Fino a poco tempo fa Leila Khaled teneva conferenze in mezzo mondo, Regno Unito, Svezia e altri Paesi occidentali, ed era considerata il “Che Guevara al femminile”, per la sua strenua e tenace lotta a favore del popolo palestinese.
Poi sono arrivati i filo-sionisti nostrani ed è diventata una “terrorista”.
“Terrorista all’università di Torino, il questore impedisca il comizio”. Così la vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno (PD): «Le università non sono porti franchi per disseminatori d’odio».
Gli studenti: «Terrorista per chi? Anche i partigiani venivano definiti così». Gli studenti che hanno occupato l’Università statale di Torino avevano invitato giovedì scorso Leila Khaled, storica attivista palestinese
E così la Picierno, ha chiesto l’intervento del questore di Torino per impedire l’incontro: “Chiedo alle autorità competenti, dal questore di Torino al ministro dell’Interno se sia ragionevole che un personaggio, dal passato e dal presente assai discutibile, venga invitato a un evento pubblico e gli sia consentito di propagandare liberamente l’odio antisemita», ha ‘stonato’.
A fare da ottima compagnia alla Picerno anche il senatore Enrico Borghi, presidente del gruppo Italia Viva-Il Centro-Renew Europe del Senato che, a ruota, ha stigmatizzato la presenza di Lelia Khaled al dibattito organizzato dagli studenti universitari.
Gaudenti per la fantastica sponda, dal centrodestra hanno subito rilanciato: «Finalmente la sinistra inizia a scandalizzarsi rispetto all’occupazione a Palazzo Nuovo. Quello che a sinistra forse non sanno che i soggetti coinvolti oggi sono sempre gli stessi che compaiono quando nell’ateneo di Torino si verificano problemi», afferma in una nota Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.
«Se prima non lo sapevano da adesso non potranno più dichiararsi inconsapevoli, si sta parlando di soggetti che fino a ieri venivano difesi e da cui oggi, finalmente, prendono le distanze. Non è mai troppo tardi per cambiare idea, ne siamo felici. Non vorremmo però che solo pochi casi isolati siano protagonisti di questa consapevolezza. Hanno davvero finalmente aperto gli occhi?».
La Montaruli. Come si suol dire, pure le pulci hanno la tosse.
La risposta dei comitati studenteschi non si è fatta attendere: «Cosa vuol dire essere terrorista e per quali Stati si viene considerati così? Per alcuni Stati l’atto di esistere della Palestina è tacciato di terrorismo. La definizione di terrorismo è del tutto arbitraria».
Per gli studenti «la resistenza palestinese non ha mai avuto la pretesa di esser pacifica così come non lo sono stati i partigiani. Ogni lotta contro colonizzatori per definizione non è pacifica. Non c’è alcuna contraddizione, basta vedere la storia italiana.
La pace passa attraverso il conflitto quando c’è un popolo oppresso. Non è guerra ma si chiama resistenza, se si è di fronte a uno Stato colonizzatore. La sproporzione di forze e mezzi è senza uguali. Israele ha il nucleare, in Palestina usano le fionde».
A questo punto attendiamo fiduciosi la scomunica da parte del PD anche di Arafat e di tutta l’autorità nazionale palestinese, oltre di quel pazzo estremista di Shimon Peres.
E, perché no?, anche di Mazzini e del partigiano Johnny.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/11/2023
30/11/2017
Leila Khaled, simbolo di resistenza, respinta dall’Italia
“É un’equazione: dove c’è occupazione, c’è resistenza. Non può essere diversamente, quando sei oppresso resisti”. Queste le parole pronunciate in una recente intervista da parte della militante, resistente e prima guerrigliera donna della storia palestinese: la compagna Leila Khaled.
Da circa un mese l’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese) stava organizzando una serie di incontri in Italia (Cagliari, Roma e Napoli) per le celebrazioni del 50° anniversario della nascita del Fronte Popolare Liberazione della Palestina (FPLP).
Il Fronte è, attualmente, ancora l’unico partito della sinistra radicale palestinese ad avere un forte seguito nei Territori Occupati (Cisgiordania, Gaza), nei campi profughi palestinesi (Giordania, Siria e soprattutto Libano) e ad essere regolarmente riconosciuto come forza politica sia del Consiglio Nazionale Palestinese, ma sopratutto, dell’OLP (Organizzazione Liberazione Palestina).
Sbarcata all’aeroporto di Fiumicino, invece, le autorità italiane non le hanno riconosciuto il visto di ingresso nel nostro stato o, come meglio precisato dalle autorità di polizia, “dell’area Shengen”. Una banale scusa, facilmente confutabile, visto che nei mesi scorsi Leila Khaled aveva partecipato ad altre manifestazioni simili in Spagna e in Belgio: a Bruxelles aveva fatto un intervento al Parlamento Europeo.
Molto probabilmente le autorità italiane, come si temeva dall’inizio, si sono sottomesse ai diktat ed alle pressioni israeliane per boicottare l’ingresso della militante ed icona di tutta l’area anti-sionista e antimperialista internazionale. Pressioni che sono arrivate con numerose interrogazioni e interpellanze di esponenti politici in maniera trasversale, da Forza Italia al Partito Democratico, o con una campagna mediatica della stampa mainstream (Corriere, La Stampa, La Repubblica, Il Mattino) denigratoria e ignorante nei confronti della Khaled.
Secondo la quasi totalità dei numerosi editorialisti interpellati, Leila Khaled è considerata ancora oggi, dopo 40 anni, una “terrorista”. Un termine purtroppo attualmente inflazionato a causa dei numerosi attentati che insanguinano l’Europa come i paesi musulmani e sono frutto del terrorismo di matrice jihadista. La guerrigliera Khaled, al contrario, viene considerata da gran parte dei movimenti antagonisti come un’appartenente alla Resistenza Palestinese contro l’occupazione israeliana.
Gli episodi incriminati sono i due dirottamenti ai quale la Khaled partecipò. Il FPLP aveva avviato una serie di dirottamenti con l’obiettivo di far conoscere al mondo la frustrazione, gli omicidi, l’umiliazione e la feroce condizione di occupazione portata avanti dal Tel Aviv. Una pratica, quella dei dirottamenti, che funzionò e fu poi anche utilizzata da altre formazioni palestinesi, anche se i dirottamenti dovevano essere prevalentemente dei “catalizzatori mediatici” e non dovevano “mai in nessun caso provocare vittime innocenti” secondo le parole della stessa Khaled. “Sarebbe un controsenso per la stessa ideologia del nostro partito” – affermò l’allora segretario del FPLP George Habbash – “combattere per gli oppressi (i palestinesi,ndr) e uccidere degli innocenti”.
Il primo dirottamento (volo TWA Los Angeles – Tel Aviv) fu eseguito nel 1969. La Khaled con un altro militante del Fronte salì a Roma (ironia della sorte) ed il volo fu fatto atterrare a Damasco: tutti i passeggeri sbarcarono incolumi e l’aereo fu fatto esplodere. Il secondo dirottamento fu quello del 1970 (volo El Al Amsterdam – New York) nel quale un agente di sicurezza israeliano riuscì a sventare il tentativo di dirottamento ed uccise il compagno della Khaled, Patrick Arguello, americano di origine nicaraguense. “Avevo con me due bombe a mano” – dichiarò la Khaled nel suo libro autobiografico “Il mio popolo vivrà” – “ma ovviamente non le utilizzai per uccidere degli innocenti”. L’aereo fu fatto atterrare a Londra, dove la militante del Fronte venne incarcerata per essere poi liberata dopo uno scambio di prigionieri.
Leila Khaled è, per tutta una generazione, una guerrigliera ed una partigiana perché da sempre ha giustificato le proprie azioni – di fatto non uccise mai nessuno – come gesti di lotta per liberare una terra ingiustamente occupata, per combattere contro l’assassinio di migliaia di palestinesi (pratica tuttora utilizzata dal governo di Tel Aviv), per resistere ad una continua violazione dei diritti di un popolo che da oltre 70 anni vive oppresso e recluso o esiliato.
Combattere per la libertà di un popolo, per la restituzione di una terra e contro un’occupazione si può, quindi, considerare, come per i nostri partigiani, terrorismo o resistenza?
Fonte
Da circa un mese l’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese) stava organizzando una serie di incontri in Italia (Cagliari, Roma e Napoli) per le celebrazioni del 50° anniversario della nascita del Fronte Popolare Liberazione della Palestina (FPLP).
Il Fronte è, attualmente, ancora l’unico partito della sinistra radicale palestinese ad avere un forte seguito nei Territori Occupati (Cisgiordania, Gaza), nei campi profughi palestinesi (Giordania, Siria e soprattutto Libano) e ad essere regolarmente riconosciuto come forza politica sia del Consiglio Nazionale Palestinese, ma sopratutto, dell’OLP (Organizzazione Liberazione Palestina).
Sbarcata all’aeroporto di Fiumicino, invece, le autorità italiane non le hanno riconosciuto il visto di ingresso nel nostro stato o, come meglio precisato dalle autorità di polizia, “dell’area Shengen”. Una banale scusa, facilmente confutabile, visto che nei mesi scorsi Leila Khaled aveva partecipato ad altre manifestazioni simili in Spagna e in Belgio: a Bruxelles aveva fatto un intervento al Parlamento Europeo.
Molto probabilmente le autorità italiane, come si temeva dall’inizio, si sono sottomesse ai diktat ed alle pressioni israeliane per boicottare l’ingresso della militante ed icona di tutta l’area anti-sionista e antimperialista internazionale. Pressioni che sono arrivate con numerose interrogazioni e interpellanze di esponenti politici in maniera trasversale, da Forza Italia al Partito Democratico, o con una campagna mediatica della stampa mainstream (Corriere, La Stampa, La Repubblica, Il Mattino) denigratoria e ignorante nei confronti della Khaled.
Secondo la quasi totalità dei numerosi editorialisti interpellati, Leila Khaled è considerata ancora oggi, dopo 40 anni, una “terrorista”. Un termine purtroppo attualmente inflazionato a causa dei numerosi attentati che insanguinano l’Europa come i paesi musulmani e sono frutto del terrorismo di matrice jihadista. La guerrigliera Khaled, al contrario, viene considerata da gran parte dei movimenti antagonisti come un’appartenente alla Resistenza Palestinese contro l’occupazione israeliana.
Gli episodi incriminati sono i due dirottamenti ai quale la Khaled partecipò. Il FPLP aveva avviato una serie di dirottamenti con l’obiettivo di far conoscere al mondo la frustrazione, gli omicidi, l’umiliazione e la feroce condizione di occupazione portata avanti dal Tel Aviv. Una pratica, quella dei dirottamenti, che funzionò e fu poi anche utilizzata da altre formazioni palestinesi, anche se i dirottamenti dovevano essere prevalentemente dei “catalizzatori mediatici” e non dovevano “mai in nessun caso provocare vittime innocenti” secondo le parole della stessa Khaled. “Sarebbe un controsenso per la stessa ideologia del nostro partito” – affermò l’allora segretario del FPLP George Habbash – “combattere per gli oppressi (i palestinesi,ndr) e uccidere degli innocenti”.
Il primo dirottamento (volo TWA Los Angeles – Tel Aviv) fu eseguito nel 1969. La Khaled con un altro militante del Fronte salì a Roma (ironia della sorte) ed il volo fu fatto atterrare a Damasco: tutti i passeggeri sbarcarono incolumi e l’aereo fu fatto esplodere. Il secondo dirottamento fu quello del 1970 (volo El Al Amsterdam – New York) nel quale un agente di sicurezza israeliano riuscì a sventare il tentativo di dirottamento ed uccise il compagno della Khaled, Patrick Arguello, americano di origine nicaraguense. “Avevo con me due bombe a mano” – dichiarò la Khaled nel suo libro autobiografico “Il mio popolo vivrà” – “ma ovviamente non le utilizzai per uccidere degli innocenti”. L’aereo fu fatto atterrare a Londra, dove la militante del Fronte venne incarcerata per essere poi liberata dopo uno scambio di prigionieri.
Leila Khaled è, per tutta una generazione, una guerrigliera ed una partigiana perché da sempre ha giustificato le proprie azioni – di fatto non uccise mai nessuno – come gesti di lotta per liberare una terra ingiustamente occupata, per combattere contro l’assassinio di migliaia di palestinesi (pratica tuttora utilizzata dal governo di Tel Aviv), per resistere ad una continua violazione dei diritti di un popolo che da oltre 70 anni vive oppresso e recluso o esiliato.
Combattere per la libertà di un popolo, per la restituzione di una terra e contro un’occupazione si può, quindi, considerare, come per i nostri partigiani, terrorismo o resistenza?
Fonte
29/11/2017
Impedito l’ingresso in Italia a Leila Khaled
Ieri, martedì 28 novembre 2017, Leila Khaled è stata fermata all’aeroporto di Fiumicino. Alla compagna è stato negato l’ingresso in Italia ed è stata forzata ad imbarcarsi sul volo successivo per Amman.
Questo grave episodio ha avuto luogo dopo i reiterati attacchi mediatici e a seguito di forti pressioni da parte della lobby sionista in Italia; nei giorni precedenti al suo arrivo numerosi quotidiani hanno pubblicato articoli sensazionalistici e diffamanti dimostrando, nella migliore delle ipotesi, accondiscendenza, nella peggiore, complicità.
Il rimpatrio della compagna Leila Khaled non è che la dimostrazione dell’impotenza delle istituzioni italiane e la loro incapacità di sottrarsi al ricatto sionista: è palese quanto la sua voce, libera e coerente, continui a far paura ancora oggi. Di fatto Leila Khaled aveva ottenuto un visto per l’Europa che si è vista revocare qui, a Roma, allo sbarco. Meno di un mese e mezzo fa è stata accolta in Spagna e in Belgio, e in quest’ultimo ha tenuto una conferenza al Parlamento Europeo.
Nonostante le pressioni, le diffamazioni e le provocazioni, nonostante il rimpatrio imposto alla compagna dalle autorità italiane, l’Unione Democratica-Arabo Palestinese decide di confermare l’iniziativa di sabato 2 dicembre durante la quale Leila Khaled interverrà e sarà comunque con noi tramite collegamento.
L’articolo dei compagni di Napoli, scritto ovviamente prima che avvenisse il fermo di Leila.
Si è tenuta ieri presso il centro sociale Ska la conferenza stampa per annunciare l’arrivo a Napoli, il 4 dicembre, di Leila Khaled, mitica militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Due giorni prima, sabato 2 dicembre sarà invece a Roma per una conferenza pubblica organizzata dall’Unione Democratica Arabo Palestinese.
Vi è anche, finalmente, l’ufficialità del posto dove la Khaled potrà parlare in un dibattito pubblico. Sarà l’aula 33 della facoltà di giurisprudenza.
In effetti il parto di questa iniziativa è stato quanto mai difficile.
Nelle ultime settimane la stampa cittadina e il mondo politico locale hanno alzato un polverone incredibile paventando chissà quali rischi democratici per l’arrivo dell’anziana militante palestinese.
L’onorevole e consigliera comunale Carfagna ha addirittura rivolto un appello al ministro di polizia Minniti perché fermasse l’incontro. Il Mattino e il Corriere del Mezzogiorno hanno affidato ai loro più prestigiosi editorialisti il compito di demolire la figura di Leila, dipingendola come una “sanguinaria terrorista” la cui presenza rappresenterebbe una “ferita troppo grave” per la città di Napoli.
In un primo momento gli organizzatori avevano pensato ad una sala pubblica comunale per l’iniziativa. Missione fallita. La canea giornalistica e politicante si è subito scatenata contro l’amministrazione De Magistris, rea di appoggiare il “terrorismo palestinese”. Toni da maccartismo d’antan che però hanno messo in allarme l’amministrazione, che tramite i suoi uffici competenti ha iniziato a porre tutta una serie di problemi agli organizzatori, che si sono visti costretti a rinunciare alla richiesta.
E questo secondo noi è un dato politico grave. L’ennesimo cedimento di una amministrazione che nel suo secondo mandato fa fatica a rispettare gli impegni presi e che deambula pericolosamente sotto gli attacchi degli avversari politici e dei poteri forti cittadini.
Avevamo, a dire il vero, sempre riconosciuto a De Magistris una grande capacità diplomatica. A pochi mesi dalla vittoria del primo mandato aveva consegnato la cittadinanza onoraria al presidente palestinese Abu Mazen e ne veniva da questi a sua volta ricambiato ricevendo qualche settimana dopo, a Ramallah, la cittadinanza onoraria palestinese. Insomma De Magistris è un cittadino palestinese e le sua simpatie antiapartheid sono arcinote. Come sono note le sue simpatie per la lotta del popolo curdo o per il processo bolivariano in Venezuela.
Il sindaco, dobbiamo dirlo, è sempre stato pressoché perfetto nella difesa dei popoli in lotta contro l’oppressione e lo ha fatto tramite impegni concreti (nell’ambito delle possibilità concesse ad un’amministrazione comunale). Per questo la delusione è in questo caso forte. In passato era sempre riuscito ad affermare una posizione autonoma e indipendente dal circo mediatico.
Certo i toni raggiunti in questa occasione non hanno pari nel recente passato però da un’amministrazione ribelle ci si aspetta il ribaltamento del tavolo da gioco e non che si accucci intimorita in attesa degli eventi.
Probabilmente la debolezza accumulata negli ultimi tempi con la questione del trasporto pubblico locale e con la privatizzazione strisciante delle aziende partecipate non permette una strenua difesa dei propri ideali internazionalisti . Molto molto male. Sono finiti i tempi in cui la bandiera palestinese sventolava dalle finestre da Palazzo San Giacomo e le vetrate delle fermate dei bus avevano manifesti inneggianti alla liberazione della Palestina con tag del comune di Napoli.
Certo potrebbe in parte ripianare le cose partecipando al dibattito (gli organizzatori ricordano che è stato invitato a parlare (ma di non avere avuto ancora conferma ufficiale della sua partecipazione) in qualità di sindaco, ribadendo che terrorista non è chi come Leila lotta da decenni per la liberazione del proprio popolo, ma chi – come lo stato israeliano – applica la sistematica discriminazione della popolazione araba e che spende gran parte delle proprie risorse statali in armamenti uccidendo e incarcerando migliaia di palestinesi.
Speriamo bene. Appuntamento quindi il 4 DICEMBRE UNIVERSITA’ DI GIURISPRUDENZA ORE 16.00
P.s : le “azioni terroristiche” che vengono imputate a Leila Khaled sono 2 dirottamenti aerei a danno di velivoli diretti a Tel Aviv. In entrambi i casi non vi sono stati morti. Nel secondo caso fu arrestata e poi rilasciata nell’ambito di uno scambio di prigionieri politici. Del 1969 e nel 1970 gli episodi di cui parliamo. Una vita fa. Un altro mondo. In piena guerra fredda.
Le mani di Leila, insomma, non grondano sangue. Quelle dei suoi accusatori invece si.
Fonte
Questo grave episodio ha avuto luogo dopo i reiterati attacchi mediatici e a seguito di forti pressioni da parte della lobby sionista in Italia; nei giorni precedenti al suo arrivo numerosi quotidiani hanno pubblicato articoli sensazionalistici e diffamanti dimostrando, nella migliore delle ipotesi, accondiscendenza, nella peggiore, complicità.
Il rimpatrio della compagna Leila Khaled non è che la dimostrazione dell’impotenza delle istituzioni italiane e la loro incapacità di sottrarsi al ricatto sionista: è palese quanto la sua voce, libera e coerente, continui a far paura ancora oggi. Di fatto Leila Khaled aveva ottenuto un visto per l’Europa che si è vista revocare qui, a Roma, allo sbarco. Meno di un mese e mezzo fa è stata accolta in Spagna e in Belgio, e in quest’ultimo ha tenuto una conferenza al Parlamento Europeo.
Nonostante le pressioni, le diffamazioni e le provocazioni, nonostante il rimpatrio imposto alla compagna dalle autorità italiane, l’Unione Democratica-Arabo Palestinese decide di confermare l’iniziativa di sabato 2 dicembre durante la quale Leila Khaled interverrà e sarà comunque con noi tramite collegamento.
L’articolo dei compagni di Napoli, scritto ovviamente prima che avvenisse il fermo di Leila.
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Si è tenuta ieri presso il centro sociale Ska la conferenza stampa per annunciare l’arrivo a Napoli, il 4 dicembre, di Leila Khaled, mitica militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Due giorni prima, sabato 2 dicembre sarà invece a Roma per una conferenza pubblica organizzata dall’Unione Democratica Arabo Palestinese.
Vi è anche, finalmente, l’ufficialità del posto dove la Khaled potrà parlare in un dibattito pubblico. Sarà l’aula 33 della facoltà di giurisprudenza.
In effetti il parto di questa iniziativa è stato quanto mai difficile.
Nelle ultime settimane la stampa cittadina e il mondo politico locale hanno alzato un polverone incredibile paventando chissà quali rischi democratici per l’arrivo dell’anziana militante palestinese.
L’onorevole e consigliera comunale Carfagna ha addirittura rivolto un appello al ministro di polizia Minniti perché fermasse l’incontro. Il Mattino e il Corriere del Mezzogiorno hanno affidato ai loro più prestigiosi editorialisti il compito di demolire la figura di Leila, dipingendola come una “sanguinaria terrorista” la cui presenza rappresenterebbe una “ferita troppo grave” per la città di Napoli.
In un primo momento gli organizzatori avevano pensato ad una sala pubblica comunale per l’iniziativa. Missione fallita. La canea giornalistica e politicante si è subito scatenata contro l’amministrazione De Magistris, rea di appoggiare il “terrorismo palestinese”. Toni da maccartismo d’antan che però hanno messo in allarme l’amministrazione, che tramite i suoi uffici competenti ha iniziato a porre tutta una serie di problemi agli organizzatori, che si sono visti costretti a rinunciare alla richiesta.
E questo secondo noi è un dato politico grave. L’ennesimo cedimento di una amministrazione che nel suo secondo mandato fa fatica a rispettare gli impegni presi e che deambula pericolosamente sotto gli attacchi degli avversari politici e dei poteri forti cittadini.
Avevamo, a dire il vero, sempre riconosciuto a De Magistris una grande capacità diplomatica. A pochi mesi dalla vittoria del primo mandato aveva consegnato la cittadinanza onoraria al presidente palestinese Abu Mazen e ne veniva da questi a sua volta ricambiato ricevendo qualche settimana dopo, a Ramallah, la cittadinanza onoraria palestinese. Insomma De Magistris è un cittadino palestinese e le sua simpatie antiapartheid sono arcinote. Come sono note le sue simpatie per la lotta del popolo curdo o per il processo bolivariano in Venezuela.
Il sindaco, dobbiamo dirlo, è sempre stato pressoché perfetto nella difesa dei popoli in lotta contro l’oppressione e lo ha fatto tramite impegni concreti (nell’ambito delle possibilità concesse ad un’amministrazione comunale). Per questo la delusione è in questo caso forte. In passato era sempre riuscito ad affermare una posizione autonoma e indipendente dal circo mediatico.
Certo i toni raggiunti in questa occasione non hanno pari nel recente passato però da un’amministrazione ribelle ci si aspetta il ribaltamento del tavolo da gioco e non che si accucci intimorita in attesa degli eventi.
Probabilmente la debolezza accumulata negli ultimi tempi con la questione del trasporto pubblico locale e con la privatizzazione strisciante delle aziende partecipate non permette una strenua difesa dei propri ideali internazionalisti . Molto molto male. Sono finiti i tempi in cui la bandiera palestinese sventolava dalle finestre da Palazzo San Giacomo e le vetrate delle fermate dei bus avevano manifesti inneggianti alla liberazione della Palestina con tag del comune di Napoli.
Certo potrebbe in parte ripianare le cose partecipando al dibattito (gli organizzatori ricordano che è stato invitato a parlare (ma di non avere avuto ancora conferma ufficiale della sua partecipazione) in qualità di sindaco, ribadendo che terrorista non è chi come Leila lotta da decenni per la liberazione del proprio popolo, ma chi – come lo stato israeliano – applica la sistematica discriminazione della popolazione araba e che spende gran parte delle proprie risorse statali in armamenti uccidendo e incarcerando migliaia di palestinesi.
Speriamo bene. Appuntamento quindi il 4 DICEMBRE UNIVERSITA’ DI GIURISPRUDENZA ORE 16.00
P.s : le “azioni terroristiche” che vengono imputate a Leila Khaled sono 2 dirottamenti aerei a danno di velivoli diretti a Tel Aviv. In entrambi i casi non vi sono stati morti. Nel secondo caso fu arrestata e poi rilasciata nell’ambito di uno scambio di prigionieri politici. Del 1969 e nel 1970 gli episodi di cui parliamo. Una vita fa. Un altro mondo. In piena guerra fredda.
Le mani di Leila, insomma, non grondano sangue. Quelle dei suoi accusatori invece si.
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