Il 21 gennaio di un secolo fa un pugno di militanti e dirigenti, per lo più giovani o giovanissimi, ruppe con il Partito Socialista riunito per il suo XVII Congresso al Teatro Goldoni e, nella sala del non lontano teatro San Marco di Livorno, fondò il Partito Comunista d’Italia.
Iniziava così una storia importante per il movimento comunista e lo stesso occidente capitalista durata fino al 1991.
Tra i fondatori c’erano dirigenti di prima grandezza come Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Amadeo Bordiga, Umberto Terracini, Onorato Damen, Bruno Fortichiari, Angelo Tasca, ma anche Nicola Bombacci che – a conferma della debolezza teorica e del trasformismo sempre in agguato – successivamente aderì al fascismo.
Solo cinque anni dopo la sua fondazione, il Partito Comunista d’Italia fu messo fuorilegge e perseguitato dal regime. Per i comunisti italiani si aprirono le strade dell’esilio, della galera o della clandestinità. Eppure in meno di venti anni seppero ricostruire quello che sarebbe diventato il principale partito comunista dell’Europa occidentale.
Alcuni giorni fa abbiamo pubblicato un ampio e articolato contributo sulle pagine del nostro giornale, al quale rinviamo per una ricostruzione più ampia sull’esperienza del PCI, ma anche sulle possibilità di una opzione comunista oggi in Italia.
Colpisce in questi giorni l’accanimento con cui gli intellettuali liberal e progressisti cercano di dipingere quella del PCI come una storia maledetta dal peccato originale: quella di voler abbattere il potere della borghesia. Contestualmente molti di coloro che hanno attraversato quella storia, oggi nel Pd e dintorni, operano sistematicamente per renderla perfettamente biodegradabile dentro il modello politico e sociale occidentale, fino a neutralizzarne ogni istanza trasformatrice. Una operazione però non del tutto nuova.
Per decenni il PCI di lotta e di governo ha utilizzato strumentalmente Gramsci contro Togliatti e l’interpretazione riformista dell’elaborazione gramsciana contro Gramsci stesso e la sua elaborazione rivoluzionaria.
In Italia ci sono poi almeno quattro partiti comunisti (nati tutti da varie scissioni del PRC e successive), che sentono l’esigenza di ricordare la fondazione del PCI salvaguardandone il patrimonio storico e politico, ma declinandolo ognuno sulla base della contingenza e dell’identità politica dell’oggi. Ognuno di essi ha dato vita a celebrazioni del centesimo anniversario motu proprio.
Proprio in questi giorni è uscito il secondo volume de “La storia anomala”, l’opera che ricostruisce la storia ormai quarantacinquennale delle compagne e dei compagni che hanno dato vita a questo giornale. Una storia che proviene dalla sinistra rivoluzionaria ed extraparlamentare e non dal PCI. Nel secondo volume viene ricostruito il percorso che ha portato dall’Opr alla Rete dei Comunisti durante gli anni '80 e '90.
Parlando di questi ultimi, si documenta anche come questa esperienza politica abbia attraversato – in modo inevitabilmente tumultuoso – gli anni dello scioglimento del PCI (e della dissoluzione dell’URSS e della crisi del movimento comunista internazionale), della nascita del PRC e della scelta di un pugno di militanti comunisti di non aderirvi sulla base di una ipotesi alternativa di riaffermazione di una opzione comunista in Italia.
Non essendo una scissione da un altro partito, nessun paragone è possibile con la scelta del 1921, ma con lo spirito di quella rottura sì.
In questi anni non abbiamo mai fatti sconti al PCI e alla sua traiettoria riformista con cui abbiamo fatto i conti materialmente e spesso duramente – soprattutto dal compromesso storico in poi per intendersi – ma non abbiamo mai buttato via il bambino con l’acqua sporca, né espresso giudizi sprezzanti e ingenerosi, riconoscendo al PCI un ruolo e una storia di straordinaria importanza nella storia del movimento comunista. Lo dimostra l’attenzione con cui si lavora alla formazione di nuove generazioni di militanti comunisti.
Il suo epilogo nel 1991 non ci ha colto di sorpresa né ci ha solleticato nostalgie, ma la rottura del 1921, il ruolo nella Resistenza, il carattere riformista ma di classe assunto dal PCI, vanno valutati e trattati con il dovuto rispetto.
Comunque.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/01/2021
Livorno 1921 - Cent’anni di storia nostra, guardando al futuro
Conversazione con Mauro Casadio, della Rete dei Comunisti
Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, i militanti socialisti in dissenso con la linea dei riformisti maggioritaria nel Partito Socialista, abbandonarono il Teatro Goldoni dove si svolgeva il Congresso del PSI e si recarono al Teatro San Marco dove, nel corso di una tumultuosa assemblea, proclamarono la nascita del Partito Comunista d’Italia (sezione Italiana della Terza Internazionale).
In questi giorni impazzano sulla stampa e sui social rievocazioni e ricordi in cui, in gran parte, il filo politico conduttore è rappresentato da coloro che, a distanza di 100 anni, definiscono come una jattura la “scissione di Livorno”. Non è un caso che, in giro per l’Italia, molti esponenti del Partito Democratico si stanno cimentando con quello che potremmo definire l’ennesimo funerale ad una storia politica e materiale di grande importanza. Come interpreti questo clima culturale e politico e – a tuo parere – come dovremmo approcciare il complesso tema della necessità del bilancio storico dell’esperienza comunista nel nostro paese?
Non c’è niente di nuovo sotto il sole, sono decenni, dagli anni ’90, che si continua con un’opera di demolizione ideologica dell’esperienza del comunismo in tutta una serie di varianti. Dai pentiti del PCI e della rivoluzione, alcuni come Veltroni ci dicono di non essere mai stati comunisti, fino ai più reazionari che ritrovano toni del tipo “i comunisti mangiano i bambini”. Va detto però che questa insistenza sull’anticomunismo in tutte le salse svela una debolezza delle classi dirigenti che ci stanno procurando il vantaggio di dare alla propaganda comunista un sapore sempre più stantio perché la fase storica del “crollo del comunismo” ormai sta alle nostre spalle e la coazione a ripetere sempre lo stesso mantra nasce dalla paura che questo “spettro” ritorni a materializzarsi.
Innanzitutto è la paura di riprodurre contraddizioni che l’ideologia dominante aveva considerato ormai superate perchè la storia era finita, la paura di vedere paesi e forze che si richiamano al comunismo dimostrare una solidità ed una tenuta alla quale non credevano e la paure, infine, di perdere l’egemonia delle classi subalterne anche nei paesi imperialisti dove la crisi economica, quella sociale e di civiltà sta mostrando i limiti del presente assetto sociale. Il punto è che anche una minima espressione soggettiva ed antagonista delle contraddizioni che si stanno affacciando nel nuovo secolo rischia di mettere in crisi un equilibrio reso sempre più precario. Per certi versi la recente vicenda Trump e gli incidenti a Washington mostrano la pervasività di tali contraddizioni che rompono assetti politici di potere interni al capitalismo statunitense.
Dunque una valutazione sulla nascita del PCI non può che essere compiuta sulla base di un giudizio storico e dinamico che riguarda anche il presente. Il comunismo non è uno stato dell’animo ed i comunisti non si trovano in natura ma sono il prodotto di necessità storiche che non sono mai statiche e che si manifestano all’interno delle diverse fasi di un modo di produzione. La rivoluzione Bolscevica e la nascita del PCI avvengono in un contesto oggettivamente rivoluzionario dove una soggettività “giovane” riesce a svolgere un ruolo storico di superamento del capitalismo in alcune parti del mondo e di organizzazione proletaria in altre, alla faccia della retorica di un D’Alema che afferma che il PCI è stato sempre riformista.
Il PCI ha svolto egregiamente quella funzione in quel momento storico che trova una sua svolta con la fine della seconda guerra mondiale, la divisione del mondo in campi contrapposti ed una ripresa economica nell’occidente capitalista. Questo ha modificato la condizione e la linea del partito che si è espressa in quel contesto e che ha generato le deviazioni possibili in quel contesto. Va detto che in forme diverse questo non è avvenuto solo per il PCI ma ha agito su tutto il movimento comunista mondiale.
Tornando alla scelta di Livorno ’21 c’è un arco temporale – sostanzialmente i primi 5 anni di vita del Partito, dalla fondazione al Congresso di Lione (1926) – che racchiude i termini di una battaglia politica aspra ma di alto respiro, tra opzioni diverse dentro il neonato Partito, che prefigureranno l’identità futura di questa formazione che subito subirà la clandestinità, il confino, l’esilio e, dopo quasi 20 anni di regime fascista, rappresenterà il fulcro principale della Resistenza. Ritieni che le questioni poste all’epoca di quello scontro interno – mutatis mutandis – siano ancora lezioni teoriche valide per l’oggi e, soprattutto, utili alla ricostruzione/riqualificazione di una moderna soggettiva comunista organizzata?
Ovviamente no e si allo steso tempo nel senso che va fatto una lavoro di analisi teorica, storica e politica approfondito e specifico per capire quello che è ancora valido. Nella realtà una lettura non dialettica, ovvero di verità assolute, non funziona perchè va distinto il movimento storico di fondo dalle forme che questo assume nell’evoluzione delle società ed in quella delle dinamiche del capitalismo. In altre parole, i punti alti del pensiero marxista e comunista, dall’analisi economica, all’analisi di classe, alla competizione imperialistica, sono tutti riscontrabili nella realtà attuale, quello che cambia è il modo di espressione di questi caratteri di fondo che è dato dai cambiamenti materiali che la società produce nella sua evoluzione temporale. Cambiano e si arricchiscono le forze produttive, quelle sociali cambiano forma e condizione nella produzione, cambia il peso degli Stati, le visioni culturali e molto altro.
Dunque non c’è una risposta univoca alla domanda ma si tratta di collocarsi dentro un processo continuo di analisi e di scelte per verificare le analisi prodotte che richiedono anche un rapporto ed un intreccio con la materialità delle soggettività organizzate che si pongono nella prospettiva di superamento dell’attuale modo di produzione.
Interpretare la storia del Partito Comunista (dal 1921, al “partito nuovo” di Togliatti, a quello di Longo/Berlinguer/Natta fino allo scioglimento, nel 1991, con la segreteria di Achille Occhetto) come un unicum è un errore da ogni punto di vista. È innegabile, però, che dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi è iniziato un corso politico che – lentamente ma incessantemente – ha revisionato il corpo teorico, gli atti e l’azione del partito fino alla scelta di assumere funzioni di governance ad ogni costo coerentemente all’identificazione piena nelle compatibilità capitalistiche.
In un lavoro teorico della Rete dei Comunisti “Coscienza di classe e Organizzazione” nel paragrafo “Partito ed Organizzazione” si propone una “Ipotesi di Schema” che rifiuta di schierarsi (molti decenni dopo) con questa o quella posizione del movimento comunista ma si avanza un piano di analisi fondato sulle fasi storiche del MPC, sulle trasformazioni strutturali della classe e sul rapporto tra composizione di classe e coscienza. Un approccio – quindi – eretico ed inedito che prova a collocare la funzione dei comunisti oggi su un livello più avanzato e, possibilmente, più adeguato alle sfide della nostra contemporaneità. A che punto è la riflessione della Rete dei Comunisti su questo versante?
Non so se è “eretico” ma l’elaborazione teorica/politica della RdC è certamente in discontinuità con la cultura politica dei comunisti nel nostro paese sia che vengano dal PCI sia da altre formazioni, anche rivoluzionarie, che hanno animato la scena militante. Per capire cosa fare oggi, dobbiamo avere chiara non solo la visione del momento specifico che stiamo attraversando, ma quanto e come questo sia il prodotto delle precedenti fasi ed anche le potenzialità che questo implicitamente contiene.
Abbiamo scritto diversi testi su questo aspetto collocando la condizione attuale dentro una dinamica storica che contempla lo sviluppo delle forze produttive, le diverse fasi di crisi, le continue trasformazioni della composizione di classe e l’evolversi delle contraddizioni internazionali in relazione alla valorizzazione del capitale e molti altri aspetti che sembrano non avere collegamento con l’azione politica diretta, ma che invece ne sono le cause profonde che non possono essere scisse dall'azione delle forze comuniste.
Questo aspetto, dagli anni ’80, è stato completamente eliminato dal pensiero comunista e sostituito dal politicismo e dall’elettoralismo, che in questa nuova condizione generale sono immediatamente precipitati sulla testa di chi li ha praticati, trascinando anche una gloriosa storia nella insignificanza attuale che ben conosciamo.
Un ricordo non formale di Livorno ’21 e lontano da ogni forma di stanco ed inefficace reducismo è il taglio che stiamo cercando di imprimere alle variegate discussioni su questo Centenario. Più volte abbiamo evidenziato che i comunisti se vogliono svolgere, per davvero, un ruolo utile alle loro ragioni – storiche ed immediate – devono tentare di assolvere una funzione di avanguardia in ogni campo della struttura e della sovrastruttura. In questi anni il percorso di definizione teorica e programmatica e di costruzione organizzata della RdC – basandosi sulle proprie forze e conscio dei propri limiti – ha stimolato e promosso discussioni ed approfondimenti sullo scarto tra le ragioni e la forza dei comunisti, sulla nuova fase strategica del capitale, sull’attuale congiuntura della competizione inter/imperialistica, sulla novità rappresentata dal continente/Cina, sulle caratteristiche del capitalismo italiano e la dicotomia Nord/Sud e su varie altre questioni afferenti a tematiche di analisi e prospettiva del corso storico che stiamo attraversando. Il tutto continuando a portare il nostro contributo militante nei fronti della lotta politica, sociale e sindacale su cui siamo costantemente impegnati. Insomma – come è noto – la RdC pur non proclamandosi come l’ennesimo “partito comunista ricostituito” prova a contribuire con un apporto serio e sperimentato alla battaglia comunista nel nostro paese e in Europa. Cosa vuoi aggiungere a questa premessa – di metodo e di sostanza – in relazione a questo anniversario che corre il serio rischio di essere opacizzato in una convergente forbice tra narrazioni tossiche e amarcord nostalgici?
La Rete dei Comunisti si è sempre definita organizzazione comunista, e non partito, in quanto cosciente dei propri limiti soggettivi come forza comunista e oggettivi come forza che agisce dentro un polo imperialista che è uno dei maggiori competitori a livello mondiale, questo la avevamo già ben chiaro dagli anni ’90. Raramente ci siamo impegnati nel fare delle ricorrenze storiche un punto fondante della nostra identità, anche se in quelle ci riconosciamo pienamente, ed abbiamo preferito proiettare l’analisi in avanti nelle nuove condizioni che mano mano andavano a manifestarsi in Italia, in Europa ma anche nel mondo intero.
I cento anni del PCI, nelle sue evoluzioni, non possono essere valutati nella giornata del 21 Gennaio per poi esser rimessi nel dimenticatoio analitico. In questo senso credo che la RdC debba utilizzare tutto questo 2021 per costruire una scadenza pubblica a carattere teorico e politico in cui si coglie l’occasione del Centenario per fare una riflessione approfondita ed organizzata su quello che è stato il movimento comunista del ‘900 a partire dalla fondamentale esperienza storica del PCI pur in tutte le sue contraddizioni.
Fonte
Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, i militanti socialisti in dissenso con la linea dei riformisti maggioritaria nel Partito Socialista, abbandonarono il Teatro Goldoni dove si svolgeva il Congresso del PSI e si recarono al Teatro San Marco dove, nel corso di una tumultuosa assemblea, proclamarono la nascita del Partito Comunista d’Italia (sezione Italiana della Terza Internazionale).
In questi giorni impazzano sulla stampa e sui social rievocazioni e ricordi in cui, in gran parte, il filo politico conduttore è rappresentato da coloro che, a distanza di 100 anni, definiscono come una jattura la “scissione di Livorno”. Non è un caso che, in giro per l’Italia, molti esponenti del Partito Democratico si stanno cimentando con quello che potremmo definire l’ennesimo funerale ad una storia politica e materiale di grande importanza. Come interpreti questo clima culturale e politico e – a tuo parere – come dovremmo approcciare il complesso tema della necessità del bilancio storico dell’esperienza comunista nel nostro paese?
Non c’è niente di nuovo sotto il sole, sono decenni, dagli anni ’90, che si continua con un’opera di demolizione ideologica dell’esperienza del comunismo in tutta una serie di varianti. Dai pentiti del PCI e della rivoluzione, alcuni come Veltroni ci dicono di non essere mai stati comunisti, fino ai più reazionari che ritrovano toni del tipo “i comunisti mangiano i bambini”. Va detto però che questa insistenza sull’anticomunismo in tutte le salse svela una debolezza delle classi dirigenti che ci stanno procurando il vantaggio di dare alla propaganda comunista un sapore sempre più stantio perché la fase storica del “crollo del comunismo” ormai sta alle nostre spalle e la coazione a ripetere sempre lo stesso mantra nasce dalla paura che questo “spettro” ritorni a materializzarsi.
Innanzitutto è la paura di riprodurre contraddizioni che l’ideologia dominante aveva considerato ormai superate perchè la storia era finita, la paura di vedere paesi e forze che si richiamano al comunismo dimostrare una solidità ed una tenuta alla quale non credevano e la paure, infine, di perdere l’egemonia delle classi subalterne anche nei paesi imperialisti dove la crisi economica, quella sociale e di civiltà sta mostrando i limiti del presente assetto sociale. Il punto è che anche una minima espressione soggettiva ed antagonista delle contraddizioni che si stanno affacciando nel nuovo secolo rischia di mettere in crisi un equilibrio reso sempre più precario. Per certi versi la recente vicenda Trump e gli incidenti a Washington mostrano la pervasività di tali contraddizioni che rompono assetti politici di potere interni al capitalismo statunitense.
Dunque una valutazione sulla nascita del PCI non può che essere compiuta sulla base di un giudizio storico e dinamico che riguarda anche il presente. Il comunismo non è uno stato dell’animo ed i comunisti non si trovano in natura ma sono il prodotto di necessità storiche che non sono mai statiche e che si manifestano all’interno delle diverse fasi di un modo di produzione. La rivoluzione Bolscevica e la nascita del PCI avvengono in un contesto oggettivamente rivoluzionario dove una soggettività “giovane” riesce a svolgere un ruolo storico di superamento del capitalismo in alcune parti del mondo e di organizzazione proletaria in altre, alla faccia della retorica di un D’Alema che afferma che il PCI è stato sempre riformista.
Il PCI ha svolto egregiamente quella funzione in quel momento storico che trova una sua svolta con la fine della seconda guerra mondiale, la divisione del mondo in campi contrapposti ed una ripresa economica nell’occidente capitalista. Questo ha modificato la condizione e la linea del partito che si è espressa in quel contesto e che ha generato le deviazioni possibili in quel contesto. Va detto che in forme diverse questo non è avvenuto solo per il PCI ma ha agito su tutto il movimento comunista mondiale.
Tornando alla scelta di Livorno ’21 c’è un arco temporale – sostanzialmente i primi 5 anni di vita del Partito, dalla fondazione al Congresso di Lione (1926) – che racchiude i termini di una battaglia politica aspra ma di alto respiro, tra opzioni diverse dentro il neonato Partito, che prefigureranno l’identità futura di questa formazione che subito subirà la clandestinità, il confino, l’esilio e, dopo quasi 20 anni di regime fascista, rappresenterà il fulcro principale della Resistenza. Ritieni che le questioni poste all’epoca di quello scontro interno – mutatis mutandis – siano ancora lezioni teoriche valide per l’oggi e, soprattutto, utili alla ricostruzione/riqualificazione di una moderna soggettiva comunista organizzata?
Ovviamente no e si allo steso tempo nel senso che va fatto una lavoro di analisi teorica, storica e politica approfondito e specifico per capire quello che è ancora valido. Nella realtà una lettura non dialettica, ovvero di verità assolute, non funziona perchè va distinto il movimento storico di fondo dalle forme che questo assume nell’evoluzione delle società ed in quella delle dinamiche del capitalismo. In altre parole, i punti alti del pensiero marxista e comunista, dall’analisi economica, all’analisi di classe, alla competizione imperialistica, sono tutti riscontrabili nella realtà attuale, quello che cambia è il modo di espressione di questi caratteri di fondo che è dato dai cambiamenti materiali che la società produce nella sua evoluzione temporale. Cambiano e si arricchiscono le forze produttive, quelle sociali cambiano forma e condizione nella produzione, cambia il peso degli Stati, le visioni culturali e molto altro.
Dunque non c’è una risposta univoca alla domanda ma si tratta di collocarsi dentro un processo continuo di analisi e di scelte per verificare le analisi prodotte che richiedono anche un rapporto ed un intreccio con la materialità delle soggettività organizzate che si pongono nella prospettiva di superamento dell’attuale modo di produzione.
Interpretare la storia del Partito Comunista (dal 1921, al “partito nuovo” di Togliatti, a quello di Longo/Berlinguer/Natta fino allo scioglimento, nel 1991, con la segreteria di Achille Occhetto) come un unicum è un errore da ogni punto di vista. È innegabile, però, che dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi è iniziato un corso politico che – lentamente ma incessantemente – ha revisionato il corpo teorico, gli atti e l’azione del partito fino alla scelta di assumere funzioni di governance ad ogni costo coerentemente all’identificazione piena nelle compatibilità capitalistiche.
In un lavoro teorico della Rete dei Comunisti “Coscienza di classe e Organizzazione” nel paragrafo “Partito ed Organizzazione” si propone una “Ipotesi di Schema” che rifiuta di schierarsi (molti decenni dopo) con questa o quella posizione del movimento comunista ma si avanza un piano di analisi fondato sulle fasi storiche del MPC, sulle trasformazioni strutturali della classe e sul rapporto tra composizione di classe e coscienza. Un approccio – quindi – eretico ed inedito che prova a collocare la funzione dei comunisti oggi su un livello più avanzato e, possibilmente, più adeguato alle sfide della nostra contemporaneità. A che punto è la riflessione della Rete dei Comunisti su questo versante?
Non so se è “eretico” ma l’elaborazione teorica/politica della RdC è certamente in discontinuità con la cultura politica dei comunisti nel nostro paese sia che vengano dal PCI sia da altre formazioni, anche rivoluzionarie, che hanno animato la scena militante. Per capire cosa fare oggi, dobbiamo avere chiara non solo la visione del momento specifico che stiamo attraversando, ma quanto e come questo sia il prodotto delle precedenti fasi ed anche le potenzialità che questo implicitamente contiene.
Abbiamo scritto diversi testi su questo aspetto collocando la condizione attuale dentro una dinamica storica che contempla lo sviluppo delle forze produttive, le diverse fasi di crisi, le continue trasformazioni della composizione di classe e l’evolversi delle contraddizioni internazionali in relazione alla valorizzazione del capitale e molti altri aspetti che sembrano non avere collegamento con l’azione politica diretta, ma che invece ne sono le cause profonde che non possono essere scisse dall'azione delle forze comuniste.
Questo aspetto, dagli anni ’80, è stato completamente eliminato dal pensiero comunista e sostituito dal politicismo e dall’elettoralismo, che in questa nuova condizione generale sono immediatamente precipitati sulla testa di chi li ha praticati, trascinando anche una gloriosa storia nella insignificanza attuale che ben conosciamo.
Un ricordo non formale di Livorno ’21 e lontano da ogni forma di stanco ed inefficace reducismo è il taglio che stiamo cercando di imprimere alle variegate discussioni su questo Centenario. Più volte abbiamo evidenziato che i comunisti se vogliono svolgere, per davvero, un ruolo utile alle loro ragioni – storiche ed immediate – devono tentare di assolvere una funzione di avanguardia in ogni campo della struttura e della sovrastruttura. In questi anni il percorso di definizione teorica e programmatica e di costruzione organizzata della RdC – basandosi sulle proprie forze e conscio dei propri limiti – ha stimolato e promosso discussioni ed approfondimenti sullo scarto tra le ragioni e la forza dei comunisti, sulla nuova fase strategica del capitale, sull’attuale congiuntura della competizione inter/imperialistica, sulla novità rappresentata dal continente/Cina, sulle caratteristiche del capitalismo italiano e la dicotomia Nord/Sud e su varie altre questioni afferenti a tematiche di analisi e prospettiva del corso storico che stiamo attraversando. Il tutto continuando a portare il nostro contributo militante nei fronti della lotta politica, sociale e sindacale su cui siamo costantemente impegnati. Insomma – come è noto – la RdC pur non proclamandosi come l’ennesimo “partito comunista ricostituito” prova a contribuire con un apporto serio e sperimentato alla battaglia comunista nel nostro paese e in Europa. Cosa vuoi aggiungere a questa premessa – di metodo e di sostanza – in relazione a questo anniversario che corre il serio rischio di essere opacizzato in una convergente forbice tra narrazioni tossiche e amarcord nostalgici?
La Rete dei Comunisti si è sempre definita organizzazione comunista, e non partito, in quanto cosciente dei propri limiti soggettivi come forza comunista e oggettivi come forza che agisce dentro un polo imperialista che è uno dei maggiori competitori a livello mondiale, questo la avevamo già ben chiaro dagli anni ’90. Raramente ci siamo impegnati nel fare delle ricorrenze storiche un punto fondante della nostra identità, anche se in quelle ci riconosciamo pienamente, ed abbiamo preferito proiettare l’analisi in avanti nelle nuove condizioni che mano mano andavano a manifestarsi in Italia, in Europa ma anche nel mondo intero.
I cento anni del PCI, nelle sue evoluzioni, non possono essere valutati nella giornata del 21 Gennaio per poi esser rimessi nel dimenticatoio analitico. In questo senso credo che la RdC debba utilizzare tutto questo 2021 per costruire una scadenza pubblica a carattere teorico e politico in cui si coglie l’occasione del Centenario per fare una riflessione approfondita ed organizzata su quello che è stato il movimento comunista del ‘900 a partire dalla fondamentale esperienza storica del PCI pur in tutte le sue contraddizioni.
Fonte
27/01/2019
Livorno ’21: ieri ed oggi
Il 15 gennaio del 1921, a Livorno, presso il Teatro Goldoni si svolse il congresso del Partito Socialista. Nel corso di oltre cinque giorni di aspre ed appassionate discussioni si confrontarono tre posizioni: quella di Turati e Prampolini che aveva una impostazione moderata e collocata nel solco delle posizioni che erano state proprie degli elaborati della Seconda Internazionale, quella dei cosiddetti unitari (Giacinto, Menotti, Serrati) che riteneva di poter raggiungere una (impossibile) sintesi tra le diverse anime del partito e quella dei cosiddetti massimalisti (Bordiga, Gramsci) che chiedevano l’esplusione dei moderati, il cambio di nome del partito e – soprattutto – l’adesione alla piattaforma programmatica dell’Internazionale Comunista di Lenin.
Il 21 gennaio mentre si chiudeva il congresso del Partito Socialista senza che si raggiungesse una soluzione unitaria tra le varie posizioni, i cosiddetti massimalisti lasciarono l’assise socialista – ed al canto de “L’Internazionale” – raggiunsero il Teatro San Marco dove costituirono il Partito Comunista d’Italia. Erano alla testa di quel nuovo inizio politico, non solo Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, ma anche uomini come Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Nicola Bombaci, che poi aderì al movimento di Benito Mussolini. Tra le adesioni politicamente più qualificanti al partito fu significativa quella dell’intera Federazione Giovanile Socialista che costituì un fattore di forza e di grande dinamicità per la nuova formazione che da subito dovette misurarsi con l’aggressività del fascismo.
L’Italia di quegli anni era attraversata – come accadeva ed era accaduto anche in altri paesi europei, Germania ed Ungheria in primis – da potenti moti sociali e politici (la Rivoluzione Spartachista, i Consigli Ungheresi, il Biennio Rosso e i tumulti annonari in Italia), l’eco dell’Ottobre Sovietico era vivo e rappresentava un esempio di rivoluzione concreto e le ferite del primo conflitto imperialistico mondiale ancora grondavano sangue, disastri e rancori sociali.
In quel contesto nacque il Partito Comunista d’Italia e prese corpo una enorme storia che con strappi, rotture, revisioni e derive di ordine teorico, culturale e politico è terminata – formalmente – il 3 febbraio del 1991 con lo scioglimento del PCI e la nascita, in contemporanea, del Partito Democratico di Sinistra e del Movimento della Rifondazione Comunista. Ma questa è un altra storia!
Quella che prese le mosse a Livorno (il PCd’I prima ed il PCI dopo) fu una complessa vicenda politica che si è sviluppata dentro temperie epocali (il fascismo, la seconda guerra mondiale, la resistenza, il dopoguerra e la divisione del mondo in blocchi, il boom economico e la ricostruzione post bellica, i diversi cicli di lotte operaie e proletarie, lo stragismo, la globalizzazione/modernizzazione capitalistica e le grandi ristrutturazioni, la fine dell’Unione Sovietica e del campo socialista). Insomma uno spicchio importante del Novecento e di quel Secolo Breve su cui gli storici ancora si cimentano e che, in ogni caso, ha rappresentato un arco temporale in cui il proletariato e i vari strati subalterni della società hanno più volte dato “l’assalto al cielo” ed hanno impresso un forte scossone al capitalismo, al colonialismo, all’oscurantismo ed all’insieme delle antisociali forme di dominio sull’uomo e la natura. Un movimento reale, dunque, che ha saputo porre la questione della rivoluzione e della costruzione del Socialismo nel vivo delle società e della contemporaneità.
Scopo di questo articolo non è rispondere compiutamente a questa esigenza la quale, per la sua complessità, richiede uno sforzo analitico enorme, una grande sinergia di compiti collettivi e, soprattutto, l’affontamento di compiti inediti per meglio interpretare e, possibilmente, rivoltare quella che abbiamo definito più volte la nuova fase stretegica del capitale. Su questo specifico aspetto della riflessione dei comunisti rimandiamo agli atti del Convegno “Il vecchio muore ed il nuovo non può nascere” realizzato dalla Rete dei Comunisti nel dicembre 2016. Prendendo spunto dalla profonda riflessione di Antonio Gramsci – elaborata nelle mura di un carcere fascista – la RdC si è interrogata sul nuovo contesto internazionale a seguito dell’esaurirsi della cosiddetta globalizzazione, dopo le sconfitte accumulate negli ultimi decenni e le poderose trasformazioni avvenute in ogni ambito della struttura e della sovrastruttura del moderno Modo di Produzione Capitalistico.
Da questa riflessione il ricordo – odierno – dell’anniversario di Livorno ’21 è un atto politico utile per contrastare l’ondata culturale, politica ed anche penale che, in Italia come nel resto d’Europa, vorrebbe cancellare l’opzione comunista dall’ordine delle cose possibili. Nel contempo, però, se i comunisti vogliono tornare ad incarnare una funzione d’avanguardia, dinamica ed innovativa – come è presupposto del marxismo e del materialismo storico/dialettico – non devono ridursi a mero elemento nostalgico o, peggio ancora, ad una stanca riperpetuzione di un ricco passato che non è possibile rieditare nelle stesse identiche forme e modalità.
Quindi – per restare al nocciolo delle “ragioni dei comunisti” – se come da più punti di vista viene confermato, anche da parte delle teste d’uovo dei poteri forti del capitale internazionale, la crisi sistemica resta un elemento certo e strutturale di questa congiuntura (anche se, per essere corretti sul piano dell’analisi teorica, non siamo ancora di fronte alla crisi finale del Modo di Produzione Capitalistico) i comunisti devono saper lavorare per costruire una soggettività organizzata adeguata alle sfide di questa fase e agli sviluppi storici in corso. Un compito arduo, adeguato alla realtà articolata e complessa che si presenta a livello mondiale e, per quanto ci riguarda più da vicino, a livello nazionale ed europeo.
Ripercorrendo la vicenda, non solo del vecchio PCI, delle varie Rifondazioni Comuniste ma dell’insieme della variegata “area rivoluzionaria” possiamo ipotizzare che quello della Soggettività è stato il vero “punto di crisi” dei comunisti (specie nell’ultimo quarto del XX secolo) a causa del prevalere di una visione non dialettica della realtà che non ha consentito di comprendere pienamente i meccanismi profondi del capitalismo (a partire dall’enorme sviluppo delle forze produttive) e le sue possibilità di recupero e di sussunzione ad ampia scala. Un limite che si è rivelato esiziale e nefasto per prospettare il superamento del capitalismo non solo globalmente ma a partire dai punti in cui era avvenuta la rottura rivoluzionaria.
Questo assunto teorico/politico – che più volte abbiamo discusso con compagni comunisti, organizzazioni ed associazioni che si richiamano alla “nostra storia” – per noi costituisce anche un tratto fondativo e discriminante del processo di costruzione teorica, politica ed organizzativa della Rete dei Comunisti ci impone di ricordare Livorno ’21 fuori da ogni reducismo o suggestione da storicismo erudito.
Appendice:
Sulle caratteristiche di una riqualificata azione politica comunista riportiamo un brano tratto dal Manifesto Politico della RdC dell’aprile 2011 che chiarisce alcuni aspetti necessari per delineare, nel nostro paese, una funzione comunista non residuale:
“Il punto è, allora, che cosa sono i comunisti oggi e che cosa fanno nell’Italia e nell’Europa appena descritte. Certamente la questione del partito, dell’organizzazione, del rapporto di massa sono le questioni concrete cui dare una risposta più adeguata possibile alle condizioni in cui si opera, ma vengono prima alcune questioni di fondo, alla base, cioè, di ogni processo di riorganizzazione dei comunisti, attenendo alla funzione che questi devono svolgere nell’indicare una diversa idea di società e di relazioni sociali.
La prima questione che riteniamo fondamentale è quella del senso del collettivo. Gli ultimi decenni sono stati devastanti dal punto di vista della cultura politica dei comunisti. La crisi politica e la dimensione pervasiva delle relazioni istituzionali, vissute come esclusive e autoreferenziali, ha prodotto un individualismo diffuso, una competizione personale e un arrivismo indecente che ha smontato, pezzo a pezzo, un patrimonio unico nell’occidente capitalistico: quello del movimento operaio, del PCI e dell’intero movimento degli anni ’70.
Su questa seconda natura posticcia, acquisita dai comunisti e dalla sinistra in genere, va dato anche un netto giudizio etico: la corruzione intellettuale subita, sebbene non sia il punto centrale, ci obbliga, infatti, ad assumere posizione anche su questo piano. Il danno principale, per i comunisti italiani, è stato, invece, l’effetto prodotto da questi comportamenti: la distruzione dell’indipendenza delle organizzazioni di classe, il cui metro di valutazione obiettiva, oggi, sono i sempre più disastrosi risultati elettorali e la perdita d’indipendenza che ha avuto conseguenze profonde e devastanti nella battaglia delle idee per una concezione alternativa del mondo. Ricostruire, nella realtà odierna l’identità, la militanza e il senso del collettivo è, dunque, un compito primario da svolgere.
È il ruolo della teoria, l’altro terreno saccheggiato: l’oblio e la mistificazione di un pensiero forte che, lungi dall’essere fuori dal tempo, funziona ancora oggi, e cioè il marxismo. Anche questo è un segno della lotta di classe in atto: la forza del movimento operaio è stata la potenza di un pensiero razionale che sapeva interpretare il mondo e le sue dinamiche. Aver abdicato a questa funzione, aver favorito l’egemonia del pensiero debole, come anche aver sistematicamente anteposto il politicismo all’interpretazione e all’analisi, ha portato alla situazione attuale. La qualità della elaborazione teorica rimane centrale per una ricostruzione che, per quanto non dogmaticamente legata al passato, allo stesso modo non getti, però, il bambino con l’acqua sporca, riprendendo quegli elementi di teoria validi per l’azione, per recuperare, così, capacità d’analisi e d’intervento sul presente che, calate compiutamente all’interno delle strutture socio-economiche e politico-culturali del momento, assumono tutta la loro specificità e tutta la loro dirompente forza di trasformazione: altro che ferri vecchi!
Ancora: il rapporto di massa. Non esiste nessuna seria organizzazione comunista che non sia radicata nella classe. Non si forma nessun quadro comunista se non si fanno i conti in prima persona con questa necessità nella militanza quotidiana e nella concezione del mondo. Il rapporto di massa è un terreno di verifica importante e va compreso come possa effettivamente svilupparsi nella società dalle caratteristiche qui analizzate.
Alla disgregazione materiale indotta dalla riorganizzazione produttiva e sociale si risponde con un forte ruolo della soggettività nei processi di ricomposizione del conflitto di classe; pensare di avviare questi percorsi, vitali per le forze comuniste, partendo immediatamente dalla politica o da una sua dimensione autonoma e astratta e non, invece, dalla comprensione teorica di come si costruisce il rapporto di massa, qui e ora, significa continuare a seguire una via senza uscita. Far crescere il rapporto di massa organizzato, e di conseguenza la coscienza di classe, fornire ai quadri politici un metodo di lavoro e degli strumenti interpretativi adeguati alle caratteristiche della classe reale è un compito al quale i comunisti non possono sottrarsi. E’ partendo da questi elementi che vanno intrapresi i processi di ricostruzione.
Crediamo di poter affermare, perciò, che oggi l’Organizzazione dei comunisti non può che avere il carattere della militanza dei quadri e anche quello della ricerca di una qualità intesa come capacità edificatrice di un punto di vista organico al mondo moderno. Il carattere militante dei quadri non significa ipotizzare una chiusura settaria ma è, al contrario, la condizione presupposta e necessaria per sviluppare al massimo una funzione di massa, per costruire processi larghi di organizzazione dovunque questo sia possibile, al di là di ogni concezione schematica e ossificata della classe e che coinvolga, invece, tutti i settori sociali, culturali e produttivi che hanno il comune interesse a una trasformazione sociale.
Solo così diviene chiara la funzione dei progetti di costruzione della rappresentanza sociale, sindacale e politica, organizzata e indipendente, di quel blocco sociale che è penalizzato dallo sviluppo del capitalismo e dalle contraddizioni che questo stesso sviluppo genera; ed è su questa chiarezza che è possibile fondare il senso stesso dell’essere comunisti oggi”.
Fonte
Il 21 gennaio mentre si chiudeva il congresso del Partito Socialista senza che si raggiungesse una soluzione unitaria tra le varie posizioni, i cosiddetti massimalisti lasciarono l’assise socialista – ed al canto de “L’Internazionale” – raggiunsero il Teatro San Marco dove costituirono il Partito Comunista d’Italia. Erano alla testa di quel nuovo inizio politico, non solo Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, ma anche uomini come Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Nicola Bombaci, che poi aderì al movimento di Benito Mussolini. Tra le adesioni politicamente più qualificanti al partito fu significativa quella dell’intera Federazione Giovanile Socialista che costituì un fattore di forza e di grande dinamicità per la nuova formazione che da subito dovette misurarsi con l’aggressività del fascismo.
L’Italia di quegli anni era attraversata – come accadeva ed era accaduto anche in altri paesi europei, Germania ed Ungheria in primis – da potenti moti sociali e politici (la Rivoluzione Spartachista, i Consigli Ungheresi, il Biennio Rosso e i tumulti annonari in Italia), l’eco dell’Ottobre Sovietico era vivo e rappresentava un esempio di rivoluzione concreto e le ferite del primo conflitto imperialistico mondiale ancora grondavano sangue, disastri e rancori sociali.
In quel contesto nacque il Partito Comunista d’Italia e prese corpo una enorme storia che con strappi, rotture, revisioni e derive di ordine teorico, culturale e politico è terminata – formalmente – il 3 febbraio del 1991 con lo scioglimento del PCI e la nascita, in contemporanea, del Partito Democratico di Sinistra e del Movimento della Rifondazione Comunista. Ma questa è un altra storia!
Quella che prese le mosse a Livorno (il PCd’I prima ed il PCI dopo) fu una complessa vicenda politica che si è sviluppata dentro temperie epocali (il fascismo, la seconda guerra mondiale, la resistenza, il dopoguerra e la divisione del mondo in blocchi, il boom economico e la ricostruzione post bellica, i diversi cicli di lotte operaie e proletarie, lo stragismo, la globalizzazione/modernizzazione capitalistica e le grandi ristrutturazioni, la fine dell’Unione Sovietica e del campo socialista). Insomma uno spicchio importante del Novecento e di quel Secolo Breve su cui gli storici ancora si cimentano e che, in ogni caso, ha rappresentato un arco temporale in cui il proletariato e i vari strati subalterni della società hanno più volte dato “l’assalto al cielo” ed hanno impresso un forte scossone al capitalismo, al colonialismo, all’oscurantismo ed all’insieme delle antisociali forme di dominio sull’uomo e la natura. Un movimento reale, dunque, che ha saputo porre la questione della rivoluzione e della costruzione del Socialismo nel vivo delle società e della contemporaneità.
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21 Gennaio 2019: ancora in marcia per una strategia ed una organizzazione per i comunisti del XXI° Secolo.
Scopo di questo articolo non è rispondere compiutamente a questa esigenza la quale, per la sua complessità, richiede uno sforzo analitico enorme, una grande sinergia di compiti collettivi e, soprattutto, l’affontamento di compiti inediti per meglio interpretare e, possibilmente, rivoltare quella che abbiamo definito più volte la nuova fase stretegica del capitale. Su questo specifico aspetto della riflessione dei comunisti rimandiamo agli atti del Convegno “Il vecchio muore ed il nuovo non può nascere” realizzato dalla Rete dei Comunisti nel dicembre 2016. Prendendo spunto dalla profonda riflessione di Antonio Gramsci – elaborata nelle mura di un carcere fascista – la RdC si è interrogata sul nuovo contesto internazionale a seguito dell’esaurirsi della cosiddetta globalizzazione, dopo le sconfitte accumulate negli ultimi decenni e le poderose trasformazioni avvenute in ogni ambito della struttura e della sovrastruttura del moderno Modo di Produzione Capitalistico.
Da questa riflessione il ricordo – odierno – dell’anniversario di Livorno ’21 è un atto politico utile per contrastare l’ondata culturale, politica ed anche penale che, in Italia come nel resto d’Europa, vorrebbe cancellare l’opzione comunista dall’ordine delle cose possibili. Nel contempo, però, se i comunisti vogliono tornare ad incarnare una funzione d’avanguardia, dinamica ed innovativa – come è presupposto del marxismo e del materialismo storico/dialettico – non devono ridursi a mero elemento nostalgico o, peggio ancora, ad una stanca riperpetuzione di un ricco passato che non è possibile rieditare nelle stesse identiche forme e modalità.
Quindi – per restare al nocciolo delle “ragioni dei comunisti” – se come da più punti di vista viene confermato, anche da parte delle teste d’uovo dei poteri forti del capitale internazionale, la crisi sistemica resta un elemento certo e strutturale di questa congiuntura (anche se, per essere corretti sul piano dell’analisi teorica, non siamo ancora di fronte alla crisi finale del Modo di Produzione Capitalistico) i comunisti devono saper lavorare per costruire una soggettività organizzata adeguata alle sfide di questa fase e agli sviluppi storici in corso. Un compito arduo, adeguato alla realtà articolata e complessa che si presenta a livello mondiale e, per quanto ci riguarda più da vicino, a livello nazionale ed europeo.
Ripercorrendo la vicenda, non solo del vecchio PCI, delle varie Rifondazioni Comuniste ma dell’insieme della variegata “area rivoluzionaria” possiamo ipotizzare che quello della Soggettività è stato il vero “punto di crisi” dei comunisti (specie nell’ultimo quarto del XX secolo) a causa del prevalere di una visione non dialettica della realtà che non ha consentito di comprendere pienamente i meccanismi profondi del capitalismo (a partire dall’enorme sviluppo delle forze produttive) e le sue possibilità di recupero e di sussunzione ad ampia scala. Un limite che si è rivelato esiziale e nefasto per prospettare il superamento del capitalismo non solo globalmente ma a partire dai punti in cui era avvenuta la rottura rivoluzionaria.
Questo assunto teorico/politico – che più volte abbiamo discusso con compagni comunisti, organizzazioni ed associazioni che si richiamano alla “nostra storia” – per noi costituisce anche un tratto fondativo e discriminante del processo di costruzione teorica, politica ed organizzativa della Rete dei Comunisti ci impone di ricordare Livorno ’21 fuori da ogni reducismo o suggestione da storicismo erudito.
Appendice:
Sulle caratteristiche di una riqualificata azione politica comunista riportiamo un brano tratto dal Manifesto Politico della RdC dell’aprile 2011 che chiarisce alcuni aspetti necessari per delineare, nel nostro paese, una funzione comunista non residuale:
“Il punto è, allora, che cosa sono i comunisti oggi e che cosa fanno nell’Italia e nell’Europa appena descritte. Certamente la questione del partito, dell’organizzazione, del rapporto di massa sono le questioni concrete cui dare una risposta più adeguata possibile alle condizioni in cui si opera, ma vengono prima alcune questioni di fondo, alla base, cioè, di ogni processo di riorganizzazione dei comunisti, attenendo alla funzione che questi devono svolgere nell’indicare una diversa idea di società e di relazioni sociali.
La prima questione che riteniamo fondamentale è quella del senso del collettivo. Gli ultimi decenni sono stati devastanti dal punto di vista della cultura politica dei comunisti. La crisi politica e la dimensione pervasiva delle relazioni istituzionali, vissute come esclusive e autoreferenziali, ha prodotto un individualismo diffuso, una competizione personale e un arrivismo indecente che ha smontato, pezzo a pezzo, un patrimonio unico nell’occidente capitalistico: quello del movimento operaio, del PCI e dell’intero movimento degli anni ’70.
Su questa seconda natura posticcia, acquisita dai comunisti e dalla sinistra in genere, va dato anche un netto giudizio etico: la corruzione intellettuale subita, sebbene non sia il punto centrale, ci obbliga, infatti, ad assumere posizione anche su questo piano. Il danno principale, per i comunisti italiani, è stato, invece, l’effetto prodotto da questi comportamenti: la distruzione dell’indipendenza delle organizzazioni di classe, il cui metro di valutazione obiettiva, oggi, sono i sempre più disastrosi risultati elettorali e la perdita d’indipendenza che ha avuto conseguenze profonde e devastanti nella battaglia delle idee per una concezione alternativa del mondo. Ricostruire, nella realtà odierna l’identità, la militanza e il senso del collettivo è, dunque, un compito primario da svolgere.
È il ruolo della teoria, l’altro terreno saccheggiato: l’oblio e la mistificazione di un pensiero forte che, lungi dall’essere fuori dal tempo, funziona ancora oggi, e cioè il marxismo. Anche questo è un segno della lotta di classe in atto: la forza del movimento operaio è stata la potenza di un pensiero razionale che sapeva interpretare il mondo e le sue dinamiche. Aver abdicato a questa funzione, aver favorito l’egemonia del pensiero debole, come anche aver sistematicamente anteposto il politicismo all’interpretazione e all’analisi, ha portato alla situazione attuale. La qualità della elaborazione teorica rimane centrale per una ricostruzione che, per quanto non dogmaticamente legata al passato, allo stesso modo non getti, però, il bambino con l’acqua sporca, riprendendo quegli elementi di teoria validi per l’azione, per recuperare, così, capacità d’analisi e d’intervento sul presente che, calate compiutamente all’interno delle strutture socio-economiche e politico-culturali del momento, assumono tutta la loro specificità e tutta la loro dirompente forza di trasformazione: altro che ferri vecchi!
Ancora: il rapporto di massa. Non esiste nessuna seria organizzazione comunista che non sia radicata nella classe. Non si forma nessun quadro comunista se non si fanno i conti in prima persona con questa necessità nella militanza quotidiana e nella concezione del mondo. Il rapporto di massa è un terreno di verifica importante e va compreso come possa effettivamente svilupparsi nella società dalle caratteristiche qui analizzate.
Alla disgregazione materiale indotta dalla riorganizzazione produttiva e sociale si risponde con un forte ruolo della soggettività nei processi di ricomposizione del conflitto di classe; pensare di avviare questi percorsi, vitali per le forze comuniste, partendo immediatamente dalla politica o da una sua dimensione autonoma e astratta e non, invece, dalla comprensione teorica di come si costruisce il rapporto di massa, qui e ora, significa continuare a seguire una via senza uscita. Far crescere il rapporto di massa organizzato, e di conseguenza la coscienza di classe, fornire ai quadri politici un metodo di lavoro e degli strumenti interpretativi adeguati alle caratteristiche della classe reale è un compito al quale i comunisti non possono sottrarsi. E’ partendo da questi elementi che vanno intrapresi i processi di ricostruzione.
Crediamo di poter affermare, perciò, che oggi l’Organizzazione dei comunisti non può che avere il carattere della militanza dei quadri e anche quello della ricerca di una qualità intesa come capacità edificatrice di un punto di vista organico al mondo moderno. Il carattere militante dei quadri non significa ipotizzare una chiusura settaria ma è, al contrario, la condizione presupposta e necessaria per sviluppare al massimo una funzione di massa, per costruire processi larghi di organizzazione dovunque questo sia possibile, al di là di ogni concezione schematica e ossificata della classe e che coinvolga, invece, tutti i settori sociali, culturali e produttivi che hanno il comune interesse a una trasformazione sociale.
Solo così diviene chiara la funzione dei progetti di costruzione della rappresentanza sociale, sindacale e politica, organizzata e indipendente, di quel blocco sociale che è penalizzato dallo sviluppo del capitalismo e dalle contraddizioni che questo stesso sviluppo genera; ed è su questa chiarezza che è possibile fondare il senso stesso dell’essere comunisti oggi”.
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