Per un approfondimento, si rinvia anche a Brancaccio, E. (2012). “Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo. Brevi note sulla MMT”, Intervento alla Conferenza ‘MMT Calabria Europa”, 30 novembre.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/06/2014
Brancaccio: intervista sulla MMT
Si è discusso negli ultimi tempi della cosiddetta “Modern Money Theory” (MMT). Ispirata da alcune intuizioni del finanziere Warren Mosler e sistematizzata in campo accademico da Randall Wray ed altri, la MMT può essere in realtà considerata un caso particolare della teoria Post-Keynesiana. Si tratta di un caso fondato su alcune estremizzazioni teoriche, che danno luogo a risultati peculiari anche sul versante della politica economica. Una delle critiche che possono essere rivolte alla MMT verte sul fatto che, almeno nelle sue versioni più elementari, questa teoria sembra supporre che la semplice flessibilità del tasso di cambio sia in grado di risolvere i problemi derivanti dall’attuazione di politiche espansive a livello nazionale e dal possibile accumulo conseguente di disavanzi verso l’estero. In realtà la storia ci dice che il cambio flessibile non rappresenta uno strumento sufficiente per tenere in equilibrio i conti verso l’estero. In assenza di coordinamento internazionale, una politica espansiva nazionale dovrebbe essere accompagnata da meccanismi di controllo dei movimenti di capitali e, laddove necessario, anche di merci. Una intervista di VoxPopuli a Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).
Per un approfondimento, si rinvia anche a Brancaccio, E. (2012). “Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo. Brevi note sulla MMT”, Intervento alla Conferenza ‘MMT Calabria Europa”, 30 novembre.
Per un approfondimento, si rinvia anche a Brancaccio, E. (2012). “Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo. Brevi note sulla MMT”, Intervento alla Conferenza ‘MMT Calabria Europa”, 30 novembre.
23/03/2014
La crisi vista da Joseph Halevi
Joseph Halevi non è soltanto un ottimo docente di economia, ma un profondo analista del capitalismo contemporaneo. In questa intervista, malauguratamente chiestagli da sprovveduti sostenitori della Modern Monetary Theory (Mmt, quella che ha come profeta italiano il giornalista Paolo Barnard), demolisce con grande semplicità il suo interlocutore e numerosi “luoghi comuni” che anche “a sinistra” vengono condivisi senza alcuna riflessione.
Nell'ordine:
a) non è vero che viviamo in un'epoca di “riduzione dell'intervento dello Stato nell'economia”; anzi, mai come ora lo Stato – o “organismi statuali insindacabili (come quelli dell’UE) hanno aumentato la loro azione ed ingerenza negli affari economici” - interviene attivamente per rovesciare i rapporti a favore delle imprese e del capitale finanziario;
b) è vero semmai che i poteri statuali hanno smesso di funzionare secondo i princìpi della democrazia rappresentativa, eliminando ogni finzione di “compromesso sociale”;
c) non è la “stagnazione salariale” - quindi la riduzione dei consumi – ad aver “causato” la crisi globale e l'indebitamento, ma quest'ultimo ad essere usato come “sostegno alla crescita globale”;
d) neanche l'euro, pertanto, è una “causa” della crisi dei paesi più deboli del continente, ma è solo lo strumento attraverso cui è stata imposta – e viene ora accresciuta – la compressione dei salari;
e) l'analisi economica è impotente se ignora – come fa sempre – la struttura legale-istituzionale dei sistemi analizzati; questo vale soprattutto per quei “sinistri radicali” che vorrebbero tenersi stretta questa Unione Europea (confusa sistematicamente con l'”Europa”, come se l'Italia fosse lo “Stato italiano”), ma senza le politiche che sono inscritte nei trattati “costituenti” la stessa Ue;
f) l'unico keynesismo davvero esistito è quello militare;
g) la Mmt è aria fritta;
h) lasciata a se stessa, la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione tenderebbe alla schiavitù, per questo dunque sono necessari i sindacati; purtroppo, quelli esistenti o sono corrotti, oppure sono ancora troppo deboli, quindi insufficienti a rappresentare un ostacolo serio. Possiamo discutere soltanto sul se un cambiamento di questa situazione sia “impossibile”, come dice Joseph, oppure “semplicemente” difficilissimo. Qui c'è la cruna dell'ago: ci passerà il cammello?
*****
1) Prof. Halevi, in un suo lavoro scritto con Riccardo Bellofiore dal titolo “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, sostenete che, con la grande crisi capitalistica del 2007-2008, siamo dinanzi alla terza crisi della teoria economica. Può spiegarci, brevemente, cosa intendete? Quali sono state, invece, le prime due crisi?
La crisi del 2007 è, ovviamente, anche una crisi di tutti quegli approcci teorici che celebravano l’efficienza dei mercati finanziari come trasmettitori di informazioni affidabili per non dire perfette. Ma questo non sarebbe un granché. La fase apertasi col 2007 mette in crisi anche le visioni secondo cui, dal 1980 in poi, cioè con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, il sistema economico sarebbe stato gestito da politiche neoliberiste volte a ridurre il ruolo dello Stato a favore del mercato.
Invece no, per molti versi lo Stato o organismi statuali insindacabili (come quelli dell’UE) hanno aumentato la loro azione ed ingerenza negli affari economici intervenendo attivamente nello spostamento dei rapporti economici e sociali a favore non solo del capitale in generale ma dei gruppi capitalistici prescelti (Bellofiore ha scritto delle cose fondamentali sulla falsa rappresentazione del neoliberismo da parte della sinistra). Infine si è dimostrata errata l’idea che la crisi sia il prodotto della moderazione e stagnazione dei salari (negli Usa prima e progressivamente anche in Europa) che ha spinto le famiglie ad indebitarsi. Credo che la dinamica sia stata differente. La stagnazione salariale e le trasformazioni finanziarie, sempre appoggiate dallo Stato fin nei minimi particolari, hanno permesso di acchiappare due piccioni con una fava. Da un lato la stagnazione salariale riduceva la pressione sul costo del lavoro e – cosa ben più importante del costo del lavoro – riduceva soprattutto la possibilità di resistenza organizzata alle decisioni manageriali.
Negli Stati Uniti, le delocalizzazioni industriali, prima verso il Messico poi, massicciamente, verso la Cina sono andate di pari passo con l’indebolimento salariale e sindacale che sono stati gli strumenti sociali usati per effettuare tali delocalizzazioni. In parole povere: non avrebbero potuto traslocare con questa facilità se i dipendenti non fossero stati già in crisi profonda tale da non poter offrire grande resistenza. Dall’altro lato le trasformazioni finanziarie, l’invenzione di nuove forme di moltiplicazione dei titoli, sempre rese possibili dalle politiche degli organismi statali, hanno creato ciò che Riccardo Bellofiore ha chiamato keynesismo finanziario privatizzato. In altri termini l’indebitamento non è stato soltanto l’elemento che ha controbilanciato la stagnazione salariale. E’ andato molto più in avanti. Il sistema giuridico statale ha dato facoltà alle società finanziarie di cercare e creare i soggetti da indebitare anche nelle classi di reddito più basse che altrimenti non avrebbero potuto accedere ad una tale massa di prestiti. In questo modo dagli USA è stata sostenuta la domanda effettiva MONDIALE: tramite le delocalizzazioni e con le conseguenti importazioni dal resto del mondo. A ben guardare i paesi che negli anni 1985-2007 hanno avuto un tasso di crescita degno di questo nome sono Cina, India, USA e pochi altri. Negli USA il tasso di crescita pro capite è stato moderato ma quello aggregato, che include l’aumento di popolazione è stato maggiore che in Europa o Giappone.
Pertanto il processo che è sfociato nella crisi del 2007 evidenzia come sia erronea la contrapposizione di capitalismo finanziario ad economia reale. La fase iniziata con le politiche reaganiane si basa sull’integrazione dei due aspetti al punto che è impossibile fare delle distinzioni. Le altre due crisi sono quella della fine di Bretton Wooods nel 1971 connessa alla guerra del Vietnam che fece deragliare proprio la forza del capitalismo post-1945 su cui poggiava l’intervento USA in Vietnam, cioè il keynesismo militare. Per questo nel 1972 la grandissima Joan Robinson nel suo famoso discorso al convegno dell’American Economic Association a New Orleans individuò nella fine del sistema post bellico detto di Bretton Woods una seconda crisi della politica e teoria economica: cioè del keynesismo pratico – quello militare – e di quello insegnato nella manualistica universitaria che presenta la disoccupazione keynesiana come un problema di breve periodo. Infine, la prima crisi fu quella degli anni 30 che portò alla cosiddetta rivoluzione keynesiana sebbene fin dal 1929 esistessero i lavori del marxista polacco Michal Kalecki che sui problemi sollevati poi da Keynes aveva svolto considerazioni più pregnanti.
2) Il capitalismo, dagli ultimi tre decenni, si è mosso sui binari della precarizzazione del lavoro, della finanziarizzazione e di quella che lei, Francesco Garibaldo e Riccardo Bellofiore chiamate “centralizzazione senza concentrazione”. Secondo lei, l’Euro (e i vincoli che esso comporta) può essere letto come totalmente organico a questo processo capitalistico globale, visto che si stanno imponendo, con le mani legate, proprio quei processi di flessibilità del mercato del lavoro e di distruzione dei diritti sociali? Insomma, l’Euro come strumento è un qualcosa di ben più ampio rispetto alla crisi dell’Eurozona?
Non penso assolutamente che l’euro sia un progetto con orizzonti mondiali. Nasce in Europa e nemmeno tanto in Europa. Nasce in Francia, la Germania non lo voleva. E morirà tra la Francia e la Germania… L’euro ha creato un consenso politico ed economico, non solo da parte dei gruppi capitalistici con più voce in capitolo, per una gara tra chi riesce ad imporre con maggior successo la deflazione salariale. E’ questo l’elemento che cementa le diverse componenti del capitale europeo. Se non fosse per quest’aspetto l’euro sarebbe già saltato per reazione del resto dei paesi dell’eurozona alle azioni unilaterali della Francia e della Germania, come ad esempio, l’annuncio di Parigi e Berlino sul finire del 2002 di non voler rispettare i parametri di Maastricht. Ed infatti Olanda e Austria protestarono ma Francia e Germania non li presero nemmeno in considerazione. Italia zitta ovviamente.
3) Continuando sul tema dell’Euro, oggi se ne dibatte sicuramente molto di più rispetto a qualche anno fa. Molti continuano in un suo tenace “oltranzismo”, come ha detto Emiliano Brancaccio; altri invece ritengono che bisogna uscirne, senza però chiarire se continueranno o meno con il filone di pensiero economico dominante o ritorneranno ad un keynesismo di matrice classica, cioè proponendo generiche politiche fiscali espansive volte al sostegno della domanda aggregata. Nello specifico, come pensa dovrebbe agire una nazione come l’Italia, immeritatamente inclusa tra i PIIGS (pur essendo un paese con un elevato risparmio privato), per trovare una soluzione ai problemi derivanti dall’Euro? E’ sufficiente tornare a Keynes oppure bisogna andare oltre? Qualora l’opzione fosse proprio l’uscita dall’UME, come dovrebbe essere gestita tale situazione?
Purtroppo gli economisti non danno alcuna importanza alla struttura giuridico statuale dei sistemi economici che dovrebbero studiare. Non si può uscire dall’UME se non si esce anche dall’UE. Per poter permettere l’uscita soltanto dall’UME sarebbe stato necessario includere nei Trattati una separazione tra Eurozona e UE cosa che non c’è, come non c’è alcuna clausola di uscita nei testi che legalizzano l’Unione Monetaria. Bisognerebbe studiarsi l’economia politica dell’UE e dell’UME. Invece si procede per modellini aprioristici infarciti di ipotesi normative (così andrà bene o male, ecc…) senza conoscenza della storia e dei rapporti politici, statuali ed economici dell’intera costruzione dell’UME, quest’ultima voluta non tanto dal capitale europeo quanto dallo Stato francese. Detto questo la vostra domanda contiene delle affermazioni che a mio avviso richiedono delle precisazioni critiche. Non capisco che importanza abbia il risparmio privato che nell’insieme è sempre determinato dal volume degli investimenti.
In Italia il risparmio delle famiglie – al 3,6% del reddito disponibile secondo l’ultimo Economic Outlook dell’OCSE – è crollato per via della crisi aggravata dalle politiche di austerità e, quindi, per via del connesso calo degli investimenti. Inoltre vorrei sottolineare che non si può tornare a Keynes perché a Keynes non ci si è mai arrivati se non attraverso il “KEYNESISMO MILITARE” del periodo 1947-71 o forse 47-74. Infine con o senza riferimento a Keynes, anche dopo la fine di Bretton Woods gli Usa non hanno mai abbandonato una politica fiscale attiva finalizzata agli obiettivi dei gruppi capitalistici che, di volta in volta, controllano il governo. Durante Bush il Piccolo, la presidenza USA non ha mai posto un veto alle proposte di espansione della spesa federale inoltrate dai repubblicani. Tutte queste spese hanno avuto sì degli effetti “keynesiani”, soprattutto l’ulteriore militarizzazione lanciata da Reagan, ma non vennero effettuate con obiettivi keynesiani di piena occupazione. Servono però a dimostrare che le idee secondo cui il neoliberismo ha implicato meno Stato, meno spesa pubblica, e più mercato sono sbagliate.
C’è stato più Stato e più capitale privato. L’attuale opposizione alla spesa da parte degli stessi repubblicani è volta solo a bloccare il funzionamento della presidenza Obama. E’ semplice sabotaggio. A Keynes non si può ritornare perché non ci si è mai arrivati, né ci si arriverà. Lo predisse Keynes stesso in un articolo apparso sulla rivista americana The New Republic nel 1940. Keynes sostenne che le democrazie liberali non avrebbero mai accettato di aumentare la spesa pubblica ad un livello tale da poter convalidare la sua concezione dell’economia. Nei fatti questo livello venne però raggiunto e superato, ma grazie al pilastro rappresentato dal Keynesismo miltare. Oggi non è questione di andare oltre Keynes né di ritornarci dato che le probabilità di un ampio consenso sociale interclassista intorno alle politiche dette keynesiane si allontana sempre di più a meno che non sorgano delle esigenze militari globali che coinvolgano sia gli USA che l’Europa e l’Asia capitalistica. Allo stato attuale la crisi ha allontanato ulteriormente la possibilità di un compromesso interclassista keyensiano. Non ci credono gli imprenditori, non ci credono i think tanks, non ci credono politici e banchieri centrali ecc; mentre il lavoro dipendente, il precariato ed i disoccupati non hanno espressioni politiche coerenti rilevanti nell’ambito degli schieramenti parlamentari. Di fronte a ciò abbiamo la concreta prospettiva di un massiccio voto operaio a formazioni di destra come nel caso del Front National in Francia.
4) De facto per i Paesi che oggi condividono la moneta unica essa rappresenta una sorta di “nuovo gold standard”, in quanto tra loro ci sono dei tassi di cambio fissi. Alla luce di ciò Lei crede che un’eventuale rottura dell’Euro, e quindi un ritorno ad un cambio flessibile, possa garantire uno spazio fiscale di manovra maggiore rispetto all’odierno assetto europeo? Quali sono i vantaggi di un cambio flessibile rispetto ad uno fisso?
Non capisco questa fascinazione per le supposte virtù curative dei cambi flessibili. L’horror story dell’euro non risiede nell’impossibilità di svalutare o rivalutare. Nel 1953 Milton Friedman scrisse un lungo saggio apparso nel volume Essays on Positive Economics, in cui egli elogiava i cambi flessibili in quanto avrebbero permesso di raggiungere l’equilibrio esterno anche laddove i prezzi interni a ciascun paese rimanevano rigidi. Su questa base teorica i cambi flessibili vanno benissimo, essendo l’unico strumento per poter sostenere degli shock provenienti dall’estero. Infatti le virtù miracolose dei cambi flessibili consistono nel raggiungimento di situazioni ottimali di equilibrio sul piano esterno malgrado le rigidità dei prezzi interni. Aria assolutamente fritta! Così come è aria fritta la concezione di zone monetarie ottimali all’interno delle quali dovrebbero operare tutte le ottimalità paretiane.
Se si applicasse rigorosamente la definizione di zona monetaria ottimale si constaterebbe che la stragrande maggioranza delle monete esistenti non appartiene ad alcuna zona ottimale. Il fatto che gran parte degli economisti di sinistra accetti la visione Friedman-Mundell (iper-neoclassica quindi) del ruolo dei cambi e delle zone monetarie risiede nel fatto che anche questi economisti procedono da modellucci normativi aprioristici senza economia politica. Consiglierei di ritornare indietro di una settantina di anni e studiare le argomentazioni CONTRO i cambi flessibili che vennero usate per costruire il sistema di Bretton Woods. A mio avviso su questo terreno ha valore l’affermazione di Lenin riguardo il secolare scontro tra libero scambio e protezionismo. Nè l’uno nè l’altro sostenne Lenin, bensì monopolio statale sul commercio estero. Mutatis mutandis il discorso vale anche per il sistema monetario ed i relativi cambi esteri. Esattamente come il ruolo della Banca Centrale non può essere indipendente, anche la dinamica dei cambi deve essere subordinata alle priorità delle politiche economiche.
In nessun modo ciò è attuabile nell’UE-UME. Qui però le cose diventano molto più complicate perchè non si sa dove si andrà a finire; esattamente come non si sa quale sarà l’effetto di un cambiamento dei prezzi relativi sulla distribuzione del reddito, sulla scelta delle tecniche ecc. Cose che la teorie economiche hanno, in negativo, sceverato con successo. In altri termini, le complicazioni emergono dal fatto che non ci sono teorie che ci dicano se il tasso cambio (o anche il tasso di interesse, o i prezzi relativi) aumenta succederà questo e quest’altro, se invece si abbassa succederà x,y,z. Non lo sappiamo; pretendere altrimenti è millantare. Ogni situazione deve essere studiata caso per caso senza partire da ipotesi comportamentali o da relazioni tecniche aprioristiche.
5) In tema di occupazione una proposta degli economisti della Modern Money Theory è rappresentata dalle politiche di “job guarantee” (lavoro garantito), in cui lo Stato, come finanziatore diretto, diviene datore di lavoro di ultima istanza (ELR). La trova auspicabile tale proposta? Pensa possa essere suscettibile di ulteriori miglioramenti?
Non do molta importanza a quella proposta. Quando venne lanciata circa 15 anni fa partecipai con Peter Krielser ad un dibattito sui suoi eventuali meriti e demeriti. Studiando la forma concreta della proposta avanzata da Randall Wray ci trovammo in sostanziale disaccordo con lui. In primis, subordina il lavoro ad una specie di militarizzazione civile. Facemmo l’esempio dell’Arbeiter Front (Fronte del Lavoro) del regime nazista. Inoltre la proposta non si focalizza sull’investimento. Sostenemmo che con la disoccupazione di massa sono gli investimenti a dover essere programmati, non la regimentazione del lavoro (WP – 2001/02 “Political Aspects of Buffer Stock Employment” - Peter Kriesler and Joseph Halevi). Data la precaria posizione dei sindacati di oggi – sono pessimi organismi, spesso corrotti ed imboscati nei meandri della politica, però sono necessari: senza di loro, come argomentò un grande economista matematico metà neoclassico e metà marxiano, Michio Morishima, la società capitalistica tenderebbe verso la schiavitù – l’ELR può diventare un’arma a doppio taglio.
Comunque se oggi si vuole ascrivere allo Stato un ruolo di datore di lavoro, dovrebbe essere quello di datore di lavoro di prima istanza. Le società europee stanno tendendo verso la piena disoccupazione e precarizzazione. Il toro lo si può affrontare solo prendendolo per le corna: organizzare lotte con idee chiare in testa: cioè la socializzazione pianificata degli investimenti (su questo c’è un bel saggio di Bellofiore, purtroppo appena pubblicato sulla rivista di Bertinotti, ossia di un politico non assolvibile che ha fatto danni irreparabili alla sinistra) e, necessariamente, per delle politiche monetarie e fiscali subordinate a quest’obiettivo. Tuttavia per queste lotte non ci sono le condizioni. In Italia la formazione di tali condizioni deve passare per una radicale trasformazione della CGIL e per la dissoluzione del PD. I nuovi quadri dovranno inoltre essere altamente preparati sui temi economici di cui abbiamo discusso. Impossibile.
da http://eurotruffa.it (era saltata la citazione dell'origine, ce ne scusiamo; come si può vedere, ogni "prestito" è da noi sempre dichiarato e mai "piratato")
Fonte
02/03/2012
La nuova eresia economica
Michael Hudson*
Sono appena ritornato da Rimini, in Italia, dove ho sperimentato uno degli spettacoli più sorprendenti della mia carriera accademica. Quattro associati dell’Università del Missouri di Kansas City (Umkc) sono stati invitati a tenere una conferenza di tre giorni sulla Teoria monetaria moderna (Mmt), per spiegare perché oggi l’Europa ha così tanti problemi monetari, e per mostrare che esiste un’alternativa rispetto all’austerità imposta al 99% e che l’enorme e violento rastrellamento della ricchezza da parte dell’1% non è una legge di natura.
Stephanie Kelton (prossima direttrice del Dipartimento di Economia dell’Umkc e redattrice del blog economico, New Economic Perspectives),
il criminologo e professore di legge Bill Black, il banchiere di
investimento Marshall Auerback oltre a me (insieme a un economista
francese, Alain Parquez) abbiamo fatto ingresso venerdì sera nel
palazzetto dello sport. Abbiamo camminato in lungo e in largo, anche
oltre nel corridoio centrale, in mezzo a un folto pubblico, la cui
presenza è stata di 2100 persone. Quando sono stati pronunciati i nostri
nomi, è stato come entrare alla serata degli Oscar. Alcuni ci ha
riferito di aver letto per intero i nostri blog economici. Stephanie ha
detto di aver capito cosa possono aver provato i Beatles. C’è stato un
applauso prolungato, e questo per un incontro intellettuale, non per un
avvenimento sportivo.
Con una differenza, ovviamente: non c’erano i nostri avversari. Erano presenti molti rappresentanti della stampa, ma gli euro-tecnocrati al potere (i lobbisti di banca che determinano le politiche economiche europee) sperano che quanto meno si discuta delle possibili alternative all’austerità, tanto più facile sarà realizzare la loro brutale morsa finanziaria.
Tutti i membri del pubblico avevano contribuito a racimolare i fondi per farci volare dagli Stati Uniti (e dalla Francia per Alain) e per ospitarci al Grande Hotel di Federico Fellini sulla spiaggia di Rimini. La conferenza è stata organizzata dal giornalista Paolo Barnard che ha studiato la Mmt con Randall Wray e che ha compreso come ci fosse una grande richiesta in Italia per una discussione culturale di massa su quello che sta determinando le condizioni di vita in Europa, e sull’emergente élite finanziaria che spera di utilizzare questa crisi come un’opportunità per diventare una nuova signoria finanziaria per costruire feudi, per privatizzare i beni pubblici svenduti dai governi che non hanno una banca centrale per finanziare i deficit, obbligati a seguire gli obbligazionisti e gli eurocrati provenienti dal campo neoliberista.
Paolo e il suo enorme gruppo di supporto di traduttori e collaboratori ha fornito un’opportunità di sentire un approccio ala teoria monetaria e fiscale che fino a poco tempo fa era praticamente ignorata negli Stati Uniti. Solo una settimana fa il Washington Post ha pubblicato una recensione della Mmt, seguita da una lunga discussione sul Financial Times. Ma la teoria rimane confinata principalmente al dipartimento di economia dell’Umkc e al Levy Institute al Bard College, a cui noi siamo in gran parte associati.
Il vettore principale della nostra argomentazione è che i governi possono creare soldi, così come le banche commerciali creano elettronicamente il credito sulle tastiere dei loro computer (creando un credito su un conto corrente dei mutuatari per ricevere in cambio le rate di pagamento e gli interessi). Non c’è alcun bisogno di prendere in prestito dalle banche, dato che le tastiere dei computer possono offrire la creazione di credito pressoché gratuito per finanziare la spesa.
La differenza, chiaramente, è che i governi spendono i fondi (almeno in linea di principio) per promuovere la crescita a lungo termine e il lavoro, per investire nelle infrastrutture pubbliche, per la ricerca e sviluppo, per fornire le cure sanitarie e altre funzioni economiche basilari. Le banche hanno una necessità temporale più a breve termine. Prestano fondi in cambio di collaterali. Circa l’80 per cento dei prestiti delle banche sono mutui per l’acquisto di beni immobili. Gli altri prestiti sono fatti per finanziare investimenti a leva e per rilevamenti societari. Ma la gran parte dei nuovi investimenti in capitale fisso da parte delle grandi aziende viene finanziato con i profitti già incamerati.
Sfortunatamente, il flusso degli introiti viene ora sempre più deviato dal settore finanziario, non solo per pagare gli interessi e le penali alle banche, ma anche gli acquisti di azioni per sostenerne le quotazioni, per rivalutare anche le stock option che vengono elargite ai direttori delle società finanziarizzate. Per quanto riguarda la borsa – che gli esempi da manuale ancora descrivono come la raccolta dei fondi per i nuovi investimenti di capitale – è stata trasformata in un veicolo per rilevare aziende a credito (ad esempio, con obbligazioni spazzatura che hanno alti tassi di interesse) e per sostenere la ricchezza con il debito. Visto che i pagamenti per gli pagamenti sono deducibili dalle imposte – come se fossero un costo necessario per fare impresa -, le imposte versate dalle grandi aziende subiscono un abbattimento. E quello che viene raccolto dagli esattori delle tasse viene messo a disposizione per pagare i banchieri e gli obbligazionisti che si fanno ricchi appesantendo l’economia con il debito.
Benvenuti nell’economia post-industriale finanziarizzata. Il capitalismo industriale è passato attraverso una serie di fasi di capitalismo finanziario, dall’Economia delle Bolle alla fase del Negative Equity, al periodo dei sequestri degli immobili per ipoteca, allo sgonfiamento del debito, all’austerità, e a quello che in Europa sembra essere uno schiavismo del debito, soprattutto per i paesi PIIGS, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. (I paesi baltici di Lettonia, Estonia e Lituania sono già talmente gravati dal debito che le loro popolazioni stanno emigrando per trovare lavoro e per evitare di affogare nei mutui per l’acquisto di immobili. Lo stesso è successo all’Islanda da quando i sotterfugi bancari provocarono il suo collasso nel 2008.)
Perché gli economisti non descrivono questo fenomeno? La risposta è data da una combinazione di ideologia politica e di analisi fatta con i paraocchi. Appena terminata la conferenza di Rimini nella sera di domenica, ad esempio l’articolo di lunedì 27 febbraio del Times a firma di Paul Krugman, “What Ails Europe?” (Cosa addolora l’Europa?, ndt) ha valutato i problemi dell’euro sono nell’inabilità dei vari paesi di poter svalutare le proprie monete. Ha giustamente criticato la linea del partito Repubblicano, che attribuisce la colpa dei problemi dell’eurozona alla spesa sociale, dando poi la colpa di tutto ai deficit di bilancio.
Quello di cui non ha parlato è la camicia di forza della Banca Centrale Europea incapace di monetizzare il passivo, e ciò è dovuto da una politica economica fallimentare scritta nella Costituzione dell’Ue.
“Se le nazioni periferiche avessero ancora una propria valuta, potrebbero e utilizzerebbero la svalutazione per ripristinare rapidamente la competitività. Ma non lo fanno, e ciò significa che dovranno subire un lungo periodo di disoccupazione di massa e una flessione lenta e continua. Le loro crisi debitorie sono principalmente un sottoprodotto di questa infausta prospettiva, perché le economie depresse portano a deficit di bilancio e una flessione aumenta il peso del debito”.
Il deprezzamento abbasserebbe il costo del lavoro e aumenterebbe il prezzo delle merci importate. L’ammontare del debito denominato in valuta straniera salirebbe di pari passo con la svalutazione, creando problemi a meno che il governo non vari una legge per ridenominare tutti i debiti in valuta nazionale. Ciò sarebbe in linea con la Prima Direttiva del finanziamento internazionale: un debito sempre denominato nella propria valuta, come fanno gli Stati Uniti.
Nel 1933 Franklin Roosevelt annullò la Gold Clause nei contratti di prestito statunitensi, che permetteva alle banche e agli altri creditori di essere pagati nel valore equivalente in oro. Ma, con la sua solita impostazione neoclassica, Krugman ignora il problema del debito: “Le nazioni colpite, in particolare, hanno a disposizione solo cattive scelte: o soffrono le conseguenze della deflazione o decidono drasticamente di uscire dall’euro, e non è politicamente fattibile a meno che non falliscano (un punto a cui la Grecia sembra avvicinarsi). La Germania potrebbe collaborare, invertendo le sue politiche di austerità e accettando un’inflazione più alta, ma non è di questo avviso”.
Ma uscire dall’euro non è sufficiente per evitare l’austerità, i mancati pagamenti dei mutui e la deflazione del debito se la nazione che esce conserva ancora le politiche neoliberiste che affliggono l’euro. Supponiamo che l’economia post-euro abbia una banca centrale che si rifiuti ancora di finanziare i passivi di bilancio, costringendo il governo a prendere in prestito dalle banche commerciali e dagli obbligazionisti. Supponiamo che il governo decida di dover intervenire sul bilancio invece che potenziare l’economia con la spesa per incrementare la crescita.
Supponiamo che il governo tagli la spesa sociale, o che salvi le banche per le loro perdite, o che inserisca nei propri bilanci le scommesse azzardate delle banche, come successo in Irlanda. Oppure, cosa accadrebbe se i governi non depennassero i mutui da pagare per gli immobili o altri debiti che le persone non sono in grado di rimborsare, proprio come avvenuto in Islanda? Il risultato sarà ancora una deflazione del debito, la confisca delle proprietà, la disoccupazione, e un’ondata crescente di emigrazione in parallelo alla contrazione dell’economia e delle opportunità di lavoro.
Quindi, qual è l’aspetto fondamentale? È avere una banca centrale che opera nel modo per cui sono state fondate: per monetizzare il passivo di bilancio e per spendere fondi nell’economia, nel modo adatto a promuovere la crescita economica e la piena occupazione.
Questo era il messaggio della Mmt per cui cinque di noi sono stati invitati a Rimini. Alcuni partecipanti ci hanno spiegato di essere venuti dalla Spagna, altri dalla Francia e dalle città di tutta Italia. E, anche se abbiamo rilasciato molte interviste ai giornali, alla radio e alle televisioni, ci hanno detto che i media più diffusi ci hanno ignorato perché non siamo politicamente corretti.
Questo è lo spirito censorio dell’austerità monetaria neoliberista. Il suo motto è Tina: “There Is No Alternative” per mantenere le cose così come stanno. Fino a che riusciranno a reprimere le discussioni sulle migliori alternative esistenti, hanno la speranza è che il pubblico rimanga acquiescente anche se il tenore di vita peggiora e la ricchezza viene risucchiata dalla vetta piramidale dell’’ per cento.
Il pubblico ha chiesto soprattutto chiarimenti teorici da Stephanie Kelton, che ha tenuto la conferenza di argomento economico più chiara che abbia mai ascoltato, una presentazione euclidea della logica della Mmt. Qui c’è un video della grandezza dell’evento. Alla fine, ci siamo sentiti come star di un concerto.
La quantità di pubblico che ha riempito il palasport per sentire le nostra spiegazioni economiche su come dovrebbe funzionare una banca centrale per evitare l’austerità e per promuovere, invece che per scoraggiare, il lavoro, ha mostrato che il tentativo del governo di fare il lavaggio del cervello alla popolazione non sta funzionando. Non sta funzionando così come è successo alla classe Economics 101 di Harvard, da cui gli studenti sono usciti per protesta contro la proposta di universo parallelo irrealistico, che descrive l’economia escludendo l’analisi del debito, i benefici dei benestanti e il parassitismo finanziario.
*Michael Hudson, ex analista finanziario di Wall Street, ricercatore e professore emerito di Economia presso l’Università del Missouri di Kansas City (Umkc), autore di vari saggi tra cui “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, consigliere economico di vari governi (Islanda, Lettonia e Cina) in materia di finanza e diritto tributario.
Fonte.
Sono appena ritornato da Rimini, in Italia, dove ho sperimentato uno degli spettacoli più sorprendenti della mia carriera accademica. Quattro associati dell’Università del Missouri di Kansas City (Umkc) sono stati invitati a tenere una conferenza di tre giorni sulla Teoria monetaria moderna (Mmt), per spiegare perché oggi l’Europa ha così tanti problemi monetari, e per mostrare che esiste un’alternativa rispetto all’austerità imposta al 99% e che l’enorme e violento rastrellamento della ricchezza da parte dell’1% non è una legge di natura.
Con una differenza, ovviamente: non c’erano i nostri avversari. Erano presenti molti rappresentanti della stampa, ma gli euro-tecnocrati al potere (i lobbisti di banca che determinano le politiche economiche europee) sperano che quanto meno si discuta delle possibili alternative all’austerità, tanto più facile sarà realizzare la loro brutale morsa finanziaria.
Tutti i membri del pubblico avevano contribuito a racimolare i fondi per farci volare dagli Stati Uniti (e dalla Francia per Alain) e per ospitarci al Grande Hotel di Federico Fellini sulla spiaggia di Rimini. La conferenza è stata organizzata dal giornalista Paolo Barnard che ha studiato la Mmt con Randall Wray e che ha compreso come ci fosse una grande richiesta in Italia per una discussione culturale di massa su quello che sta determinando le condizioni di vita in Europa, e sull’emergente élite finanziaria che spera di utilizzare questa crisi come un’opportunità per diventare una nuova signoria finanziaria per costruire feudi, per privatizzare i beni pubblici svenduti dai governi che non hanno una banca centrale per finanziare i deficit, obbligati a seguire gli obbligazionisti e gli eurocrati provenienti dal campo neoliberista.
Paolo e il suo enorme gruppo di supporto di traduttori e collaboratori ha fornito un’opportunità di sentire un approccio ala teoria monetaria e fiscale che fino a poco tempo fa era praticamente ignorata negli Stati Uniti. Solo una settimana fa il Washington Post ha pubblicato una recensione della Mmt, seguita da una lunga discussione sul Financial Times. Ma la teoria rimane confinata principalmente al dipartimento di economia dell’Umkc e al Levy Institute al Bard College, a cui noi siamo in gran parte associati.
Il vettore principale della nostra argomentazione è che i governi possono creare soldi, così come le banche commerciali creano elettronicamente il credito sulle tastiere dei loro computer (creando un credito su un conto corrente dei mutuatari per ricevere in cambio le rate di pagamento e gli interessi). Non c’è alcun bisogno di prendere in prestito dalle banche, dato che le tastiere dei computer possono offrire la creazione di credito pressoché gratuito per finanziare la spesa.
La differenza, chiaramente, è che i governi spendono i fondi (almeno in linea di principio) per promuovere la crescita a lungo termine e il lavoro, per investire nelle infrastrutture pubbliche, per la ricerca e sviluppo, per fornire le cure sanitarie e altre funzioni economiche basilari. Le banche hanno una necessità temporale più a breve termine. Prestano fondi in cambio di collaterali. Circa l’80 per cento dei prestiti delle banche sono mutui per l’acquisto di beni immobili. Gli altri prestiti sono fatti per finanziare investimenti a leva e per rilevamenti societari. Ma la gran parte dei nuovi investimenti in capitale fisso da parte delle grandi aziende viene finanziato con i profitti già incamerati.
Sfortunatamente, il flusso degli introiti viene ora sempre più deviato dal settore finanziario, non solo per pagare gli interessi e le penali alle banche, ma anche gli acquisti di azioni per sostenerne le quotazioni, per rivalutare anche le stock option che vengono elargite ai direttori delle società finanziarizzate. Per quanto riguarda la borsa – che gli esempi da manuale ancora descrivono come la raccolta dei fondi per i nuovi investimenti di capitale – è stata trasformata in un veicolo per rilevare aziende a credito (ad esempio, con obbligazioni spazzatura che hanno alti tassi di interesse) e per sostenere la ricchezza con il debito. Visto che i pagamenti per gli pagamenti sono deducibili dalle imposte – come se fossero un costo necessario per fare impresa -, le imposte versate dalle grandi aziende subiscono un abbattimento. E quello che viene raccolto dagli esattori delle tasse viene messo a disposizione per pagare i banchieri e gli obbligazionisti che si fanno ricchi appesantendo l’economia con il debito.
Benvenuti nell’economia post-industriale finanziarizzata. Il capitalismo industriale è passato attraverso una serie di fasi di capitalismo finanziario, dall’Economia delle Bolle alla fase del Negative Equity, al periodo dei sequestri degli immobili per ipoteca, allo sgonfiamento del debito, all’austerità, e a quello che in Europa sembra essere uno schiavismo del debito, soprattutto per i paesi PIIGS, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. (I paesi baltici di Lettonia, Estonia e Lituania sono già talmente gravati dal debito che le loro popolazioni stanno emigrando per trovare lavoro e per evitare di affogare nei mutui per l’acquisto di immobili. Lo stesso è successo all’Islanda da quando i sotterfugi bancari provocarono il suo collasso nel 2008.)
Perché gli economisti non descrivono questo fenomeno? La risposta è data da una combinazione di ideologia politica e di analisi fatta con i paraocchi. Appena terminata la conferenza di Rimini nella sera di domenica, ad esempio l’articolo di lunedì 27 febbraio del Times a firma di Paul Krugman, “What Ails Europe?” (Cosa addolora l’Europa?, ndt) ha valutato i problemi dell’euro sono nell’inabilità dei vari paesi di poter svalutare le proprie monete. Ha giustamente criticato la linea del partito Repubblicano, che attribuisce la colpa dei problemi dell’eurozona alla spesa sociale, dando poi la colpa di tutto ai deficit di bilancio.
Quello di cui non ha parlato è la camicia di forza della Banca Centrale Europea incapace di monetizzare il passivo, e ciò è dovuto da una politica economica fallimentare scritta nella Costituzione dell’Ue.
“Se le nazioni periferiche avessero ancora una propria valuta, potrebbero e utilizzerebbero la svalutazione per ripristinare rapidamente la competitività. Ma non lo fanno, e ciò significa che dovranno subire un lungo periodo di disoccupazione di massa e una flessione lenta e continua. Le loro crisi debitorie sono principalmente un sottoprodotto di questa infausta prospettiva, perché le economie depresse portano a deficit di bilancio e una flessione aumenta il peso del debito”.
Il deprezzamento abbasserebbe il costo del lavoro e aumenterebbe il prezzo delle merci importate. L’ammontare del debito denominato in valuta straniera salirebbe di pari passo con la svalutazione, creando problemi a meno che il governo non vari una legge per ridenominare tutti i debiti in valuta nazionale. Ciò sarebbe in linea con la Prima Direttiva del finanziamento internazionale: un debito sempre denominato nella propria valuta, come fanno gli Stati Uniti.
Nel 1933 Franklin Roosevelt annullò la Gold Clause nei contratti di prestito statunitensi, che permetteva alle banche e agli altri creditori di essere pagati nel valore equivalente in oro. Ma, con la sua solita impostazione neoclassica, Krugman ignora il problema del debito: “Le nazioni colpite, in particolare, hanno a disposizione solo cattive scelte: o soffrono le conseguenze della deflazione o decidono drasticamente di uscire dall’euro, e non è politicamente fattibile a meno che non falliscano (un punto a cui la Grecia sembra avvicinarsi). La Germania potrebbe collaborare, invertendo le sue politiche di austerità e accettando un’inflazione più alta, ma non è di questo avviso”.
Ma uscire dall’euro non è sufficiente per evitare l’austerità, i mancati pagamenti dei mutui e la deflazione del debito se la nazione che esce conserva ancora le politiche neoliberiste che affliggono l’euro. Supponiamo che l’economia post-euro abbia una banca centrale che si rifiuti ancora di finanziare i passivi di bilancio, costringendo il governo a prendere in prestito dalle banche commerciali e dagli obbligazionisti. Supponiamo che il governo decida di dover intervenire sul bilancio invece che potenziare l’economia con la spesa per incrementare la crescita.
Supponiamo che il governo tagli la spesa sociale, o che salvi le banche per le loro perdite, o che inserisca nei propri bilanci le scommesse azzardate delle banche, come successo in Irlanda. Oppure, cosa accadrebbe se i governi non depennassero i mutui da pagare per gli immobili o altri debiti che le persone non sono in grado di rimborsare, proprio come avvenuto in Islanda? Il risultato sarà ancora una deflazione del debito, la confisca delle proprietà, la disoccupazione, e un’ondata crescente di emigrazione in parallelo alla contrazione dell’economia e delle opportunità di lavoro.
Quindi, qual è l’aspetto fondamentale? È avere una banca centrale che opera nel modo per cui sono state fondate: per monetizzare il passivo di bilancio e per spendere fondi nell’economia, nel modo adatto a promuovere la crescita economica e la piena occupazione.
Questo era il messaggio della Mmt per cui cinque di noi sono stati invitati a Rimini. Alcuni partecipanti ci hanno spiegato di essere venuti dalla Spagna, altri dalla Francia e dalle città di tutta Italia. E, anche se abbiamo rilasciato molte interviste ai giornali, alla radio e alle televisioni, ci hanno detto che i media più diffusi ci hanno ignorato perché non siamo politicamente corretti.
Questo è lo spirito censorio dell’austerità monetaria neoliberista. Il suo motto è Tina: “There Is No Alternative” per mantenere le cose così come stanno. Fino a che riusciranno a reprimere le discussioni sulle migliori alternative esistenti, hanno la speranza è che il pubblico rimanga acquiescente anche se il tenore di vita peggiora e la ricchezza viene risucchiata dalla vetta piramidale dell’’ per cento.
Il pubblico ha chiesto soprattutto chiarimenti teorici da Stephanie Kelton, che ha tenuto la conferenza di argomento economico più chiara che abbia mai ascoltato, una presentazione euclidea della logica della Mmt. Qui c’è un video della grandezza dell’evento. Alla fine, ci siamo sentiti come star di un concerto.
La quantità di pubblico che ha riempito il palasport per sentire le nostra spiegazioni economiche su come dovrebbe funzionare una banca centrale per evitare l’austerità e per promuovere, invece che per scoraggiare, il lavoro, ha mostrato che il tentativo del governo di fare il lavaggio del cervello alla popolazione non sta funzionando. Non sta funzionando così come è successo alla classe Economics 101 di Harvard, da cui gli studenti sono usciti per protesta contro la proposta di universo parallelo irrealistico, che descrive l’economia escludendo l’analisi del debito, i benefici dei benestanti e il parassitismo finanziario.
*Michael Hudson, ex analista finanziario di Wall Street, ricercatore e professore emerito di Economia presso l’Università del Missouri di Kansas City (Umkc), autore di vari saggi tra cui “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, consigliere economico di vari governi (Islanda, Lettonia e Cina) in materia di finanza e diritto tributario.
Fonte.
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