Per un compagno vintage, come il sottoscritto, la scomparsa di Franco Piperno è l’occasione per ripensare, con l’evidente carico emozionale che un lutto comporta, ai decenni alle nostre spalle e ai vari intrecci umani, culturali e politici che hanno caratterizzato una epoca che resta una pietra miliare del Novecento ed oltre.
Purtroppo i tempi della biologia stanno assottigliando i protagonisti di una formidabile stagione politica la quale resta costantemente sotto il fuoco di una narrazione opaca e criminalizzante la quale procede, imperterrita, nonostante i cantori del trionfo del capitalismo non perdono occasione per decantare le magnifiche virtù mirabolanti di questa formazione sociale.
Ben vengano, quindi, gli appassionanti e i bei ricordi che, in queste ore, stiamo leggendo a proposito della morte di Franco. Ognuna di queste testimonianze, di questi flash/back, di questi racconti esprime – a vario titolo – non solo un pezzo di comune immaginario collettivo o di condivisone di un passato più o meno simile. Il ricordo come gli aneddoti che si raccontano sulla vita e l’azione di Franco Piperno sono la testimonianza pratica che – parafrasando il Grande Timoniere – non tutte le morti e sono uguali e che ogni vita ha un peso diverso a seconda delle persone.
A questo polifonico omaggio voglio aggiungere alcune riflessioni ad alta voce su Piperno ma, necessariamente, su una complessa stagione politica la quale è ancora tutta da scandagliare adeguatamente per ricavarne spunti e frammenti teorici per corroborare una tensione pratica alla trasformazione – alla Rivoluzione – la quale resta il vero antidoto alla barbarie di un capitalismo sempre più parossistico ed antisociale.
Franco Piperno è stato tra i tanti che sul finire degli anni sessanta hanno imparato a conoscere la classe nei luoghi della produzione, dello sfruttamento e del conflitto. Ai cancelli di Mirafiori o nei quartieri della città che si trasformavano sotto gli effetti della modernizzazione capitalistica una generazione prendeva coscienza, si dotava di strumenti di inchiesta e d’intervento ma – soprattutto – provava e riprovava le forme dell’Organizzazione.
L’impegno nelle riviste militanti di quel periodo, la vicenda complicata di Potere Operaio fino alla fine formale del gruppo ma anche nel prosieguo, le polemiche con Negri ed altri compagni, il movimento del ’77 con il plateale azzardo di Metropoli e l’immaginifico quanto evanescente desiderio di coniugare la geometrica potenza del 12 Marzo con la terribile bellezza di Via Fani.
Insomma una vita militante vissuta di corsa, sul filo della contraddizione, sporcandosi le mani senza però perdere l’ironia, la sagacia e la provocazione sopra le righe. Uno stile che rifletteva non solo lo spirito del tempo ma anche il suo spumeggiante carattere personale e la profonda ed articolata formazione intellettuale che lo distingueva, oggettivamente, rispetto a tanti altri bravissimi compagni.
Mi piace ricordare che lo sforzo (praticamente la redazione di Metropoli e qualcun altro) di avviare una difficile trattativa per salvare la vita ad Aldo Moro offrendo, nel contempo, una sorta di status di riconoscimento politico alle Brigate Rosse fu l’unico serio tentativo per impedire la feroce militarizzazione dello scontro con i tragici epiloghi a cui si giunse successivamente. Non a caso i più feroci oppositori di quell’abortito tentativo di trattativa furono i falchi dell’Emergenza: Cossiga, Berlinguer, l’ambasciata USA, la Nato e l’intera rete Gladio ancora operante in Italia.
Franco fu – ovviamente – tirato dentro nella famigerata inchiesta del Sette Aprile contro l’Autonomia Operaia ma Calogero (o meglio Kalogero!) e i suoi apologeti non ebbero la soddisfazione di imprigionarlo.
Restano memorabili alcune trovate geniali di Franco che ridicolizzavano i presupposti della costruzione giudiziaria e la totalizzante copertura mediatica di quell’inchiesta/mostre: nelle settimane successive alla retata del Sette Aprile – in collaborazione con il giornale satirico “il Male” – Piperno, allora latitante, appariva sempre truccato da qualcosa (aviatore, carabiniere, sacerdote, capellone) e annunciava improbabili insurrezioni come se per davvero fosse lui il capo assoluto delle formazioni armate che allora agivano in Italia.
Gli anni che seguirono sono stati duri e difficili. L’esilio, la latitanza in Francia ed in Canada, il rientro in Italia, il carcere e poi il rimettersi in gioco nella vita, nel lavoro e negli affetti. Una condizione simile vissuta da tante compagne e compagni a cavallo del secolo passato.
Franco tornò a Cosenza, nel suo Sud, ai suoi studi di Fisica ma con una puntuale attenzione alle modificazioni del territorio e della società. Non fece mancare il suo spirito critico alle forme nuove di partecipazione sociale e seguì le esperienze che, di volta in volta, in Calabria e nel complesso del Meridione d’Italia si sono prodotte.
Ovviamente su alcune sue elaborazioni nutro perplessità ed alcune riserve politiche (lo spirito pubblico del Meridione oppure una particolare indulgenza verso un Pensiero Meridiano astratto dal corso vigente del modo di produzione capitalistico) ma c’è tempo e contesto adatto per discutere ed arrovellarsi su tali snodi.
Nell’ultimi anni Franco non si è mai sottratto alle discussioni, al confronto critico ed autocritico, ha conosciuto nuove generazioni di compagni ed attivisti a cui ha trasmesso saperi e metodo di lavoro. Particolarmente la sua passione per gli studi astrali era diventata occasione di incontro, di trasmissione di competenze dove si intrecciavano scienza, filosofia ed antropologia. Il tutto sempre con l’immancabile rigore accompagnato da quella sottile leggerezza espositiva di cui sono capaci coloro i quali conoscono veramente le questioni che trattano e che non si fermano (o che si arrendono) alla superficie.
Franco Piperno ci mancherà, questo è indubbio. Ma alcune figure umane (e sociali) restano nel tempo presente ed in quello futuro oltre il limite della singola esistenza.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/01/2025
10/06/2018
Aldomorologia: un’interpretazione
Continuiamo ad assistere da anni, anzi da decenni, ad una specie di delirio collettivo, che invece di quietarsi come succede prima o poi alle leggende metropolitane, cresce di anno in anno.
Si tratta delle bufale e della dietrologia sul sequestro di Aldo Moro. Sono ormai talmente tante e variegate, che ho in mente di raccoglierle ed analizzarle in un saggio. Ad oggi, il suo titolo sarebbe: “Aldomorologia, analisi di un delirio. Dal lago della Duchessa fino alle puttanate di Santoro.” Ma dovrò cercare un titolo più neutro, perché l’epidemiologia ci insegna che l’enorme bufala sparata giovedì da Santoro non sarà l’ultima.
Per chi – fortunato lui – non ha visto giovedì sera quel fescennino televisivo, in buona sostanza Santoro si inventa che Franco Piperno fece nel febbraio '78 un viaggio negli USA per “incontrarsi con la CIA e progettare il sequestro Moro”.
Si ride per non piangere: chi sa un minimo la storia, sa che Piperno aveva vinto una posizione come “visiting scientist” al MIT (una posizione non altrettanto degna dei quasi-soggiorni di studio di Conte, o della padronanza di Renzi della lingua inglese, ma accontentiamoci). Proprio a causa della recrudescenza repressiva conseguente al sequestro Moro, Piperno dovette rinunciare alla prestigiosa posizione. Piperno, poi, non aveva alcun ruolo nelle BR: soltanto più dei tardi epigoni sciocchi del generale Dalla Chiesa si convinsero che Autonomia Operaia e Potere Operaio c’entrassero qualche cosa con le BR.
La lista delle GMD (Grandi Minchiate Dietrologiche) sarebbe lunghissima. Ancora oggi è duro a morire il convincimento che Moretti fosse “un uomo dei servizi segreti”, le BR fossero eterodirette (da chiunque, si va dai servizi segreti italiani, a quelli israeliani, alla RAF, a quelli bulgari: finora nessuno ha messo di mezzo Putin, e me ne stupisco), in Via Fani ci fossero dei cecchini abilissimi e misteriosi, e via farneticando di questo passo.
Non sono bastate una mezza dozzina abbondante di Commissioni Parlamentari che hanno sostanzialmente contribuito all’industria della carta e dell’inchiostro. Non sono bastati saggi precisi fino quasi alla pedanteria (come ad esempio quello di Persichetti e coautori, e molti altri) che su quei 55 giorni ci hanno raccontato tutto il raccontabile, chiarendo ogni dubbio chiaribile a distanza di 40 anni: contando che anche i protagonisti e deuteragonisti di allora erano esseri umani, per cui certamente resterà ignoto cosa mangiarono a cena i custodi di Moro il 28 aprile del 1978, ed altri tenebrosi e importantissimi misteri.
Terminando di celiare, ho provato a trovare una ragione in questo delirio: che è delirio soltanto apparentemente. Provo a proporre la mia interpretazione.
Si sa che le BR passarono da richieste molto importanti per la liberazione di Moro (liberazione di 13 detenuti con pesanti condanne e imputazioni) fino – negli ultimi tempi – a richieste più miti: pare che sarebbe stata sufficiente un’apertura verso la liberazione di un solo detenuto, oltre ad un “riconoscimento implicito” delle BR come controparte, a impedire o perlomeno sospendere l’uccisione di Moro: quando si tratta, non si spara, disse appunto Moretti.
Il “fronte della fermezza” fu invece imperforabile. I democristiani – Andreotti in testa – dettero Moro per perduto, specialmente dopo le durissime lettere che egli scrisse ai suoi compagni di partito (si pensi alla requisitoria contro Taviani o le missive a Zaccagnini): un Moro libero sarebbe stato, per la DC, una vera mina vagante. Qui citiamo un’altra GMD: il Moro che scrisse quelle lettere “non era lui”, sicuramente era stato torturato fisicamente e psicologicamente dai suoi carcerieri, o addirittura drogato.
Sull’inesistenza di queste affermazioni si pronunciò persino Mario Sossi, sequestrato e liberato dalle BR quattro anni prima, e certamente noto per non essere un giudice con simpatie di sinistra.
In cauda venenum. Il “fronte della fermezza” ebbe i suoi alfieri più duri negli esponenti del PCI. Probabilmente, per riaccreditarsi completamente come “forza democratica” ed affidabile all’occidente in vista di un prossimo ingresso al governo, nulla c’era di meglio che dimostrarsi intransigenti, più realisti del re. Se il viaggio di Piperno nel febbraio '78 è una fola, realtà invece fu il viaggio di Giorgio Napolitano negli USA nell’aprile ‘78, durante i giorni del sequestro. Oltre a rendere omaggio in segreto a Gianni Agnelli, Napolitano riscosse vasto apprezzamento negli ambiente politici statunitensi: probabile che il placet – o perlomeno il nulla osta – degli Stati Uniti all’ingresso del PCI al governo comportasse come partita di giro l’intransigenza totale verso le BR, pazienza se giocata sulla pelle di Aldo Moro.
Se infatti nel PCI si reagì nei primi anni dicendo che le BR erano fascisti, in seguito si rifiutò – come li invitò con onesta perspicacia Rossana Rossanda – di guardare “nell’album di famiglia” del marxismo-leninismo per riconoscere nei volti di alcuni BR dei volti familiari.
Vengo quindi alla spiegazione dell’aldomorismo e dell’epidemiologia delle GMD. Vediamo infatti che ne sono particolarmente affetti gli esponenti della cosiddetta “sinistra”: per capire quanto sia questa definizione sedicente, ci basti ricordare che uno dei suoi migliori rappresentanti sia appunto Michele Santoro.
Tutto questo apparente delirio si spiega con un concetto psicologicamente semplice: si chiama cattiva coscienza. Una interpretazione di quanto successe in quei 55 giorni vede quindi il PCI pagare con la pelle di Moro la sua definitiva “redenzione” dalle sue origini rivoluzionarie: chi conosce la storia della Resistenza e della post-resistenza dei primi anni può comprendere di che si parla.
Sic stantibus rebus, risulta conveniente – per gli epigoni della “sinistra” aspirante al governo o per i suoi tardi epigoni di governo – soffiare più fumo e nebbia possibili su quei fatti e quei giorni, propagandare misteri e mezze rivelazioni. È un processo ben noto in psicologia: si chiama self deception o autoinganno. Se dietro il rapimento Moro ci sono forse la CIA e il Mossad e i servizi segreti, ben fecero allora i compagni del PCI a comportarsi con quella linea, no? Ad essere “nazionalmente solidali” coi democristiani.
Chi è responsabile dell’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta lo si sa, al di là di ogni dubbio ragionevole. Hanno tutti pagato con il carcere. Alcuni sono tutt’ora soggetti a misure detentive, a cominciare da Mario Moretti (dal 1981...).
Questi, i fatti. A distanza di 40 anni, forse possiamo cominciare ad accogliere con ilarità il proliferare dell’Aldomorologia. Tanto, sperare che si possa finalmente considerare chiusa questa vicenda, abbiamo visto essere impossibile.
Fonte
Si tratta delle bufale e della dietrologia sul sequestro di Aldo Moro. Sono ormai talmente tante e variegate, che ho in mente di raccoglierle ed analizzarle in un saggio. Ad oggi, il suo titolo sarebbe: “Aldomorologia, analisi di un delirio. Dal lago della Duchessa fino alle puttanate di Santoro.” Ma dovrò cercare un titolo più neutro, perché l’epidemiologia ci insegna che l’enorme bufala sparata giovedì da Santoro non sarà l’ultima.
Per chi – fortunato lui – non ha visto giovedì sera quel fescennino televisivo, in buona sostanza Santoro si inventa che Franco Piperno fece nel febbraio '78 un viaggio negli USA per “incontrarsi con la CIA e progettare il sequestro Moro”.
Si ride per non piangere: chi sa un minimo la storia, sa che Piperno aveva vinto una posizione come “visiting scientist” al MIT (una posizione non altrettanto degna dei quasi-soggiorni di studio di Conte, o della padronanza di Renzi della lingua inglese, ma accontentiamoci). Proprio a causa della recrudescenza repressiva conseguente al sequestro Moro, Piperno dovette rinunciare alla prestigiosa posizione. Piperno, poi, non aveva alcun ruolo nelle BR: soltanto più dei tardi epigoni sciocchi del generale Dalla Chiesa si convinsero che Autonomia Operaia e Potere Operaio c’entrassero qualche cosa con le BR.
La lista delle GMD (Grandi Minchiate Dietrologiche) sarebbe lunghissima. Ancora oggi è duro a morire il convincimento che Moretti fosse “un uomo dei servizi segreti”, le BR fossero eterodirette (da chiunque, si va dai servizi segreti italiani, a quelli israeliani, alla RAF, a quelli bulgari: finora nessuno ha messo di mezzo Putin, e me ne stupisco), in Via Fani ci fossero dei cecchini abilissimi e misteriosi, e via farneticando di questo passo.
Non sono bastate una mezza dozzina abbondante di Commissioni Parlamentari che hanno sostanzialmente contribuito all’industria della carta e dell’inchiostro. Non sono bastati saggi precisi fino quasi alla pedanteria (come ad esempio quello di Persichetti e coautori, e molti altri) che su quei 55 giorni ci hanno raccontato tutto il raccontabile, chiarendo ogni dubbio chiaribile a distanza di 40 anni: contando che anche i protagonisti e deuteragonisti di allora erano esseri umani, per cui certamente resterà ignoto cosa mangiarono a cena i custodi di Moro il 28 aprile del 1978, ed altri tenebrosi e importantissimi misteri.
Terminando di celiare, ho provato a trovare una ragione in questo delirio: che è delirio soltanto apparentemente. Provo a proporre la mia interpretazione.
Si sa che le BR passarono da richieste molto importanti per la liberazione di Moro (liberazione di 13 detenuti con pesanti condanne e imputazioni) fino – negli ultimi tempi – a richieste più miti: pare che sarebbe stata sufficiente un’apertura verso la liberazione di un solo detenuto, oltre ad un “riconoscimento implicito” delle BR come controparte, a impedire o perlomeno sospendere l’uccisione di Moro: quando si tratta, non si spara, disse appunto Moretti.
Il “fronte della fermezza” fu invece imperforabile. I democristiani – Andreotti in testa – dettero Moro per perduto, specialmente dopo le durissime lettere che egli scrisse ai suoi compagni di partito (si pensi alla requisitoria contro Taviani o le missive a Zaccagnini): un Moro libero sarebbe stato, per la DC, una vera mina vagante. Qui citiamo un’altra GMD: il Moro che scrisse quelle lettere “non era lui”, sicuramente era stato torturato fisicamente e psicologicamente dai suoi carcerieri, o addirittura drogato.
Sull’inesistenza di queste affermazioni si pronunciò persino Mario Sossi, sequestrato e liberato dalle BR quattro anni prima, e certamente noto per non essere un giudice con simpatie di sinistra.
In cauda venenum. Il “fronte della fermezza” ebbe i suoi alfieri più duri negli esponenti del PCI. Probabilmente, per riaccreditarsi completamente come “forza democratica” ed affidabile all’occidente in vista di un prossimo ingresso al governo, nulla c’era di meglio che dimostrarsi intransigenti, più realisti del re. Se il viaggio di Piperno nel febbraio '78 è una fola, realtà invece fu il viaggio di Giorgio Napolitano negli USA nell’aprile ‘78, durante i giorni del sequestro. Oltre a rendere omaggio in segreto a Gianni Agnelli, Napolitano riscosse vasto apprezzamento negli ambiente politici statunitensi: probabile che il placet – o perlomeno il nulla osta – degli Stati Uniti all’ingresso del PCI al governo comportasse come partita di giro l’intransigenza totale verso le BR, pazienza se giocata sulla pelle di Aldo Moro.
Se infatti nel PCI si reagì nei primi anni dicendo che le BR erano fascisti, in seguito si rifiutò – come li invitò con onesta perspicacia Rossana Rossanda – di guardare “nell’album di famiglia” del marxismo-leninismo per riconoscere nei volti di alcuni BR dei volti familiari.
Vengo quindi alla spiegazione dell’aldomorismo e dell’epidemiologia delle GMD. Vediamo infatti che ne sono particolarmente affetti gli esponenti della cosiddetta “sinistra”: per capire quanto sia questa definizione sedicente, ci basti ricordare che uno dei suoi migliori rappresentanti sia appunto Michele Santoro.
Tutto questo apparente delirio si spiega con un concetto psicologicamente semplice: si chiama cattiva coscienza. Una interpretazione di quanto successe in quei 55 giorni vede quindi il PCI pagare con la pelle di Moro la sua definitiva “redenzione” dalle sue origini rivoluzionarie: chi conosce la storia della Resistenza e della post-resistenza dei primi anni può comprendere di che si parla.
Sic stantibus rebus, risulta conveniente – per gli epigoni della “sinistra” aspirante al governo o per i suoi tardi epigoni di governo – soffiare più fumo e nebbia possibili su quei fatti e quei giorni, propagandare misteri e mezze rivelazioni. È un processo ben noto in psicologia: si chiama self deception o autoinganno. Se dietro il rapimento Moro ci sono forse la CIA e il Mossad e i servizi segreti, ben fecero allora i compagni del PCI a comportarsi con quella linea, no? Ad essere “nazionalmente solidali” coi democristiani.
Chi è responsabile dell’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta lo si sa, al di là di ogni dubbio ragionevole. Hanno tutti pagato con il carcere. Alcuni sono tutt’ora soggetti a misure detentive, a cominciare da Mario Moretti (dal 1981...).
Questi, i fatti. A distanza di 40 anni, forse possiamo cominciare ad accogliere con ilarità il proliferare dell’Aldomorologia. Tanto, sperare che si possa finalmente considerare chiusa questa vicenda, abbiamo visto essere impossibile.
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27/04/2018
Piperno: «Il Pci impedì a Fanfani di salvare Moro. Gotor? Scrive balle»
L’intervista – «Io in via Gradoli? Una balla di Gotor». Piperno ritorna sulle ultime settimane del sequestro Moro, tra fine aprile e inizio maggio ’78, quando emerse un accenno di trattativa che poi non ebbe seguito. Liquida Miguel Gotor, che nelle ultime settimane lo ha accusato sul Fatto Quotidiano di essere la “gola profonda” che avrebbe portato alla scoperta della base brigatista di via Gradoli: «non a caso dagli scrittori di libri polizieschi ritenuto uno storico, ma dagli storici considerato solo un romanziere». Infine ridicolizza le “clamorose scoperte”, annunciate nella ultima relazione intermedia prodotta dalla defunta Commissione Moro 2.
Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione.
L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati?
Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti.
Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti.
Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Alberto Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore dell’Unical, l’università della Calabria, dove Piperno stesso era docente di fisica.
In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.
Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno».
Nella relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma...] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[...] danno chiudendo il rubinetto erogatore». Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.
La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo», possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.
Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere; non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico, mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben prima dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.
Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi, per compensare, provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.
Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.
Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.
E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli comproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.
La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico. Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente di più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.
In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.
C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.
In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.
Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa, ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse, la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.
Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».
Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella DDR, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.
Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.
In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.
Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9 maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.
Paolo Persichetti da Il Dubbio 26 aprile 2018
Fonte
Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione.
L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati?
Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti.
Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti.
Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Alberto Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore dell’Unical, l’università della Calabria, dove Piperno stesso era docente di fisica.
In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.
Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno».
Nella relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma...] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[...] danno chiudendo il rubinetto erogatore». Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.
La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo», possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.
Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere; non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico, mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben prima dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.
Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi, per compensare, provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.
Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.
Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.
E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli comproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.
La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico. Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente di più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.
In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.
C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.
In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.
Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa, ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse, la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.
Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».
Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella DDR, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.
Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.
In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.
Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9 maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.
Paolo Persichetti da Il Dubbio 26 aprile 2018
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