Progressista che ha abbandonato la maggioranza di governo e che pure è sotto indagine, insieme ad altri 150 parlamentari circa, anch’egli per lo scandalo ‘Lava Jato’.
Dopo il colpo di scena, l’avvocato generale dello stato Josè Eduardo Cardozo ha chiesto l’annullamento del procedimento di impeachment contro Dilma Rousseff visto che è stato avviato proprio da Cunha la cui credibilità viene ora meno del tutto. Un tentativo in extremis dopo che lo scorso 5 maggio, con 11 voti a favore e 5 contrari, la commissione speciale del Senato ha detto sì alla continuazione del dibattito sull’impeachment, già approvato dalla Camera ad ampissima maggioranza. Se nei prossimi giorni la maggioranza degli 81 senatori dovesse approvare l’inizio del processo vero e proprio contro Dilma Rousseff, l’attuale capo dello stato dovrebbe farsi da parte fino alla fine del procedimento, per un massimo di 180 giorni.
Intanto la Direzione Nazionale del Partito dei Lavoratori ha deciso nei giorni scorsi di adottare una risoluzione che accoglie alcune delle richieste delle organizzazioni popolari e di sinistra che negli ultimi due mesi si sono mobilitate nelle piazze contro il tentativo di golpe ma non senza rinfacciare all’esecutivo di aver disatteso molte delle necessarie riforme sociali promesse e mai implementate. Nella risoluzione l’organo direttivo del Pt, “facendo autocritica”, dichiara di rivalutare “l’antica lezione che riporta alla fondazione del nostro partito: il principale strumento politico della sinistra è la mobilitazione sociale, con la quale la classe lavoratrice prende nelle proprie mani la direzione della società e dello Stato”.
Dichiara, quindi, “la continuazione immediata delle manifestazioni e delle proteste contro l’impeachment, sotto il coordinamento del Fronte Brasile Popolare e del Fronte Popolo senza Paura, con l’obiettivo di fare pressione sul Senato per bloccare il giudizio fraudolento autorizzato dalla Camera dei deputati”. Si vedrà nelle prossime settimane se l’apertura alle vertenze sociali, oltre che alle richieste di una svolta a sinistra delle politiche di governo da tempo avanzate dal Partito Comunista del Brasile, dal Partito del Socialismo e delle Libertà e dal Partito della Causa Operaia costituisce una reale rettifica delle posizioni del PT oppure un escamotage per allargare la base di consenso al governo in un momento di enorme difficoltà di fronte alle bordate delle destre continentali.
Fonte
Se si vuole giudicare il governo, ha detto l’esponente del Pt, che si lasci votare il popolo. “Dal punta di vista politico il giudice supremo è il popolo brasiliano. Se vogliono fare un processo al mio governo che si rivolgano al popolo brasiliano e non ricorrano all’impeachment. Solo chi è legittimato dal voto può giudicare” ha detto Rousseff. È la prima volta che la presidente suggerisce la possibilità di un ricorso anticipato alle urne anche se questo non è previsto esplicitamente dalla Costituzione del paese in caso di destituzione o rinuncia del capo dello stato. Che è tornata ad accusare d’intenti golpisti le opposizioni di destra, perché il processo d’impeachment non ha alcuna base legale e perché la denuncia si basa esclusivamente su delle procedure contabili considerate irregolari ma realizzate da tutti i governi degli ultimi decenni.
Il vero obiettivo delle destre, ha chiarito la leader del PT, non è combattere la corruzione ma eliminare le riforme sociali approvate dal governo di centrosinistra. Se Michel Temer, l’attuale vicepresidente e candidato alla sostituzione di Dilma Rousseff in caso di destituzione di quest’ultima, dovesse arrivare al potere, ha avvertito la presidente, eliminerebbe la “Bolsa Familia”, il principale programma di sostegno ai poveri che assiste attualmente 46 milioni di persone. E questo anche se la spesa per i sussidi ai più poveri rappresenta solo l’1% del Pil del paese almeno il 75% degli assistiti verrebbe abbandonato a se stesso e alle regole di mercato.
Intanto la Procura Generale dello Stato ha denunciato al Tribunale Supremo due importanti ex ministri del gabinetto di Dilma Rousseff per la loro presunta implicazione nel caso di corruzione della Petrobras, la potente impresa energetica statale che le destre vorrebbero almeno in parte privatizzare. Oggetto della denuncia sono la senatrice Gleisi Hoffmann e suo marito, Paulo Bernardo Silva, entrambi esponenti del Partito dei Lavoratori.
Nei giorni scorsi è giunta comunque una buona notizia per la presidente, a dimostrazione di quanto il tema della corruzione venga cavalcato in maniera strumentale dalle destre. Eduardo Cunha, il principale accusatore di Dilma Rousseff e capofila del processo di impeachment, è stato sospeso dalla carica di deputato federale e quindi anche da quella di Presidente della Camera (la quarta carica dello stato e candidato alla successione alla Rousseff subito dopo Temer e il presidente del Senato Renan Calheiros).
Per gli 11 magistrati della Corte Suprema – che hanno adottato la decisione all’unanimità – il leader del PMDB (Partito del Movimento Democratico del Brasile, da anni alleato del PT e da poco all’opposizione), imputato in ben sei processi relativi all’inchiesta ribattezzata ‘Lava Jato’ con accuse di corruzione e riciclaggio di denaro sporco, avrebbe approfittato della sua carica per sviare e condizionare le indagini. “Alla base di questo impeachment c’è un ricatto del signor Eduardo Cunha, il quale aveva chiesto al governo un voto per impedire il suo processo davanti alla commissione etica della Camera e, non avendolo ottenuto, aveva fatto andare avanti il procedimento. Un abuso di potere – ha accusato la presidente – avendo sfruttato il suo incarico per vendicarsi”.
Alla guida della Camera Cunha è stato ora sostituito da Waldir Maranhão, leader del Partito Progressista che ha abbandonato la maggioranza di governo e che pure è sotto indagine, insieme ad altri 150 parlamentari circa, anch’egli per lo scandalo ‘Lava Jato’.
Dopo il colpo di scena, l’avvocato generale dello stato Josè Eduardo Cardozo ha chiesto l’annullamento del procedimento di impeachment contro Dilma Rousseff visto che è stato avviato proprio da Cunha la cui credibilità viene ora meno del tutto. Un tentativo in extremis dopo che lo scorso 5 maggio, con 11 voti a favore e 5 contrari, la commissione speciale del Senato ha detto sì alla continuazione del dibattito sull’impeachment, già approvato dalla Camera ad ampissima maggioranza. Se nei prossimi giorni la maggioranza degli 81 senatori dovesse approvare l’inizio del processo vero e proprio contro Dilma Rousseff, l’attuale capo dello stato dovrebbe farsi da parte fino alla fine del procedimento, per un massimo di 180 giorni.
Intanto la Direzione Nazionale del Partito dei Lavoratori ha deciso nei giorni scorsi di adottare una risoluzione che accoglie alcune delle richieste delle organizzazioni popolari e di sinistra che negli ultimi due mesi si sono mobilitate nelle piazze contro il tentativo di golpe ma non senza rinfacciare all’esecutivo di aver disatteso molte delle necessarie riforme sociali promesse e mai implementate. Nella risoluzione l’organo direttivo del Pt, “facendo autocritica”, dichiara di rivalutare “l’antica lezione che riporta alla fondazione del nostro partito: il principale strumento politico della sinistra è la mobilitazione sociale, con la quale la classe lavoratrice prende nelle proprie mani la direzione della società e dello Stato”.
Dichiara, quindi, “la continuazione immediata delle manifestazioni e delle proteste contro l’impeachment, sotto il coordinamento del Fronte Brasile Popolare e del Fronte Popolo senza Paura, con l’obiettivo di fare pressione sul Senato per bloccare il giudizio fraudolento autorizzato dalla Camera dei deputati”. Si vedrà nelle prossime settimane se l’apertura alle vertenze sociali, oltre che alle richieste di una svolta a sinistra delle politiche di governo da tempo avanzate dal Partito Comunista del Brasile, dal Partito del Socialismo e delle Libertà e dal Partito della Causa Operaia costituisce una reale rettifica delle posizioni del PT oppure un escamotage per allargare la base di consenso al governo in un momento di enorme difficoltà di fronte alle bordate delle destre continentali.
Fonte
17/04/2016
Brasile, impeachment: oggi è il giorno del giudizio
Oggi intorno alle 19 ora italiana, salvo imprevisti, il Parlamento brasiliano deciderà sul processo d’impeachment intentato dalle opposizioni di destra contro la presidente Dilma Rousseff al termine di una tre giorni di infuocato dibattito iniziato venerdì e di mesi di manifestazioni pro e contro la destituzione dell’esponente del Partito dei Lavoratori. Di fronte all’edificio del Congresso una barriera alta due metri e lunga un chilometro è stata innalzata dalle forze di sicurezza, mobilitate in gran numero, allo scopo di separare i manifestanti “pro-impeachment” da quelli “anti-golpe”, che seguono i lavori della Camera su schermi giganti. Oggi a Rio de Janeiro, sulla grande spiaggia di Copacabana, si terranno in orari diversi due manifestazioni di segno opposto. A San Paolo, cuore industriale del Brasile e roccaforte del Pt e delle sinistre, le autorità stimano che i manifestanti saranno un milione.
Ieri, alla vigilia del cruciale voto del parlamento di Brasilia, è stata la stessa Dilma Rousseff a passare all’attacco con un duro messaggio rivolto contro i fautori di quella che ha definito una “avventura golpista” e rivolgendo un appello alla mobilitazione dei suoi sostenitori mentre i manifestanti di destra continuano a invocare l’intervento dell’esercito contro i ‘rossi corrotti’.
“L’accusa nei miei confronti all’esame del Congresso è la più grande frode giuridica e politica della storia del Paese” ha tuonato il capo dello Stato in un video diffuso all’alba dal PT, al potere da 13 anni in coalizione con altre forze politiche più moderate o apertamente liberiste. Nel video – che la tv pubblica alla fine non ha trasmesso dopo le proteste delle opposizioni – la presidente ha chiesto a brasiliani di “seguire con attenzione gli avvenimenti”, ma “soprattutto nella calma e in pace”. “I leader golpisti hanno detto che se riescono a usurpare il potere sarà necessario imporre sacrifici alla popolazione (…). Sono disposti a violare la democrazia e a sfasciare la Costituzione, diffondendo l’intolleranza, l’odio e la violenza”, ha accusato il capo dello Stato secondo la quale le destre mirano a revocare i programmi sociali implementatati negli ultimi anni dal governo e che, anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, hanno sottratto milioni di brasiliani alla povertà estrema.
In un editoriale pubblicato ieri sul quotidiano Folha de S. Paulo, inoltre, Rousseff ha accusato direttamente coloro che stanno gestendo la procedura di impeachment di voler prendere il potere per sfuggire alle accuse di corruzione che pesano su di essi, sviando così le responsabilità dai veri responsabili della grave crisi che scuote il paese. “Vogliono condannare un’innocente e salvare dei corrotti” ha scritto il capo dello stato. “Qual è la loro legittimità?” si chiede Rousseff, che negli ultimi giorni ha accusato esplicitamente il suo vice Michel Temer e il presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, di essere “il capo e il sottocapo” della congiura ai suoi danni.
Il nome di Temer, che sostituirebbe la presidente se fosse destituita ed è capo dei centristi del PMDB (Partito del Movimento Democratico del Brasile) che hanno abbandonato la maggioranza di governo a marzo, compare nelle carte dell’inchiesta Petrobras in relazione a vendite illegali di etanolo. Cunha, rappresentante della destra del PMDB e membro di una chiesa evangelica neo-pentecostale vicina agli interessi statunitensi e molto attiva nelle campagne contro le sinistre, è a sua volta accusato di “corruzione e riciclaggio di denaro sporco” nell’inchiesta Petrobras, l’azienda energetica statale al centro di numerose inchieste.
Dilma Rousseff, ex guerrigliera durante la dittatura militare di estrema destra (1964-85) e dirigente storica del Partido dos Trabalhadores, è accusata invece dall’opposizione di destra di aver truccato i conti pubblici del 2014, anno della sua rielezione, e dell’inizio del 2015, ma non di corruzione. La stessa accusa – aver truccato i conti – del resto, pende sul leader del PMDB e vicepresidente Michel Temer, a sua volta passibile di impeachment.
Inoltre, va sottolineato che sui 65 membri che formano la commissione parlamentare che ha dato parere favorevole all’impeachment, ben 36 – quasi tutti appartenenti alle opposizioni conservatrici – sono incriminati o già condannati per reati di corruzione e simili ed in totale sono circa 300 i deputati e una cinquantina i senatori implicati in inchieste di vario tipo. Tra questi anche il presidente del senato, Renan Calheiros (anche lui del PMDB), indagato per le tangenti di Petrobras nella cosiddetta tangentopoli brasiliana ribattezzata dai media “Lava Jato”.
Ieri Dilma Rousseff ha deciso di annullare la sua partecipazione alla manifestazione organizzata dai suoi sostenitori accampati presso lo stadio di Brasilia Mané Garrincha in uno spazio che è stato ribattezzato “Accampamento Nazionale per la Difesa della Democrazia”; al suo posto ad arringare i manifestanti di sinistra mobilitati dal “Frente Brasil Popular” è andato il suo predecessore e leader storico del Pt Luiz Inacio Lula da Silva, a sua volta indagato per appropriazione indebita.
Mancano poche ore al verdetto che potrebbe ribaltare i rapporti di forza politici nel paese più importante – dal punto di vista economico e geopolitico – dell’America Latina e che potrebbe innescare un conflitto anche nelle strade del Brasile, dove finora le manifestazioni degli opposti schieramenti si sono svolte senza particolari incidenti. Per destituire la presidente occorre che a votare a favore siano almeno i due terzi dei membri della Camera bassa, cioè 342 deputati su 533, e poi la decisione dovrebbe comunque essere confermata dal Senato, in questo caso a maggioranza semplice.
Fino a qualche giorno fa sembrava che le opposizioni non avessero i numeri sufficienti ma poi, dopo che il governo aveva già perso il sostegno del PMDB alcune settimane fa, anche il Partito Progressista, una delle principali formazioni della maggioranza di governo e forte di 47 parlamentari ha deciso di abbandonare la coalizione e di sostenere l’impeachment.
Non solo il Partito dei Lavoratori, ma anche i partiti di sinistra ed estrema sinistra – che pure criticano l’esecutivo e rimproverano al PT di aver rinunciato a varare le riforme strutturali e sociali di cui il paese ha bisogno e di essersi legato eccessivamente agli interessi delle classi medie e del grande capitale nazionale che ora sembrano voltargli le spalle – accusano le destre e gli ambienti oligarchici di strumentalizzare le inchieste per corruzione allo scopo di fomentare un colpo di Stato istituzionale e riconquistare così il potere. A Dilma Rousseff è arrivato il sostegno del segretario generale della Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro, secondo il quale la presidente “Non è accusata, incriminata da nessun tribunale del Paese, mentre molti di coloro che la mettono sotto accusa al Congresso sono a loro volta sotto indagine”. I vari governi del Sud America, e in particolare quelli dell’Alba, sono assai preoccupati che un cambio di governo coatto a Brasilia colpisca al cuore, dopo la vittoria delle destre in Argentina, i vari progetti di integrazione progressista del continente, riportando in auge i settori favorevoli ad un ritorno nell’orbita degli interessi economici, politici e militari statunitensi.
Negli ultimi giorni, pur ribadendo il sostegno al governo, alcune importanti organizzazioni sindacali e popolari – tra i quali il sindacato CUT e il Movimento dei lavoratori senza terra – hanno chiesto al PT e a Dilma Rousseff di abbandonare la via del compromesso con i centristi e con la potente lobby dell’agrobusiness e di imboccare finalmente la strada delle riforme sociali, a partire da quella agraria, mai varata dai laburisti nonostante le promesse.
Molto interessante la lettura che Joao Pedro Stedile, leader storico dell’MST (Movimento Sem Terra) dà della situazione brasiliana in una intervista pubblicata alcuni giorni fa da Geraldina Colotti sul quotidiano Il Manifesto:
Ieri, alla vigilia del cruciale voto del parlamento di Brasilia, è stata la stessa Dilma Rousseff a passare all’attacco con un duro messaggio rivolto contro i fautori di quella che ha definito una “avventura golpista” e rivolgendo un appello alla mobilitazione dei suoi sostenitori mentre i manifestanti di destra continuano a invocare l’intervento dell’esercito contro i ‘rossi corrotti’.
“L’accusa nei miei confronti all’esame del Congresso è la più grande frode giuridica e politica della storia del Paese” ha tuonato il capo dello Stato in un video diffuso all’alba dal PT, al potere da 13 anni in coalizione con altre forze politiche più moderate o apertamente liberiste. Nel video – che la tv pubblica alla fine non ha trasmesso dopo le proteste delle opposizioni – la presidente ha chiesto a brasiliani di “seguire con attenzione gli avvenimenti”, ma “soprattutto nella calma e in pace”. “I leader golpisti hanno detto che se riescono a usurpare il potere sarà necessario imporre sacrifici alla popolazione (…). Sono disposti a violare la democrazia e a sfasciare la Costituzione, diffondendo l’intolleranza, l’odio e la violenza”, ha accusato il capo dello Stato secondo la quale le destre mirano a revocare i programmi sociali implementatati negli ultimi anni dal governo e che, anche se in maniera insufficiente e contraddittoria, hanno sottratto milioni di brasiliani alla povertà estrema.
In un editoriale pubblicato ieri sul quotidiano Folha de S. Paulo, inoltre, Rousseff ha accusato direttamente coloro che stanno gestendo la procedura di impeachment di voler prendere il potere per sfuggire alle accuse di corruzione che pesano su di essi, sviando così le responsabilità dai veri responsabili della grave crisi che scuote il paese. “Vogliono condannare un’innocente e salvare dei corrotti” ha scritto il capo dello stato. “Qual è la loro legittimità?” si chiede Rousseff, che negli ultimi giorni ha accusato esplicitamente il suo vice Michel Temer e il presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, di essere “il capo e il sottocapo” della congiura ai suoi danni.
Il nome di Temer, che sostituirebbe la presidente se fosse destituita ed è capo dei centristi del PMDB (Partito del Movimento Democratico del Brasile) che hanno abbandonato la maggioranza di governo a marzo, compare nelle carte dell’inchiesta Petrobras in relazione a vendite illegali di etanolo. Cunha, rappresentante della destra del PMDB e membro di una chiesa evangelica neo-pentecostale vicina agli interessi statunitensi e molto attiva nelle campagne contro le sinistre, è a sua volta accusato di “corruzione e riciclaggio di denaro sporco” nell’inchiesta Petrobras, l’azienda energetica statale al centro di numerose inchieste.
Dilma Rousseff, ex guerrigliera durante la dittatura militare di estrema destra (1964-85) e dirigente storica del Partido dos Trabalhadores, è accusata invece dall’opposizione di destra di aver truccato i conti pubblici del 2014, anno della sua rielezione, e dell’inizio del 2015, ma non di corruzione. La stessa accusa – aver truccato i conti – del resto, pende sul leader del PMDB e vicepresidente Michel Temer, a sua volta passibile di impeachment.
Inoltre, va sottolineato che sui 65 membri che formano la commissione parlamentare che ha dato parere favorevole all’impeachment, ben 36 – quasi tutti appartenenti alle opposizioni conservatrici – sono incriminati o già condannati per reati di corruzione e simili ed in totale sono circa 300 i deputati e una cinquantina i senatori implicati in inchieste di vario tipo. Tra questi anche il presidente del senato, Renan Calheiros (anche lui del PMDB), indagato per le tangenti di Petrobras nella cosiddetta tangentopoli brasiliana ribattezzata dai media “Lava Jato”.
Ieri Dilma Rousseff ha deciso di annullare la sua partecipazione alla manifestazione organizzata dai suoi sostenitori accampati presso lo stadio di Brasilia Mané Garrincha in uno spazio che è stato ribattezzato “Accampamento Nazionale per la Difesa della Democrazia”; al suo posto ad arringare i manifestanti di sinistra mobilitati dal “Frente Brasil Popular” è andato il suo predecessore e leader storico del Pt Luiz Inacio Lula da Silva, a sua volta indagato per appropriazione indebita.
Mancano poche ore al verdetto che potrebbe ribaltare i rapporti di forza politici nel paese più importante – dal punto di vista economico e geopolitico – dell’America Latina e che potrebbe innescare un conflitto anche nelle strade del Brasile, dove finora le manifestazioni degli opposti schieramenti si sono svolte senza particolari incidenti. Per destituire la presidente occorre che a votare a favore siano almeno i due terzi dei membri della Camera bassa, cioè 342 deputati su 533, e poi la decisione dovrebbe comunque essere confermata dal Senato, in questo caso a maggioranza semplice.
Fino a qualche giorno fa sembrava che le opposizioni non avessero i numeri sufficienti ma poi, dopo che il governo aveva già perso il sostegno del PMDB alcune settimane fa, anche il Partito Progressista, una delle principali formazioni della maggioranza di governo e forte di 47 parlamentari ha deciso di abbandonare la coalizione e di sostenere l’impeachment.
Non solo il Partito dei Lavoratori, ma anche i partiti di sinistra ed estrema sinistra – che pure criticano l’esecutivo e rimproverano al PT di aver rinunciato a varare le riforme strutturali e sociali di cui il paese ha bisogno e di essersi legato eccessivamente agli interessi delle classi medie e del grande capitale nazionale che ora sembrano voltargli le spalle – accusano le destre e gli ambienti oligarchici di strumentalizzare le inchieste per corruzione allo scopo di fomentare un colpo di Stato istituzionale e riconquistare così il potere. A Dilma Rousseff è arrivato il sostegno del segretario generale della Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro, secondo il quale la presidente “Non è accusata, incriminata da nessun tribunale del Paese, mentre molti di coloro che la mettono sotto accusa al Congresso sono a loro volta sotto indagine”. I vari governi del Sud America, e in particolare quelli dell’Alba, sono assai preoccupati che un cambio di governo coatto a Brasilia colpisca al cuore, dopo la vittoria delle destre in Argentina, i vari progetti di integrazione progressista del continente, riportando in auge i settori favorevoli ad un ritorno nell’orbita degli interessi economici, politici e militari statunitensi.
Negli ultimi giorni, pur ribadendo il sostegno al governo, alcune importanti organizzazioni sindacali e popolari – tra i quali il sindacato CUT e il Movimento dei lavoratori senza terra – hanno chiesto al PT e a Dilma Rousseff di abbandonare la via del compromesso con i centristi e con la potente lobby dell’agrobusiness e di imboccare finalmente la strada delle riforme sociali, a partire da quella agraria, mai varata dai laburisti nonostante le promesse.
Molto interessante la lettura che Joao Pedro Stedile, leader storico dell’MST (Movimento Sem Terra) dà della situazione brasiliana in una intervista pubblicata alcuni giorni fa da Geraldina Colotti sul quotidiano Il Manifesto:
“Se il governo e le forze popolari perdono, assume il comando la destra più neoliberista che c’è, formata dal Pmsdb, dal Psdb e dal peggio che abbiamo in politica. Temer e Cunha taglierebbero i diritti, privatizzerebbero il petrolio del pre-sal, le idroelettriche. Sarebbe il governo dei più corrotti. E questo può portare a una nuova ondata di proteste, perché la maggioranza delle persone che ha manifestato, compreso chi è sceso in piazza contro Dilma, è contro la corruzione che questi signori incarnano. Secondo un’indagine, i politici hanno una credibilità dello 0,01%. Anche la destra non è unita ed è toccata dalla crisi. In un paese di forti disuguaglianze, ereditate dal periodo coloniale e dallo schiavismo, l’1% della borghesia più ricca controlla il 58% dell’economia. C’è un potere economico, esercitato dalle imprese, dagli imprenditori più reazionari.Fonte
E abbiamo un 8% di piccola borghesia incarognita nei confronti dei poveri dai quali vuole sempre distinguersi. Siamo l’unico paese al mondo che ha ancora un ascensore diverso per i domestici e i cani. Un odio latente che covava nelle classi medie, è stato sdoganato dai grandi media. Un odio che è anche razzista, perché la maggioranza dei poveri, da noi, è composta da negri, afrodiscendenti, mulatti o indigena. Si comincia con l’umiliare nelle case la domestica negra, quella che, con il grembiule, spingeva il passeggino del figlio della coppia borghese alla manifestazione del 13 marzo contro il governo. Al mio indirizzo, gridano: «Comunista, invasore di terre, vattene a Cuba…»
Abbiamo poi un parlamento molto conservatore e staccato dalla sua base elettorale. E un nucleo ideologico più compatto, che sta orientando le altre forze della destra: quello formato dal Pubblico ministero, dal giudice Sergio Moro, associato alla Globo. I media sono controllati da questo nocciolo duro e vengono usati come principale arma contro i lavoratori e per attizzare il golpe istituzionale. (…). La conciliazione è finita. Dilma dovrà tornare al programma per cui è stata eletta, più attento ai settori popolari. In ogni modo, la crisi del modello continuerà, ma avremo tre anni per discutere di un altro progetto di paese. In ogni caso, maggio sarà un mese determinante”.
20/03/2016
Brasile. “Corruzione” vs “golpe”: piazze contrapposte e tensione alta
Si fa sempre più tesa la situazione in Brasile dove negli ultimi giorni si è aperto uno scontro interistituzionale sulla nomina dell’ex presidente Lula alla carica di primo ministro del governo Rousseff e dove praticamente ogni giorno milioni di persone scendono in piazza a favore e – almeno fino a qualche giorno fa – contro l’esecutivo. Da una parte milioni di persone, appartenenti per lo più alla piccola e media borghesia, schierate “contro la corruzione” e favorevoli alla spallata giudiziaria al governo; dall’altra parecchie centinaia di migliaia di militanti dei partiti di sinistra e dei sindacati che difendono l’esecutivo denunciando le strumentalizzazioni dell’opposizione ultraliberista e un “golpe strisciante” da parte degli ambienti oligarchici e delle destre.
L’altro ieri, dopo una lunga serie di mobilitazioni da parte dei movimenti di destra sostenuti dai grandi media e dai governatori di vari stati e città che hanno concesso metropolitane gratuite, più di un milione di persone ha manifestato in 55 città del Brasile contro l’offensiva reazionaria. Poco prima la polizia in assetto antisommossa aveva disperso con idranti e granate stordenti alcune centinaia di manifestanti di destra che da 48 ore occupavano l’Avenida Paulista, una delle strade più importanti di San Paolo.
A innescare l’ennesima escalation è stato un mandato d’arresto emesso nei confronti del leader del Partito dei Lavoratori, accusato di aver intascato una lauta tangente. Per evitarne l’arresto Dilma Rousseff ha nominato l’ex presidente ‘capo di gabinetto’ del suo esecutivo. Una nomina bloccata dal giudice Itagiba Catta Preta Neto, mentre i media diffondevano la registrazione di una telefonata tra il presidente e l’ex capo di stato in cui Rousseff annunciava la misura che però Lula avrebbe dovuto utilizzare solo “in caso di bisogno”. Una nomina strumentale e quindi non valida, secondo Catta Preta Neto. Ma non per un altro magistrato, il giudice federale Candido Ribeiro, che invece ha azzerato la decisione del suo collega. Ma con un altro colpo di scena ieri un giudice della Corte Suprema ha sospeso l’ingresso nel governo di Lula, interpretandolo come una “forma di ostruzionismo alle misure giudiziarie” e una “possibile frode della costituzione”. Il giudice Gilmar Mendes ha ordinato quindi che l’inchiesta per “corruzione” e “riciclaggio” contro l’ex capo di stato, nell’ambito dello scandalo Petrobras (il gigante energetico statale di Brasilia), vada avanti per la via ordinaria. La decisione di Mendes dovrà essere confermata o annullata da una maggioranza dei giudici della Corte suprema, ma la data non è stata ancora stabilita. Nel frattempo però Lula non potrà esercitare le sue funzioni come capo di gabinetto del governo.
Più che di un conflitto giudiziario si tratta di una frattura politica. D’altronde Catta Preto, così come il suo collega Sergio Moro (ribattezzato “il Di Pietro brasiliano”), sono vicini alla destra populista e sono sostenuti dai grandi media conservatori e dagli ambienti oligarchici che nel denunciare la corruzione dilagante tendono a mettere in evidenza esclusivamente le responsabilità – indubbiamente molto gravi – del Partito dei Lavoratori al governo minimizzando quelle degli esponenti degli altri partiti. E questo nonostante due anni di inchieste abbiano incastrato non solo ministri e dirigenti del centrosinistra ma anche pezzi da novanta dei partiti del centrodestra e della destra – in particolare del Partido da Social Democracia Brasileira – gli stessi che ora cavalcano l’ondata popolare giustizialista facendo appello a slogan nazionalisti.
Intanto anche la stessa presidente, Dilma Rousseff, è nel mirino di un procedimento di impeachment per corruzione che andrà avanti però solo se all’interno dell’apposita commissione parlamentare d’inchiesta i fautori della sospensione di sei mesi per l’attuale capo dello stato raggiungeranno i due terzi dei componenti.
Mentre il PT tenta di serrare i ranghi e grida al complotto, citando una strategia di destabilizzazione istituzionale che la destra sta portando avanti in maniera coordinata in tutta l’America Latina e che è già costata la presidenza ai riformisti in Argentina e la maggioranza parlamentare ai bolivariani in Venezuela, le sinistre, pur critiche nei confronti della degenerazione del Partito dei Lavoratori denunciano comunque il pericolo che la mobilitazione reazionaria di massa contro l’esecutivo punti a un esplicito rovesciamento degli equilibri politici con l’obiettivo di riportare al potere gli ambienti più reazionari. Significativa la presa di posizione del Movimento dei “Sem Terra”, i braccianti senza terra guidati da Joao Pedro Stedile che, pur critici nei confronti del PT – che ha disatteso la maggior parte delle promesse di riforma sociale e di redistribuzione del reddito che avevano contraddistinto l’ascesa al potere dei laburisti – invitano i militanti sindacali e di sinistra a scendere in piazza contro l’ondata reazionaria il prossimo 31 marzo, anniversario del colpo di stato militare del 1964. Che una parte importanti dei leader giustizialisti si richiami all’esperienza della dittatura militare non è un segreto, basti vedere gli slogan della piazza ‘anticorruzione’ che si appella da anni all’intervento dei militari e delle ‘forze sane della nazione’ per ristabilire legge e ordine. Il paese, afferma il documento-appello diffuso da Stedile, è scosso da una grave crisi economica, sociale, politica e ambientale che colpisce tutta la società e che è anche il risultato della crisi mondiale del capitalismo, della situazione di dipendenza del paese, oltre che di una politica economica sbagliata del governo e all’avidità dei capitalisti. «I settori della borghesia, che dominano l’economia e sono allineati con il capitale straniero, vogliono il ritorno del neoliberismo. Tuttavia, non possono dire esplicitamente al popolo che vogliono privatizzare la Petrobras e diminuire le risorse pubbliche (…) un pezzo della società, la cosiddetta piccola borghesia è andata in strada, a gridare il suo odio per spingere la popolazione a manifestare contro il governo predicando chiaramente il golpe. Travolgere Dilma è una loro necessità per riprendere il controllo dell’esecutivo, delle leggi» afferma lo storico leader dei Sem Terra segnalando gli aspetti strutturali del conflitto che, secondo alcuni analisti, potrebbe scatenare una sorta di ‘guerra civile’ nel più grande e importante paese dell’America Latina.
Nelle ultime ore il presidente della Bolivia ha chiesto di tenere un summit straordinario dei Paesi dell’America del Sud per difendere la presidente brasiliana Dilma Rousseff e il suo predecessore Luiz Inacio Lula da Silva. Evo Morales ha invitato il suo omologo dell’Uruguay, Tabare Vazquez, presidente di turno dell’Unasur, ad indire un vertice straordinario dell’Unione delle nazioni sudamericane “per difendere la democrazia in Brasile, per difendere Dilma, per difendere la pace, per difendere il compagno Lula e tutti i lavoratori”. Morales ha quindi espresso l’auspicio che Vazquez “ci convochi presto in Brasile per esprimere la nostra solidarietà ed evitare un golpe parlamentare o giudiziario” contro il governo. Uruguay, Venezuela ed Ecuador hanno già espresso pubblicamente il loro sostegno alla presidente brasiliana, mentre il segretario generale dell’Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha espresso solidarietà a Lula, vittima di “linciaggio mediatico”.
Di seguito vi proponiamo una interessante intervista realizzata da Geraldina Colotti con Ricardo Antunes
*****
Antunes: «Dilma è pulita, Lula va difeso ma il Pt no»
Geraldina Colotti – il Manifesto del 18 marzo 2016
Ricardo Antunes si definisce un intellettuale «militante, indipendente vicino al Partido Socialismo e Liberdade (Psol), un po’ simile alla vostra Rifondazione Comunista». Sociologo di fama mondiale consultato da movimenti e sindacati, ha scritto molti libri sulla «nuova morfologia del lavoro», tradotti anche in Italia (tra l’altro da Jaca Book e da Punto Rosso, che ha recentemente mandato in stampa Il lavoro e i suoi sensi, prefazione di Istvan Meszaros). Profondo conoscitore della realtà del suo paese (è nato a San Paolo nel 1953) e anche di quella italiana, ha militato a lungo nel Partito dei lavoratori (Pt), di cui fanno parte Lula da Silva e Dilma Rousseff.
Lula è nominato capo di gabinetto di Rousseff e un giudice sospende la nomina. Qual è la situazione in Brasile?
Profondamente critica, drammatica. C’è una crisi economica, sociale e politica e un’articolazione profonda fra i tre livelli. Il Brasile ha fatto registrare una crescita negativa di quasi il 4% in meno: una tragedia che ha provocato un aumento della disoccupazione, dopo un periodo positivo tra il 2002 e il 2012. Dal 2014 all’inizio del 2015, soprattutto tra gennaio e febbraio, la disoccupazione ha preso proporzioni preoccupanti, colpendo soprattutto i giovani tra i 18 e i 25 anni: il 20% della gioventù oggi è senza lavoro, una situazione che va sempre più assomigliando a quella dell’Europa. Le misure prese dal governo di Dilma da gennaio 2015 sono state contro i lavoratori e le lavoratrici, con misure di austerità pronunciate e tassi di interessi delle banche più alti del mondo, che hanno portato 60 milioni di persone a indebitarsi senza rimedio. Una situazione di crisi strutturale e profonda. Il secondo elemento è stata l’esplosione dello scandalo del Lava Jato, un’azione giudiziaria partita dallo stato di Paranà, influenzato da quello che da voi è stata Mani pulite. Un’operazione che è arrivata al nucleo centrale del Pt e del governo. La corruzione in Brasile è praticata dalla destra da quando questa esiste, dai tempi dell’impero coloniale e della dominazione portoghese. Ma il Pt, nel 1980, è nato promettendo una forte rottura etica con questa pratica, e presentandosi come un partito di sinistra di classe. Purtroppo, 36 anni dopo è attraversato da una profonda corruzione. L’unica persona che non ha avuto un coinvolgimento personale è Dilma. Viene attaccata perché durante le sue campagne elettorali, nel 2010 e nel 2014 avrebbe usufruito dei proventi di tangenti legate alla corruzione di Petrobras. Da ieri il quadro politico si è ulteriormente complicato perché la polizia federale, su mandato del giudice Sergio Moro, ha diffuso intercettazioni telefoniche prese dal cellulare della presidente e da quello di Lula: in cui non c’è prova che Dilma abbia voluto Lula nel governo per intralciare l’azione della magistratura. Ma nell’azione più rapida mai compiuta in Brasile dalla polizia federale, dopo la nomina di Lula sono state diffuse le registrazioni su tutti i grandi media. La costituzione proibisce di intercettare le conversazioni della presidente e non è mai successo che venissero anche diffuse.
Però è vero che Lula al governo si salva dalla magistratura?
È vero che può evitare di essere giudicato dallo stato del Paranà e che può essere giudicato dal Tribunale federale, la più alta istanza del paese. Il processo contro Lula è proposto dal Ministero Pubblico di San Paolo che non ha poteri giudicanti ma può fornire elementi per un posteriore giudizio. Ma ora, in questa situazione di eccezione e di grande arbitrarietà, tutto può succedere. Se si dimostra che la nomina è avvenuta per intralciare la magistratura, non c’è impunità che tenga. Il giudice Sergio Moro ha giurato di farla finita con Lula e con il Pt: non inventa le accuse, ma le direziona a senso unico. Dilma ha proposto l’incarico a Lula perché il suo governo è in crisi profonda e spera di avvantaggiarsi del prestigio che Lula ha in alcuni settori popolari: un prestigio molto diminuito, ma ancora grande e con tratti messianici, che l’ex sindacalista ha alimentato. Voglio essere chiaro. Siamo al limite di una situazione di golpe istituzionale, c’è una forte politicizzazione della magistratura che mette in carcere gli imputati premendo su di loro finché non si pentono: così fanno dei nomi e usufruiscono della legislazione premiale.
Domenica scorsa ci sono state massicce manifestazioni contro il governo, chi è sceso in piazza?
Come hanno indicato anche inchieste dei giornali di opposizione, si è trattato in maggioranza di classe media, di destra, i giovani delle periferie anche se sono scontenti non c’erano. Per questo, come altri di movimenti molto critici col Pt, scenderò in piazza per evitare che la situazione precipiti con la caduta del governo. Però non andrò in piazza per difendere le politiche del Pt. Ne conosco bene gli ingranaggi, ci sono stato fino al 2002. Oggi i punti positivi che esistevano in passato sono quasi inesistenti. È vero, c’è la Bolsa familia che ha tirato fuori dalla povertà 70 milioni di persone, ma si è trattato di un piano assistenziale. Il Pt è stato il servo ubbidiente del peggior tipo di borghesia finanziaria, industriale, agraria, commerciale con la quale ha avuto grandi affinità elettive. Lula aveva ragione quando ha detto che durante i suoi governi le banche sono diventate ricche come mai prima. Ha avuto una relazione ombelicale con la borghesia delle grandi opere. La tragedia per il Pt è stata che questa situazione ha coinciso con l’operazione Lava Jato che ha portato in carcere anche i grandi costruttori. Il Pt ha voluto flirtare con il demonio, ma ora il demonio ha preso il sopravvento e sta cercando di portarlo all’inferno. E questo, purtroppo, data la situazione di debolezza alla sua sinistra, ci penalizza tutti.
Il giudice Moro ha anche colpito in alto, non solo a sinistra, come mai?
Il suo è un moralismo di destra, crede in un capitalismo pulito, come se la corruzione e il malaffare non ne fossero un tratto costitutivo.
Cosa può succedere con Dilma? Le destre chiedono l’impeachment?
Il parlamento brasiliano vive il suo momento peggiore, inficiato dal pentecostalismo reazionario e corrotto. E da lì deve venir fuori la commissione che deve decidere se procedere con l’impeachment e decidere con maggioranza dei 2/3. Ma le destre spingono perché Dilma se ne vada prima.
Fonte
17/03/2015
Brasile - Corruzione, la destra cavalca la protesta
Sono “prove più che sufficienti” quelle che hanno motivato l'incriminazione formale del tesoriere del partito di governo, il Partito dei Lavoratori (Pt) della presidente Dilma Rousseff, João Vaccari. Lo hanno affermato oggi i procuratori che guidano la maxi inchiesta sullo scandalo per corruzione che ha colpito il colosso petrolifero nazionale, Petrobras. I magistrati hanno accusato Vaccari di aver sollecitato donazioni all’ex direttore dei servizi della società, Renato Duque, e a dirigenti di imprese accusate di aver intascato e canalizzato soldi provenienti dall’azienda. Secondo il pm Deltan Dallagnol, Vaccari era del tutto “consapevole” che le donazioni richieste sarebbero corrisposte a denaro ottenuto illegalmente, come confermerebbero una serie di dirigenti arrestati alla fine dello scorso anno che hanno accettato di patteggiare in cambio di sconti di pena. Grazie ai patteggiamenti, ha sottolineato Dallangol, 500 milioni di reais (154 milioni di dollari) indebitamente distratti torneranno allo Stato.
Se il Pt ha sempre sostenuto la provenienza legale di ogni donazione, il capo dello stato Dilma Rousseff ha più volte negato di essere a conoscenza della rete di corruzione all’interno della Petrobras quando ne era la presidente, fra il 2003 e il 2010. Ma i continui arresti e le indagini della magistratura a carico di esponenti dei partiti di governo (e a dir la verità anche di quelli dell’opposizione di destra) hanno fatto salire la pressione sull’esecutivo, come hanno dimostrato le recenti e massicce proteste di piazza andate in scena ieri in quasi 150 diverse località del Brasile, dopo che venerdì erano stati i sostenitori della presidenza e del Pt a scendere in piazza ma non altrettanto numerosi.
Evidentemente, le varie centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato ieri contro la corruzione – forse un po’ meno dei ‘2 milioni’ vantati dalla stampa padronale – non erano tutte di destra. Da tempo ormai il malcostume e gli scandali contraddistinguono la politica di un governo a guida Pt – e alleato con forze centriste – che se è riuscito a risollevare le sorti del paese dal punto di vista economico e a favorire l’espansione delle classi medie e la relativa diminuzione della povertà assoluta, non ha saputo e voluto cambiare radicalmente la struttura di una società dominata da profondissime ineguaglianze.
Ma è anche vero che a sfruttare e a strumentalizzare il malcontento proprio delle classi medie per una gestione della cosa pubblica costellata di episodi di corruzione è quella destra che non è affatto estranea al sistema delle tangenti e alle collusioni tra impresa e politica. Basti vedere le appartenenze politiche di molti dei personaggi politici finiti nella rete delle inchieste. Eppure la destra brasiliana sembra stia riuscendo a cavalcare la protesta sfociata in una delle mobilitazioni di piazza più partecipate degli ultimi tempi, dove hanno trovato cittadinanza parole d’ordine e slogan che in realtà prendono di petto Rousseff e il Pt in quanto di sinistra, invocando addirittura l’intervento dei militari. Se la protesta contro la corruzione sembra essere genuina tra i settori meno militanti così non pare per quanto riguarda gli stati generali della destra e dell’estrema destra, che tentano di utilizzare le mobilitazione per accreditarsi come alternativa al caos e di dare una spallata di piazza ad un partito – quello dei Lavoratori – che non sono riusciti a battere all’interno delle urne neanche tre mesi fa. La stampa brasiliana riporta ad esempio di assalti contro le sedi del Pt in alcune località o di aggressioni nei confronti di militanti e dirigenti petisti in altre, indice di un clima che si sta velocemente surriscaldando.
La sinistra radicale e ambientalista brasiliana critica ormai anche ferocemente la deriva moderata del partito che fu di Lula, i rapporti con l’agrobusiness, la verve neoliberista e all’insegna dell’austerity del ministro dell’Economia Joaquim Levy, i ritardi nell’adozione di riforme sociali più volte promesse e mai realizzate. Ma allo stesso tempo teme il montare di una destra sempre più aggressiva e spregiudicata che non nasconde i propri legami con una dittatura militare conclusasi solo nel 1985. Non è sfuggita ai più l’enorme differenza tra le manifestazioni del giugno 2013 – quando più di un milione di persone protestarono contro lo sperpero di denaro pubblico per i mondiali di calcio chiedendo più investimenti pubblici per trasporti, istruzione e sanità – già infiltrate da alcuni settori della destra meno identitaria e quelle di ieri, apertamente inneggianti alla destituzione di una Rousseff accostata in slogan e cartelli a Castro e Chavez.
Fonte
Se il Pt ha sempre sostenuto la provenienza legale di ogni donazione, il capo dello stato Dilma Rousseff ha più volte negato di essere a conoscenza della rete di corruzione all’interno della Petrobras quando ne era la presidente, fra il 2003 e il 2010. Ma i continui arresti e le indagini della magistratura a carico di esponenti dei partiti di governo (e a dir la verità anche di quelli dell’opposizione di destra) hanno fatto salire la pressione sull’esecutivo, come hanno dimostrato le recenti e massicce proteste di piazza andate in scena ieri in quasi 150 diverse località del Brasile, dopo che venerdì erano stati i sostenitori della presidenza e del Pt a scendere in piazza ma non altrettanto numerosi.
Evidentemente, le varie centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato ieri contro la corruzione – forse un po’ meno dei ‘2 milioni’ vantati dalla stampa padronale – non erano tutte di destra. Da tempo ormai il malcostume e gli scandali contraddistinguono la politica di un governo a guida Pt – e alleato con forze centriste – che se è riuscito a risollevare le sorti del paese dal punto di vista economico e a favorire l’espansione delle classi medie e la relativa diminuzione della povertà assoluta, non ha saputo e voluto cambiare radicalmente la struttura di una società dominata da profondissime ineguaglianze.
Ma è anche vero che a sfruttare e a strumentalizzare il malcontento proprio delle classi medie per una gestione della cosa pubblica costellata di episodi di corruzione è quella destra che non è affatto estranea al sistema delle tangenti e alle collusioni tra impresa e politica. Basti vedere le appartenenze politiche di molti dei personaggi politici finiti nella rete delle inchieste. Eppure la destra brasiliana sembra stia riuscendo a cavalcare la protesta sfociata in una delle mobilitazioni di piazza più partecipate degli ultimi tempi, dove hanno trovato cittadinanza parole d’ordine e slogan che in realtà prendono di petto Rousseff e il Pt in quanto di sinistra, invocando addirittura l’intervento dei militari. Se la protesta contro la corruzione sembra essere genuina tra i settori meno militanti così non pare per quanto riguarda gli stati generali della destra e dell’estrema destra, che tentano di utilizzare le mobilitazione per accreditarsi come alternativa al caos e di dare una spallata di piazza ad un partito – quello dei Lavoratori – che non sono riusciti a battere all’interno delle urne neanche tre mesi fa. La stampa brasiliana riporta ad esempio di assalti contro le sedi del Pt in alcune località o di aggressioni nei confronti di militanti e dirigenti petisti in altre, indice di un clima che si sta velocemente surriscaldando.
La sinistra radicale e ambientalista brasiliana critica ormai anche ferocemente la deriva moderata del partito che fu di Lula, i rapporti con l’agrobusiness, la verve neoliberista e all’insegna dell’austerity del ministro dell’Economia Joaquim Levy, i ritardi nell’adozione di riforme sociali più volte promesse e mai realizzate. Ma allo stesso tempo teme il montare di una destra sempre più aggressiva e spregiudicata che non nasconde i propri legami con una dittatura militare conclusasi solo nel 1985. Non è sfuggita ai più l’enorme differenza tra le manifestazioni del giugno 2013 – quando più di un milione di persone protestarono contro lo sperpero di denaro pubblico per i mondiali di calcio chiedendo più investimenti pubblici per trasporti, istruzione e sanità – già infiltrate da alcuni settori della destra meno identitaria e quelle di ieri, apertamente inneggianti alla destituzione di una Rousseff accostata in slogan e cartelli a Castro e Chavez.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)